.Lettera al Fratello Maggiore.
Aprì gli occhi, disturbato dai tenui raggi del sole del
mattino. Rotolandosi tra le coperte, il braccio si posò sul lato destro del
letto, andando a cercare un altro corpo.
“Mh… Al…”
Ma non c’era nessuno. La mano tastò più volte il materasso,
alla ricerca di quel calore a cui era stato abituato fin dalla più tenera età, ma
trovò solo il fresco delle coperte.
“… Alphonse…?”
A fatica, si decise ad aprire gli occhi, vedendo che la
desolazione sul loro letto non era frutto di un qualche rimasuglio di sonno. Si
mise seduto, sbadigliando sonoramente e stiracchiandosi, pensando che forse
fosse semplicemente andato al bagno.
E sorrise, decidendo di andare a… fargli compagnia.
Passo felpato, in punta di piedi, uscì dalla stanza per
dirigersi quatto quatto verso la toilette. E quando aprì la porta, aspettandosi
chessò, Alphonse davanti allo specchio intento a lavarsi la faccia assonnata,
già immaginava dell’urletto isterico che avrebbe fatto sentendo le mani di
Edward sui suoi fianchi, per poi dargli il tanto bramato bacio del buongiorno.
E invece, nulla.
“… Ma dove diamine…?”
La sua immagine riflessa nello specchio – i capelli
arruffati e gli occhi ancora gonfi di sonno – era il ritratto della perplessità
fatta a persona. Si grattò la testa, arricciando il labbro inferiore, e uscì
dalla stanza.
Forse era in cucina.
Sempre silenziosamente – ben intenzionato a far saltare di
qualche metro da terra il suo adorato fratellino – scese le scale,
sghignazzando.
Ma quando la sua testa fece capolino nel salotto, non c’era
alcun odore di cibo a riempirgli le narici, ne voci mugugnanti canzoni random a
cullargli l’udito.
“Alphonse?!”
Cominciò a chiamarlo, lasciando da parte gli scherzi del
mattino e cominciando a cercarlo dappertutto.
Salotto. Cucina. Bagno – di nuovo. Sgabuzzino. Camera degli
ospiti – cosa diamine avrebbe dovuto fare lì dentro?! Giardino.
Niente.
“Cristo, è scappato!”
Tornò in casa, annaspando, col cuore in gola, impanicato.
Sbatté le mani sul tavolo, e in quel momento sentì il fruscio di qualcosa di
cartaceo cadere sul pavimento.
“… Uh?”
Lasciò che la schiena si flettesse in avanti, a raccogliere
quella strana busta – strana, una semplice busta color panna – e a portarla
davanti agli occhi, leggendo più e più volte quelle due parole.
Per Niisan.
“Oddio, oddio!” fece, alzando la voce, stringendo la lettera
in un pugno e andando avanti e indietro per la stanza, girando attorno al
tavolo, andando in salotto e tornando in cucina, per poggiare il sedere sul
tavolo.
Ok.
Calma.
Lo amava. Lo amava da morire – glielo aveva ripetuto almeno
trecento volte la notte prima, Dio! – quindi, quindi, quindi non si
sarebbe mai sognato di andarsene di casa!
Ma no, no, impossibile! Assolutamente assurdo!
“Alphonseee…”
Le gambe scalciarono, fendendo l’aria, mentre le mani si
rialzavano all’altezza degli occhi, quella scritta in azzurro che era come un
pugno nell’occhio.
Stava tremando, CIELO! Lui! Il Fullmetal Alchemist!
No, no, proprio non c’era.
… Ma sembrava così tanto una lettera stile film tutta scena
dove la donna del protagonista decideva di scappare perché si sentiva stretta
nel loro nido d’amore.
Un respiro profondo.
“Ok. – Perfetto, ora parlava anche da solo. – Posso
farcela.”
Una mano lasciò la carta dal lato, lasciando che il
polpastrello si infilasse dentro la busta per aprirla.
Non l’aveva neanche sigillata! Della serie, prima la
leggi meglio è, Niisan!
Deglutì. Poi scosse la testa, arrendendosi al fatto che lui
era un uomo, e che gli uomini veri non si fermano davanti a
queste cose sciocche.
Beh si, lo avrebbe ritrovato e lo avrebbe riconquistato!
Per forza!
Buttò un occhio all’orologio. Le dieci e venti.
Di lì a dieci minuti, la sua morte sarebbe giunta rapida e… dolorosissima.
Sospirò. Le dita d’acciaio – era l’unica cosa che non
tremava, mentre la gamba andava nervosamente avanti e indietro, ciondolando
all’aria – afferrarono la carta, sfilandola dalla busta.
