Sì, esisto
ancora XD Purtroppo sono in pieno periodo esame – e anche in pieni casini, considerando
che ho un esame lunedì e se so il 5% delle cose da sapere mi ritengo fortunata
;D Anticipando vi dico che è una Elricest one-side, anche se il finale
è abbastanza aperto.
Vorrei ringraziare
tutti coloro che hanno commentato la drabble pubblicata
qualche tempo fa nella sezione originals (per chi
volesse leggerla la trova qui),
e anticipatamente tutti coloro che commenteranno questo parto *inchino*
Ovviamente, è la fic
che mi apre le strade alla sfida sul Violator dei
Depeche Mode indetta da Makichan
sul forum di EFP!
Non avendo altro da
dire – se non perdono per la scarsa presenza – vi lascio alla fic e vi ricordo
che le risposte ai commenti saranno pubblicate qui.
<3
I
don't understand
What destiny's planned
I'm starting to grasp
What is in my own hands
I don't claim to know
Where my holiness goes
I just know that I like
What is starting to show
Alphonse
era un bel bambino.
I suoi capelli erano
piccole spighe di grano libere di ondeggiare al vento, e i suoi occhi ambrati,
grandi e luminosi, amavano scrutare e analizzare ogni minima cosa, perché era
piccolo e curioso, e amava imparare da tutto quello che lo circondava.
Alphonse era un bel
bambino.
Adorava suo fratello
come fosse un dio. Nonostante
i pochi centimetri che li separavano – e a dire il vero tutti in famiglia erano
sicuri che presto Edward sarebbe stato superato – a lui sembrava grandissimo,
e fortissimo. Lo ammirava con lo sguardo fiero di chi può vantare una persona
speciale affianco a sé.
Alphonse era un bel
bambino.
Finché
non decise che il fango non gli piaceva più.
E
decise di essere una bambina.
#9 Violator
- Clean; In my shoes.
Edward
non era mai riuscito a dimenticare quel giorno, perché per lui era stato un
piccolo trauma.
Fino a quel momento
il suo fratellino era sempre stato insieme a lui,
e la cosa a dire il vero gli seccava un po’.
Era come sentirsi
privati del proprio tempo.
Si vantava
però con i suoi amici di avere quello che lui amava definire un piccolo
seguace – un piccolo schiavo, sulle sue labbra – fedele come un cane e servizievole
come un domestico, a cui tutto si poteva chiedere perché sempre gli sarebbe
stato dato. Rimembrava con nitidezza i suoi occhi che si riempivano di lacrime
quando lui alzava troppo la voce per la troppa vicinanza, così come i
sensi di colpa che lo attanagliavano – sempre e comunque dopo la fine delle
lunghe giornate coi suoi amici a giocare sulle colline.
Però
alla fine se la cavava sempre con poco.
Alphonse era sempre
stata la sua ombra, lo seguiva persino quando andava
al bagno, o quando andava a togliere il bucato dalla lavatrice per aiutare la
mamma nelle faccende di casa, perché magari poteva servire una mano.
Finché
non arrivò quel giorno.
Edward era chino sugli
esercizi di matematica, intento a creare prese d’aria nel suo cranio con la
gomma della matita conficcata nelle tempie, quando udì il rumore di passi frettolosi
sulle scale.
Il faccino tondo di
Alphonse sbucò all’improvviso, mentre veloce prendeva le scarpe e le
infilava ai piedini.
“Al?”
“Sì, niisan?”
“Dove…
vai?”
Era la prima volta
che vedeva Alphonse prendere l’iniziativa.
Di solito doveva sempre
guardarlo con gli occhi luminosi, e implorare silenziosamente di poter giocare
con lui e i suoi amici, o comunque anche solo di
poter passare il suo tempo in sua compagnia – e sì, anche a farsi maltrattare.
Ma
sinceramente non era questo che lo turbava.
“Da Winry!”
Era più fastidioso
che lui non fosse stato invitato.
“E…
cosa vai a farci?”
“A vedere la sua casa
di bambole!”
E
crack.
Piccola, quasi invisibile,
ma presente. Una crepa sottile e impossibile da vedere.
Mentre
Alphonse si dedicava ai lacci delle scarpe fischiettando un motivetto, Edward
non riusciva a riportare a congiunzione mandibola e mascella, bella e spalancata,
resa totalmente inutile dalla sua volontaria apnea.
“Ma…
è una cosa da femmine!”
Calcò eccessivamente
l’ultimo termine, dandogli quasi una connotazione dispregiativa. Qualche anno
prima, Winry l’aveva convinto a prendere in mano una brutta imitazione plastificata
di un uomo per farlo unire in matrimonio con una bionda ossigenata – con cui
la bambina amava identificarsi; peccato le mancassero gli attributi per assomigliarle
in tutto e per tutto.
Era pronto a ricordare
lo spiacevole evento al fratellino – tutto, pur di salvarlo da un viaggio di
nozze in un luogo dal nome improponibile, tutto pur di non vedersi portato via
il suo orgoglio maggiore (neanche tanto l’avere un fratellino così carino, ma
l’avere una persona sempre disposta ad essere presente in ogni momento e in
qualunque situazione) – ma fu nettamente anticipato, e non gli venne
concesso il privilegio di proferire parola.
“A me non sembra brutto.”
borbottò, battendo le punte delle scarpe sul pavimento.
Poi corse da Edward,
stampandogli un bacio sulla guancia.
“Torno
per cena, dillo alla mamma, ok?”
E
scomparve, chiudendo la porta d’ingresso e lasciando cadere silenzio e sbigottimento
insieme.
Ricordava perfettamente
il profilo di quella giornata, la primavera che piano si scansava per far spazio
al sole cocente dell’estate.
Lui aveva compiuto
da mesi sette anni, mentre Alphonse, ancora piccolo e paffutello, si avvicinava
alla soglia dei sei, zampettando allegramente e sorridendo ad ogni persona gli
passasse affianco.
Che nonostante la
loro tenera età uscissero da soli non era il frutto
della disattenzione della loro genitrice: la cittadina nella quale vivevano
– un paesino di campagna che non contava neanche mille abitanti, a una quarantina
di chilometri dalla capitale – era così pacifico che anni e anni di noiosa tranquillità
avevano fatto sì che venisse bollato come sicuro al cento per cento.
E
ora il suo fratellino era dentro quell’abitazione, intendo a toccare corpi finti
di donna.
“A me
non sembra brutto! – lo scimmiottò, portandosi le mani alle guance e sbuffando
– Quando tornerà a casa sarà pentito di esserci andato
e di non essere rimasto con me…”
Ma
così non fu. Né quel giorno, né gli altri a venire.
Quella sera – così
come le altre che la seguirono – Alphonse sembrava essere elettrizzato dalla
nuova esperienza. Mentre le sue orecchie si riempivano di case,
rosa, bambole, bellissimo, il viso di Alphonse
si faceva sempre più luminoso, incorniciato da un sorriso che al momento trovava
decisamente fastidioso.
