Le questioni in sospeso.
Quante ne aveva fatte da quando era nato?
Non ricordava ciò che successe dopo la sua morte da essere
umano, ma vivi nella sua mente riecheggiavano i ricordi da creatura
artificiale. Odiava indistintamente tutto il genere umano, a cominciare
da quell'insulso uomo che gli aveva dato la vita, che aveva provocato
la sua morte, e che col suo cadavere aveva giocato a fare Dio. Rinato
sotto l'aspetto di un mostro, e per questo abbandonato, covava ormai
per quell'uomo qualcosa che definire odio era troppo banale.
Ma c'era sua madre, ancora. Lei che aveva sicuramente assecondato ogni
suo capriccio, lei che lo aveva stretto a sé mentre era
ancora un ammasso di carne e sangue, lei, che con quelle piccole,
succose pietre rosse gli aveva concesso non di essere umano, ma almeno
qualcosa di simile.
Quello suo e di Dante era sicuramente un rapporto morboso: gli
homunculus non hanno anima, o sentimenti, soltanto corpo e intelligenza
per potersi divertire con coloro che per loro erano soltanto una massa
di stupidi che prima o poi, lui ne era certo, sarebbero morti per mano
sua.
Ma con la sua genitrice era diverso. No, non provava amore, o affetto,
o gratitudine se non per avergli dato la possibilità di
vendicarsi dell'abbandono di suo padre.
Tutto ciò probabilmente mutò in perversa gelosia
quando lei diede alla luce un “figlio” che non era
sangue del suo sangue come lo era lui.
"E' solo un esperimento. Non preoccuparti."
E guarda cosa ne è venuto fuori. Dio, che schifo.
Un cumulo di nervi saltati, di ossa fuori posto, un cuore che dominava
sullo stomaco, pulsando convulsamente, e la carne violacea che faceva
da contorno, gocce di sangue che macchiavano il pavimento di un nuovo
peccato.
Un mostro che dopo mesi, cure e pietre filosofali, era diventato un
terribile, provocante e provocatorio, avido uomo.
"Greed?...Greed!"
Avarizia.
Alla fine si somigliavano, pensava spesso. Se uno brama, è
perché invidia chi quella determinata cosa la ha
già.
Ricordava il suo mettersi seduto nel letto, lo schioccare delle ossa
del collo che erano finalmente andate al loro posto, il sorriso sul suo
volto mentre iridi ametista scrutavano un mondo nuovo.
... Avevano gli stessi occhi.
Ma Greed, se ne resero conto qualche anno più tardi, non era
fatto per vivere al buio.
Lui voleva tutto, tutto, tutto, compresa sua madre. Lui voleva tutto e
voleva lei, voleva tutto e voleva la libertà.
Voleva tutto e si ritrovò con niente, solo un teschio
bianco, lucido, sinistramente sorridente, che succhiava via l'energia,
che sigillava la sua esistenza tra candide mura e cerchi alchemici, che
lo mandarono a dormire per quasi un secolo e mezzo.
"Notte, Greed."
E poi, il laboratorio numero Cinque dove lui sonnecchiava ormai da
decenni crollò, e crepe invasero la sua stanza, e il teschio
rotolò via dal suo posto, e le scosse e le esplosioni a lui
sembravano solo una sveglia.
Una speranza, la libertà.
Erano stati Lust e Gluttony ad informarlo della sua piccola fuga. E lui
non sapeva se ridere, assaporando il momento in cui lo avrebbe
nuovamente sigillato, o incazzarsi come una belva per aver permesso a
quei due ammassi di latta di provocare tutto questo macello.
Ma, in fondo, sarebbe stata un'occasione per giocare un po' al gatto
col topo, come ai vecchi tempi, no? In fondo, a riportarlo a cuccia non
ci sarebbe voluto nulla, no?
Facciamogli godere un po' la libertà, per lui
sarà peggio, poi, tornare indietro.
Così pensava.
