Sì, esisto ancora XD Purtroppo sono in pieno periodo esame – e anche in pieni casini, considerando che ho un esame lunedì e se so il 5% delle cose da sapere mi ritengo fortunata ;D Anticipando vi dico che è una Elricest one-side, anche se il finale è abbastanza aperto. Ovviamente il one-side è da parte di Al (come al solito quando si tratta di fic made in Nacchan XD)
Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno commentato la drabble pubblicata qualche tempo fa nella sezione originals (per chi volesse leggerla la trova qui), e anticipatamente tutti coloro che commenteranno questo parto *inchino*
Ovviamente, è la fic che mi apre le strade alla sfida sul Violator dei Depeche Mode indetta da Makichan sul forum di EFP!
Non avendo altro da dire – se non perdono per la scarsa presenza – vi lascio alla fic e vi ricordo che le risposte ai commenti saranno pubblicate qui. <3

I don't understand
What destiny's planned
I'm starting to grasp
What is in my own hands
I don't claim to know
Where my holiness goes
I just know that I like
What is starting to show

Depeche mode – Clean

 

Alphonse era un bel bambino.
Aveva le guance tonde e rosse come due mele, le labbra color pesca perennemente umide e mangiucchiate. Aveva preso il vizio, fin dalla più tenera età, di molestare coi denti il labbro inferiore, per poi passarci sopra la lingua nel tentativo di calmare il bruciore.
Alphonse era un bel bambino.
I suoi capelli erano piccole spighe di grano libere di ondeggiare al vento, e i suoi occhi ambrati, grandi e luminosi, amavano scrutare e analizzare ogni minima cosa, perché era piccolo e curioso, e amava imparare da tutto quello che lo circondava.
Alphonse era un bel bambino.
Adorava suo fratello come fosse un dio. Nonostante i pochi centimetri che li separavano – e a dire il vero tutti in famiglia erano sicuri che presto Edward sarebbe stato superato – a lui sembrava grandissimo, e fortissimo. Lo ammirava con lo sguardo fiero di chi può vantare una persona speciale affianco a sé.
Alphonse era un bel bambino.
Finché non decise che il fango non gli piaceva più.
E decise di essere una bambina.

#9 Violator - Clean; In my shoes.

Edward non era mai riuscito a dimenticare quel giorno, perché per lui era stato un piccolo trauma.
Fino a quel momento il suo fratellino era sempre stato insieme a lui, e la cosa a dire il vero gli seccava un po’.
Era come sentirsi privati del proprio tempo.
Si vantava però con i suoi amici di avere quello che lui amava definire un piccolo seguace – un piccolo schiavo, sulle sue labbra – fedele come un cane e servizievole come un domestico, a cui tutto si poteva chiedere perché sempre gli sarebbe stato dato. Rimembrava con nitidezza i suoi occhi che si riempivano di lacrime quando lui alzava troppo la voce per la troppa vicinanza, così come i sensi di colpa che lo attanagliavano – sempre e comunque dopo la fine delle lunghe giornate coi suoi amici a giocare sulle colline.
Però alla fine se la cavava sempre con poco.
Alphonse era sempre stata la sua ombra, lo seguiva persino quando andava al bagno, o quando andava a togliere il bucato dalla lavatrice per aiutare la mamma nelle faccende di casa, perché magari poteva servire una mano.
Insomma, vedeva lui e lui soltanto.
Finché non arrivò quel giorno.
Edward era chino sugli esercizi di matematica, intento a creare prese d’aria nel suo cranio con la gomma della matita conficcata nelle tempie, quando udì il rumore di passi frettolosi sulle scale.
Il faccino tondo di Alphonse sbucò all’improvviso, mentre veloce prendeva le scarpe e le infilava ai piedini.
“Al?”
“Sì, niisan?”
Dove… vai?”
Era la prima volta che vedeva Alphonse prendere l’iniziativa.
Di solito doveva sempre guardarlo con gli occhi luminosi, e implorare silenziosamente di poter giocare con lui e i suoi amici, o comunque anche solo di poter passare il suo tempo in sua compagnia – e sì, anche a farsi maltrattare.
Ma sinceramente non era questo che lo turbava.
“Da Winry!”
Era più fastidioso che lui non fosse stato invitato.
E… cosa vai a farci?”
“A vedere la sua casa di bambole!”
E crack.
Piccola, quasi invisibile, ma presente. Una crepa sottile e impossibile da vedere.
Mentre Alphonse si dedicava ai lacci delle scarpe fischiettando un motivetto, Edward non riusciva a riportare a congiunzione mandibola e mascella, bella e spalancata, resa totalmente inutile dalla sua volontaria apnea.
Ma… è una cosa da femmine!”
Calcò eccessivamente l’ultimo termine, dandogli quasi una connotazione dispregiativa. Qualche anno prima, Winry l’aveva convinto a prendere in mano una brutta imitazione plastificata di un uomo per farlo unire in matrimonio con una bionda ossigenata – con cui la bambina amava identificarsi; peccato le mancassero gli attributi per assomigliarle in tutto e per tutto.
Era pronto a ricordare lo spiacevole evento al fratellino – tutto, pur di salvarlo da un viaggio di nozze in un luogo dal nome improponibile, tutto pur di non vedersi portato via il suo orgoglio maggiore (neanche tanto l’avere un fratellino così carino, ma l’avere una persona sempre disposta ad essere presente in ogni momento e in qualunque situazione) – ma fu nettamente anticipato, e non gli venne concesso il privilegio di proferire parola.
“A me non sembra brutto.” borbottò, battendo le punte delle scarpe sul pavimento.
Poi corse da Edward, stampandogli un bacio sulla guancia.
Torno per cena, dillo alla mamma, ok?”
E scomparve, chiudendo la porta d’ingresso e lasciando cadere silenzio e sbigottimento insieme.
Ricordava perfettamente il profilo di quella giornata, la primavera che piano si scansava per far spazio al sole cocente dell’estate.
Lui aveva compiuto da mesi sette anni, mentre Alphonse, ancora piccolo e paffutello, si avvicinava alla soglia dei sei, zampettando allegramente e sorridendo ad ogni persona gli passasse affianco.
Che nonostante la loro tenera età uscissero da soli non era il frutto della disattenzione della loro genitrice: la cittadina nella quale vivevano – un paesino di campagna che non contava neanche mille abitanti, a una quarantina di chilometri dalla capitale – era così pacifico che anni e anni di noiosa tranquillità avevano fatto sì che venisse bollato come sicuro al cento per cento.
Winry abitava nella casa affianco alla loro.
E ora il suo fratellino era dentro quell’abitazione, intendo a toccare corpi finti di donna.
A me non sembra brutto! – lo scimmiottò, portandosi le mani alle guance e sbuffando – Quando tornerà a casa sarà pentito di esserci andato e di non essere rimasto con me…”
Ma così non fu. quel giorno, né gli altri a venire.
Quella sera – così come le altre che la seguirono – Alphonse sembrava essere elettrizzato dalla nuova esperienza. Mentre le sue orecchie si riempivano di case, rosa, bambole, bellissimo, il viso di Alphonse si faceva sempre più luminoso, incorniciato da un sorriso che al momento trovava decisamente fastidioso.
In poco tempo, e per alcuni mesi, Alphonse smise di essere il compagno di giochi di Edward, e se da una parte appariva come una liberazione, dall’altra non poteva che provocare al maggiore una certa nota di irritazione.
La cosa gli rodeva non poco, in verità. Era come avere perso un pezzo di sé – appiccicoso, fastidioso dannatamente infantile, ma sempre suo era, insomma! -, e non sentirsi più tirare la maglia con insistenza gli faceva provare una sensazione di vuoto, che spariva quando giocava coi suoi amici per ricomparire poi quando rincasava, Alphonse seduto davanti alla televisione dopo un pomeriggio a casa di Winry.
All’inizio pensava che il suo fratellino – cinque anni passati fra litigi sul fango e risate all’aria aperta, una vita non male per un bambino, tutto sommato – fosse semplicemente inceppato nella trappola amorosa.
Insomma, vedo una mamma e un papà innamorati, di conseguenza mi innamoro anche io.
Tutto questo avrebbe spiegato il perché di tutte quelle giornate passate a casa sua davanti a una cosa per bambine come una casa delle bambole.
Che poi erano anche brutte.
Scoprì qualche tempo più tardi di aver totalmente frainteso il suo comportamento.
Alphonse non parlava mai di Winry. Non si confidava mai con lui, tanto meno con la loro mamma su quanto la bambina fosse adorabile, di quanto lucenti fossero i suoi capelli biondi e di quanto i suoi occhi somigliassero al cielo.
Semplicemente perché non gliene importava niente.
Smise di pensare all’attrazione bambina per Winry quando un giorno vide sul suo viso una striscia di colore rosa shocking scivolare dolcemente sul labbro inferiore, un po’ sbavata sui bordi.
“Mamma, mamma, guarda!” gridava sull’uscio di casa esaltato, mentre agitava le braccia nell’aria.
La donna corse subito verso l’ingresso, pensando che il suo bambino fosse caduto e si fosse fatto male da qualche parte.
Invece, quando incrociò i suoi occhi, sorrise sorniona, inginocchiandosi davanti a lui e passandogli un dito sulle labbra.
“Alphonse, che avete fatto tu e Winry, eh?”
“Mi ha messo il rossetto, mamma! – rise, battendo le mani. – Io all’inizio non volevo, però poi stava per piangere, e l’ho accontentata! E me ne ha messi tanti e di tanti colori!”
Edward rimaneva sempre ad osservare il suo fratellino da lontano, in quel momento più delle altre volte.
Era decisamente attonito.
Forse un po’ turbato.
Insomma, lui aveva sempre pensato che nel corpo di Alphonse ci fosse qualcosa che non andasse. Quegli occhi enormi, le guance paffute, lo avevano reso sempre molto più simile ad una bambina che non a lui ch’era suo fratello.
Ora che lo vedeva con del colore sulle labbra – messo male, di un colore spaventoso, ma sempre sulle labbra – il suo pensiero sembrava cominciare a prendere forma.
E un po’ ne aveva paura.
Lo aveva detto anche a sua madre, una sera di quelle che ormai passavano spesso insieme, che secondo lui non era normale che Al si divertisse tanto con Winry e che lei avrebbe dovuto fare qualcosa.Ma lei semplicemente soprassedeva, perché in fondo era ancora un bambino, e per quanto strano fosse, poteva essere un semplice manifestarsi del suo infantilismo.
Eppure, Edward non capiva. Insomma, per quanto si atteggiasse a ragazzino alle soglie dell’adolescenza, era cosciente di essere ancora un bambino. Eppure lui non aveva mai provato l’irrefrenabile pulsione di esplorare l’universo femminile così come invece stava facendo il suo fratellino.
Tentò di convincersi delle parole di sua madre.
Ma non passò molto tempo da quando poi ogni sua supposizione rimasta sopita cominciò a prendere forma.

