Quando quella mattina Winry aprì
la porta, sentii un fastidio strano nel petto.
Non osai oltrepassare la soglia di quell'andito buio – mi sentivo protetto dall'ombra,
mentre il viso di lei si contraeva di dolore, un soldato che le prostrava una
valigia, e una busta di carta sopra.
Ero tornato umano, così mi avevano detto,
da davvero troppo poco tempo e non avevo la minima idea di che cosa potesse
esserci dentro quell'enorme scatola di pelle marrone.
Ma quando Winry aprì la valigia – ricordo ancora indistintamente il
rumore sordo delle serrature ormai arrugginite riempirmi le orecchie quasi con
violenza – e la vidi scoppiare in lacrime
il mio cuore si strinse, mentre davanti ai miei occhi una macchia rossa e morbida
violava tutto quel candore che aveva regnato nella casa fino a quel momento,
e veniva abbracciato dalle braccia lattee di lei.
Uno, due, tre flash che bombardavano la mia mente, nel tentativo di comunicarmi
qualcosa.
“Winry?”
Si voltò, osservandolo mentre stava lì, fermo come uno stoccafisso sulla porta.
Poggiò sulla scrivania il cacciavite, buttando un occhio al suo lavoro inutile,
e poi dedicò tutta l'attenzione al piccolo
Alphonse.
E dire che a quest'ora sarebbe stato già un ragazzo bello e fatto.
“Sì, Al?”
Tra le mani reggeva due tazze di caffellatte fumanti – nonostante fosse passato
tanto tempo da quando ne aveva preparato uno, a quanto dicevano gli
altri, ricordava distintamente quanto
fosse bello alzarsi al mattino e sentire l'odore di caffè mischiarsi a quello
del latte. Azzardò un passo, uscendo dall'ombra e alzando un braccio verso la
ragazza.
“Al?”
“Ecco...”??????
Winry lasciò che le sue narici venissero invase dall'odore della bevanda, prima
di portarla alle labbra in attesa di una qualche parola da parte del ragazzino.
“Ehi! - rise poi, alzando un dito e premendola sulla sua fronte di bambino –
Che c'è?”
“Winry... io e il niisan... andavamo
d'accordo?”
La ragazza si fermò un attimo a guardarlo, gli occhi sgranati a quella domanda.
“Ma che dici Al? Certo che andavate d'accordo.”
“Io ricordo che... cioé, abbiamo sempre
litigato tanto, e allora...”
“Edward stravedeva per te, Al. Avete passato tanto tempo via da qui, e solo
perché voleva tornare a vederti sorridere. Lo diceva spesso, quando venivate
qui. E sono sicura che lo abbia pensato fino alla fine.”
“Mh...”
“Anche tu non eri da meno, comunque.
- si voltò di nuovo verso il tavolo, acchiappando una vite e giocherellandoci
con le dita – Sempre niisan,
niisan... non preoccuparti.”
Poggiò le mani sul banco, sentendo lo sguardo di Al sulla sua schiena – non
riusciva a guardarlo negli occhi, ogni volta che lo faceva sentiva qualcosa
di doloroso scalfirle il petto, come se uno dei suoi cacciavite le fosse penetrato
dentro, fino al cuore.
“Ed correva sempre da solo... Dai
Al, muoviti, andiamo... E
tu sempre lì, a chiedergli di aspettarti...”
Alphonse la continuò a fissare, spostando poi lo sguardo verso il suo lavoro.
Un braccio grigio e freddo.
Quello che aveva sacrificato per lui?
Ricordava, il giorno del suo tredicesimo compleanno, di averle chiesto un unico
regalo. Non aveva mai avuto particolari desideri da quando era tornato umano
– l'unico che aveva avut??????o prima era mutato, e ora non era più la mamma
a desiderare di avere accanto, ma suo fratello. Era davvero l'unica cosa che
avrebbe voluto ricevere per il suo compleanno.
Ma sapeva che era un desiderio tanto sciocco quanto irrealizzabile, e si era
accontentato di chiederle quella palandrana rossa che era stata di Edward. Era
sicuro che tenendola vicino a sé, qualcosa sarebbe tornato presto alla sua memoria.
La prima volta che la indossò, Winry ebbe un tuffo al cuore. I capelli di Alphonse
erano cresciuti – e quando non li aveva legati li cadevano dolci sulle spalle
– e con addosso quel mantello le sembrava di essere tornata indietro nel tempo,
a quando Edward aveva bruciato la loro casa, a quando Edward la prendeva in
giro e lei in cambio gli regalava un colpo di chiave inglese, a quando erano
loro tre, quelle poche volte insieme durante gli anni prima della sua sparizione.
Non aveva retto a quella visione, e la sua espressione era mutata improvvisamente,
diventando un fiume di lacrime amare. Perché quello davanti a lei non era Edward,
ed era quasi sicura che non lo avrebbe mai più rivisto.
D'altra parte, Alphonse reagì in un modo diverso. Stava imbambolato davanti
allo specchio, rigirandosi su se stesso, quasi esaminandosi in quella mise,
come se non fosse più lui. Sentiva l'angoscia cavalcargli il petto, ma allo
stesso tempo si sentiva quasi... felice.
Lui era lì, davanti ai suoi occhi.
Lo pensava spesso, dopo quel giorno. E col passare dei giorni maturava dentro
di sé una sensazione nuova, qualcosa che aveva un sapore remoto, qualcosa che
sapeva venire dalla sua anima, da quei brandelli di ricordi appesi al suo cuore.
Non gli importava che fosse una visione, non importava se quello davanti a lui
fosse solo il suo stupido riflesso, e niente di più.