In poco tempo, e per
alcuni mesi, Alphonse smise di essere il compagno di giochi di
Edward, e se da una parte appariva come una liberazione, dall’altra non
poteva che provocare al maggiore una certa nota di irritazione.
All’inizio pensava
che il suo fratellino – cinque anni passati fra litigi sul fango e risate all’aria
aperta, una vita non male per un bambino, tutto sommato
– fosse semplicemente inceppato nella trappola amorosa.
Insomma, vedo una
mamma e un papà innamorati, di conseguenza mi innamoro
anche io.
Tutto questo avrebbe
spiegato il perché di tutte quelle giornate passate a casa sua davanti a
una cosa per bambine come una casa delle bambole.
Che
poi erano anche brutte.
Scoprì qualche tempo
più tardi di aver totalmente frainteso il suo comportamento.
Alphonse non parlava
mai di Winry. Non si confidava mai con lui, tanto meno con la loro mamma su
quanto la bambina fosse adorabile, di quanto lucenti fossero
i suoi capelli biondi e di quanto i suoi occhi somigliassero al cielo.
Smise di pensare all’attrazione
bambina per Winry quando un giorno vide sul suo viso
una striscia di colore rosa shocking scivolare dolcemente sul labbro inferiore,
un po’ sbavata sui bordi.
“Mamma, mamma,
guarda!” gridava sull’uscio di casa esaltato, mentre agitava le braccia nell’aria.
La
donna corse
subito verso l’ingresso, pensando che il suo bambino fosse caduto e si fosse
fatto male da qualche parte.
Invece,
quando incrociò i suoi occhi, sorrise sorniona, inginocchiandosi davanti a lui
e passandogli un dito sulle labbra.
“Alphonse, che avete
fatto tu e Winry, eh?”
“Mi ha messo il rossetto,
mamma! – rise, battendo le mani. – Io all’inizio non volevo, però poi stava
per piangere, e l’ho accontentata! E me ne ha messi
tanti e di tanti colori!”
Edward rimaneva sempre
ad osservare il suo fratellino da lontano, in quel momento più delle altre volte.
Era decisamente
attonito.
Forse un po’ turbato.
Ora che lo vedeva
con del colore sulle labbra – messo male, di un colore spaventoso, ma sempre
sulle labbra – il suo pensiero sembrava cominciare a prendere forma.
E un po’ ne
aveva paura.
Lo aveva detto anche
a sua madre, una sera di quelle che ormai passavano spesso insieme, che secondo
lui non era normale che Al si divertisse tanto con Winry e che lei avrebbe dovuto
fare qualcosa.
Tentò di convincersi
delle parole di sua madre.
Ma non passò molto
tempo da quando poi ogni sua supposizione rimasta
sopita cominciò a prendere forma.
*
La loro
mamma morì.
Un cancro scoperto troppo tardi aveva divorato nel giro di poco tempo il suo
seno, diffondendosi agli altri organi quando ormai
non c’era più niente da fare.
E loro rimasero soli, senza una figura materna che potesse
guidarli fino alla soglia dell’indipendenza. Il loro padre, semplicemente non
esisteva.
In
quel periodo, Alphonse smise di giocare con Winry, smise
di parlare di trucchi e bambole e smise di sognare ad occhi aperti. L’unica
cosa che era capace di fare consisteva nel piangere e nello scivolare dentro
il letto di suo fratello maggiore, che altro non poteva fare che abbracciarlo
e confortarlo.
E
mentre il tempo passava, i due fratelli furono costretti moralmente ad avvicinarsi
sempre di più.
Edward pensava che l’unica cosa positiva della morte
della loro genitrice fosse il fatto che Alphonse avesse smesso di pensare come
una bambina (Aveva riguadagnato la sua attenzione – e ora non faceva una piega
quando lui gli si avvicinava, perché per quanto gli risultasse molesto, non
poteva proprio trattarlo male in un momento come quello).
Cosa
completamente errata, si corresse poi.
Era un caldo giorno di giugno, e lui si raggomitolava nel letto, il sonno turbato
dal caldo che prepotentemente insidiava le sue membra. A svegliarlo non furono
tanto le vampate di calore, quanto il ridere felice di suo fratello poche stanze
più avanti.
“Ma cosa…”
Le
sue orecchie vennero invase con prepotenza dal rumore
di passi scadenzati, sottofondo di quella melodia scomposta che era la risata
di Alphonse.
Edward fu percosso da un brivido, al rimembrare quale situazione avesse
presentato a sua madre pochi mesi prima con quella stessa frase.
E di fatto, ciò che vide non si discostò molto da
quella volta, anzi.
Forse era anche peggio.
“Alphonse, che diavolo…” bisbigliò a bassa voce, mettendo a fuoco la sua figura,
mentre una sagoma rosa si piazzava davanti ai suoi occhi.
E
allora capì che ogni cosa ponderata fino a quel momento era ben giustificata.
Mentre il sorriso bianco spiccava nuovamente sul suo viso dopo un mare di lacrime,
sul suo corpicino di bambino cascava dolcemente un abito di un colore troppo
forte per essere apprezzato. I passi irregolari che
poco prima aveva udito erano stati provocati da scarpe
col tacco troppo grandi per i suoi piedini.
“Guarda niisan, sono la mamma!” disse, piroettando su sé
stesso.
Sì destò di colpo, inorridito dalla figura minuta indossante quell’abito appartenuto
all’adorata madre. Allungò due passi e lo raggiunse, mettendogli le mani alle
spalle e scuotendolo con forza.
”Toglili Alphonse, toglili! Sono della mamma!”
“Niisan, mi fai male!”
“Toglili!”
Era il dolore doppio che gli avvolgeva il cuore a passo calzante. Vedere
suo fratello in quello stato impossibile, e dover gestire la perdita della genitrice
per entrambi.
Lo scosse con più forza, affondando le dita nelle sue carni.
”Niisan – implorò il più piccolo, sentendo gli occhi gonfi di lacrime – niisan,
niisan!!”
“Levali Al!”
E un urlo fanciullo gli trapanò le orecchie, seguito
da singhiozzi veloci e amari. Alphonse premette le ditine grasse contro la spalla
del maggiore, strepitando e spingendolo via.
L’altro mollò la presa all’improvviso, provocando la perdita di
equilibrio del più piccolo, e conseguente caduta.
Le strilla si trasformarono in un pianto silenzioso,
rotto qua e là da un tirar di naso.
“Sei… sei… sei cattivo, niisan…” piagnucolò, una
mano agli occhi e l’altra al sederino dolente.
“Al, io…”
Azzardò un passo verso il fratellino, porgendogli la mano per aiutarlo ad alzarsi,
ma lui si limitò ad osservarla, senza più dire una
parola.