E ne fu ancora più convinto mentre il suo cervello elaborava
qualcosa di distorto, tanto per farlo soffrire ancora di più.
Ghignò.
Perché l'avarizia gioca brutti scherzi, Greed.
Molti più di quanto tu possa immaginare.
"C'é un magazzino abbandonato, fuori Dublith. Fatti trovare
lì."
Nessun nome, né altro. Ma non era difficile capire chi
fosse, né cosa volesse. Pochi erano a conoscenza della sua
esistenza, e di certo non si era stupito vedendo che LUI sapeva che in
quella gabbia, non ci stava più.
Quindi non fu così strano se un ghigno si dipinse
all'istante sul suo volto, mentre leggeva e rileggeva quelle parole,
pensando che stavolta si sarebbe riscattato, che non sarebbe stato lui
a finire sigillato.
"Che succede, capo?" si pronunciò Dolcetto, mentre puliva la
sua katana con uno straccio.
Lui alzò la testa dal foglio, portandola all'indietro
mantenendo sempre quel sorriso quasi ebete sul viso.
"Un... appuntamento galante."
"Una donna?" sbottò Martel, facendo spallucce mentre di peso
si sedeva sul divano.
"Qualcosa di meglio, Martel. - e i due lo fissarono, senza capire. -
Molto meglio."
Piegò accuratamente quel pezzo di carta, infilandolo nel
taschino dei pantaloni, e ridendo di gusto, si diresse verso l'uscita.
"Signor Greed..?"
"Tornerò sul tardi, vedete di non fare casino... E fatemi
trovare qualcosa di buono!"
E loro si limitarono ad un cenno della testa, vedendo sparire il loro
capo dietro la porta di marmo, sentendo il tonfo sordo del mondo
esterno che li estraniava di nuovo.
Faceva freddo.
Dublith era sempre stata una cittadina con poca vita, da quanto poteva
ricordare. Anche prima di esser stato sigillato, ricordava benissimo i
pochi passanti che sfidavano l'inverno notturno.
Ma questa era una cosa che gli aveva sempre fatto piacere. In
verità si divertiva a parlare con la gente, l'indole
violenta usciva allo scoperto solo quando si sentiva minacciato, ma in
quel caso era davvero meglio che in giro non ci fosse nessuno.
Non perché si sentisse minacciato, no.
Era sovreccitato, frustrato, distrutto e felice, aveva voglia di
spaccargli il muso, di prenderlo a calci fino a fargli vomitare
l'anima, e chissà quante altre divertenti cose. Aveva un
bisogno disperato di sfogare su quel corpicino esile tutta la sua
rabbia repressa, tutto quello che non aveva potuto dargli centoquaranta
anni prima.
Si chiede se ci sarebbe mai riuscito. In fondo, erano decenni che non
alzava più le mani su qualcuno.
Chissà come mai, poi.
Dio, che razza di pensiero idiota, certo che ci sarebbe riuscito!
Doveva fargli pagare tutto, d'altronde. Non poteva certo mettersi un
freno solo perché i suoi muscoli erano a digiuno di
movimento.
Dapprima il passo leggero si trasformò in una marcia
sostenuta, per poi diventare qualche centinaio di metri prima della
meta una corsa verso quel luogo che lo attirava a se, verso la sua
tanto meditata vendetta.
E mentre correva, quasi gli parve di sentire, lontana ma ben distinta,
quella sua cristallina e diabolica risata, che lo invitava a farsi
avanti.
Non era il solo ad essere impaziente, dunque.
Quando il buio della grande stanza venne squarciato da un tenero raggio
di luna, la sua schiena venne scossa da un fremito, la sua bocca si
piegò in un sorriso malefico.
Poteva già sentire nell'aria quel grazioso, aspro e pungente
odore di morte, tra le dita la sensazione di potere nel sentire
scivolare via una vita preziosa come quella del suo caro... compagno di
giochi.