*

La loro mamma morì.
Un cancro scoperto troppo tardi aveva divorato nel giro di poco tempo il suo seno, diffondendosi agli altri organi quando ormai non c’era più niente da fare.
E loro rimasero soli, senza una figura materna che potesse guidarli fino alla soglia dell’indipendenza. Il loro padre, semplicemente non esisteva. Nessuno dei due ricordava di averlo mai visto, in sette e sei anni di vita.
In quel periodo, Alphonse smise di giocare con Winry, smise di parlare di trucchi e bambole e smise di sognare ad occhi aperti. L’unica cosa che era capace di fare consisteva nel piangere e nello scivolare dentro il letto di suo fratello maggiore, che altro non poteva fare che abbracciarlo e confortarlo.
La mamma non c’era più.
E mentre il tempo passava, i due fratelli furono costretti moralmente ad avvicinarsi sempre di più.
Edward pensava che l’unica cosa positiva della morte della loro genitrice fosse il fatto che Alphonse avesse smesso di pensare come una bambina (Aveva riguadagnato la sua attenzione – e ora non faceva una piega quando lui gli si avvicinava, perché per quanto gli risultasse molesto, non poteva proprio trattarlo male in un momento come quello).
Cosa completamente errata, si corresse poi.
Era un caldo giorno di giugno, e lui si raggomitolava nel letto, il sonno turbato dal caldo che prepotentemente insidiava le sue membra. A svegliarlo non furono tanto le vampate di calore, quanto il ridere felice di suo fratello poche stanze più avanti.
Ma cosa…”
Le sue orecchie vennero invase con prepotenza dal rumore di passi scadenzati, sottofondo di quella melodia scomposta che era la risata di Alphonse.
“Niisan, niisan, guarda!” gridò quello, ancora a metà strada.
Edward fu percosso da un brivido, al rimembrare quale situazione avesse presentato a sua madre pochi mesi prima con quella stessa frase.
E di fatto, ciò che vide non si discostò molto da quella volta, anzi.
Forse era anche peggio.
“Alphonse, che diavolo…” bisbigliò a bassa voce, mettendo a fuoco la sua figura, mentre una sagoma rosa si piazzava davanti ai suoi occhi.
E allora capì che ogni cosa ponderata fino a quel momento era ben giustificata.
Mentre il sorriso bianco spiccava nuovamente sul suo viso dopo un mare di lacrime, sul suo corpicino di bambino cascava dolcemente un abito di un colore troppo forte per essere apprezzato. I passi irregolari che poco prima aveva udito erano stati provocati da scarpe col tacco troppo grandi per i suoi piedini.
“Guarda niisan, sono la mamma!” disse, piroettando su stesso.
“Toglili!”
Sì destò di colpo, inorridito dalla figura minuta indossante quell’abito appartenuto all’adorata madre. Allungò due passi e lo raggiunse, mettendogli le mani alle spalle e scuotendolo con forza.
”Toglili Alphonse, toglili! Sono della mamma!”
“Niisan, mi fai male!”
“Toglili!”
Era il dolore doppio che gli avvolgeva il cuore a passo calzante. Vedere suo fratello in quello stato impossibile, e dover gestire la perdita della genitrice per entrambi.
Lo scosse con più forza, affondando le dita nelle sue carni.
”Niisan – implorò il più piccolo, sentendo gli occhi gonfi di lacrime – niisan, niisan!!
“Levali Al!”
E un urlo fanciullo gli trapanò le orecchie, seguito da singhiozzi veloci e amari. Alphonse premette le ditine grasse contro la spalla del maggiore, strepitando e spingendolo via.
L’altro mollò la presa all’improvviso, provocando la perdita di equilibrio del più piccolo, e conseguente caduta.
Le strilla si trasformarono in un pianto silenzioso, rotto qua e là da un tirar di naso.
“Al…”
“Sei… sei… sei cattivo, niisan…” piagnucolò, una mano agli occhi e l’altra al sederino dolente.
“Al, io…”
Azzardò un passo verso il fratellino, porgendogli la mano per aiutarlo ad alzarsi, ma lui si limitò ad osservarla, senza più dire una parola.
“Al…” lo pregò, inginocchiandosi davanti a lui.
Quello portò le mani davanti agli occhi, osservandole per alcuni attimi. Poi dondolandosi sulla parte dolente si spinse in avanti, andando a congiungersi con il fratello in un abbraccio stretto.
Il dolore si scioglieva come neve al sole tra le braccia del suo niisan, era stato così fin dal principio, e sempre sarebbe stato.
“Scusami, Al…”
E le lacrime uscirono anche dai suoi occhi, senza intenzione di nascondersi.
“Scusa…”

