Al stava sul davanzale della finestra, i gomiti poggi sul marmo bianco – le mani a sostegno della testa, mentre osservava le stelle.
Si guardava l’anulare, rigirando tra le dita un filo d’argento – “Mi spiace Al, ho dovuto risparmiare un po’, spero ti piaccia comunque.” – canticchiando mentre l’aria si riempiva di un buon odore.
“Tra poco è pronto!”
“D’accordo, niisan!”
Non si mosse, continuando a mirare un po’ l’anello, un po’ le stelle, mentre la mente si riempiva di ricordi teneri e soffici – un po’ come la carne dello spezzatino che suo fratello stava preparando con cura per la loro cena.
Era strano pensare a come certe cose – odori, sapori, parole, cose – ti riportassero velocemente indietro nel tempo.
Edward e il cibo avevano avuto da sempre un pessimo rapporto. Soprattutto da bambini.
Nelle sue prime memorie non può fare a meno di vedere il fratello maggiore seduto al tavolo coi pugni serrati, in una guerra di sguardi col suo nemico peggiore.
“Niisan se non bevi…”
Il latte.
“Mi fa schifo, basta!”
Era sempre stato restio a bere quella così buona bevanda – gli dava il voltastomaco pensare che venisse dalle mucche, quando aveva appena finito di poppare dal seno della madre. Anche se lui si difendeva sempre, perché “Il latte della mamma non è latte! È diverso, e non viene dalle mucche!”
E alla fine, lui doveva bere sia la sua porzione che quella di Ed – salvo poi dispiacersene quando a volte le coliche venivano a bussare alla porta.
Questo a colazione.
Il pranzo, se possibile, era ancora peggio. Al ricordava benissimo come – quando non gli era utile per cose infime come ingurgitare latte fino a soffocare – suo fratello fosse decisamente odioso nei suoi confronti. Quindi, dipendeva molto dal cibo che c’era sul piatto perché o glielo rubava – cosa che accadeva una volta ogni tre – oppure glielo lanciava addosso, usando la forchetta come fionda.
Con conseguenti sculacciate da parte del papà.
La cena andava invece in modo tranquillo. Semplicemente perché pam, Edward crollava sul piatto dal sonno.
Insomma, semplice routine quotidiana, anche se a pagarne le spese era sempre lui.
Poi suo padre era andato via, ed Edward era diventato più, come dire, mansueto. Forse i discorsi di sua madre – “Ed, papà ora è partito, tu sei l’uomo di casa ora, e devi fare da bravo, e stare vicino ad Al che è ancora piccolo e aiutarlo, capito?” – forse la semplice malinconia e il vuoto lasciati dal padre, fatto sta che nessun pasto fu più così movimentato come quelli dei loro primi anni di vita.
Poi sì, insomma, la storia la sappiamo tutti.
A quel punto – dopo la svolta, dopo la morte di Trisha, e gli allenamenti, e la trasmutazione umana – detto addio al corpo di Alphonse, Edward non se la sentì più di sprecare cibo inutilmente.
Ma forse – forse, eh – era solo un segno di maturità, di rispetto nei confronti delle pietanze che gli venivano offerte – e del suo fratellino che non poteva più mangiare.
Al ricordava con piacere i pranzi offerti da Maes quando erano ancora a Central per il test di ammissione all’accademia militare, i tramezzini della signora Glacier preparati con cura nonostante la gravidanza. Guardare suo fratello saziarsi era appagante, dopo mesi di sofferenza in cui rifiutava totalmente di toccar cibo.
Faceva sentire sazio anche lui.
Suo fratello non seguiva mai degli orari regolari: ingurgitava qualunque cosa trovasse a prescindere dal momento della giornata. Poteva mangiare un panino alle otto del mattino e bere the coi biscotti alle nove di sera – ovviamente seguito da qualche schifezza degna di tale nome.