In verità non si aspettava sarebbe stato così
fulmineo nel rispondere al suo appello. Più che altro
pensava che si sarebbe aggrappato alla sua avidità, e si
sarebbe concesso quel minimo lasso di tempo necessario a vivere un po'
di più.
Ma in fondo, tanto meglio per lui. Non avrebbe dovuto aspettare, per
concedersi un po' di svago.
Due pugni, qualche calcio, e poi Addio Greed, ci si vede all'inferno.
"Hai fatto presto, eh Scudo Perfetto?"
Per tutta risposta, uno sbuffo tra lo spazientito e l'eccitato, e passi
pesanti che riempivano la stanza.
Erano a pochi metri. Meno di dieci passi li separavano l'uno
dall'altro: Greed ancora sul ciglio della porta scardinata, Envy sopra
una cassa distrutta per metà, in equilibrio su un'asse
scheggiata.
"Sai com'é... ho l'occasione di prenderti a botte, e vuoi
che non la sfrutti?"
"Ahahah, bene... - si leccò le labbra, pregustando il
momento in cui sarebbero state intrise del suo sangue - staremo a
vedere chi ne prenderà di più..."
"Non vedo l'ora..."
Con un movimento sinuoso, l'Invidia si mise sulle sue gambe, lasciando
scricchiolare la legna sotto il suo peso, e poi uno, due, tre secondi,
un salto in aria, l'asse che si spaccava, e un calcio dritto alla
faccia di colui che doveva soltanto essere eliminato.
Né più, né meno.
"Come siamo impetuosi... - ghignò l'Avarizia, afferrando
saldamente la caviglia dell'homunculus e sbattendolo a terra di peso. -
Non è così facile mandarmi a terra, Envy."
"Tu dici?"
"Non mi faccio fregare due volte, per di più dalla stessa
persona!"
Envy sorrise, puntellando a terra i gomiti e tornando in posizione
eretta con una capriola all'indietro.
"Sai come si dice, mai dire mai, Greed..."
Sentiva il sangue ribollirgli nelle vene. Avvertiva lo spasmodico
bisogno di ridere, perché ogni sua cellula era in movimento,
il suo cuore era in fibrillazione, e se non sfogava tutto
ciò con una risata, sentiva che sarebbe impazzito.
Era eccitato, cazzo. Eccitato da morire, eccitato come non gli capitava
da tempo.
Con un urlo liberatorio, si scagliò contro Greed,
preoccupato di schivare i suoi attacchi più che capire cosa
ci fosse di così divertente nel prendersi a pugni a vicenda.
"Non funzionerà così, Envy!"
"Stai zitto e stai a vedere come ti sigillo di nuovo, Scudo!"
E per svariati minuti era un susseguirsi di calci, di ansimi, di pugni,
era polvere che si sollevava ad ogni movimento, sempre più
in alto, giungendo al soffitto, ricadendo lentamente giù.
Envy era un vero mostro, quando si trattava del corpo a corpo. Anche se
non riusciva a mandare a segno molti colpi, Greed non riusciva a
contrattaccare, e per tutto quel tempo l'unica cosa che aveva potuto
fare era stata di schivare, evitare, chinarsi, e sbattere la faccia sul
pavimento di pietra, quando l'unica cosa che davvero voleva era
mollargli uno dei suoi pugni d'acciaio nello stomaco, mandarlo k.o e,
se possibile, all'Inferno.
Ma la fine sembrava ben lontana dall'arrivare, e a giudicare dal
sorriso di scherno sul volto dell'homunculus dai capelli verdi, non
avrebbe mai voluto interrompere questo bel gioco di schiva e scappa.
Se ci riesci.
"Sei lento, Greed!" amava ripetergli fino alla nausea, lui che non
aveva un segno di lotta sul corpo, l'altro che addosso aveva solo
cumuli di polvere, un po' sul petto, un po' sulle gambe.
Con uno scatto felino, Envy indietreggiò, ritornando su
quella cassa di legno ormai inutile, dandosi una spinta con i palmi dei
piedi, distruggendo quel poco che rimaneva di quell'oggetto, e
fiondandosi come un proiettile addosso a Greed, troppo preso dal capire
cosa stesse succedendo per contrattaccare o per lo meno, ripararsi.