Di giorno lo cercava per le praterie di Risembool, di notte lo trovava davanti
alle grandi vetrate della soffitta. Ed era sempre lì ad aspettarlo e ogni volta
che l??????ui arrivava Edward era davanti a lui, a sorridergli, a chiamarlo
a gran voce.
Non erano state poche le volte in cui Winry lo aveva ritrovato riverso sul pavimento
a dormire e a mormorare il suo nome – e lei non riusciva più a capire cosa le
facesse male, se vedere Alphonse in quelle condizioni o non avere la capacità
di vedere quel ragazzo al di là dello specchio.
Alphonse era consapevole che quella persona davanti a lui fosse soltanto una
sua proiezione, e niente più. Ma il dolore dell'assenza era facilmente rimpiazzabile
da quella mera illusione – in cui riversava tutto il suo bene, tutte le sue
emozioni, tutti i suoi ricordi fugaci.
“Niisan...”
Poggiò una mano sul vetro, il cuore che gli pulsava in gola.
Era lì.
Non era un sogno, non era un'illusione, non era la sua mente che aveva deciso
di andare per conto suo e fargli vedere cose che non esistevano.
Lui era lì.
Lo guardava, lo fissava.
“... Niisan?”
E gli annuì sorridendo appena, socchiudendo gli occhi in una espressione serena.
Lui era davvero lì.
Le ginocchia cedettero, impossibilitate
a reggere oltre quella mole di emozioni che si stavano accatastando una sopra
l'altra nel suo petto – a comprimere, a stringere, a spingere via il suo cuore.
“Niisan...”
Chiuse gli occhi, allungando le labbra sul vetro lucido, sentendo il freddo
del materiale trasformarsi rapidamente nel calore delle labbra di suo fratello.
Era lì, dolce, caldo, era lì e lo guardava, era lì e lo toccava sul petto, sulla
pancia, sempre più in basso.
“Niisan... ahn...”
Ed era un tocco sempre più profondo, sempre più veloce, era la mano di suo fratello
che lo sfiorava, e lì dentro c'erano solo loro due, solo lui e il suo amato
fratello, solo lui e l'unic??????a persona per cui avrebbe dato la sua vita,
il suo corpo, la sua sanità mentale pur di rivederlo.
Il cuore batteva sempre più forte, come se volesse uscire fuori, schizzare via
e lasciarlo morire. Sentiva le lacrime bagnargli le palpebre, per poi scendere
lungo la guancia, e il suo corpo era contro la vetrata, illuminato soltanto
dal debole chiaro di luna. Tentava di concentrarsi su quella sensazione centrifuga
che si muoveva tra lo stomaco e il cuore, e che poi scendeva fino al basso ventre,
pronta ad esplodere. Lo chiamava ripetutamente, quasi lo invocava, pregandogli
di superare quella barriera, di venire dalla sua parte, di...
“Al...”
Spalancò gli occhi, senza fermarsi.
Piangeva e lo guardava, le iridi vuote, piene di malinconia, di dolore, piene
di voglia di tornare a casa.
“Niisan!”
Si allungò sul vetro tentando di sfiorarlo – voleva sentire il suo calore, il
suo corpo, voleva sentire le sue mani dappertutto, aveva bisogno di saperlo
vivo, di averlo vicino a lui. Costantemente,
e non in quella maniera così dannatamente dolorosa.
“Al...” ripeté l'altro, le lacrime
che aumentavano, lasciando tracce umide sul suo viso arrossato – su quelle guance
che, Alphonse ne era sicuro, erano più calde del deserto, più del sole.
Sentì un brivido scuoterlo, partire dalla testa e muoversi su e giù per la spina
dorsale, mentre il suo busto si fletteva in avanti, ad accogliere l'orgasmo.
Strinse gli occhi, cercando di ritrovare il respiro, pregando quella sensazione
di non abbandonarlo, pregando di aprire gli occhi e vedere suo fratello in piedi
davanti a lui, a sorridergli come faceva da bambino, a tendergli la mano ed
aiutarlo ad alzarsi.
Ma quando aprì gli occhi, vide solo i suoi occhi confusi, e nulla pi??????ù.
“Niisan?”
Lo cercò disperatamente oltre il suo riflesso, odiando quasi quel viso smarrito
di fronte a lui.
“Non andartene...” implorò, la voce
rotta che si sollevava, chiamandolo e richiamandolo, cercandolo con lo sguardo,
con le mani – vedendo soltanto i suoi occhi, e le impronte lasciate sul vetro
appannato.
“Non andartene Niisan, ti prego...”
Si lasciò andare, stringendo le braccia attorno allo stomaco, il calore tenue
della palandrana a proteggerlo, a cullarlo.
L'unico scopo che mi ero prefisso era stato di ritrovare mio fratello ad ogni
costo. Poco importava se per riuscire ad andare avanti, avrei continuato a fare
finta di essere lui, incontrandolo ogni notte davanti a quella vetrata che dava
sulla nostra casa ormai distrutta.
Poco importava se era soltanto un'immagine riflessa, quella che mi sorrideva
e mi chiamava per nome, quella che veniva a trovarmi nei sogni e a dirmi che
sarebbe andato tutto bene, presto o tardi.
Poco importava se la gente mi guardava in modo strano, se mi compativa, se mi
diceva di smetterla. Non sarebbe stata Winry a farmi desistere. Non sarebbero
stati né il colonnello, né Rose, né nessun altro.
Perché l'unica ragione per andare avanti era lì, che mi guardava e sorrideva,
che mi guardava e piangeva, rinchiusa in uno stupido riflesso che non vedeva
l'ora di oltrepassare la barriera.
E io avrei continuato a cercarla, ovunque fosse.