E il suo naso entrò in conflitto con un dolce sapore di
vaniglia.
Vaniglia = Alphonse = Cristo, sto per morire!
Acchiappò i lembi della sua condanna a morte, stirandola e
sospirando, mentre sentiva il groppo in gola farsi sempre più grande, sempre
più gonfio, pronto ad esplodere.
“Al… Aaaal…”
Strizzò gli occhi con tanta forza che per un attimo pensò
che questi gli rientrassero dentro, vagando per il suo viso fino ad uscire
dalla bocca.
Ma quando le palpebre si risollevarono, erano ancora lì.
Purtroppo per lui.
Ok.
Forza.
“Ciao, Niisan.”
Punto. PUNTO?! Dove DIAMINE erano spariti i PUNTI
ESCLAMATIVI e i CUORICINI?!
“Cristo, Cristo!! È fuggito, è scappato, mi ha lasciato!!
Non mi ama più!!”
“Prima che tu possa pensare qualcosa di indecentemente
assurdo, calmati! Non sono scappato a Drachma!”
Oh beh. Non si poteva dire che Al non lo conoscesse.
“Ma… Ma… Allora non mi hai lasciato!” esclamò, battendo la
mano di carne sulla carta.
Ma non mi dire.
“Stamattina mi hanno chiamato per andare in facoltà per
un seminario – “Cristo, Al! Fai infartare tuo fratello per un seminario?!”
– Siccome dormivi tranquillo, ti ho lasciato dormire!”
“Ma… ma… Il mio bacioooo…”
Cioè. Ok, forse avrebbe smadonnato un po’ contro suo
fratello per averlo svegliato a un’ora oscena del mattino, ma Cielo.
Il bacio del buongiorno è UN RITO! Non lo avrebbe
saltato manco avesse voluto dire morire!
Scosse la testa, continuando a leggere.
“Dato che non so a che ora rincaso, ti ho lasciato un po’
di insalata di riso in frigo, mangiane quanta ne vuoi, e non preoccuparti per
me.”
“Aw, che amore che sei!” e strusciò il viso contro il
foglio, sorridendo sornione.
Il suo Al – cuoricino qua.
“Ah, Niisan. Stanotte è stato bellissimo.”
“E vorrei ben vedere! – Si batté un pugno sul petto,
gonfiandolo in maniera oscena – Dove lo trovi uno che scopa come me, eh
piccolino?”
Piccolino. Magari con almeno dieci centimetri più di
te, Edward. Ma vabbeh, dettagli.
“Siccome mi sembra un po’ uno spreco smettere di scrivere
ora, credo che riempirò il foglio, eh? Tanto ho ancora dieci minuti prima che
Marissa passi a prendermi – “Marissa dei miei stivali, perché cazzo non hai
lasciato dormire mio fratello?” – Sono appena le sette e cinque.”
“Povero Al… - mugugnò, tirando su col naso – Come sei
carino! – baciò la lettera, sorridendo – E mio! Non di questa Marissa! Che nome
del… bah.”
Le gambe continuavano a ciondolare, ora decisamente
rilassate. Come il suo viso, che aveva assunto un’espressione da ebete felice.
“Niisan – “Al, sciogliti su, non essere così
agitato!” – ti amo.”
“Oh, Al, tesoro, anche io! Tanto tanto tanto!”
E fu ancora uno strusciarsi sulla pagina. Gli pareva quasi
che emanasse calore.
“Ci sono cose che non riuscirò mai a dirti a voce –
“Oh, Al, dovresti. Non sai quanto sei carino quando sei in imbarazzo!” – quindi,
magari stavolta è la volta buona che riuscirò a dirtele. Niisan, Niisan, io
sono felice. Tanto.”
Sorrise, chinando la testa di lato, mentre le gambe si
fermavano, dondolando impercettibilmente.
“Anche io, Al.”
“Mi hai ridato la vita, mi sei stato vicino in ogni
momento… Anche quando ti arrabbiavi per le solite stupidate da bambini. – “Non
è colpa mia se ti diverti a tentare di propinarmi latte ogni mattina, Alphonse,
accetta le conseguenze!” – Sei sempre stato il mio appiglio, il mio scoglio,
la mia speranza. – “Anche tu…” – Quando non c’eri, sentivo il cuore
gonfiarsi. Ci ho impiegato un po’ a capire perché, ma l’importante è esserci
arrivati, no? – E lì se lo immagino sorridere, la risata leggera e
cristallina che infrangeva il silenzio di quella casa senza di lui. – Mi
sentivo solo. Pensavo a te, ai tuoi abbracci, alle tue carezze, alle parole
dolci – poche, pensò Ed. “Dovrei rincarare la dose, eh?” – ai tuoi
sorrisi… Ai baci…Alle tue mani… E sentivo il bisogno di averli in
quell’istante, di averli sempre. Niisan, io voglio stare con te per sempre.”
