Storm Of Feelings

La pioggia che inizia a scendere in un cielo secco ci racconta
che "In ogni essere vivente c'è un grande significato"


A te non è mai importato davvero il fatto che fossimo creature…strane.
Non ti è mai veramente interessato avere dalla tua parte qualcuno che ti proteggesse, perché Dio, riuscivi benissimo a proteggerti da solo.
Mentre cammino, sento i sentimenti gravare sul mio petto, pesare sul mio cuore macerato, che continuerà a sanguinare fino alla fine dei miei giorni.
Tu non volevi delle guardie del corpo.
Dopo più di cento anni imprigionato in te stesso, chiuso in una prigione senza via d’uscita, l’unica cosa che volevi era un po’ di compagnia. Qualcuno di cui fidarti.
E non contava l’aspetto, non contavano le apparenze. Non contava quanto fossimo forti o quanto spietati.
Tu volevi qualcuno con cui passare le giornate, che le riempisse, che non rendesse inutile una cosa bella come vivere.
Volevi avere qualcosa degna di essere chiamata famiglia.

Da quel giorno in cui hai desiderato di riuscire prima o poi ad arrivare
Anche noi abbiamo iniziato a camminare con te in questa città senza fine
Nei momenti in cui stiamo per fermarci
afferro la tua mano e non la lascio...


Cammino stanca tra vicoli deserti, la strada di terra umida della pioggia che cade, incessante.
E il mio viso si riflette in una pozzanghera, e occhi inumani incrociano se stessi, mentre la vista si offusca, le lacrime che implorano di venire allo scoperto.
Tornano alla mente i ricordi, dolorosi come una pugnalata al petto continua, sempre più profonda.
Ricordo il giorno in cui venimmo portati in quel laboratorio, le grida dei carcerati, la puzza di carne bruciata, l’odore onnipresente di morte, il dolore quasi tangibile.
Ricordo il momento che cambiò per sempre la mia vita. Delle gabbie contenenti i più svariati animali, io e i miei compagni nudi, incatenati alle mani e ai polsi, che venivamo fatti accomodare in una grande stanza bianca, deserta, con a terra disegnati…dei cerchi alchemici. Ci levarono le catene, ci presero per le spalle, ci spinsero là dentro, e liberarono gli animali.
Un serpente. A me toccò un serpente. Avrei voluto scappare, gridare, uccidere pur di salvarmi.
Invece solo una luce rossa che mi accecava, un dolore tremendo che avvolgeva le mie membra, il fisico che mutava, la pelle che bruciava, la voce che non usciva dalla gola.
E poi il buio.
Di nuovo nudi, distrutti nell’intimo, senza più un’identità, senza più il nostro corpo, eravamo stati lasciati al nostro destino. Chi sopravviveva sarebbe stato sottoposto a nuovi esperimenti, chi moriva…
Beh, chi moriva, moriva e basta.
Ricordo il giorno del nostro incontro come se fosse ieri.
Moribondi, affamati e disidratati, eravamo stati abbandonati praticamente al nostro destino.
Ammesso che delle creature come noi ne avessero uno. Perché non eravamo più umani, non eravamo uomini, o donne…eravamo chimere. Un puro e semplice esperimento, un incrocio di vite meschino, creato contro la volontà divina, sempre che il divino esista, creato per pura e semplice curiosità. Non eravamo né più né meno che bambole.
E poi un’esplosione, il soffitto che in parte crollava, tramortendo, uccidendo quegli alchimisti, la parete che collassava, lasciandoti entrare.
E sembravi un salvatore, e sembravi dannatamente odioso, con quegli occhialini sul naso, con quello sguardo strafottente.
Apristi la gabbia, ci guardasti.
“Volete morire, o preferite venire con me?”
Sorridevi, sicuro che ti avremmo seguito. In fondo, chi diavolo avrebbe scelto di morire in un posto squallido come quello?
Qualunque altra parte sarebbe stata migliore.
“Non ci sarà spazio per noi nel mondo esterno. Non illudetevi.”
Non possiamo tornare normali, lo sappiamo. Coloro che sono stati portati via per effettuare l’esperimento inverso non sono più tornati, e con loro anche gli alchimisti che ci avevano provato.
Scambio equivalente, lo chiamavano.
Punizione, l’avevo definita io.
Guardai la sua mano, il simbolo rosso ne che copriva la superficie, i suoi occhi piccoli, viola, che promettevano una vita diversa. La vidi allungarsi verso di me.
E vidi la mia stringerla forte, implorante.
“Salvami.”


Non dimenticherò la tristezza
per ciò che non tornerà più
Il mio corpo ancora tremante
che non riesce a colorarsi di sentimenti
sembra spezzarsi...
Dove potrò andare affinché la tristezza della solitudine svanisca?
"Ci sarà un domani per me?"
Vago, vago...