“Al…” lo pregò, inginocchiandosi davanti a lui.
Quello portò le mani davanti agli occhi, osservandole per alcuni attimi. Poi
dondolandosi sulla parte dolente si spinse in avanti, andando a congiungersi
con il fratello in un abbraccio stretto.
Il dolore si scioglieva come neve al sole tra le braccia del suo niisan, era
stato così fin dal principio, e sempre sarebbe stato.
“Scusami, Al…”
E
le lacrime uscirono anche dai suoi occhi, senza intenzione di nascondersi.
“Scusa…”
Clean
The cleanest I've been
An end to the tears
And the in-between years
And the troubles I've seen
Ad
Al i vestiti
da bambina piacevano da morire.
A lui piacevano
davvero, davvero
da morire.
Si guardava sempre
allo specchio e sorrideva, mentre indossava gli orecchini con la molla che la
sua amichetta portava sempre – Sara era una madre eccessivamente premurosa,
mai e poi mai perforare il corpo della sua bambina.
A lui stavano bene
quei vestitini azzurri, quelli in fondo all’armadio che Winry non toccava mai.
“Sono
piccoli, non mi entrano!”
aveva detto un giorno, mentre lui soddisfaceva la sua curiosità.
Aveva spesso fantasticato
sul giorno in cui quegli abiti sarebbero stati suoi: avrebbe finalmente avuto
qualcosa di carino da indossare quando andava a giocare
in giardino, avrebbe avuto finalmente qualcosa di suo e solo suo, invece che
mettere i vestiti della mamma troppo grandi per lui.
E
un giorno, il coraggio sopravvenne alla timidezza.
“Winry
posso prenderli?”
“Va
bene, Al, tanto io non li metto più. La mamma me
ne comprerà di nuovi!”
E pronti,
partenza, via.
I
don't understand
What destiny's planned
L’album
dei suoi ricordi è stato, per anni, invaso da foto
di facce tonde e velate di trucco, e sorrisi forzati.
Fin dalla prima elementare,
Alphonse era stato per tutti semplicemente una bambina dal nome troppo corto
per dedurne il sesso.
Effettivamente a vederlo
nessuno tranne – per forza di cose – Edward o Winry potevano capire che quella
bambina dai capelli biondi che le sfioravano dolcemente
le spalle fosse in realtà un maschietto che stava soffocando prepotentemente
la sua natura. Il fratello maggiore si era premurosamente preoccupato di fare
le veci della madre morta, salvaguardando la permanenza in quella scuola sia
sua, che del suo fratellino.
“Non una
parola o sono guai, chiaro? E vedi di non starmi
troppo vicino…”
Sapeva che suo
fratello lo considerava strano. Altrimenti non gli
avrebbe sempre chiesto di smettere di fare così.
Ma
a lui sembrava la cosa più normale del mondo… Insomma, si trovava bene, era
contento, e nel giro di pochi giorni era diventato amico di tutti, nella sua
classe.
Qualche volta le compagne
lo invitavano a casa loro per giocare con le bambole, o recitare ad essere moglie
e marito – e lui in un modo o nell’altro finiva sempre col fare la moglie, perché
Susy diceva che aveva degli occhi bellissimi,
Monica che era nata per fare la moglie e basta.
Insomma, gli altri
non ci vedevano nulla di sbagliato e lui – lei? – neppure.
Eppure
suo fratello ostentava ripugnanza per quel suo comportamento. Per lui era tutto
dannatamente sbagliato.
Edward era stato per
lui sempre un modello da seguire, una di quelle persone la cui parola era santa.
Aveva sempre pensato che avesse ragione su tutto – anche quando lo sgridava
non riusciva ad arrabbiarsi con lui, perché se il niisan si adirava, probabilmente
lo era perché era in torto -, ma quella volta, quella
volta soltanto, si sentiva come se le situazioni si fossero capovolte.
E
ci stava male, perché non sapeva come comportarsi.
Era sempre stato il
suo fratellone a tenere le redini del gioco, ma quella
volta sembrava quasi gli fossero cadute di mano, e non avesse voglia di raccogliere
per far ricominciare tutto.
Lui intanto, stava
nei suoi vestitini azzurri, lilla, rosa.
Lui intanto, teneva
i capelli legati in una coda, o in due treccine, o li lasciava liberi nel vento.
Lui intanto, si sentiva
felice.
Con
una minuscola macchia d’olio sul petto, nascosta da un sorriso.
As years go by the feelings inside
Twist and they turn
As they ride with the tide
I problemi
sorsero qualche anno più tardi, nella primavera del suo secondo anno di scuole
medie.
Non
era più un ambiente roseo, anzi. Era passato dai pastelli delle maestre e dalle
voci dolci di decine di bambini alla severità di
un professore e le malelingue dei compagni più grandi.
Aveva smesso
di parlare con suo fratello nel momento in cui era diventato parte integrante
di quella comunità.
“Non ti
voglio avere dietro, ok? Tutto quel che dovevo dire ai tuoi professori
l’ho detto, ora stai buono e vedi di recitare bene la parte come sempre.”
Anche
se cominciava a fargli davvero male, il fatto che suo fratello non lo accettasse.
Alphonse – maschio
o femmina che fosse – aveva sempre conservato nel
cuore quella particolare adorazione per suo fratello. Per quanto lui gli sputasse
odio malcelato, non riusciva a cancellare quel sentimento di calore misto a
pena che provava quando gli tornavano alla mente i ricordi felici della sua
infanzia.
Lui voleva un bene
dell’anima a suo fratello. Niente avrebbe potuto cancellare quel sentimento,
ne era sicuro.
Edward, volente o
nolente, fu l’inizio della sua piccola catastrofe esistenziale.
E
causa del suo crollo, le dita che allargano la crepa.
Aveva gli auricolari
alle orecchie, Al, mentre giocherellava con le monete
davanti a una macchinetta.
Mancavano una manciata
di minuti alla ricreazione, e con premura era sceso qualche minuto prima del
trillo della campana al piano terra per saccheggiare l’aggeggio del cibo meno
spazzatura possibile.
Mugugnava il motivetto
che rimbombava nelle sue orecchie – un ritmo serrato, pesante, di musiche un
po’ cupe per la sua persona – mentre pigiava i pulsanti
sul tastierino.
E
poi, una mano sulla spalla, un sussulto, e l’incrocio con le iridi dorate che
non vedeva così vicine da troppo tempo.
“Alphonse ma mi senti?”
Parole che si confondevano
tra la musica.
Sfilò gli auricolari,
tirando col dito sul filo per farli cadere sul petto gonfio di cotone.
“Niisan?”
Pensavo fossi diventato
sordo.” sentenziò, prendendogli in mano un auricolare,
rigirandolo tra le dita.
“Effettivamente è
un po’ alto… - fece, mentre sceglieva qualcos’altro da mangiare – Il volume,
dico.”