"Che diav..."
In seguito, un nuvolone di polvere si alzò, assieme ad un
frastuono che Dio, se non fosse stato per la lontananza, avrebbe
certamente svegliato il vicinato. Diverse schegge schizzarono via dal
luogo dell'impatto, rimbalzando diverse volte sull'arido pavimento,
fermandosi a svariati metri da loro.
E quando entrambi aprirono gli occhi, l'uno sopra l'altro, ansimanti,
sporchi, ci fu un breve momento di silenzio.
Envy squadrò pian piano ogni singolo centimetro di pelle del
suo avversario: laddove non fosse riuscito a generale la sua corazza,
sulle spalle, su parte delle braccia, un poco sotto il collo, era un
graffio e una goccia di sangue.
Goccia che colava, disegnando nuovi lineamenti, colorando la pallida
pelle di un rosso vivo, ardente, caldo.
E là no, non ce la fece davvero più...
Sotto lo sguardo prima dubbioso, poi decisamente sornione di Greed, il
suo viso si chinò su quella linea rossa, così
perfetta, così invitante...
E quando la punta della sua lingua, così calda rispetto al
resto del suo corpo, sfiorò con avidità quella
ferita, capì che la lotta, da lì in poi, avrebbe
avuto ben altro carattere.
Envy perdeva letteralmente la testa quando vedeva del sangue, era una
cosa di cui si era dimenticato, e aveva fatto male, perché
probabilmente si sarebbe risparmiato più colpi di quelli
presi fino a quel momento. La sua mano, ancora avvolta nel
più duro carbonio, si posò con gentile violenza
sulla testa di colui che gli stava sopra a cavalcioni, spingendolo
sopra di lui, invitandolo a prendere quanto più sangue
voleva.
"Envy..."
Lui si fermò un istante, indirizzando lo sguardo a quello di
lui, che con un sorriso strafottente, gli bisbigliò, leggero:
"Sei proprio... una puttana..."
"... Greed, fammi un favore, fottiti."
E riprese a leccare, andando a raccogliere ogni goccia di linfa vitale
scivolata via, passandosi la lingua fra le labbra, mentre con gli occhi
chiusi ne memorizzava il sapore, e ogni singola sfumatura.
Se prima era eccitato per la lotta, ora quella sensazione, intrisa di
sangue, aumentava a livello esponenziale. E non per lo stesso motivo di
prima, no.
Ora sentiva ben altri bisogni.
Come un gattino avido di latte, distolse la sua attenzione dal collo
per rivolgerla alle sue lunghe braccia, osservando quelle ferite che
lui gli aveva provocato, di cui andava fiero.
Greed sollevò un sopracciglio, compiaciuto, mentre un suo
dito, tornato alla carne, affondava in quello piccolo squarcio sul suo
corpo, impregnandolo del suo stesso sangue.
Envy lo guardò, divertito.
Pareva non fosse l'unico a voler portare avanti quell'assurdo modo di
combattere.
"Lo vuoi?" mormorò, agitando il dito davanti al suo naso a
punta, ai suoi occhi colori ametista, tentati, desiderosi, assetati di
quella sostanza.
...Fanculo al buonsenso che non aveva mai avuto, fanculo all'orgoglio a
cui teneva in maniera spropositata.
Si stava mostrando più avido del detentore di quel nome.
Saldamente, con la paura che potesse ritrarsi, afferrò la
mano, portandola alla bocca e avvolgendo tra le labbra quel dito grande
quasi il doppio del suo.
Sentire il sapore del sangue a contatto con quella sua pelle, gli
faceva un effetto quasi devastante, cazzo.
"Ti... odio..." mormorò, tra una leccata e l'altra, senza
staccargli gli occhi di dosso.
Non gli avrebbe lasciato scampo, Greed lo sapeva benissimo. La
determinazione che aveva negli occhi prima, ancora la possedeva. Tutta.