Clean
The cleanest I've been
An end to the tears
And the in-between years
And the troubles I've seen

Ad Al i vestiti da bambina piacevano da morire.
Qualche volta, quando Sara li invitava a pranzo, sgattaiolava via non appena tutti cadevano addormentati per il sonnellino pomeridiano, e correva nella stanza di Winry per provare qualcuno dei suoi abiti.
Pizzi, trame, bottoni dalle forme più svariate.
Erano colorati e graziosi, molto più delle cose che indossava suo fratello.
A lui piacevano davvero, davvero da morire.
Si guardava sempre allo specchio e sorrideva, mentre indossava gli orecchini con la molla che la sua amichetta portava sempre – Sara era una madre eccessivamente premurosa, mai e poi mai perforare il corpo della sua bambina.
Lui non aveva la barba come gli uomini più grandi, il suo viso era paffuto e pulito, morbido come le lenzuola che la mamma cambiava almeno una volta al mese.
A lui stavano bene quei vestitini azzurri, quelli in fondo all’armadio che Winry non toccava mai.
“Sono piccoli, non mi entrano!” aveva detto un giorno, mentre lui soddisfaceva la sua curiosità.
Aveva spesso fantasticato sul giorno in cui quegli abiti sarebbero stati suoi: avrebbe finalmente avuto qualcosa di carino da indossare quando andava a giocare in giardino, avrebbe avuto finalmente qualcosa di suo e solo suo, invece che mettere i vestiti della mamma troppo grandi per lui.
E un giorno, il coraggio sopravvenne alla timidezza.
“Winry posso prenderli?”
“Va bene, Al, tanto io non li metto più. La mamma me ne comprerà di nuovi!”
E pronti, partenza, via.
Un frammento di sogno che si realizza.

I don't understand
What destiny's planned

L’album dei suoi ricordi è stato, per anni, invaso da foto di facce tonde e velate di trucco, e sorrisi forzati.
Fin dalla prima elementare, Alphonse era stato per tutti semplicemente una bambina dal nome troppo corto per dedurne il sesso.
Effettivamente a vederlo nessuno tranne – per forza di cose – Edward o Winry potevano capire che quella bambina dai capelli biondi che le sfioravano dolcemente le spalle fosse in realtà un maschietto che stava soffocando prepotentemente la sua natura. Il fratello maggiore si era premurosamente preoccupato di fare le veci della madre morta, salvaguardando la permanenza in quella scuola sia sua, che del suo fratellino.
“Non una parola o sono guai, chiaro? E vedi di non starmi troppo vicino…”
Sapeva che suo fratello lo considerava strano. Altrimenti non gli avrebbe sempre chiesto di smettere di fare così.
Ma a lui sembrava la cosa più normale del mondo… Insomma, si trovava bene, era contento, e nel giro di pochi giorni era diventato amico di tutti, nella sua classe.
Qualche volta le compagne lo invitavano a casa loro per giocare con le bambole, o recitare ad essere moglie e marito – e lui in un modo o nell’altro finiva sempre col fare la moglie, perché Susy diceva che aveva degli occhi bellissimi, Monica che era nata per fare la moglie e basta.
Insomma, gli altri non ci vedevano nulla di sbagliato e lui – lei? – neppure.
Eppure suo fratello ostentava ripugnanza per quel suo comportamento. Per lui era tutto dannatamente sbagliato.
Edward era stato per lui sempre un modello da seguire, una di quelle persone la cui parola era santa. Aveva sempre pensato che avesse ragione su tutto – anche quando lo sgridava non riusciva ad arrabbiarsi con lui, perché se il niisan si adirava, probabilmente lo era perché era in torto -, ma quella volta, quella volta soltanto, si sentiva come se le situazioni si fossero capovolte.
E ci stava male, perché non sapeva come comportarsi.
Era sempre stato il suo fratellone a tenere le redini del gioco, ma quella volta sembrava quasi gli fossero cadute di mano, e non avesse voglia di raccogliere per far ricominciare tutto.
Lui intanto, stava nei suoi vestitini azzurri, lilla, rosa.
Lui intanto, teneva i capelli legati in una coda, o in due treccine, o li lasciava liberi nel vento.
Lui intanto, si sentiva felice.
Con una minuscola macchia d’olio sul petto, nascosta da un sorriso.

As years go by the feelings inside
Twist and they turn
As they ride with the tide