Il vagare
di meta in meta senza sosta non permetteva loro di fermarsi per più
di un certo tempo, e facevano in tempo solamente a raccattare i doni
culinari di chi per quel poco tempo gli accoglieva, conosceva e
aiutava.
Il che, fortunatamente, accadeva di frequente.
Insomma, l’irregolarità per quel periodo era il forte di Edward Elric. Poco importava quando e cosa finisse dentro il suo stomaco, l’importante era averlo pieno quanto prima possibile.
E così avanti per troppi anni, prima di poter vedere la luce della speranza.
C’era stata la sua trasmutazione, il passaggio di Ed al portale. La guerra, il loro nuovo incontro, la morte del suo doppio e la vita a Monaco, e a Berlino, e a Parigi, e a Londra.
Dove erano diventati una famiglia, finalmente.
“Alphonse è pronto!”
“Arrivo, arrivo, due secondi!”
Sorrise, pensando a come la loro vita fosse cambiata radicalmente, una volta trovato un luogo dove stare, da chiamare casa. Certo era stato difficile andare avanti – nell’aria c’era sentore di guerra, i prezzi lievitavano, e per un momento pensarono ad un miracolo, quando si erano ritrovati con in mano le chiavi di una casa – ma alla fine avevano trovato quello che cercavano da sempre.
Casa, famiglia, amore, calore.
Tutto era tornato come in principio. Con le varianti del caso, ovvio.
Niente cibo lanciato contro Al. Piuttosto, qualche momento stupido in cui Edward imitava un aeroplano e imboccava il suo fratellino, come se fosse ancora piccolo, seduto sul seggiolone con le gambe penzolanti.
“Niisan, smettila!” rideva lui ogni volta come un bambino.
Esistevano di nuovo le colazioni – un giorno era Al ad alzarsi presto per preparare uova e pancetta, un giorno era Ed che premuroso gli portava ogni pietanza a letto, perché se il buon giorno si vede dal mattino, allora quello di suo fratello doveva essere perfetto obbligatoriamente.
Aveva intenzione di farlo ingrassare come un maialino. Di fargli recuperare i chili e le coccole e l’amore che aveva mancato in quegli anni passati come un’armatura.
I pranzi erano diventati di una bontà infinita. Ogni giorno si viziavano con qualcosa di diverso – almeno finché la fantasia avesse dato loro supporto –, cucinando insieme, abbracciati.
Ed lo cullava sempre, mentre lui si dedicava ai fornelli, sussurrandogli carinerie all’orecchio – “Quanto sei bravo.”, “Quanto sei carino.”, “Quanto mi piaci.”, “Quando ti amo.” – accarezzandogli la pancia, e i fianchi, a volte solo per sentire il calore della sua pelle, a volte per il gusto di farlo ridere mentre lo solleticava.
E così erano le cene.
Alphonse scese l’ultimo scalino, avvicinandosi al fratello che intanto portava lo spezzatino a tavola.
Gli schioccò un bacio sulle labbra, sorridendo, poi si sedette al suo posto, osservando i movimenti del fratello mentre gli riempiva il piatto.
“Che buon odorino…”
“Visto? E ho fatto tuuuutto da solo.” Si bullò, una mano sul fianco e la risata sulle labbra. Alphonse scuote la testo, guardandolo e sorridendo.
Gli mise
un’ultima cucchiaiata di spezzatino sul piatto, mentre voltava
il viso verso suo e smack, un altro bacio.
“Scusa, mi è
scivolato.”
Alphonse gli diede un colpo dietro la nuca, ridendo ancora.
“Tonto.”
“Lo so.”
Era di nuovo unione, era di nuovo il piacere di stare a tavola insieme. Sapevano entrambi che ormai, qualunque cosa sarebbe successa, loro sarebbero rimasti sempre uniti, in qualunque senso.
Amore, amicizia, fratellanza.
E il solo mangiare insieme, sarebbe stato un segno di un ritorno ad una tanto sospirata libertà.