L'unica cosa che nel giro di pochi minuti era cambiata, e solo per
qualche misera goccia di sangue, erano le modalità con le
quali quella determinazione si sarebbe assopita, soddisfatta.
E sicuramente, entrambi approvavano quella situazione.
La sua mano, resa ancor più nivea dalla luce lunare che
timida penetrava in quel luogo, si poggiò con forza sulla
spalla dell'Avaro, spingendolo verso il freddo pavimento. Comodamente
seduto sui suoi addominali, concluse il lavoro di pulizia, prendendo da
quel corpo così forte ogni singola goccia di sangue lasciata
andare.
"Mai quanto io odio te, Envy."
E preso da uno strano impeto che sgorgava dal petto, si
aggrappò quasi con disperazione alle labbra color pesca di
Envy, ancora sporche di lui.
Sapeva di quel peccato di cui le sue membra, la sua voce, persino il
suo nome erano sature.
La sua lingua era bollente. Le sue labbra erano roventi. Qualunque
centimetro della sua pelle, sempre stato pressoché gelido,
ora scottava quasi fino a far male.
"Sognati che succeda ancora..." mormorò mentre, separandosi
dalla sua bocca andava ad incontrare nuovamente il collo muscoloso, le
sue mani sfilavano lentamente la giacca, piume bianche che andarono a
solleticargli per pochi secondi la punta del naso.
Il leggero ronzio che riempì l'aria per qualche secondo gli
fece dedurre che Greed aveva dato il suo tacito assenso a giocare con
lui, e quando un dito scivolò languido al centro del suo
petto, ora libero dal suo scudo, ne ebbe la conferma.
"Non lo farò. Tu morirai." ghignò, assaggiando
coi polpastrelli la sua schiena, infilandoli sotto quell'inutile,
blanda canottiera così aderente alla sua figura.
"Tu morirai prima..."
Affondò i canini nella sua carne ambrata, sentiva le sue
grandi dita scivolare lungo la colonna vertebrale, aveva nella testa
come mille farfalle. Envy, stai perdendo il controllo di te stesso,
pensò fra sé e sé.
... Al diavolo pure la sua coscienza. Se mai ne avesse avuta una,
ovviamente.
Si insinuò tra le sue gambe, lentamente, sentendo l'uomo
sotto di lui sospirare, in attesa di qualcosa di più.
Avido, avido più di se stesso, più della
popolazione umana messa assieme.
Ma in fondo, lui non era che l'ultima persona a poter biasimare la sua
così stupida voglia di... come dicevano gli umani?
Ah, sì. Farsi una sana scopata.
E dire che quella era una cosa che ben caratterizzava la maggior parte
degli esseri umani. Mai avrebbe pensato che prima o poi non lo avrebbe
fatto tanto per nuocere a qualcuno.
Semplicemente, gli andava e basta.
I sospiri dei due andarono a riempire la stanza vuota nel momento in
cui i due bacini si sfiorarono.
Dannatamente. Lenti.
La mano di Greed strinse con forza il sedere dell'Invidia, spingendolo
verso il basso, obbligandolo ad approfondire quell'
“innocuo” contatto.
"Non hai fame, Envy?"
Si incontrarono una seconda volta, le lingue che si toccavano, prima
fugaci, poi come indemoniate, il sapore del sangue che li legava, la
voglia di sentirsi l'uno nell'altro, qualcosa che poco prima non
sarebbe stato neanche lontanamente pensato.
L'odio che traspirava dalle loro pelli, e che rendeva il tutto
così dannatamente...surreale.
Envy esplorò il petto sotto le sue mani, percependone la
più totale perfezione.
Odiava tutto di quel corpo. Quei muscoli scolpiti, la pelle liscia
nonostante tutto quello che aveva passato, la sua agilità
nei movimenti... no, niente comparata alla sua, ma che, Dio, uno
normale non sarebbe così, dopo più di un secolo
di... indisposizione.
