Track #1.
Non so come e perché mia madre alla fine
abbia assecondato questa mia impulsiva voglia di sgattaiolare in aeroporto si
e no tre volte a settimana. Insomma, in fin dei conti sono sempre due euro ogni
tratta, e se andassi a chiedere “Un abbonamento per l’aeroporto,
per favore!”, beh… Capite anche voi quanto sia un tantino insulso.
Manco fossi una hostess.
Fatto sta che dopo miagolii intensi alle sue spalle, pranzi rifiutati –
tranne qualche buon piatto che non mi perderei manco crollasse il mondo –
e non ricordo quale altro modo, è miseramente crollata, aumentandomi
la paghetta di dieci euro, così da rinunciare a qualcosa ma senza esagerare.
In fondo, sono sempre cinque biglietti, no?
“Ma che ci vai a fare in aeroporto, poi?”
“Vado a caccia di sorprese.”
“Eh?”
“Come negli ovetti di cioccolato, mamma.”
“… Quando troverò una figlia dedita alla pulizia della casa,
in una di queste uova?”
Spiacente di deluderti mamma, magari un’altra volta.
L’aeroporto di provincia non era granché.
Ma questo ve l’ho già detto.
In verità, a me piace parecchio: per quanto mediocre, nella confusione
si riesce sempre a trovare un angolo di pace, e l’aria è perennemente
intrisa di ispirazione.
Insomma, volente o nolente, riesci sempre a farti gli affari altrui. Anzi, spesso
e volentieri sono gli affari altrui che ti vengono addosso.
La prima volta che mi capitò credo fosse la più intensa, quella
che mi rimase nel cuore, che mi fece pensare: perché no?
Ed eccomi qua.
Mamma, questa è per te.
Tanto per dimostrarti quanto sono open-minded.
… E quanto un po’ dovresti esserlo anche tu.
La mia voglia di scrivere in un posto del genere
è nata quasi per caso quando, per l’appunto prima di partire, cominciarono
ad affiorare alla mia mente trame per varie storie da mettere nel net per la
gioia dei miei ammiratori. Non mi era mai capitato nulla del genere, e la mia
mente fece l’importante associazione “Aeroporto = Idee”.
Così pensai di tentare, almeno una volta. Mamma non avrebbe mai capito,
e difatti quando tentai di spiegarglielo, l’unica cosa che mi seppe dire
fu: “Stare a casa ad aiutare la mamma, o fare i compiti ti sembravano
cose troppo anormali?”
Ma alla fine mi fece andare, e solo il cielo sa quanto io gliene sia grata.
Misi piede in quell’aeroporto, per la prima volta da non viaggiatrice,
nella primavera dell’anno scorso, borsa a tracolla e occhi illuminati.
Al primo piano, quello del bar “Io ho il potere culinario su questo edificio,
o mangi da me o ti arrangi”, i tavolini sono sempre occupati. Sempre.
Quel giorno ne trovai uno libero, e di corsa andai a sedermi, sogghignando soddisfatta
della mia vittoria.
Quando levai Milkshake dalla borsa, provai un brivido inaspettato.
Di solito non ci incontravamo mai in luoghi così affollati – generalmente
stavamo nella mia stanza, figuriamoci. Anche perché un laptop è
sempre un laptop, e all’aeroporto non ci sono prese della corrente manco
a pagarle.
Erano appena le tre. Solitamente la gente normale, o meglio i ragazzi che come
me in teoria vanno a scuola, alle tre o sta pulendo la cucina (vedi mia madre),
o sta spulciando la Wikipedia (vedi mio fratello), o ancora si appresta a studiare
storia, italiano e simili.
Io invece ero lì.
In un aeroporto, senza valigie, senza biglietto.
Ricordo bene, nonostante sia passato già un anno da quel giorno x, che
mentre aprivo Milkshake mi tremavano le mani. Probabilmente aspettavo un altro
attacco di ispirazione fulminante che non arrivò mai.
Arrivò invece una ragazza che a vederla dava l’impressione di aver
toccato il cielo con un dito.
Non proprio ispirante, a dire il vero.