Pensavo fosse pura utopia.
Vagare di notte per la città, immersa nel silenzio della notte, turbato solo da qualche grillo, stando al tuo fianco, e a quello dei miei compagni, mi faceva sentire viva.
La notte era il nostro giorno, e il giorno la nostra notte. A noi non era concesso vedere la luce del sole, e tutto solo per via dei pregiudizi della gente, per via del nostro corpo diverso, mutato.
Ma non mi è mai pesato questo, davvero. Finché ero con te, con voi, mi sentivo capace di affrontare tutto, di andare avanti a testa alta, a fregarmene di essere un esperimento.
Io ero Martel, respiravo, e tanto bastava a fare di me una persona.
Viva.
Quando respiravo quell’aria fredda, un po’ marcia, un po’ dolce, mi sentivo gonfiare di una sensazione meravigliosa, mi sentivo libera, potente.
Qualcosa che non provavo da tempo.
E ora che tutto questo non esiste più, ora che ho perso la mia casa, cosa farò?
Come vivrò senza la vostra voce che mi spronava ad andare avanti?

Me ne ricordo come fosse stato ieri
Volta dopo volta sostenendoci
Litigando e ridendo di noi stessi.
Il ricordo di quest'epoca raggiante
Resta inciso nel mio cuore.
Penso che non riuscirò mai a cancellarlo, nè a dimenticarlo.
Correndo dietro al mio sogno, resto incatenato.
Cercando di liberarmene, il mio sogno svanisce..


E come prendere in mano un pugno di terra, e vedere ogni singolo granello scivolare veloce dal palmo, e andare a ricongiungersi alla sua madre.
È il tempo che passa, inesorabile, che non cura le ferite ma le apre ancora di più.
È il tormento di un pensiero ridondante, che non ha la minima intenzione di lasciar spazio a qualcosa di più felice perché in quel momento, lo so, non puoi neanche permettertelo di pensare a qualcosa di allegro.
Se non quei momenti vissuti con i tuoi compagni, che non torneranno più.
Mi fa male vedere Dolcetto che mangia sorridente, mi fa male vedere Roa che sistema il suo martello, mi fa male sentire la tua voce che dice “Ti va di fare un giro?” quando la Luna prendeva il posto del Fratello.
Mi fa male persino ricordare i momenti di tensione, quelli in cui qualcuno non riusciva più a sopportare di stare rinchiuso in quel sotterraneo, nel Devil’s Nest che ormai era diventata la nostra casa. Dolore, perché erano emozioni, erano sensazioni che mi facevano sentire in qualche modo ancora quella che ero. Dolore, perché non avrei mai voluto provarle, e ora che non avrei mai più avuto la possibilità di sentire le vostre voci adirate, mi mancava.
E vorrei liberarmene, quando la notte mi assale, quando i vostri visi riappaiono alla mia mente, e mi parlate, felici come un tempo.
E non vorrei più pensarci, vorrei dimenticare, vorrei sognare per sempre, e stare con voi, e vivere con voi in un posto dove nessuno giudica, nessuno addita, nessuno tradisce.

Distruggo molte volte la tranquillità che non tornerà
L'odio dilagante brucia completamente il cielo...
Se potessi cancellare tutto non avrei più bisogno
nemmeno di un cuore

Ma se cancellassi ogni cosa, non varrebbe più la pena vivere. Perché vi siete sacrificati, uno ad uno, solo per permettere a un essere insulso come me di continuare a vedere la luce del sole.
E pensare a questo, chiudere gli occhi e immaginare cose che non ho visto, cose che quei due esseri possono essere capaci di fare, e pensare che ciò è solo colpa di uno stupido, lurido, schifoso alchimista di stato…
Questo mi da la forza di trasformare la sofferenza in odio, il dolore in voglia di vendetta.
Sentire rimbombare le vostre risate fa male quasi quanto vedere il sole alto nel cielo, così bello, così allegro da farmi stare male. Sentire le vostre voci chiamare mi fa rendere conto che, Dio, se mai dovessi morire, c’è una cosa che devo assolutamente fare prima.

Alla ricerca di cosa sto vagando? tutto solo...
Abbracciando l'odio nei miei occhi freddi
anche se mi maledico, il mio dolore non se ne va
Abbraccio la tristezza con cui vivo eternamente


E il tepore di un dolore trasformato in coraggio tiene compagnia, abbraccia ogni mia fibra, ne riscalda ogni centimetro.
Mi rialzo, una lacrima che scivola lenta sulla mia pelle gelida, con una forza nuova in petto, in un abbraccio che regalo a me stessa per farmi forza.
La vostra morte non sarà stata vana, ve lo prometto.
Combatterò contro chiunque si intrometta nel mio cammino, e non so quanto riuscirò a fare, quanto dovrò faticare e quanto soffrire, niente è paragonabile al dolore che ho provato per la vostra perdita, nulla compenserà mai la vostra mancanza.
E se devo morire va bene. Che la morte mi prenda.
Ma non morirò senza aver almeno fatto un tentativo.