I problemi sorsero qualche anno più tardi, nella primavera del suo secondo anno di scuole medie.
Non era più un ambiente roseo, anzi. Era passato dai pastelli delle maestre e dalle voci dolci di decine di bambini alla severità di un professore e le malelingue dei compagni più grandi.
Aveva smesso di parlare con suo fratello nel momento in cui era diventato parte integrante di quella comunità.
“Non ti voglio avere dietro, ok? Tutto quel che dovevo dire ai tuoi professori l’ho detto, ora stai buono e vedi di recitare bene la parte come sempre.”
In fondo, poteva capirlo.
Anche se cominciava a fargli davvero male, il fatto che suo fratello non lo accettasse.
Alphonse – maschio o femmina che fosse – aveva sempre conservato nel cuore quella particolare adorazione per suo fratello. Per quanto lui gli sputasse odio malcelato, non riusciva a cancellare quel sentimento di calore misto a pena che provava quando gli tornavano alla mente i ricordi felici della sua infanzia.
Lui voleva un bene dell’anima a suo fratello. Niente avrebbe potuto cancellare quel sentimento, ne era sicuro.
Edward, volente o nolente, fu l’inizio della sua piccola catastrofe esistenziale.
E causa del suo crollo, le dita che allargano la crepa.
Aveva gli auricolari alle orecchie, Al, mentre giocherellava con le monete davanti a una macchinetta.
Mancavano una manciata di minuti alla ricreazione, e con premura era sceso qualche minuto prima del trillo della campana al piano terra per saccheggiare l’aggeggio del cibo meno spazzatura possibile.
Mugugnava il motivetto che rimbombava nelle sue orecchie – un ritmo serrato, pesante, di musiche un po’ cupe per la sua persona – mentre pigiava i pulsanti sul tastierino.
E poi, una mano sulla spalla, un sussulto, e l’incrocio con le iridi dorate che non vedeva così vicine da troppo tempo.
“Alphonse ma mi senti?”
Parole che si confondevano tra la musica.
Sfilò gli auricolari, tirando col dito sul filo per farli cadere sul petto gonfio di cotone.
“Niisan?”
Pensavo fossi diventato sordo.” sentenziò, prendendogli in mano un auricolare, rigirandolo tra le dita.
“Effettivamente è un po’ alto… - fece, mentre sceglieva qualcos’altro da mangiare – Il volume, dico.”
Calò per qualche attimo il silenzio, rotto dal cadere di una bustina di crackers dal proprio scomparto.
Edward prese fiato.
“… Volevo solo vedere se stavi bene.”
Alphonse si chinò, andando a raccattare il suo cibo, alzando di un poco gli angoli della bocca. Probabilmente si era avvicinato solo perché in giro non c’era nessuno, dubitava fortemente che stesse cominciando a parlare con lui di sua spontanea volontà.
“Sto bene, niisan. – mormorò, sollevandosi – Sto bene, non preoccuparti.
Quello in risposta lo guardò, squadrandolo da capo a piedi. Aveva una maglia azzurro cielo, la scollatura ampia che gli abbracciava le spalle. Dai fianchi ancora tondi cadeva bianca una gonna lunga fino al ginocchio, e sotto, calze lunghe e scarpe degne della più bella delle bambole.
La campanella suonò.
“Niisan, ti conviene allontanarti. – fece, sollevando le spalle – Potrebbe vederti qualcuno.
Si limitò ad annuire, allontanandosi a passo svelto dalle macchinette.
A dire il vero, in teoria il pericolo non avrebbe dovuto sussistere. I compagni che venivano dalle elementari lo conoscevano come ragazzina, mentre gli altri non avevano mai avuto modo di sospettare della sua sessualità – si vociferava addirittura che qualcuno le facesse silenziosamente la corte.
Ma per quanto Edward si premurasse di tenere tutto nascosto, non si rese conto del passo falso che aveva appena commesso.
Ma non fu lui a pagarne le dovute conseguenze.
Alphonse fu costretto a segnare quel giorno come nero pece. O forse qualcosa di più scuro.
Quello di cui era certo, era che quella mattina la regola del “non pronunciare il mio nome invano” era stata trasgredita, e che avrebbe presto avuto la punizione per una colpa che non era né sua, né di suo fratello.La fine delle lezioni era appena trillata in un muro a pochi metri dalla sua classe, e mentre la bolgia di gente defluiva verso l’uscita strepitando, lui decise che era il momento buono per fare un pit-stop al bagno.
Con un colpo d’anca aprì la porta, entrando nello stanzino azzurro. Dalla spalla si sfilò la cartella, entrando di corsa nella stanza adiacente e chiudendosi la porta alle spalle.
Guardando al soffitto – ignorando ogni cosa da ignorare come faceva sempre – fece ciò che doveva fare, per poi sospirare e rassettarsi. Si passò velocemente le mani sulla gonna, sistemandola, poi prese la tracolla in mano per uscire dalla stanza, e lavarsi le mani nel lavabo.
Lo scrosciare dell’acqua copriva appena il vociare del corridoio, mentre il venerdì tanto agognato si prendeva le vittime del weekend.
Si asciugò le mani con dei fazzoletti, canticchiando lo stesso motivetto che aveva accompagnato lo scambio verbale con suo fratello, e non si accorse, alle sue spalle, dello scricchiolio della porta che si riapriva e richiudeva.
“Ehi, Al!”
“Mh?”
Si voltò piano, mentre riportava la cartella in spalla.
Davanti a lui, due ragazzi mal conciati lo fissavano da capo a piedi con un’espressione poco convincente. I denti appena ingialliti spuntavano sul viso puntellato dalla barba mal rasata.
“Dobbiamo chiederti una cosa.”
Suo fratello gliene aveva parlato l’anno prima, quando li avevano beccati in corridoio e lui si era preso un fischio d’approvazione da parte di entrambi. Non avevano un curriculum brillante, e puzzavano per gli abiti – sempre gli stessi – che usavano indossare (una giacca di pelle uno, pantaloni strappati – forse erano più gli strappi dei pantaloni – l’altro). Più che per le loro capacità mentali, erano riconosciuti come piccoli terroristi – piccoli, neanche più di tanto in verità – che saccheggiavano le ragazzine della loro merenda, o come terribili ricattatori verso i nababbi dell’istituto, sicura fonte di guadagno per droga, discoteca, sigarette e chissà cos’altro.
… Sperava solo di non incappare in qualche guaio, o per lo meno di avere abbastanza centesimi in tasca da soddisfare le loro esigenze, senza conseguenze.
Strinse le braccia al petto, abbassando la testa intimorito e cercando di sostenere lo sguardo dei due per almeno qualche secondo.
“… Sì?”
Non risposero, limitandosi ad avanzare verso di lui con ghigni poco rassicuranti ad incorniciare i volti.
Fuori dalla stanza, il vociare chiassoso degli studenti faceva da tappeto a qualsiasi tipo di rumore.
Suo fratello avrebbe avuto da aspettare un po’.
Senza staccare gli occhi dai due energumeni, indietreggiò ad ampi passi, arrivando a toccare con la schiena il muro divisorio tra il bagno dei ragazzi e delle ragazze.
Segno del destino?
“Io… Non ho molti… soldi…” balbettò, senza dare contegno alla voce.
“Oh, non preoccuparti – ghignò uno dei due, poggiando una mano sulla spalla appena coperta del giovane – Non è per questo che siamo qui… Alphonse.
Il cuore si fermò, ribatté con forza, e si fermò ancora.
Due volte nel giro della stessa giornata, non era affatto positivo.
“Tu non sei una ragazza, vero?”
E sbam, due mani grosse come massi si schiantarono sulle sue spalle gracili, permettendogli di sbattere quante più volte possibili sulle mattonelle fredde che rivestivano la parete, mentre si dibatteva per liberarsi – ma come fare, con due bestie del genere?
”L-lasciatemi andare
!”
“Non penso proprio…”
La borsa gli scivolò dalla spalla, andando a rimbalzare sul gomito, limitando i suoi movimenti.
“Non adesso…”
D’improvviso sentì i suoi indumenti farsi sempre più inutili, mentre nelle sue orecchie rimbombava il loro fruscio, mescolato al chiasso dell’infinità di adolescenti che via via andavano verso casa, e le risate dei due, sollecitate dalla sua paura.
Il suo nome non gli aveva mai portato niente di buono. Pronunciarlo era come castare un incantesimo di magia nera. Et voilà, rovinato per sempre.