“Oh, Al… - scosse la testa, le orecchie appena rosse – Così
sono io quello in imbarazzo!”
“E non ridere! Io sono serio! Ti vedo, sai? Non prendermi
in giro. Mi sono abbracciato tante volte sul letto, pensando che le mie mani
fossero le tue, che a stringermi fossi tu, e aspettavo sempre che tu arrivassi,
e prendessi il posto di quell’abbraccio artificiale.”
“Al…”
Ultimamente tornava da lavoro tardi, e quando la porta di
casa si apriva davanti a sé, Alphonse era sempre o davanti alla porta ad
aspettarlo oppure sdraiato sul divano, a cingersi con le braccia mugugnando
qualcosa nel sonno.
Si ripromise di tornare a casa prima, d’ora in avanti.
“Cielo, lo so che stai ridendo, ti sento! – e gli
scappò una risata divertita, come se si fosse totalmente scordato che quello
davanti a lui era un semplice pezzo di carta – Boh, beh, si insomma…Mh.
… Sono troppo sdolcinato, eh?”
“No, Al. Sei assolutamente perfetto.”
“Acqua, aria, cibo, sangue, vita. Niisan, sei tutto.
Tutto, tutto, tutto. – “Dimmelo ancora, Al…” mormorò, sfiorando quella pagina
con le labbra. E dire che poco prima ne aveva una paura matta. – sei l’unico
che mi completa, l’unico che mi fa sentire vivo. Si, anche a letto, niisan.”
E quello si gonfiò ancora, ridacchiando a labbra strette.
Certo che Alphonse sapeva proprio come prenderlo.
“Al, lo so, mica devi dirmelo. I tuoi gemiti mi soddisfano
abbastanza da farmelo capire…”
“E non ti atteggiare, dai. – “Ma non ti si nasconde
niente eh!” – Dio, so già che mentre leggerai, starò totalmente ignorando il
seminario e starò sperando che passi tutto velocemente.
A proposito, credo sarò a casa per le due.
…Clacson. È arrivata Marissa.”
“Ma quella non ha un ragazzo o una ragazza con cui stare?!
Che diavolo! Al, stai a casa!”
“Allora, ci vediamo dopo, niisan, ok? Fai da bravo.”
“Aaaal, noo, dai, rimani quaaa…”
E strinse a se la lettera, tirando su col naso. Come a
volergli fare pena. Come se Al sarebbe poi magicamente sbucato da quel foglio
giallastro con le scritte blu.
“Ti amo.”
“Anche io, Al, anche io, non andare, stai qua…”
E una porta, da qualche parte, cigolò.
E lui scattò in piedi, stringendo la lettera nel pugno
d’acciaio, correndo verso la fonte del rumore.
“Niisan, sono a cas…”
E non finì nemmeno di parlare, che le labbra calde del
fratello andarono ad incontrare le sue. Una carezza, un saluto, un po’ di
calore umano.
Era saltato addosso a lui con tale forza da sbilanciarlo,
quasi.
“Bentornato, Al!”
Gli si strusciò sul petto, sorridendo.
Al era proprio sbucato fuori dalla lettera: aveva una
camicia color panna e i jeans di un azzurro dannatamente simile a quello
dell’inchiostro!
Dio ogni tanto si ricordava della sua esistenza, viva i
miracoli!
“Grazie, Niisan!” fece, sistemandoselo bene sopra, tenendolo
saldamente per le gambe.
“Come mai già qua?”
“… Sono scappato.”
E Ed sorrise, felino, baciandolo ancora.
“E perché?” chiese, lascivo, mentre le ciocche dei suoi
capelli carezzavano il viso del minore.
“Avevo voglia di te…”
“Mh… Ridillo Al…”
“Ho voglia di te, Niisan…”
Sei l’unico che mi completa, l’unico che mi fa sentire
vivo.
“Anche io ho voglia di te, Al…”
L’unico che sa farmi ridere, vivere.
Si strinse forte al corpo del suo fratello, baciandogli
l’incavo della spalla, mentre questo andava su per le scale, reggendolo per non
farlo cadere, sentendosi appagato del suo calore.
E quando la porta della camera si chiuse, al di fuori di
quelle pareti il mondo non esisteva più.
Erano solo loro.
… Con tanto di cuoricini che uscivano da sotto la porta.
<3