“Posso?”
Mi sorrise affabile, indicando con un cenno della testa la seggiola vuota di
fronte a me.
“Certamente.”
Scansai un poco Milkshake, lasciando spazio alla ragazza di poggiare qualcosa
sul tavolo.
Ma si limitò a distendere soltanto il braccio, dedicando il suo sguardo
alla finestra.
Un aereo appena decollato, venti minuti di ritardo per colpa di un certo Signor
Rossi che credeva di avere il velivolo tutto per sé.
Apparentemente non dimostrava più di venti anni. Indossava una maglia
rosa in tinta unita, la marca che in nero si estendeva sul suo seno tondo. Un
paio di jeans, delle normalissime sneakers, e una borsa a tracolla, con uno
di quei personaggi giapponesi che fanno tanto furore adesso come trenta anni
fa. I capelli erano… né ricci, né lisci, a dire la verità
un po’ incasinati. Sembrava quasi avesse corso, per arrivare fin lì.
E aveva lo sguardo perso nel cielo, come se aspettasse qualcosa.
Sollevò poi l’avambraccio, poggiando il viso sulla mano aperta,
mentre le dita affusolate dell’altra carezzavano l’arto nervosamente.
Aveva un tenerissimo anello argentato al dito.
“Che ansia…” sospirò poi, sbottonando la giacca e lasciandola
scivolare sulla sedia.
Mi morsi un labbro, sorridendo appena.
Ebbi la conferma di una nervosa attesa, mentre si lisciava i pantaloni e si
guardava la punta delle scarpe prima, l’anello poi.
Un altro sospiro.
“Stupidi aerei – rise nervosa – quando ne hai bisogno, sono
sempre in ritardo…”
Pensai che probabilmente, dall’altra parte un ipotetico signor Bianchi
aveva impedito a un centinaio di passeggeri di giungere a casa per l’ora
prevista.
“Aspetti qualcuno?”
Mi guardò e annuì, poi guardò l’orologio.
“Sì. L’aereo da Bologna doveva atterrare venti minuti fa,
ma sicuramente qualche idiota si è svegliato tardi e…”
“Ahah, lo penso anch’io!” le risposi, sorridendo.
“Tu aspetti qualcuno?”
Portava degli occhiali dalle lenti spesse, ma il modello era così adorabile
che semmai ne avessi avuto bisogno, ne avrei scelto uno simile. Feci cenno di
no con la testa, indicandole il portatile come se fosse mio figlio.
“No, sono qua con lui per… oh beh non importa.” conclusi,
sentendo la necessità di non annoiarla con le mie idee barloffe.
Eppure sentivo che l’ispirazione era mal celata, ma presente.
E la giovane davanti a me pareva aver molto da raccontare.
“Chi stai aspettando?”
Mi scivolò dalla bocca, quasi senza volerlo. Era la curiosità
di una adolescente che vedeva quell’ambiente da un punto di vista diverso.
“La mia ragazza.”
Sorrideva a trentadue denti, in una bocca non perfetta, ma adorabile per quella
gioia che ci metteva. Anche il castano dei suoi occhi si fece più luminoso.
Non mi era mai capitato di parlare con qualcuno così. Beh si insomma,
avete capito cosa intendo. Nella mia scuola non sapevo se qualcuno fosse omosessuale.
Principalmente perché i ragazzi sono stupidi, e tutto è già
abbastanza non vivibile così. Se a parolacce e insulti ai professori,
avremmo dovuto assistere a battute poco carine come “Quanto mi si rizzerebbe
se tu e la tua donna veniste a casa mia” o “Se vuoi c’è
il buco della serratura”, la dispersione scolastica sarebbe aumentata
almeno del cinquanta percento.
Perché le persone intelligenti avrebbero disertato.
Ovviamente, io sarei stata la prima.
“Sarai felice!” dissi, ricambiando quel sorriso. Lei annuì
vigorosamente, ridacchiando.
“Da morire!”
“Era in vacanza?”