Non riusciva a capire nulla, se non la voglia di fuggire che le sue gambe gli chiedevano con insistenza, nonostante la tremarella le rendesse così poco stabili.
“Smette… smettetela!” riuscì a mugolare, mentre sentiva le mani fastidiosamente calde dei ragazzi viaggiare sul suo corpo, tastarlo, sporcarlo.
Uno dei due si limitò a ficcargli due dita in bocca per silenziarlo.
“Sai che sei proprio un piccolo pervertito…?” si sentì mormorare all’orecchio, mentre gli occhi si chiudevano con violenza, e le orecchie tentavano di cacciare via ogni rumore.
Sperava solo che suo fratello venisse a cercarlo.
Gridò non appena sentì qualcosa di viscido accarezzargli il collo con una lentezza esasperante, la saliva calda di una bestia scivolargli giù lungo la scapola. E la sua merenda si rimescolava nello stomaco, come in una lavatrice impazzita.
“A-aiuto, niisan…”
Risero entrambi, mentre la maglietta si sollevava, lasciando intravedere un seno di cotone. Un clic dolce sembrò violare quella stanza, e il pavimento si riempì di un soffice bianco, ridonando al busto di Alphonse la sua naturale piattezza.
Tentò di divincolarsi di nuovo, le palpebre come incollate, implorando aiuto, invocando suo fratello a gran voce.
Ma non faceva altro che suscitare l’ilarità dei suoi aggressori, e stimolarli a tutto fuorché a lasciarlo andare.
“Mh… ma guarda un po’ cosa c’è qua sotto…” sentì appena all’orecchio, e troppe mani scivolavano sul suo corpo, mentre le sue guance si imporporavano, e vorrebbe aver voluto soltanto essere lontano mille miglia da quel posto.
I polpastrelli ruvidi del ragazzo dalla giacca in pelle presero possesso dei suoi capezzoli, cominciando a stringerli con forza, a rilasciarli, ad accarezzarli e stringerli ancora.
“Hai proprio un bel corpo, frocetto…”
Scosse la testa, rifiutandosi di ascoltare.
Poi sentì il rovistare tra gli indumenti, una cerniera che si abbassava, e una mano pesante sulla sua nuca.
Una palpata al sedere, e il cibo nello stomaco ebbe un’altra rimescolata.
“Senti un po’…”
Si fermarono un attimo, aspettando una reazione da Alphonse che non fece altro che restare immobile.
“Adesso, o apri quegli occhietti da puttanella o…”
Ancora rovistio, più vicino al suo orecchio, stavolta.
E poi, qualcosa di umido gli sfiorò le labbra, le guance e la fronte, lasciandogli addosso una scia appiccicosa e maleodorante.
“… te lo metto su per quel bel sederino che ti ritrovi. È chiaro, Al?”
Si morse la lingua, aprendo lentamente gli occhi e trovandosi davanti un pezzo di carne irto e bagnato. Rabbrividì, mentre tra le sue natiche si muoveva un dito grosso almeno due volte il suo indice. Le sue iridi chiare si sollevarono fino al proprietario di quell’orrido coso davanti al suo naso, facendo chiaro cenno di assenso, decorato da un deglutire sonoro.
“Brava bambina…”
Le dita dei jeans strappati si strinsero alla sua chioma dorata, tirandolo verso di sé per rimetterlo in posizione eretta.
“Fai il bravo e non ti succederà nulla…”
L’altro di rimando rise, tastando le natiche del ragazzo a piene mani, la gonna ormai inutile sopra la sua vita.
Quando il ragazzo davanti a sé si rassettò – rimettendo dentro ogni cosa che c’era da mettere – trasse un sospiro di sollievo. Che si trasformò ben presto in un sospiro del tutto diverso. La sua mano cominciò a percorrere la sua coscia, salendo sempre più in alto.
Sfiorò il suo sesso, e si morse il labbro, trattenendo ogni possibile verso.
La mano grande – ad occhio e croce avrebbe potuto dire che era il doppio della sua, se avesse avuto il tempo per pensarlo – lo prese in mano, stringendolo ed accarezzandolo sopra le mutande azzurre.
Aveva gli occhi umidi, e cominciava a pensare che non sarebbe uscito ben presto da quella stanza.
“N… Niisan…” pigolò, sentendosi debole sotto quei tocchi decisi.
“Ti piace, eh piccola Al…?” commentò, mentre la sua mano si intrufolava dentro la biancheria, afferrando il membro di Alphonse tra le sue dita.
“Lasciatemi… vi… vi prego…”
Dietro di lui, il compagno muoveva velocemente il bacino avanti ed indietro, lasciando al ragazzo la spiacevole sensazione di qualcosa di spaventosamente grande e duro muoversi sul suo sedere.
“Piccolo frocio…” sentì vociare al suo orecchio, mentre la presa attorno al suo pene si faceva più leggera, le dita cominciavano a fare su e giù per l’asta.
Si morse le labbra, singultando, mani sul suo corpo che continuavano a schiaffargli in faccia la verità.
Strinse sempre più forte i denti, implorando il cielo che nulla uscisse dalla sua bocca glossata.
“Sai, Al… Sta diventando duro…”
Ancora l’eco delle loro risate rimbalzò sulle pareti gelide del bagno, violentandogli le orecchie.
“Ahn.. A… aiuto… niisan…”
Piantala di chiamarlo. – sentenziò quello, aumentando il ritmo sul suo pene – Lui non ti vuole, ti odia sai?”
“No…”
“Oh si invece… - e due lingue scorsero veloci sulla sua pelle bianca – ti odia, tanto tanto tanto, Alphonse…”
“Non… è vero, smettila…”
“Neanche per scherzo…”
Strinse gli occhi, sentendo un conato bussargli alla bocca dello stomaco. Sentì uno schiocco di lingua, e sobbalzò quando da dietro, le mutande scivolarono sotto il sedere, lasciando che le dita del ragazzone dietro di lui viaggiassero tranquillamente vicino alla sua entrata.
“Te lo avevo detto, Al. Niente occhi chiusi.
“NO!” urlò, aggrappandosi alla giacca di pelle di quell’essere viscido, cercando di spingerlo lontano da sé, mani forti che da dietro lo stringevano in vita.
Piantala, puttana!”
“NIISAN, NIISAN!!
“Tienilo fermo, Nelson, adesso lo faccio stare zitt-“
“NIISAN, AIUTO, NIISAN, NIISAN!”
Di nuovo il rumore della cerniera che si abbassava, e mani soddisfatte che entravano dentro la sua biancheria, tirando di nuovo il suo sesso eretto e pulsante.
“LASCIAMI! NIISAN!”
E poi sbam.
Ignorò cosa successe nel primo minuto dopo quel forte rumore. Riuscì solo a liberarsi dalle mani dei due e a sentirsi improvvisamente sporco, mentre le sue mani andavano ad abbassare la maglia, per poi sollevare le mutande mentre tutto appariva dannatamente sfocato.
Si guardò le mani, una macchia rosa in mezzo all’azzurro delle piastrelle attorno a lui.
Voleva gridare, correre, scappare via. Voleva sbarazzarsi di ogni cosa sbagliata, di ogni parte del corpo inutile, di ogni cosa che non lo facesse sembrare sé stesso.
E poi, la voce uscì di nuovo dalla sua gola, come un fiume in piena.
Quando due mani si poggiarono sulle sue spalle, perse il senno per qualche istante. Sì voltò di scatto, spingendo lontano chiunque fosse da sé.
“Al, sono io calmati!”
E il mondo si fermò per un attimo.
“Lui non ti vuole, ti odia sai?”
“N-nii…?”
Lo fissò dritto nelle iridi dorate, mentre la figura di suo fratello si avvicinava piano a lui. Ci mise un po’ a sentire lontane le risate dei suoi aggressori – nemmeno si era accorto di quando avessero lasciato la stanza.
“Alphonse…?” mormorò quello, avvicinandosi a lui, chinando appena le ginocchia e tentando per la seconda volta di stringergli le spalle.
Ti odia.
Il suo odore faceva a pugni con lo sporco che si sentiva fastidiosamente addosso.
Ti odia…
“Nii…san?”
Gli strinse una spalla, attirandolo piano a sé.
Ti…
“NIISAN!”
Si fiondò letteralmente sul suo petto, cercando disperatamente la sua maglia da stringere fra le dita. Gli spasmi scuotevano la sua schiena, la voce altalenava tra un singhiozzo e l’altro, mentre sentiva le braccia di Edward stringerlo forte, nell’inutile tentativo di calmarlo.
”Al… Al, calmati… Cristo…”
“Niisan…”
“Qualcuno mi aiuti! – fece, voltandosi verso la porta, sperando che un bidello, chiunque, sentisse la sua voce – Calmati Al, adesso ti porto via…”
“Non…”
Strinse ancora più forte la camicia bianca, Al, sfregando la fronte sul petto del fratello maggiore.
“Non odiarmi… Ti prego non…”
Edward gli baciò la fronte, consapevole che ogni cosa che avrebbe detto o fatto sarebbe stata del tutto inutile.