Beh, si. Uno normale non sarebbe vissuto così a lungo, a
parte tutto il resto.
La punta della sua lingua si portò ad accarezzare le labbra
rosee e fini di Greed, alternandola a incisivi candidi che grattavano,
graffiavano la superficie, alla ricerca di altro nettare.
E senza quasi accorgersene, si ritrovarono senza indumenti.
Non che ci volesse poi un granché a levare quella roba dai
loro colpi, una canottiera e una giacca neri e due paia di pantaloni
non erano poi un così grande intralcio.
Era un continuo susseguirsi di carezze, graffi, e rivoli di sangue.
Di lingue calde che esploravano avidamente ogni singolo centimetro di
pelle, di saliva che tracciava sentieri invisibili, macchiata qua e
là da piccole pozze rosse.
Si stavano saziando l'uno dell'altro, ben sapendo che sarebbe stata una
cosa nata e morta nel giro di una luna.
Inaspettatamente, le posizioni si capovolsero.
Greed premette con forza sulle spalle di Envy, e con un colpo di
fianchi si portò sopra di lui, sentendolo mugugnare di
dolore.
"Scusa, ero stanco di stare là sotto." ghignò,
ammiccando. Envy lo guardò, sputando di lato e ghignando
ancora.
"Peccato, la cosa mi stimolava." mormorò in risposta,
puntando un dito sul suo petto, lasciandolo scivolare fino
all'ombelico, accerchiandolo più volte.
"Vorrà dire che... passerò ad altre
stimolazioni..."
E non gli diede manco il tempo di replicare, no. Doveva conservare il
fiato per altro.
Con non curata delicatezza, introdusse due dita nella sua bocca,
invogliandolo a farci quello che più desiderava: succhiare,
leccare, mordere, qualunque cosa volesse, bastava solo che fosse tutto
frutto dei suoi ormoni impazziti.
E lui accolse l'invito, cominciando a molestare i polpastrelli con i
denti prima, con la lingua poi, chiedendosi se fosse il caso di ferire
anche le sue belle mani, oppure lasciarle immacolate.
"Torno subito, dolcezza..." sibilò lui, con fare
provocatorio, per poi poggiare la sua lingua sul collo per tracciare
una scia lungo la giugulare, per soffermarsi poi sui capezzoli,
mordendoli, succhiandoli, distruggendoli tanto da far uscire qualche
goccia di sangue, giusto perché gli pareva ingiusto essere
l'unico a non aver sentito ancora il sapore dell'altro.
Ancora per poco, comunque.
Prima piano, poi veloce, poi di nuovo piano, la sua lingua si divertiva
a giocare lì, mentre le sue orecchie venivano riempite del
suo respiro che ora si faceva marcato, ora rilassato. Un risolino
scappò dalla sua bocca, mentre nella sua testa rimbombava un
"Greed, sei uno stronzo", con quella voce tagliente che in quel momento
si scioglieva come neve al sole.
Amava, adorava quel suono soave. Aveva un suono diverso dalle
puttanelle che si era fatto durante la sua vita.
Perché era odio che andava a farsi benedire, erano
sentimenti che rendevano i piaceri della carne ancora più
stimolanti.
Era Envy e basta. E finché aveva sotto le mani qualcosa di
così potente, lui si sentiva appagato da una soddisfazione
che non era equiparabile a niente.
La sua lingua tornò a scivolare lungo il ventre piatto,
fermandosi pochi secondi a molestare l'ombelico, e poi si
fermò là, a metà strada.
Con la mano libera sfiorò il fianco sinistro, sentendo le
ammaccature provocate dalle schegge di pietra sul pavimento, sentendo
la sua bocca stringersi sulle sue dita, che continuavano a venire
succhiate con tutta la forza che aveva in bocca, a ritmo incalzante
mentre Greed si avvicinava al suo membro pulsante di piacere.
"Scommetto che non aspetti altro..." mormorò, cominciando
poi a leccare il basso ventre, limitandosi a sfiorare con pacata
gentilezza la base della sua erezione.