Calò per qualche attimo
il silenzio, rotto dal cadere di una bustina di crackers dal proprio scomparto.
Edward prese fiato.
“… Volevo solo vedere
se stavi bene.”
Alphonse si chinò,
andando a raccattare il suo cibo, alzando di un poco gli angoli della bocca.
Probabilmente si era avvicinato solo perché in giro non c’era nessuno, dubitava
fortemente che stesse cominciando a parlare con lui di sua spontanea volontà.
“Sto bene, niisan.
– mormorò, sollevandosi – Sto bene, non preoccuparti.”
Quello in
risposta lo guardò, squadrandolo da capo a piedi. Aveva una maglia azzurro cielo,
la scollatura ampia che gli abbracciava le spalle. Dai fianchi ancora tondi
cadeva bianca una gonna lunga fino al ginocchio,
e sotto, calze lunghe e scarpe degne della più bella delle bambole.
La campanella suonò.
“Niisan, ti conviene allontanarti.
– fece, sollevando le spalle – Potrebbe vederti qualcuno.”
Si limitò ad
annuire, allontanandosi a passo svelto dalle macchinette.
A dire il vero, in
teoria il pericolo non avrebbe dovuto sussistere. I compagni che venivano dalle
elementari lo conoscevano come ragazzina, mentre gli altri non avevano mai avuto
modo di sospettare della sua sessualità – si vociferava addirittura che qualcuno
le facesse silenziosamente la corte.
Ma
per quanto Edward si premurasse di tenere tutto nascosto, non si rese conto
del passo falso che aveva appena commesso.
Ma
non fu lui a pagarne le dovute conseguenze.
Alphonse fu costretto
a segnare quel giorno come nero pece. O
forse qualcosa di più scuro.
Quello di cui era
certo, era che quella mattina la regola del “non pronunciare il mio nome invano”
era stata trasgredita, e che avrebbe presto avuto la punizione per una colpa
che non era né sua, né di suo fratello.
Con un colpo d’anca
aprì la porta, entrando nello stanzino azzurro. Dalla spalla si sfilò la cartella,
entrando di corsa nella stanza adiacente e chiudendosi la porta alle spalle.
Guardando al soffitto
– ignorando ogni cosa da ignorare come faceva sempre
– fece ciò che doveva fare, per poi sospirare e rassettarsi. Si passò
velocemente le mani sulla gonna, sistemandola, poi prese la tracolla
in mano per uscire dalla stanza, e lavarsi le mani nel lavabo.
Lo scrosciare dell’acqua
copriva appena il vociare del corridoio, mentre il venerdì tanto agognato si
prendeva le vittime del weekend.
Si asciugò le mani
con dei fazzoletti, canticchiando lo stesso motivetto che aveva accompagnato
lo scambio verbale con suo fratello, e non si accorse, alle sue spalle, dello
scricchiolio della porta che si riapriva e richiudeva.
“Ehi, Al!”
“Mh?”
Si voltò piano, mentre
riportava la cartella in spalla.
Davanti a lui, due
ragazzi mal conciati lo fissavano da capo a piedi con un’espressione poco convincente.
I denti appena ingialliti spuntavano sul viso puntellato dalla barba mal rasata.
“Dobbiamo chiederti
una cosa.”
Suo fratello gliene
aveva parlato l’anno prima, quando li avevano beccati
in corridoio e lui si era preso un fischio d’approvazione da parte di entrambi.
Non avevano un curriculum brillante, e puzzavano per gli abiti – sempre gli
stessi – che usavano indossare (una giacca di pelle uno,
pantaloni strappati – forse erano più gli strappi dei pantaloni – l’altro).
Più che per le loro capacità mentali, erano riconosciuti come piccoli terroristi
– piccoli, neanche più di tanto in verità – che saccheggiavano
le ragazzine della loro merenda, o come terribili ricattatori verso i nababbi
dell’istituto, sicura fonte di guadagno per droga, discoteca, sigarette e chissà
cos’altro.
… Sperava solo di
non incappare in qualche guaio, o per lo meno di avere abbastanza centesimi
in tasca da soddisfare le loro esigenze, senza conseguenze.
Strinse le braccia
al petto, abbassando la testa intimorito e cercando
di sostenere lo sguardo dei due per almeno qualche secondo.
“… Sì?”
Non risposero, limitandosi
ad avanzare verso di lui con ghigni poco rassicuranti ad incorniciare i volti.
Fuori
dalla stanza,
il vociare chiassoso degli studenti faceva da tappeto a qualsiasi tipo di rumore.
Suo fratello avrebbe
avuto da aspettare un po’.
Senza staccare gli
occhi dai due energumeni, indietreggiò ad ampi passi, arrivando a toccare con
la schiena il muro divisorio tra il bagno dei ragazzi e delle ragazze.
Segno del destino?
“Io… Non ho molti…
soldi…” balbettò, senza dare contegno alla voce.
“Oh, non preoccuparti
– ghignò uno dei due, poggiando una mano sulla spalla appena coperta del giovane
– Non è per questo che siamo qui… Alphonse.”
Il cuore si fermò,
ribatté con forza, e si fermò ancora.
Due volte nel giro
della stessa giornata, non era affatto positivo.
“Tu non sei una ragazza,
vero?”
E
sbam, due mani grosse come massi si schiantarono sulle sue spalle gracili, permettendogli
di sbattere quante più volte possibili sulle mattonelle fredde che rivestivano
la parete, mentre si dibatteva per liberarsi – ma come fare, con due bestie
del genere?
”L-lasciatemi andare!”
“Non penso proprio…”
La borsa gli scivolò
dalla spalla, andando a rimbalzare sul gomito, limitando i suoi movimenti.
“Non adesso…”
D’improvviso sentì
i suoi indumenti farsi sempre più inutili, mentre nelle sue orecchie rimbombava
il loro fruscio, mescolato al chiasso dell’infinità di adolescenti
che via via andavano verso casa, e le risate dei due, sollecitate dalla sua
paura.
Il suo
nome non gli aveva mai portato niente di buono. Pronunciarlo era come castare
un incantesimo di magia nera. Et voilà, rovinato per sempre.
Non riusciva a
capire nulla, se non la voglia di fuggire che le sue gambe gli chiedevano con
insistenza, nonostante la tremarella le rendesse così poco stabili.
Uno dei due si limitò
a ficcargli due dita in bocca per silenziarlo.
“Sai che sei proprio
un piccolo pervertito…?” si sentì mormorare all’orecchio, mentre gli occhi si
chiudevano con violenza, e le orecchie tentavano di cacciare via ogni rumore.
Sperava solo che suo
fratello venisse a cercarlo.
Gridò non appena sentì
qualcosa di viscido accarezzargli il collo con una lentezza esasperante, la
saliva calda di una bestia scivolargli giù lungo la scapola. E
la sua merenda si rimescolava nello stomaco, come in una lavatrice impazzita.