An end to the tears
And the in-between years
And the troubles I've seen

Smise di andare a scuola da quel giorno.
Non appena suo fratello nominava la scuola, lui veniva scosso da un brivido, e subito gli occhi gli si riempivano di lacrime calde.
Nel momento stesso in cui lui lo aveva trovato, lo aveva visto in quelle condizioni dentro il bagno delle ragazze, aveva deciso che quel posto sarebbe stato bollato per sempre come da evitare.
Come se fosse una casa diroccata, o un ospedale dimesso dove la morte s’era portata via tutti, pazienti e medici.
Edward aveva provato in mille modi a farlo uscire di casa.
Tuttavia, i risultati furono decisamente scarsi.
O praticamente assenti, dipende dai punti di vista.
Eppure, fuori il sole sovrastava ogni cosa, caldo nel mese di maggio.
“Alphonse…”
“No.”
“Alphonse, ascoltami, non…”
“No.”
Non metteva piede fuori dalla sua casa da diverse settimane, ormai. Si permetteva appena di sbirciare fuori dalla finestra, senza smettere di aver paura di ogni cosa, mentre il resto del tempo veniva occupato dalla televisione o dal bagno.
Edward poteva ricordare, in quel lasso di tempo, che Alphonse aveva accettato di accompagnarlo almeno a fare la spesa solo una volta, qualche settimana prima, quando era restato a casa per fargli compagnia.
Giusto perché a quell’ora i suoi compagni erano tutti in classe, o al massimo da qualche altra parte a fumare qualcosa di poco legale.
Ma poi, mai e poi mai si era sognato di mettersi addosso qualcosa di appena presentabile, perché lui, da quel posto, non avrebbe messo più piede fuori.
Ed Edward non sapeva davvero cosa fare. Ormai mancava un mese alla fine della scuola, poi avrebbe avuto gli esami di accesso alle medie superiori, quindi poteva permettersi davvero poche assenze.
Alphonse scuoteva la testa e gli diceva sempre di non preoccuparsi, che sarebbe stato bene in compagnia della tv.
Batteva un caldo sole primaverile, fuori da quelle mura. Ma ad Al non importava.
Sì, stava bene dov’era.

*

“Vado da Joshua a studiare un po’ per l’esame, ok?” gli aveva detto quanto l’orologio aveva segnato le quattro e venti.
Non si sentiva intimorito quando stava solo. La televisione era nonostante tutto di buona compagnia, e se proprio non voleva vedere altre figure in movimento oltre alla propria, si alzava e andava in camera a leggere un buon libro.
Ma quel giorno prese una piega inaspettata.
Non era solito pensare.
Nel senso, non che fosse stupido, ma se ne precludeva la possibilità per non vedere cose spiacevoli. Era sempre altamente tentato dal lasciar fluire i suoi pensieri, ma sapeva che non lo avrebbero portato a nulla di nuovo.
Ma quel giorno prese una piega inaspettata.
Prese il telecomando, e spense la televisione.
Si abbracciò le ginocchia, sistemandosi sul divano e poggiando la fronte sulle gambe, mentre il labbro inferiore veniva torturato dagli incisivi candidi.
Lu- Lei aveva le mani affusolate – dita che avrebbero fatto invidia ad un pianista, ed unghie impeccabili, la luna bianca che si elevava appena sopra il polpastrello. Lei aveva un viso tondo, e pelle liscia e curata – Winry le aveva insegnato ogni cosa su come ben mantenersi, su come applicare fondotinta e fard e tutte quelle cose in modo corretto, senza tracciare linee extra lungo il mento. Lei aveva dei capelli brillanti, che le sue compagne di classe invidiavano – erano sempre mille mani che le sfioravano la chioma, a chiedersi sempre come facesse a tenerli così bene e lisci e perfetti.
Colpa di madre natura. Non aveva mai usato nulla di strano – a meno che il suo shampoo non fosse geneticamente modificato – e ancora non riusciva a capire cosa fosse questa piastra di cui tutte l’accusavano manipolatrice.
Lei era davvero carina e gentile con tutti. E non per falsità o modestia, ma perché semplicemente le veniva naturale.
Lei…
“Mh… ma guarda un po’ cosa c’è qua sotto…”
Lei
era in un corpo troppo scomodo per continuare a stare in quel posto. Lei si ritrovava con troppe cose in più, e troppe cose in meno, che il cotone o le gonne ampie non avrebbero mai rimpiazzato o compensato.
Lasciò scivolare la mano giù fino all’inguine, toccandosi con paura dove già qualcuno lo aveva fatto per lui.
No, non era sparito, per quanto avesse pregato, no.
Era ancora lì, basso, piccolo, fastidiosamente presente.
Sentì un dolore acuto alla tempia, e ritrasse la mano, fissando il vuoto oltre le sue ginocchia.
Lei era una bambina carina, dal nome troppo piccolo per capirne il sesso.
Ma bastava denudarla delle sue protezioni per capire che ogni cosa fino a quel momento era stata una bugia fin troppo ben architettata per un bambino.
E le faceva male.
Malissimo.
Ma in fondo, forse...
Si mise in piedi, guardandosi attorno.
L’occhio cadde all’orologio, che segnava le sette passate.
Suo fratello non sarebbe tornato prima di mezz’ora, con tutta probabilità sarebbe riuscito a far ciò che si era messo in testa di fare in poco meno di dieci minuti, senza conseguenze.
La testa era piena di nuvole e gingilli color caramella, i suoi piedi avvolti nei calzettoni di cotone si muovevano da soli prima verso la cucina – fruga nei cassetti, alla ricerca di una compagna di salvezza – poi nel bagno.
Poggiò il compagno sul lavello, mentre freneticamente sbottonava la gonna, lasciando che le cadesse lungo i fianchi, sentendo il dolce tessuto che accarezzava appena la sua pelle diafana. Deglutendo, prese l’elastico delle mutande, lasciando che anch’esse facessero il suo viaggio verso il pavimento, e finalmente si trovò nuda dalla vita in giù.
Una parte estranea. Un parassita che gli avvelenava la vita.
Non è difficile, basta fare veloce e tutto sarà passato.
Si diede due colpetti sulle braccia.
“Forza, Al.”
Con una mano avvolse l’oggetto della discordia – di quella sua interna, di quella che probabilmente turbava anche Edward -, con l’altra l’aiutante benefattrice.
La mano tremava insicura, mentre teneva il manico di quella roba affilata e brillante che gli aveva sempre messo paura.
Ma cosa poteva fare? Togliendo di mezzo quel pezzo di carne, sarebbe stato perfetto, anche se senza seno.Non avrebbe più disgustato nessuno, e suo fratello forse gli sarebbe finalmente stato vicino, lo avrebbe apprezzato per quello che era, lo avrebbe amato.
Lo avrebbe amato.
Lentamente, lasciò che la lama fendesse l’aria, avvicinandosi sempre più a quel pene ingombrante che forse qualcun altro avrebbe desiderato avere.
Scendi e taglia, scendi e taglia, scendi e…
Zac. Pochi millimetri e già si sentiva male, il dolore pulsare veloce dal ventre fino al petto, e poi nel resto del corpo.
La mano gli schizzò letteralmente in alto, e la sua voce coprì ogni rumore, mentre l’altra che ancora reggeva il membro si facevano appena rossastre, un colore che andava intensificandosi sempre di più.
Urlava a squarciagola, come se potesse aiutarlo a fare qualcosa. Come se servisse a scaricare il dolore fisico, assieme alle lacrime che aveva tenuto dentro troppo a lungo.
Plic, plic, plic.
“AL!”
Si voltò, il tempo di vedere una testa nera corrergli incontro, poi tutto si fece bianco, e sentì un fischio riempirgli le orecchie.
Pum, a terra.