Anche in quel tempo che non tornerà più
noi ridevamo

L’abbraccio si scioglie. Spalanco le braccia, alzo il viso al cielo. E il sole che fa capolino tra le nuvole grigie, e sprazzi di cielo azzurro tra quel pallore, mi ricordano i vostri volti, e i vostri sorrisi.
Il silenzio che regnava in quella stanza buia, illuminata da qualche lampada, da candele sparse qua e là…quando quel silenzio veniva rotto, era sempre per una risata che riempiva il cuore.
Perché per noi era impensabile sorridere, per noi era quasi impossibile, ma quando succedeva…Dio, quando succedeva ci sentivamo pieni, vivi.
“Martel, che ci fai là?”
Me lo chiedevi sempre, Dolcetto. Sempre con quel tuo sorriso spavaldo, e il cuore di un cane che si era fuso al tuo, già così caro e buono.
“Nh?”
All’inizio ero così sconvolta che non avevo neanche la forza di pensare. O di vivere. Ma ogni tanto era la tua voce a destarmi, o il tocco gentile di Roa, un bestione confronto a te, ma…
Eravate tutti così buoni a farmi sentire il vostro affetto.
“Dai, vieni qua! Roa sta perdendo alla grande!” sbottavi nove volte su dieci, con in mano qualche carta logorata ai bordi dall’usura, mentre con l’altra brandivi un bicchiere di alcool rubato al bar di sopra, tanto per ricordare loro della nostra presenza.
E io sbuffavo, contrariata, perché non mi andava, perché per me non era divertente quanto lo era per voi.
Perché io in bocca avevo ancora il sapore della vita, quella che mi era stata strappata, quella che era stata sostituita a una di seconda categoria, al contrario di voi che sembravate averla già accettata.
Forse perché eravate semplicemente rassegnati.
Una rassegnazione che non vi piaceva mostrare, nascosta sempre dietro quei sorrisi un po’ falsi, perché nessuno può apprezzare una condizione come era la nostra, un po’ veri, perché eravamo ancora tutti insieme, sotto lo stesso tetto, a dire le solite, inutili, obsolete, care stronzate.
Nulla di tutto questo tornerà. Niente sarà mai più come prima.
“Ragazzino, porta Martel in un posto sicuro.”
Anche quella volta sorridevi, Dolcetto.
Nonostante il tuo fiuto da cane sentisse l’odore di morte, tu ostentavi sul tuo viso quel sorriso di chi si è arreso alla vita che gli era stata crudelmente data. Tu e Roa eravate lì, io e Greed che scappavamo, assieme a quel ragazzo di metallo, che continuò a tenermi prigioniera eseguendo ubbidiente l’ordine di quello che, in teoria, era un suo nemico.
Anche tu, Greed, sorridevi mentre te ne andavi.
“Se non torno entro l’alba, scappa.”
E quanto pesarono sul mio cuore quelle parole, quanto dolorosa si fece la paura di non vederti più, Dio, neanche lo immagini.
Perché vedevo farti sempre più piccolo all’orizzonte, fino a scomparire, fino a diventare aria, fino a non esistere più.
E tutto questo per me, e tutto questo senza dirvi addio.
E tutto questo con un vostro sorriso sul labbra che già sapevano di morte.

Poiché non riesco ancora a dire addio
continuo a pregare l'universo
che si acquieta lentamente
Con voce dolce
con voce tremante
continuo a pregare...

E siccome sono troppo codarda per dire addio alla vita, l’unica cosa che posso fare è vagabondare per terre che non ho mai visto neanche quando avevo una vita degna di essere chiamata tale, alla ricerca di quel qualcuno che deve pagare per il male che vi ha fatto.
Perché voglio vendetta, perché voglio indietro le vostre risate.
Perché nei sogni rivivo ogni giorno i tempi dell’accademia militare, degli allenamenti tra fango e pioggia, dei vostri strappi alla regola per aiutare me, piccola, donna, debole.
Visto? Non sono cambiata affatto.
Ed è tutta colpa vostra, che avete sempre cercato di proteggermi.
Ora non mi importa cosa ci sarà per me.
Quello che voglio è solo potervi riabbracciare, potervi dire ancora che siete la mia famiglia, e che la mia vita di chimera, nonostante tutto, è stata sempre una meraviglia soltanto per la vostra presenza.
Non importa come, né perché.
E il vento soffia, e io gli affido i miei pensieri, sperando che possano giungere a voi, in un modo o nell’altro.
Ci rivedremo, un giorno.