“A-aiuto, niisan…”
Risero entrambi, mentre
la maglietta si sollevava, lasciando intravedere un seno di cotone. Un clic
dolce sembrò violare quella stanza, e il pavimento si riempì di un soffice bianco,
ridonando al busto di Alphonse la sua naturale piattezza.
Tentò di divincolarsi
di nuovo, le palpebre come incollate, implorando aiuto, invocando suo fratello
a gran voce.
Ma
non faceva altro che suscitare l’ilarità dei suoi aggressori, e stimolarli a
tutto fuorché a lasciarlo andare.
“Mh… ma guarda un
po’ cosa c’è qua sotto…” sentì appena all’orecchio,
e troppe mani scivolavano sul suo corpo, mentre le sue guance si imporporavano,
e vorrebbe aver voluto soltanto essere lontano mille miglia da quel posto.
I polpastrelli ruvidi
del ragazzo dalla giacca in pelle presero possesso
dei suoi capezzoli, cominciando a stringerli con forza, a rilasciarli, ad accarezzarli
e stringerli ancora.
“Hai proprio un bel
corpo, frocetto…”
Scosse la testa, rifiutandosi
di ascoltare.
Poi sentì il rovistare
tra gli indumenti, una cerniera che si abbassava, e una mano pesante sulla sua
nuca.
Una palpata al sedere,
e il cibo nello stomaco ebbe un’altra rimescolata.
“Senti un po’…”
Si fermarono un attimo,
aspettando una reazione da Alphonse che non fece altro che restare immobile.
“Adesso, o apri quegli
occhietti da puttanella o…”
Ancora rovistio, più
vicino al suo orecchio, stavolta.
E poi, qualcosa di
umido gli sfiorò le labbra, le guance e la fronte, lasciandogli addosso
una scia appiccicosa e maleodorante.
“… te lo metto su
per quel bel sederino che ti ritrovi. È chiaro, Al?”
Si morse la lingua,
aprendo lentamente gli occhi e trovandosi davanti un pezzo di
carne irto e bagnato. Rabbrividì, mentre tra le sue natiche si muoveva
un dito grosso almeno due volte il suo indice. Le
sue iridi chiare si sollevarono fino al proprietario di quell’orrido coso davanti
al suo naso, facendo chiaro cenno di assenso, decorato
da un deglutire sonoro.
“Brava bambina…”
Le dita dei
jeans strappati si strinsero alla sua chioma dorata, tirandolo verso di sé per
rimetterlo in posizione eretta.
“Fai il bravo e non
ti succederà nulla…”
L’altro di rimando
rise, tastando le natiche del ragazzo a piene mani, la gonna ormai inutile sopra
la sua vita.
Quando
il ragazzo davanti a sé si rassettò – rimettendo dentro ogni cosa che c’era
da mettere – trasse un sospiro di sollievo. Che si trasformò
ben presto in un sospiro del tutto diverso. La sua mano cominciò a percorrere
la sua coscia, salendo sempre più in alto.
Sfiorò il suo sesso,
e si morse il labbro, trattenendo ogni possibile verso.
La mano grande – ad
occhio e croce avrebbe potuto dire che era il doppio
della sua, se avesse avuto il tempo per pensarlo – lo prese in mano, stringendolo
ed accarezzandolo sopra le mutande azzurre.
Aveva gli occhi umidi,
e cominciava a pensare che non sarebbe uscito ben presto da quella stanza.
“N… Niisan…” pigolò,
sentendosi debole sotto quei tocchi decisi.
“Ti piace, eh piccola
Al…?” commentò, mentre la sua mano si intrufolava
dentro la biancheria, afferrando il membro di Alphonse tra le sue dita.
“Lasciatemi… vi… vi
prego…”
Dietro di lui, il
compagno muoveva velocemente il bacino avanti ed indietro, lasciando al ragazzo
la spiacevole sensazione di qualcosa di spaventosamente grande e duro muoversi
sul suo sedere.
“Piccolo frocio…”
sentì vociare al suo orecchio, mentre la presa attorno al suo pene si faceva
più leggera, le dita cominciavano a fare su e giù per l’asta.
Si morse le labbra,
singultando, mani sul suo corpo che continuavano a schiaffargli in faccia la
verità.
Strinse sempre più
forte i denti, implorando il cielo che nulla uscisse dalla sua bocca glossata.
“Sai, Al… Sta diventando
duro…”
Ancora l’eco delle
loro risate rimbalzò sulle pareti gelide del bagno, violentandogli le orecchie.
“Ahn..
A… aiuto… niisan…”
“Piantala
di chiamarlo. – sentenziò quello, aumentando il ritmo sul suo pene – Lui non
ti vuole, ti odia sai?”
“No…”
“Oh si
invece… - e due lingue scorsero veloci sulla sua pelle bianca – ti odia, tanto
tanto tanto, Alphonse…”
“Non… è
vero, smettila…”
“Neanche per scherzo…”
Strinse gli occhi,
sentendo un conato bussargli alla bocca dello stomaco. Sentì uno schiocco di
lingua, e sobbalzò quando da dietro, le mutande scivolarono
sotto il sedere, lasciando che le dita del ragazzone dietro di lui viaggiassero
tranquillamente vicino alla sua entrata.
“Te lo avevo detto,
Al. Niente occhi chiusi.”
“NO!” urlò, aggrappandosi
alla giacca di pelle di quell’essere viscido, cercando di spingerlo lontano
da sé, mani forti che da dietro lo stringevano in
vita.
“Piantala,
puttana!”
“NIISAN, NIISAN!!”
“Tienilo fermo, Nelson,
adesso lo faccio stare zitt-“
“NIISAN, AIUTO, NIISAN,
NIISAN!”
Di nuovo il rumore
della cerniera che si abbassava, e mani soddisfatte che entravano dentro la
sua biancheria, tirando di nuovo il suo sesso eretto
e pulsante.
“LASCIAMI! NIISAN!”
E
poi sbam.
Ignorò cosa successe
nel primo minuto dopo quel forte rumore. Riuscì solo a liberarsi dalle mani
dei due e a sentirsi improvvisamente sporco, mentre le sue mani andavano ad
abbassare la maglia, per poi sollevare le mutande mentre
tutto appariva dannatamente sfocato.
Si guardò le mani,
una macchia rosa in mezzo all’azzurro delle piastrelle attorno a lui.
Voleva gridare, correre,
scappare via. Voleva sbarazzarsi di ogni cosa sbagliata,
di ogni parte del corpo inutile, di ogni cosa che non lo facesse sembrare sé
stesso.
E poi, la voce uscì
di nuovo dalla sua gola, come un fiume in piena.
Quando
due mani si poggiarono sulle sue spalle, perse il senno per qualche istante.
Sì voltò di scatto, spingendo lontano chiunque fosse
da sé.
“Al,
sono io calmati!”
E
il mondo si fermò per un attimo.