I'm starting to grasp
What is in my own hands

 

“Al, mi senti?”
Sentiva il piacevole fresco di qualcosa di umido tra le sue gambe.
Lentamente aprì gli occhi, mugugnando qualcosa di incomprensibile. Sentiva la bocca impastata, un sapore orribile che fregava sulla lingua.
“Al…?”
Sì voltò verso la fonte della voce, cercando di metterlo a fuoco.
“Nii… san?”
Sentì due mani premere forte sulle sue spalle, facendolo affondare ancor di più in quel che si rese conto solo in quel momento essere un letto.
“Sei un cretino! Ti rendi conto che potevi farti male sul serio?”
Spalancò di colpo gli occhi, spaventato, mentre con le mani avvolgeva i polsi del fratello. Stava in piedi di fianco al letto, con le guance pallide e gli occhi rossi e umidi.
“Ma sei andato fuori di testa? Devi smetterla, Al, smettila!”
“Mi… mi fai male, niisan!”
“Volevi tagliarti il… il… Sei uno stupido Al, uno stupido, cazzo!”
Allentò la presa, stringendo e rilassando quasi senza controllo le dita.
“Uno stupido…”
Lasciò che le braccia scivolassero fino a stendersi sui fianchi, mentre il viso cominciava ad inumidirsi con una velocità disarmante.
“Niisan, non…”
“Smettila, Alphonse.”
Dalla sua posizione, Alphonse vedeva sobbalzare il petto del fratello in modo spaventoso – sembrava il mento grasso di una rana che gracchia per puro istinto. Sapeva quanto per lui fosse umiliante doversi abbassare a buttare giù delle lacrime – non lo faceva da quando la mamma era morta, non lo aveva mai fatto da quel giorno, neanche una volta, neanche quando era caduto dalle scale e si era rotto un piede, neanche quando si era scottato nel tentativo di preparare un piatto di pasta.
Portò lo sguardo alla fine del letto, osservando interessato la punta dei suoi piedi.
“Smettila di metterti addosso fronzoli e… e cose da donna! Smettila!”
“No.”
Perché?!”
Perché no.”
“Tu non sei una donna, Alphonse! Sei un maschio! Accidenti!”
Gli incisivi affondarono sulle sue labbra rosee, le braccia tornarono a stendersi lungo i fianchi.
“Non… non capisci niente…” sussurrò.
Ed Edward percepì quella frase come una pugnalata al petto.
Perché era assolutamente vero. Perché non riusciva a spiegarsi nessuno dei comportamenti del suo fratellino. Perché aveva permesso che tutto andasse avanti, prima che arrivasse ad una cosa simile, prima che cominciasse davvero a stare male.
Non capiva perché Alphonse continuasse a mettere ballerine e minigonne. E in verità, non aveva mai voluto capirlo.
Lui non era come Winry. Lui non si era mai abituato all’idea di un fratello che faceva la sorella.
“Non capisci… niente…” ripeté, come per convincersene.
Edward lo fissò in viso per qualche istante, sperando che anche lui facesse la stessa cosa. Ma lo sguardo di Al rimase impantanato sui suoi piedi, sulle gambe coperte dal lenzuolo, su tutto fuorché su di lui.
“… Scusa.”
Gli voltò le spalle e uscì dalla stanza, chiudendo lentamente la porta.
E stavolta, il silenzio si limitò ad essere disturbato da un grido di dolore, e da lacrime silenziose contro l’ebano nero che li divideva.