Voleva sentirsi implorare, si.
Fece scivolare via dalla sua bocca le dita umide della sua bocca,
sentendo finalmente nitidi i suoi sospiri. Stava facendo un bel lavoro,
pensò, sorridendo.
"Greed..." sbottò, tradito nella seccatura da un ansimo
troppo marcato.
Aveva appena sfiorato la sua lunghezza con la punta del dito bagnato,
con una lentezza esasperante.
Lui rise, compiaciuto, poi tornò a solleticare il basso
ventre dell'Invidia, senza intenzione alcuna di dargli quello che
voleva.
"Vediamo un po'..." disse, mentre l'indice umido sfiorava tutta la
base, ogni singola fibra tesa, tremante. Se lo sentiva, non ci avrebbe
messo molto a scoppiare.
Baciò a fior di labbra la sua lunghezza eccitata, un po'
qua, un po' la, senza dargli effettivamente nessuna soddisfazione. Poi
tornò all'ombelico, molestandolo più volte, la
punta della lingua fuori, dentro, fuori, lentamente.
E finalmente, sentì la presa di quelle dita affusolate sui
suoi capelli, la spinta verso il basso che i palmi candidi gli
imponevano.
Scendi, Greed, scendi, parevano dirgli.
E come si suol dire, un gesto vale più di mille parole.
"Greed, cazzo!" fece, agitato, mentre una gamba si piegava, e il piede
poggiò sulla schiena, muovendosi per tutta la sua lunghezza.
Ecco, ora era più che soddisfatto.
"E va bene, se proprio vuoi..."
E lo prese all'istante, avvolgendolo con la sua bocca, scivolando verso
il basso con estenuante calma, mentre la lingua stuzzicava ogni singolo
centimetro di pelle.
Bruciava, oh, se bruciava.
Cominciò ad andare su e giù, succhiando prima
avidamente, poi fermandosi, poi riprendendo a succhiare,
così, interrompendo sempre il piacere prima che arrivasse,
sentendo la voce di Envy rotta dai sospiri pesanti, dalla sua voce
così eccitata da mandarlo in estasi, mentre anche il suo
basso ventre cominciava a chiedere di essere soddisfatto.
Ma Envy veniva prima, si.
Sollevò un momento lo sguardo sul suo ventre, vedendo il
viso di lui arrossato mentre si intentava a poggiarsi sui gomiti,
costringendo la sua schiena ad inarcarsi, richiedendo
all'Avidità un contatto più profondo.
E lì per lì, colto da un moto di estrema
gentilezza, decise di succhiare con forza, aiutandosi con le mani che
scivolavano tra l'umido dei suoi umori.
E tra una leccata e l'altra sua, e tra un'imprecazione e l'altra di
quell'essere ormai sottomesso al suo volere, quest'ultimo venne dentro
di lui con un grido liberatorio, lasciandosi scivolare poi lentamente a
terra, un respiro pesante per ogni pulsazione che ancora avvertiva.
E poi il respiro gli si mozzò in gola. Le sue gambe erano
state sollevate dalle forti braccia di Greed, portate sopra le sue
spalle, e non aveva neanche avuto il tempo di fiatare che qualcosa gli
si era intrufolato tra le gambe.
"Ah! Cazzo!" sbraitò, sollevando la schiena e aggrappandosi
con violenza alle sue braccia, affondando le unghie nella carne.
"Scusa tanto, dolcezza, ma il mio amico chiama..." ghignò,
entrando in lui con un colpo secco. Sentì la carne lacerarsi
sulle sue braccia, e precorrerne velocemente la lunghezza, portandolo a
un colorito acceso, mentre Envy imprecava.
Ammise, sorridendo, che non era stato per niente delicato. Ma
né lui né l'altro avevano mai saputo cosa fosse
la gentilezza, men che meno in quei casi, quindi non vide motivo per
fare uno strappo alla regola.