“No. – e gli occhi si fecero un poco malinconici – Lei è
emiliana, e io sono qui. Anche se ho venti anni purtroppo non sono ancora indipendente,
e i miei non sanno nulla di quello che c’è sotto la nostra…
amicizia. – alzò le spalle, buttando fuori un po’ d’aria.
- Quindi ci arrangiamo alla bene e meglio. Anche se devo dire che siamo state
abbastanza fortunate, ci vediamo relativamente spesso.”
Guardò di nuovo l’orologio, mostrandosi decisamente impaziente.
Ma dall’ultima volta che aveva controllato non era passata che una manciata
di minuti, così che la sua espressione si fece ancora più stramba,
in quel misto d’ansia ed eccitazione.
“Argh, bel problema!” esclamai.
Cose a cui i poveri eterosessuali non pensano mai, credo. A meno che non si
tratti di nascondere a mammina che il letto matrimoniale suo e del papà
è stato cortesemente deturpato dai liquidi del pargolo e della sua amica
d’infanzia.
Avvicinai la sedia a quella ragazza, sentendo come un formicolio al petto.
Che poi si è trasformato in quello che voi comuni mortali state leggendo
adesso.
“Abbastanza. È stressante dovere stare sempre a fare finta di nulla,
o a far passare le ore al telefono per qualcosa di assolutamente normale. Lei
è fortunata da questo punto di vista, suo padre è stato molto
disponibile, e credo che mi abbia preso anche in simpatia!”
“Questo è bene, non è tanta la gente così.”
“No, infatti. I miei non ricadono in quella categoria. Mia sorella sì
invece. Con un po’ di travaglio sono riuscita a dire quello che avevo
da dire, e anche lei ha ci dato man forte, in tutto questo tempo.”
“Meno male… Immagino non deve essere stato facile.”
“All’inizio no… Ma adesso le cose vanno meglio!”
Puntò di nuovo lo sguardo al cielo, senza scorgere alcun puntino nel
cielo che potesse somigliare ad un aereo in avvicinamento. Si rassegnò
all’idea che il tempo non volesse passare, credo, perché ad un
certo punto si mise in piedi e mi guardò.
“Vuoi da bere? Vado a prendere dell’acqua, se vuoi approfittarne…”
“Oh sì, grazie!”
Misi la mano in tasca, cacciando fuori due euro – ma quanto possono essere
ladri questi esseri viscidi?
Lei prese il tutto e quasi saltellando si diresse alla cassa, lasciandomi in
intimità con Milkshake per qualche secondo. Lo guardai annuendo, mentre
le mie ipotetiche rotelle cominciavano a muoversi. Due colpi sul touchpad, e
Word era aperto.
Velocemente appuntai due parole, tanto per ricordarmi qualcosa quando poi sarei
stata di nuovo da sola. Il tempo di salvare che lei era già tornata indietro,
sedendosi e passandomi la bottiglietta.
Inchinai la testa in segno di ringraziamento, poi quasi insieme cominciammo
a buttare giù più acqua possibile – l’attesa diventava
snervante non solo per chi la viveva, ma anche per chi le stava attorno.
Quando poggiò la bottiglia sul tavolo, dopo averla richiusa accuratamente,
guardò il tabellone degli arrivi.
“I dieci minuti più lunghi della mia vita.”
“Ci credo!”
“Sai – cominciò poi, entusiasta credo di aver trovato qualcuno
con cui condividere la sua esperienza – ci siamo conosciute un anno fa,
più o meno. Eravamo a Milano per una fiera, e tra una cosa e l’altra
abbiamo mantenuto i contatti.”
Agitava la gamba accavallata sull’altra, perché vedevo il suo busto
muoversi leggermente, e si fissava le unghie corte intensamente.
“A lei piace scrivere, e anche a me. Io mi diletto ancora, mentre lei
è davvero brava. Per un periodo abbiamo scritto insieme, per divertimento.
Ma man mano che passava il tempo riuscivamo a trovare uno spazio per noi, per
i nostri problemi, per raccontarci la giornata… Credo di essermi innamorata
di lei quasi per caso. – rise, grattandosi la testa. – Nel senso
che è stata una cosa così naturale che… Non so spiegarlo
bene, in verità.”