“Lui non
ti vuole, ti odia sai?”
“N-nii…?”
Lo fissò dritto nelle
iridi dorate, mentre la figura di suo fratello si avvicinava piano a lui. Ci
mise un po’ a sentire lontane le risate dei suoi aggressori – nemmeno si era
accorto di quando avessero lasciato la stanza.
“Alphonse…?” mormorò
quello, avvicinandosi a lui, chinando appena le ginocchia e tentando per la
seconda volta di stringergli le spalle.
Ti odia.
Il suo odore faceva
a pugni con lo sporco che si sentiva fastidiosamente addosso.
Ti odia…
“Nii…san?”
Gli strinse una spalla,
attirandolo piano a sé.
Ti…
“NIISAN!”
Si
fiondò letteralmente sul suo petto, cercando disperatamente la sua maglia da
stringere fra le dita.
Gli spasmi scuotevano la sua schiena, la voce altalenava tra un singhiozzo e
l’altro, mentre sentiva le braccia di Edward stringerlo
forte, nell’inutile tentativo di calmarlo.
”Al… Al, calmati… Cristo…”
“Niisan…”
“Qualcuno mi aiuti!
– fece, voltandosi verso la porta, sperando che un bidello, chiunque,
sentisse la sua voce – Calmati Al, adesso ti porto
via…”
“Non…”
Strinse ancora più
forte la camicia bianca, Al, sfregando la fronte
sul petto del fratello maggiore.
“Non odiarmi… Ti prego
non…”
Edward gli baciò la
fronte, consapevole che ogni cosa che avrebbe detto o fatto sarebbe stata del
tutto inutile.
An end to the tears
And the in-between years
And the troubles I've seen
Smise
di andare a scuola da quel giorno.
Come se fosse una casa diroccata, o un ospedale dimesso dove la morte s’era
portata via tutti, pazienti e medici.
Edward aveva provato in mille modi a farlo uscire
di casa.
Tuttavia, i risultati furono decisamente scarsi.
O praticamente assenti, dipende dai punti di vista.
Eppure,
fuori il sole
sovrastava ogni cosa, caldo nel mese di maggio.
“Alphonse…”
“Alphonse, ascoltami, non…”
“No.”
Non metteva piede fuori dalla sua casa da diverse
settimane, ormai. Si permetteva appena di sbirciare fuori
dalla finestra, senza smettere di aver paura di ogni cosa, mentre il
resto del tempo veniva occupato dalla televisione o dal bagno.
Edward poteva ricordare, in quel lasso di tempo,
che Alphonse aveva accettato di accompagnarlo almeno a fare
la spesa solo una volta, qualche settimana prima, quando era restato a casa
per fargli compagnia.
Giusto perché a quell’ora i suoi compagni erano tutti
in classe, o al massimo da qualche altra parte a fumare qualcosa di poco legale.
Ma poi, mai e poi mai si era sognato di mettersi addosso
qualcosa di appena presentabile, perché lui, da quel posto, non avrebbe
messo più piede fuori.
Ed
Edward non sapeva davvero cosa fare. Ormai mancava un mese alla fine della scuola,
poi avrebbe avuto gli esami di accesso alle medie
superiori, quindi poteva permettersi davvero poche assenze.
Alphonse scuoteva
la testa e gli diceva sempre di non preoccuparsi, che sarebbe stato bene in
compagnia della tv.
Batteva un caldo sole
primaverile, fuori da quelle mura. Ma ad
Al non importava.
Sì, stava bene dov’era.
“Vado
da Joshua a studiare un po’ per l’esame, ok?” gli aveva detto quanto l’orologio
aveva segnato le quattro e venti.
Non si sentiva intimorito quando stava solo. La televisione
era nonostante tutto di buona compagnia, e se proprio non voleva vedere altre
figure in movimento oltre alla propria, si alzava e andava in camera a leggere
un buon libro.
Ma
quel giorno prese una piega inaspettata.
Non era solito pensare.
Nel senso, non che fosse stupido, ma se ne precludeva la possibilità per non
vedere cose spiacevoli. Era sempre altamente tentato dal lasciar fluire
i suoi pensieri, ma sapeva che non lo avrebbero portato a nulla di nuovo.
Ma
quel giorno prese una piega inaspettata.
Prese il telecomando, e spense la televisione.
Si abbracciò le ginocchia, sistemandosi sul divano e poggiando la fronte sulle
gambe, mentre il labbro inferiore veniva torturato
dagli incisivi candidi.
Lu- Lei aveva le mani affusolate – dita che avrebbero fatto
invidia ad un pianista, ed unghie impeccabili, la luna bianca che si elevava
appena sopra il polpastrello. Lei aveva un viso tondo, e pelle
liscia e curata – Winry le aveva insegnato ogni cosa
su come ben mantenersi, su come applicare fondotinta e fard e tutte quelle cose
in modo corretto, senza tracciare linee extra lungo il mento. Lei
aveva dei capelli brillanti, che le sue compagne di classe invidiavano – erano
sempre mille mani che le sfioravano la chioma, a chiedersi sempre come facesse
a tenerli così bene e lisci e perfetti.
Colpa di madre natura. Non aveva mai usato nulla di strano – a
meno che il suo shampoo non fosse geneticamente modificato – e ancora
non riusciva a capire cosa fosse questa piastra di cui tutte l’accusavano manipolatrice.
Lei
era davvero carina e gentile con tutti. E non per
falsità o modestia, ma perché semplicemente le veniva naturale.
Lei…
“Mh… ma guarda un po’ cosa c’è qua sotto…”
Lei era in un
corpo troppo scomodo per continuare a stare in quel
posto. Lei si ritrovava con troppe
cose in più, e troppe cose in meno, che il cotone o le gonne ampie non avrebbero
mai rimpiazzato o compensato.
Lasciò scivolare la mano giù fino all’inguine, toccandosi con paura dove già
qualcuno lo aveva fatto per lui.
No, non era sparito, per quanto avesse pregato, no.
Era ancora lì, basso, piccolo, fastidiosamente presente.
Sentì un dolore acuto alla tempia, e ritrasse la mano, fissando il vuoto oltre
le sue ginocchia.
Lei era una bambina carina, dal nome troppo piccolo per
capirne il sesso.
Ma bastava denudarla
delle sue protezioni per capire che ogni cosa fino a quel momento era stata
una bugia fin troppo ben architettata per un bambino.
Malissimo.
Ma
in fondo, forse...
Si mise in piedi,
guardandosi attorno.
L’occhio cadde all’orologio,
che segnava le sette passate.
Suo fratello non sarebbe
tornato prima di mezz’ora, con tutta probabilità sarebbe riuscito a far ciò
che si era messo in testa di fare in poco meno di dieci minuti, senza conseguenze.
La testa era piena
di nuvole e gingilli color caramella, i suoi piedi
avvolti nei calzettoni di cotone si muovevano da soli prima verso la cucina
– fruga nei cassetti, alla ricerca di una compagna di salvezza – poi nel bagno.