E quindi, affondò per bene nel suo corpo, buttando l'aria
dai polmoni, e preparandosi al movimento che da lì sarebbe
diventato sempre più incalzante, distruttivo, eccitante, e
chissà cos'altro.
Mugugnò diverse volte, prima di dare libero sfogo agli
ansimi e alle parole di "apprezzamento" rivolte al più
anziano, che in risposta non faceva che rendere gemiti mal celati e
appellativi tutto fuorché aggraziati allo scudo perfetto.
"Mi stai... f-facendo male, stronzo…" gli
bisbigliò all'orecchio, per poi poggiare la bocca alla base
del collo e prendere a succhiare con violenza, mordendo, stringendo e
allentando la presa, mentre le sue gambe scivolavano, fermandosi sopra
i gomiti dell'Avaro.
Probabilmente il suo comportamento non fece che carburare i suoi
ormoni, dato che il suo bacino sembrò snodarsi e andare da
solo per la sua strada, mentre sentiva un rivolo di sangue scivolargli
lungo la spalla, la lingua dell'Invidia che andava a ripulirlo, prima
lì, poi dal suo stesso seme, ancora grondante sul mento, nel
petto.
"Pensavi a... una cosa c... carina e dolce, Envy? Nh..." gli rispose,
stringendo forte i suoi fianchi, mentre con le ginocchia si avvicinava
di più, andando ancora più a fondo.
"Spero... che tu ... crepi..." fece, il viso arrossato, le labbra di un
rosso vivo.
Il suo rosso.
"Ti piacerebbe...eh...anf..."
Una, due, cento spinte.
"Da morire..."
Prese in mano la sua lunghezza, nuovamente eccitata, mentre con l'altra
continuava a rimanere aggrappato a Greed, che lo guardava, leccandosi
le labbra. Cominciò a muoversi mantenendo il suo stesso,
frenetico ritmo e, quando anche lui perse il controllo della sua mano,
mentre le loro lingue giocavano tra di loro, tutta la voglia che
avevano tenuto repressa per secoli venne fuori, riempendo il corpo di
Envy, sporcando il ventre di Greed.
E dopo ciò, scivolò fuori da lui, poggiandolo con
scarso garbo per terra e pulendolo dal suo stesso piacere, assaporando
quel sapore per l'ultima volta.
Envy si passò una mano sulla fronte, il respiro ancora
agitato, mentre l'eccitazione scemava, e lentamente si assopiva. Un
tonfo leggero gli fece intendere che Greed, davanti a lui, si era
appena messo a sedere sul pavimento che, a contatto con la sua pelle,
lo sapeva perché provava la stessa sensazione, pareva
estremamente gelido.
"Greed..."
Qualcos'altro si poggiò sulla terra, forse la sua mano.
"Si, Envy?"
Continuò a guardare il soffitto, mentre il suo braccio
scivolava lento a terra.
"... Prima ed ultima volta, ricordatelo."
Sentì una risata. Non riuscì a capire se fosse
dispiaciuta, divertita, o puramente sarcastica. Mugugnò
qualcosa, probabilmente un "Lo so, lo so.", mentre si rialzava,
sbattendosi le mani sulle gambe per poi andare a recuperare i suoi
vestiti.
"Tu rimani qui?" chiese poi, mentre infilava i pantaloni e metteva al
naso i suoi occhialini.
Sollevò la mano, agitandola un poco. Era talmente pieno
di... Dio, neanche lui sapeva di cosa... che gli premeva increscioso
sul petto, che persino la voglia di proferir parola si era dissipata.
Con la coda dell'occhio lo vide sollevare le spalle. Poi, giubbotto
sistemato, si avvicinò alla porta e fece per andarsene.
"Scudo..."
Si fermò.
"Si?"
"... La prossima volta non andrà così. Ti
ammazzerò, è chiaro?"
"Ah-ahn...Vedremo poi, chi ammazzerà chi...Ci si vede
mostro..."
E se ne andò.
"Ci si vede, stronzo..."