Mi sollevò l’idea che esistesse ancora qualcuno che non pensava
soltanto a soddisfare i propri istinti repressi.
“Insomma, – continuò – fino al giorno in cui non mi
chiese con insistenza di andare da lei per le vacanze estive, pensavo fosse
soltanto un’amicizia particolarmente importante. Ma mi trovavo così
bene con lei, anche se non eravamo fisicamente insieme, che mi sentivo come
trascinata da lei. E lei da me, credo.”
“E poi, e poi?”
A momenti congiungevo le mani, e me ne resi conto solo più tardi, quando
lei era già andata via.
Quella persona mi stava dando con le sue parole l’input che stavo disperatamente
cercando poco prima del suo arrivo.
Cominciai a ringraziarla mentalmente, inchinandomi con profondo rispetto come
si usa tra giapponesi.
“E poi, dopo aver convinto mia madre, ho fatto i biglietti e sono partita.
E ti giuro che è stata la vacanza più… bella della mia vita.
Anche se bella è proprio riduttivo! – annuì, confermando
coi gesti le sue parole – Lei è così tenera, anche se dice
il contrario. Ed è la persona più squisita che io conosca. …
Ok, forse sono di parte!”
“Naah!” feci, mandando giù un altro sorso.
“Però per me va bene così com’è. Non la cambierei
per nulla al mondo.”
Pensai che non mi capitava da tempo di sentire qualcosa di così mieloso.
Non in senso negativo, anzi. Era quel zuccheroso che non cariava i denti, solitamente
quello è l’amore fasullo mascherato da cuori e farfalle, e un immenso
vuoto mal celato.
Ma lei sembrava così piena di amore, di valori, da non poter dubitare
neanche per un secondo di quanto i suoi occhi brillassero solo per lei.
“Sei fortunata.”
“Lo so.” disse, fiera della sua ragazza che si avvicinava sempre
più alla terra ferma.
“E con la distanza come fate?”
“Tasto dolente… - sospirò, mentre rifilava la bottiglia nella
borsa – Sai, quell’estate abbiamo convissuto per un mese intero.
Il distacco è stato pressappoco traumatico. E anche adesso non è
facile da superare. Però ci sentiamo spesso, tra messaggi, telefonate,
internet quando ci è concesso… Cerchiamo di tirare avanti occupando
il tempo e, come mi disse poco tempo fa una mia amica, pensando che in fondo,
i giorni sono tanti, ma questa condizione arriverà ad una svolta. Insomma,
non durerà per sempre. E per quanto sia difficile, cerco sempre di aggrapparmi
a queste parole. Non devo abbattermi per non darle problemi. E se lei si abbatte
devo essere la sua spalla, anche se telefonica. Perché se non ci scrolliamo
a vicenda, chi può farlo per noi?”
Le diedi perfettamente ragione, anche se non espressi la mia idea a voce. Quando
smise di parlare, si mise di scatto la mano in bocca, guardando l’orologio,
e poi i suoi occhi si velarono un poco di gioia.
“È ora, eh?”
Mosse il capo in cenno di assenso. Voltammo entrambe il viso verso il tabellone,
e con piacere, accanto alla scritta Bologna lampeggiava un allegro landed.
Si alzò ed allungò la mano, e io la strinsi per salutarla.
“Grazie per la compagnia!” mi disse.
“Grazie a te, è stato bello parlare!” e aiutarmi ad accumulare
idee per la mia nuova opera letteraria, aggiunsi mentalmente.
Agitò per qualche istante la mano, salutandomi anche a voce mentre usciva
dal bar per andare al piano degli arrivi. Poi scomparve tra la folla, e l’unica
cosa che potei fare in quel momento fu immaginare quanto potesse essere bello
trovare qualcosa di così adorabile come l’amore di quella ragazza
per la sua fidanzata.
Ripresi Milkshake tra le mani per produrre ciò che ora si trova tra le
vostre mani, con un sorriso ebete sulla faccia e lo scontrino che marcava finalmente
una bella giornata, educativa e produttiva.
Mica male come inizio.