*

Al terzo giorno, non resistette più.
Si rese conto solo in quel momento di quanto fosse difficile non sentire la sua voce, o vedere il suo viso sorridente – poco importava se fosse velato dall’ombretto, se il mascara facesse diventare i suoi occhi più grandi di quanto già non erano.
Lo aveva ignorato per anni, fino a qualche settimana prima. Si rese però conto che era stato possibile soltanto grazie alla sua irrilevante – e costante – presenza. Non sarebbe stato così facile fare finta che fosse uno sconosciuto se non gli fosse stato, in un modo o nell’altro, sempre tra i piedi.
Ed erano tre giorni ormai, che suo fratello stava disteso su un fianco, a guardare fuori dalla finestra mentre lui gli portava da mangiare. Ed era una tortura vederlo indifferente alla sua presenza.
Si sentì come dilaniato dal senso di colpa.
Gli parve quasi di provare quello che probabilmente Al aveva sentito dentro per tutto quel tempo, grazie alla sua ignoranza.
E l’altro aveva resistito fino a quel momento, mentre lui cedeva come un pezzo di vecchio intonaco ammuffito.
Si trovava davanti alla porta, in quel momento.
Entrare o non entrare?
“…Al?”
Silenzio.
Tre giorni che non sentiva la sua voce ancora immatura.
“Alphonse?”
Tre giorni che non si sentiva rivolgere neanche una parola.
“Sto entrando…”
Possibile che tutta l’importanza che suo fratello aveva per lui si stesse concentrando tutta in quel momento?
La porta cigolò, fastidiosa. I suoi occhi scrutarono l’ambiente circostante – nessuna variazione da quella terribile sera.
Silenziosamente gli si avvicinò, poggiandogli una mano sulla spalla e scuotendolo appena.
“Al?”
Nessuna risposta. Ancora.
”Alphonse, per favore…”
Le gambe del più giovane si agitarono sotto le coperte, mentre il resto del corpo si voltava per guardare il viso di Edward. Un semplice sguardo per chiedergli che cosa volesse ancora.
“Al io…”
Io cosa?
Aveva per lo meno guadagnato la sua attenzione. Ora doveva solo dimostrarsi di aver fatto bene.
Si sedette sul ciglio del letto, poggiando le mani sulle ginocchia e sospirando pesantemente.
“… Io voglio capire.”
Il fruscio alle sue spalle divenne più intenso, più movimentato, ma non ebbe il coraggio di voltarsi.
“Voglio capire, Al.”
Era teso come una corda di violino, e aveva paura della verità. Non sapeva cosa aspettarsi, se avesse davvero voluto sentire quello che il quattordicenne aveva da dirgli.
Eppure, avrebbe dovuto iniziare a fare il fratello già diversi anni prima, con la morte della loro mamma.
Quindi meglio prendere in mano le redini della situazione, prima di precipitare nel drastico.
“… Davvero?”
“Davvero.”
Silenzio.
“Niisan, quando ero piccolo, per me era solo un gioco. Un gioco stupido, ma mi divertivo. Le bambole di Winry erano davvero belle, e i loro abiti pure. Mi piaceva stare con Winry. Non che stessi male con te, niisan, davvero. Ma non mi sentivo mai a mio agio, coi tuoi amici. Con Winry sì.”
Al guardò fuori dalla finestra, i piedi che nel fondo del letto roteavano dal nervoso e il labbro che ormai era diventato poltiglioso.
“All’inizio era strano, perché era completamente diverso da quel che facevo prima. Anche se tu mi ignoravi sempre, quando giocavamo fuori… io avevo sempre fatto le cose che facevi tu. E invece quella tu non l’hai mai fatta. Anzi. Però… forse era la prima volta che ti interessavi a me.”
Edward si passò la mano sulla fronte, sospirando e guardando il soffitto.
“Mi ricordo che quando andavo a giocare con Winry e tu stavi a casa, ci stavi male. Lo vedevo dalla tua faccia. Ed ero contento. Non per cattiveria, ma perché sembrava ti interessasse qualcosa di me. Ma non mi hai mai detto nulla, e io ho continuato. Poi sì, è morta la mamma e… forse mi ha dato una spinta in più. Mi sentivo come lei, quando mi vestivo così. Però poi hai cominciato ad evitarmi e…”
Non sapeva se volesse sentire davvero il continuo. Deglutiva aria a vuoto e sentiva le mani madide di sudore.
Sai, niisan, in verità a me piace vestirmi così. Ma non perché voglio essere una femmina, o mi piace essere… strano, come dici tu. – ridacchiò, nervoso. – Lo so anche io che sono strano. Ma, ecco…”
Non andare avanti, Al, non andare avanti.
“Io volevo che tu non ti vergognassi di me.
“Io non mi sono mai vergognato di…”
“Sì invece, niisan. Altrimenti non mi avresti mai evitato, da quando la mamma è morta.”
Di nuovo silenzio.
“Io volevo soltanto tenerti la mano. Volevo camminarti vicino e sorridere e scherzare con te. Senza che nessuno ti dicesse cose cattive dietro.
Ich.
“Volevo solo attirare la tua attenzione, farti il più possibile vicino a me, e poterti stare accanto come faceva la mamma col papà.
“Alphonse…”
Perché a me sei sempre piaciuto, tanto. Sei sempre stato il mio esempio da seguire, e tutte quelle cose stupide che pensano le ragazzine innamorate! – rise, grattandosi la testa, mentre una lacrima scivolava veloce sulla sua guancia rossa – Certo, alle elementari non lo capivo. Ma stavo male quando mi dicevi di starti lontano perché ti vergognavi, quando io speravo che vestirmi come una femmina sarebbe servito a realizzare in qualche modo la mia fantasia.”
Edward si voltò lentamente verso il fratello, cercando disperatamente il suo guardo. Ma lui era perso ad osservare il sole calare dietro le case, dalla finestra grande di fianco a lui.
E vedeva perle chiare cadere sul lenzuolo.
“So che… non è giusto. Credo di averlo capito. Non ti sto chiedendo di amarmi, o di tenermi il gioco, o non so cosa. Però, almeno…”
Si voltò totalmente abbracciandogli le spalle e stringendolo forte contro il petto.
“Almeno… potresti volermi un po’ di bene?”
Aveva l’impressione che il suo cuore stesse per schizzare via da un momento all’altro.
Perché non me lo hai detto prima, Al? Perché?”
Perché non volevi sentirlo, niisan.”
“Mi dispiace…”
“Non è colpa tua…”
“Mi dispiace, Al, mi dispiace, mi dispiace, mi…”
Alphonse sollevò le braccia, andando a stringere quelle del fratello maggiore.
Non desiderava avere un contatto più profondo di quello che sentiva in quel momento: gli era sempre stato lontano quel calore, quell’amore che Edward gli stava dando in quel momento. Gli era stato negato per talmente tanto tempo, che anche un abbraccio gli sembrava qualcosa di eclatante, di immenso.
“Ti amo, niisan…” disse, combattendo contro la tristezza che aveva addosso per sorridere.
Edward non gli rispose, limitandosi a sciogliere sulla sua guancia un bacio a fior di labbra.
Si sentiva bene, sotto quel calore. Si sentiva protetto e amato quanto bastava.
Per la prima volta.

*

“Prova questo!”
"Ma è largo!”
Prese tra le mani una maglia rossa, grande quasi il doppio di lui.
“Niisan, non mi starà mai!”
“Provala, su! E se non ti stanno andremo a comprare qualcosa di nuovo, ok?”
“D’accordo, d’accordo!”

*

Dovrò abituarmi a tutto, lo sai. Ma non voglio che tu continui a stare male. Non voglio che ti accada più nulla di brutto, che la gente ti dia fastidio.
L’abito non fa il monaco vale, in questo caso?
Non è importante che tu ti vesta da donna per starmi vicino. Non è con un vestito che i miei sentimenti cambieranno, che ti vorrò più o meno bene. Potrai stringermi la mano per strada senza far finta di essere qualcun altro. Potrai fare ogni cosa che vorrai senza smettere di essere te stesso, senza smettere di essere Alphonse Elric. T
i prometto che non succederà mai più nulla di così brutto tra di noi, Al. Basta che tu sia felice, da adesso in avanti, ok?”