I racconti dell'aeroporto.

Ad Anna, che mi ha fatto scoprire l'amore. E il fascino recondito di un aeroporto.
E a Bianca, che sostiene il progetto e mi da botte di stima.
E a chiunque leggerà.

A casa mia c’è troppo trambusto.
Mia madre è una casalinga, di quelle dedite soltanto alla casa, perché non si sa mai cosa può capitare nella vita.
Manco dovesse venire a farci visita il presidente della Repubblica, la casa doveva sempre, e dico sempre restare immacolata. Come se non ci dovesse vivere nessuno.
Niente polvere, niente sedie fuori posto, letti fatti all’istante e – “Per favore, per favore!” – sveglia alle otto per aiutarla nelle faccende.
Come se fosse utile poi.
Insomma, sapete come sono le madri. Prima pretendono aiuto, e dopo neanche cinque minuti ti sbattono in faccia una – quantomeno per loro – triste realtà: le nuove generazioni, per quanto riguarda le faccende domestiche, sono quelle che noi amiamo definire mezze seghe.
Se non seghe complete, dipende dai casi.
Un altro essere che popola saltuariamente la nostra casupola è mio padre. Fa il rappresentante per la gioielleria di mia zia – fa ottimi prezzi e i suoi prodotti sono di qualità, fateci un salto! (Sì, questa è pubblicità occulta.) – e vaga per tutta Italia curandosi di chiamare una volta ogni due o tre giorni.
Se tutto va bene.
Papà sarebbe un ottimo modo per aiutare la mamma a superare le sue crisi da casalinga disperata, ma probabilmente è troppo preso dal suo lavoro per accorgersi che in casa qualche volta ci sarebbe bisogno di man forte.
E vabbeh.
Mio fratello invece è un nerd. Uno di quelli che non fa altro che stare davanti al computer alla ricerca delle cose più improbabili nella rete – da come ??n??si scuoia un pesce spada alla riproduzione delle falene in condizioni non favorevoli. Ah si. Poi puzza. Puzza da morire. Si ricorda dell’esistenza dell’acqua quando mamma glielo fa notare con non poca gentilezza – piccolo lui, ciccino della mammina. A vederlo, un cane rimasto sotto la pioggia per giorni risulterebbe quasi sicuramente più profumato.
A dire il vero, lui casino ne fa relativamente poco.
È quando a casa arrivano i suoi amici nerd – a sua immagine e somiglianza, tutti che parlano dell’ultimo splatter messo su youtube e cancellato dopo poche ore, tutti che parlano di videogiochi, e soprattutto, tutti che puzzano – che allora vivere in casa diventa impossibile.
Insomma, io non ho pregiudizi verso nessuno, anzi. Sono la persona più open-minded che io conosca.
Ma mio fratello puzza.
I suoi amici puzzano.
È un dato di fatto, stop.
E poi, a chiudere la cerchia familiare, ci siamo io e Milkshake.
Prima che me lo chiediate, non è né il mio cane, né il mio gatto, né qualunque altro animale da compagnia.
È il mio compagno di avventure. Fido, sicuro – a parte qualche intoppo dato dalla vecchiaia, ma gli si perdona tutto -, che comodamente sta nella sua borsa nera in attesa di essere portato fuori per cominciare il suo lavoro.
Prima era nero, ma ho comprato adesivi e uniposca per renderlo più conforme alla mia personalità.
Insomma, mica vedo tutto nero!
… Vi do un indizio.
È rettangolare e si apre. Si apre, si accende, qualche volta – molte volte – si spegne perché la sua batteria più di tre ore non regge.
Anche se lui ci mette tutta la sua buona volontà.
Avete capito ora, vero?
Insomma, per chi non ci è ancora arrivato, Milkshake è il mio laptop. Il mio adorabile laptop.
Sono una tipa senza molte pretese, e forse è per questo che in casa nessuno mi dedica le attenzioni che merito. Per mamma sono solo un’aiutante, per ??n?? mio fratello a momenti manco esisto – e d’altro canto, manco lui per me. Io vado a scuola come tutti gli altri, studio, mangio, respiro, intrattengo le persone.
Sono come tutti gli altri.
Tranne quando sto con Milkshake.
Certo, quando la sua vita si esaurisce momentaneamente, non ho problemi ad usare fogli volanti – o biglietti dell’autobus, o scontrini, o etichette delle bottiglie d’acqua. Ma lui contiene ogni singolo carattere della mia seconda vita.
Scrivo da quando avevo circa otto anni. Ricordo di aver scritto le avventure del mio cane su un quaderno spesso con sopra disegnati dei… cosi tenerissimi. Mamma dice sempre – ed è una cosa di cui a volte mi loda, a volte mi denigra – che ho una fervida immaginazione. Forse è per questo che qualche tempo fa – due anni o forse tre, non ricordo – per Natale mi ha regalato un portatile.
Milkshake, per l’appunto.
Da allora credo di non averlo più mollato.
Ora vi sembrerà che io abbia un rapporto un tantino morboso con il mio computer, ed effettivamente non posso darvi torto.
Milkshake è il mio biglietto verso le nuvole.
E forse è un po’ anche per questo che il luogo dove scrivo non è la mia casa.
Ironicamente, c’è un rumore che mi rilassa più del vociare stridulo di mia madre, o delle imprecazioni verso la ventola di raffreddamento dentro il case del desktop di mio fratello.
Ed è la voce di una stazione aeronautica.
Quando metto piede nell’aeroporto appena fuori città, è come se passassi attraverso un portale – sì, come quello di un famoso anime di cui non posso fare nome per via dei diritti d’autore – e venissi catapultata in un mondo diverso, in un altro pianeta.
Non c’è più il traffico e lo smog delle auto che si suonano l’un l’altra per via dei blocchi stradali. Non c’è più la foschia del centro città, le nuvole nere degli scarichi che pretendono di coprire il sole.
Lì c’è il trillo cos??n??tante dei cellulare di uomini d’affari, ci sono baci schioccati sulle guance, sulle labbra, c’è il rumore delle rotelle di un trolley che sta per avere un incontro del terzo tipo con la stiva di un aereo, c’è il vociare di famiglie che si separano e trattative da concludere.
Ciliegina sulla torta è il rombo di un velivolo che si stacca dal suolo e schizza nel cielo di nuovo azzurro, minimamente deturpato dalle scie bianche prodotte da quelle bestie volanti.
Il mio posto, in questo grande edificio, è un tavolino al primo piano, quello dove la gente si saluta. È proprietà di un bar che propina di tutto ai suoi clienti, ed è davanti ad una immensa vetrata che mi permette di vedere chi viene e chi va.
È un aeroporto di dimensioni esigue, ma si può trovare di tutto.
Come in un piccolo ovetto di cioccolato con la sorpresa dentro.
È un misto di etnie, di religioni, di status sociali, di segreti, di lavoro.
E di storie da raccontare.
Tutte racchiuse in un piccolo, minuscolo centro abitato.
A voi il compito di scartare l’uovo e romperlo.
Alla sorpresa, ci penso io.