Poggiò il compagno
sul lavello, mentre freneticamente sbottonava la gonna, lasciando che le
cadesse lungo i fianchi, sentendo il dolce tessuto
che accarezzava appena la sua pelle diafana. Deglutendo, prese l’elastico delle
mutande, lasciando che anch’esse facessero il suo viaggio verso il pavimento,
e finalmente si trovò nuda dalla vita in giù.
Una parte estranea.
Un parassita che gli avvelenava la vita.
Non è
difficile, basta fare veloce e tutto sarà passato.
Si diede due colpetti
sulle braccia.
“Forza, Al.”
Con una mano avvolse
l’oggetto della discordia – di quella sua interna, di quella che probabilmente
turbava anche Edward -, con l’altra l’aiutante benefattrice.
La mano tremava insicura,
mentre teneva il manico di quella roba affilata e brillante che gli aveva sempre
messo paura.
Ma
cosa poteva fare? Togliendo di mezzo quel pezzo di carne, sarebbe stato perfetto,
anche se senza seno.
Lo avrebbe amato.
Lentamente, lasciò
che la lama fendesse l’aria, avvicinandosi sempre più a quel pene ingombrante
che forse qualcun altro avrebbe desiderato avere.
Scendi
e taglia, scendi e taglia, scendi e…
Zac. Pochi millimetri
e già si sentiva male, il dolore pulsare veloce dal ventre fino al petto, e
poi nel resto del corpo.
La mano gli schizzò
letteralmente in alto, e la sua voce coprì ogni rumore, mentre l’altra che ancora
reggeva il membro si facevano appena rossastre, un colore che andava intensificandosi
sempre di più.
Urlava a squarciagola,
come se potesse aiutarlo a fare qualcosa. Come se servisse a scaricare il dolore
fisico, assieme alle lacrime che aveva tenuto dentro troppo a lungo.
Plic,
plic, plic.
“AL!”
Si voltò, il tempo
di vedere una testa nera corrergli incontro, poi tutto si fece bianco, e sentì
un fischio riempirgli le orecchie.
Pum, a terra.
I'm starting to grasp
What is in my own hands
“Al,
mi senti?”
“Al…?”
Sì voltò verso la
fonte della voce, cercando di metterlo a fuoco.
“Nii… san?”
Sentì due mani premere
forte sulle sue spalle, facendolo affondare ancor di più in quel che si rese
conto solo in quel momento essere un letto.
“Sei un cretino! Ti
rendi conto che potevi farti male sul serio?”
Spalancò di colpo
gli occhi, spaventato, mentre con le mani avvolgeva i polsi del fratello. Stava
in piedi di fianco al letto, con le guance pallide e gli occhi rossi e umidi.
“Ma sei andato fuori
di testa? Devi smetterla, Al, smettila!”
“Mi… mi fai male, niisan!”
“Volevi tagliarti il… il… Sei uno stupido Al, uno
stupido, cazzo!”
Allentò la presa, stringendo e rilassando quasi senza controllo le dita.
“Uno stupido…”
Lasciò che le braccia scivolassero fino a stendersi sui fianchi, mentre il viso
cominciava ad inumidirsi con una velocità disarmante.
“Niisan, non…”
“Smettila, Alphonse.”
Dalla sua posizione, Alphonse vedeva sobbalzare il petto del fratello in modo
spaventoso – sembrava il mento grasso di una rana che gracchia
per puro istinto. Sapeva quanto per lui fosse umiliante
doversi abbassare a buttare giù delle lacrime – non lo faceva da quando la mamma
era morta, non lo aveva mai fatto da quel giorno, neanche una volta, neanche
quando era caduto dalle scale e si era rotto un piede, neanche quando si era
scottato nel tentativo di preparare un piatto di pasta.
Portò lo sguardo alla fine del letto, osservando interessato la punta dei suoi
piedi.
“Smettila di metterti addosso fronzoli e… e cose
da donna! Smettila!”
“No.”
“Perché?!”
“Perché no.”
“Tu non sei una donna, Alphonse! Sei un maschio! Accidenti!”
Gli incisivi affondarono sulle sue labbra rosee, le braccia
tornarono a stendersi lungo i fianchi.
“Non… non capisci niente…” sussurrò.
Ed
Edward percepì quella frase come una pugnalata al petto.
Perché
era assolutamente vero.
Perché non riusciva a spiegarsi nessuno dei comportamenti
del suo fratellino. Perché aveva permesso
che tutto andasse avanti, prima che arrivasse ad una cosa simile, prima che
cominciasse davvero a stare male.
Non capiva perché Alphonse continuasse a mettere ballerine e minigonne. E
in verità, non aveva mai voluto capirlo.
Lui non era come Winry.
Lui non si era mai abituato all’idea di un fratello che faceva la sorella.
“Non capisci… niente…”
ripeté, come per convincersene.
Edward lo fissò in
viso per qualche istante, sperando che anche lui facesse la stessa cosa. Ma
lo sguardo di Al rimase impantanato sui suoi piedi,
sulle gambe coperte dal lenzuolo, su tutto fuorché su di lui.
“… Scusa.”
Gli voltò le spalle
e uscì dalla stanza, chiudendo lentamente la porta.
E
stavolta, il silenzio si limitò ad essere disturbato da un grido di dolore,
e da lacrime silenziose contro l’ebano nero che li divideva.
*
Si rese conto solo
in quel momento di quanto fosse difficile non sentire la sua voce, o vedere
il suo viso sorridente – poco importava se fosse
velato dall’ombretto, se il mascara facesse diventare i suoi occhi più grandi
di quanto già non erano.
Lo aveva ignorato
per anni, fino a qualche settimana prima. Si rese però
conto che era stato possibile soltanto grazie alla sua irrilevante – e
costante – presenza. Non sarebbe stato così facile fare finta che fosse uno
sconosciuto se non gli fosse stato, in un modo o nell’altro, sempre tra i piedi.
Ed erano tre giorni
ormai, che suo fratello stava disteso su un fianco, a guardare fuori
dalla finestra mentre lui gli portava da mangiare. Ed
era una tortura vederlo indifferente alla sua presenza.
Si sentì come dilaniato
dal senso di colpa.
Gli parve quasi di
provare quello che probabilmente Al aveva sentito
dentro per tutto quel tempo, grazie alla sua ignoranza.
E
l’altro aveva resistito fino a quel momento, mentre lui cedeva come un pezzo
di vecchio intonaco ammuffito.
Si trovava davanti
alla porta, in quel momento.
Entrare o non entrare?
“…Al?”
Silenzio.
Tre giorni che non
sentiva la sua voce ancora immatura.
“Alphonse?”
“Sto entrando…”
Possibile che tutta
l’importanza che suo fratello aveva per lui si stesse concentrando tutta in
quel momento?
La porta cigolò, fastidiosa.
I suoi occhi scrutarono l’ambiente circostante – nessuna
variazione da quella terribile sera.
Silenziosamente gli
si avvicinò, poggiandogli una mano sulla spalla e scuotendolo appena.
“Al?”
Nessuna risposta.
Ancora.
”Alphonse, per favore…”
Le gambe del più giovane
si agitarono sotto le coperte, mentre il resto del corpo si voltava per guardare
il viso di Edward. Un semplice sguardo per chiedergli
che cosa volesse ancora.
“Al io…”
Io cosa?
Aveva per lo
meno guadagnato la sua attenzione. Ora doveva solo dimostrarsi di aver fatto
bene.
Si sedette sul ciglio del letto,
poggiando le mani sulle ginocchia e sospirando pesantemente.
“… Io voglio capire.”
Il fruscio alle sue
spalle divenne più intenso, più movimentato, ma non ebbe il coraggio di voltarsi.
“Voglio capire, Al.”
Era teso come una
corda di violino, e aveva paura della verità. Non sapeva cosa aspettarsi, se
avesse davvero voluto sentire quello che il quattordicenne aveva da dirgli.
Eppure,
avrebbe dovuto iniziare a fare il fratello già diversi anni prima, con la morte
della loro mamma.
Quindi meglio prendere
in mano le redini della situazione, prima di precipitare nel drastico.
“… Davvero?”
“Davvero.”
Silenzio.
“Niisan, quando ero
piccolo, per me era solo un gioco. Un gioco stupido, ma mi divertivo. Le bambole
di Winry erano davvero belle, e i loro abiti pure. Mi piaceva stare con Winry.
Non che stessi male con te, niisan, davvero. Ma non
mi sentivo mai a mio agio, coi tuoi amici. Con Winry
sì.”
Al
guardò fuori dalla finestra, i piedi che nel fondo
del letto roteavano dal nervoso e il labbro che ormai era diventato poltiglioso.
“All’inizio
era strano, perché era completamente diverso da quel che facevo prima. Anche
se tu mi ignoravi sempre, quando giocavamo fuori…
io avevo sempre fatto le cose che facevi tu. E invece
quella tu non l’hai mai fatta. Anzi. Però… forse era la prima volta che ti
interessavi a me.”
Edward si passò la
mano sulla fronte, sospirando e guardando il soffitto.
“Mi ricordo che quando
andavo a giocare con Winry e tu stavi a casa, ci
stavi male. Lo vedevo dalla tua faccia. Ed ero contento.
Non per cattiveria, ma perché sembrava ti interessasse
qualcosa di me. Ma non mi hai mai detto nulla, e io ho continuato. Poi sì, è
morta la mamma e… forse mi ha dato una spinta in
più. Mi sentivo come lei, quando mi vestivo così. Però
poi hai cominciato ad evitarmi e…”
Non sapeva se volesse
sentire davvero il continuo. Deglutiva aria a vuoto e sentiva le mani madide
di sudore.
“Sai,
niisan, in verità a me piace vestirmi così. Ma non
perché voglio essere una femmina, o mi piace essere… strano, come dici tu.
– ridacchiò, nervoso. – Lo so anche io che sono strano. Ma, ecco…”
Non andare avanti, Al, non andare
avanti.
“Io volevo che
tu non ti vergognassi di me.”
“Io non mi sono mai
vergognato di…”
“Sì invece, niisan.
Altrimenti non mi avresti mai evitato, da quando
la mamma è morta.”
Di nuovo silenzio.
“Io volevo soltanto
tenerti la mano. Volevo camminarti vicino e sorridere e scherzare con te. Senza
che nessuno ti dicesse cose cattive dietro.”
Ich.
“Volevo solo attirare
la tua attenzione, farti il più possibile vicino a me, e poterti stare accanto
come faceva la mamma col papà.”
“Alphonse…”
“Perché
a me sei sempre piaciuto, tanto. Sei sempre stato il mio esempio da seguire,
e tutte quelle cose stupide che pensano le ragazzine innamorate! – rise, grattandosi
la testa, mentre una lacrima scivolava veloce sulla sua guancia rossa – Certo,
alle elementari non lo capivo. Ma stavo male quando
mi dicevi di starti lontano perché ti vergognavi, quando io speravo che vestirmi
come una femmina sarebbe servito a realizzare in qualche modo la mia fantasia.”
Edward si voltò lentamente
verso il fratello, cercando disperatamente il suo guardo.
Ma lui era perso ad osservare il sole calare dietro
le case, dalla finestra grande di fianco a lui.
E
vedeva perle chiare cadere sul lenzuolo.
“So che… non è giusto.
Credo di averlo capito. Non ti sto chiedendo di amarmi, o di tenermi il gioco,
o non so cosa. Però, almeno…”
Si voltò totalmente
abbracciandogli le spalle e stringendolo forte contro il petto.
“Almeno… potresti volermi
un po’ di bene?”
Aveva l’impressione
che il suo cuore stesse per schizzare via da un momento
all’altro.
“Perché
non me lo hai detto prima, Al? Perché?”
“Perché
non volevi sentirlo, niisan.”
“Mi dispiace…”
“Non è colpa tua…”
“Mi dispiace, Al,
mi dispiace, mi dispiace, mi…”
Alphonse sollevò le
braccia, andando a stringere quelle del fratello maggiore.
Non desiderava avere
un contatto più profondo di quello che sentiva in quel momento: gli era sempre
stato lontano quel calore, quell’amore che Edward
gli stava dando in quel momento. Gli era stato negato per talmente tanto tempo,
che anche un abbraccio gli sembrava qualcosa di eclatante,
di immenso.
“Ti amo, niisan…”
disse, combattendo contro la tristezza che aveva addosso per sorridere.
Edward non gli rispose,
limitandosi a sciogliere sulla sua guancia un bacio a fior di labbra.
Si sentiva bene, sotto
quel calore. Si sentiva protetto e amato quanto bastava.
Per la prima volta.
“Prova
questo!”
"Ma
è largo!”
Prese tra le mani
una maglia rossa, grande quasi il doppio di lui.
“Niisan, non mi starà
mai!”
“Provala, su! E
se non ti stanno andremo a comprare qualcosa di nuovo, ok?”
“D’accordo, d’accordo!”
“Dovrò
abituarmi a tutto, lo sai. Ma non voglio che
tu continui a stare male. Non voglio che ti accada più nulla di brutto, che
la gente ti dia fastidio.
L’abito non fa il monaco vale, in questo caso?
Non è importante che tu ti vesta da donna per starmi vicino. Non è con un vestito
che i miei sentimenti cambieranno, che ti vorrò più o meno
bene. Potrai stringermi la mano per strada senza far finta di
essere qualcun altro. Potrai fare ogni cosa che vorrai senza smettere
di essere te stesso, senza smettere di essere Alphonse
Elric.