Blind date;
Hai voglia di qualcosa di nuovo?
Stanco dei classici appuntamenti?
Under the
Rainbow, in occasione del suo primo anno
di vita, organizza solo per Domenica 30 Marzo il Blind Date!
In esclusiva, per la prima volta in
tutta la regione, un evento da non perdere!
Vuoi saperne di più? Non ti resta che
partecipare!
Apertura dei locali alle ore 20.00.
Fino alle 01.30 ingresso gratuito per le donne.
Alzò un sopracciglio,
sospirando.
Di solito quando andava
a fare la spesa gli capitava di vedere cose… strane.
Ma un manifesto pieno di aitanti ragazzi in mutande,
con tanto di glitter alla Armstrong qua e là lo inquietavano.
Decisamente.
Certo, bisogna attirare
la clientela. E sicuramente un eterosessuale con un
minimo di cervello avrebbe sicuramente evitato di anche solo avvicinarsi ad
un posto del genere.
… Beh, in verità lo
avrebbe evitato benissimo anche lui.
Tuttavia – e con una
certa riluttanza, dovette ammetterlo – annotò mentalmente ora e luogo dell’evento,
scuotendo poi la testa e lamentandosi di quanto le buste pesassero, e di quanto
cibo avessero effettivamente bisogno due persone per
sopravvivere qualche giorno. E soprattutto, di quanto
avesse bisogno di una mano a trasportare tutto quel ben di Dio nell’appartamento
suo e di quel lavativo del suo fratello maggiore.
D’altronde non poteva
biasimarlo: il lavoro che faceva lo teneva sveglio per gran parte della notte
– sempre scartoffie da firmare, sempre lavoro arretrato da portarsi a casa –
e la mattina per quanta buona volontà ci mettesse, non riusciva mai ad alzarsi
dal letto.
E lui cedeva
sempre – “Vado io, niisan, non ti preoccupare…” – gli sistemava le coperte ed
usciva a fare due passi in centro.
Buttò un occhio alle
buste, contemplando confezioni di carne, buste di verdure, e un pacco di patate
fritte che Edward – ne era sicuro – avrebbe spazzolato
nel giro di pochi minuti.
Ridacchiò, scuotendo
la testa.
In verità, non si arrendeva
per così poco. Cioè, certo, quello contribuiva pienamente
– il suo niisan faticava la notte per portare a casa dei soldi, era giusto e
meritato quel suo riposo mattutino. Però aveva qualcosa che rotolava sempre
nel petto, un contorcersi mistico ad ogni sua parola gentile, o a
un semplice sospiro, uno sguardo, un semplice gesto.
… In verità era cotto
di suo fratello. Cotto a puntino.
Probabilmente un po’
scottato.
E neanche
da poco tempo.
Ricordava perfettamente
l’angoscia che alle elementari lo accompagnava quando
quella buffa antenna bionda non faceva capolino dalla sua aula alla ricreazione,
o la tristezza che gli riempiva gli occhi di lacrime quando Ed si arrabbiava
perché non voleva che stesse con lui quando giocava coi suoi compagni di classe.
Aveva però anche, limpide
nella mente, le immagini di suo fratello che si scusava per i torti che gli
aveva fatto, o quando alle medie si prendeva cura di
lui quando non stava bene. Ancora sulle labbra poteva sentire il sapore delle
caramelle che gli donava in richiesta di perdono.
“Ti assolvo da ogni peccato, niisan!”,
diceva sempre col sorriso sulle labbra.
Lo amava, lo amava ciecamente. Eppure
sapeva di non poter esternare i suoi sentimenti. Un po’ per evitare imbarazzi
ed eventuali dipartite da Londra – se il suo niisan fosse
inorridito davanti a una dichiarazione simile, non avrebbe potuto reggere di
stare in quella casa con lui un minuto di più -, un po’ per non mettere a rischio
il posto di lavoro che Edward aveva ottenuto con tanta fatica.
Quindi
shhh, silenzio in scena.
Smise di pensare davanti
all’uscio di casa. Poggiò le buste sul tappeto d’ingresso – le facce di due
micioni arancioni che miagolavano felici un “Benvenuto!” lo fissavano senza
alcuna intenzione di staccare lo sguardo dal suo corpicino
– e cominciò a rovistare nelle tasche in cerca delle chiavi.
Udì un fischio sopra
la sua testa e sollevò lo sguardo a due persiane che si spalancavano, lasciando
fare capolino alla testa bionda di suo fratello.
“Alphonse! Pensavo non
tornassi più!” rise, agitando la mano per salutarlo.
Il suo sorriso si allargò,
mentre gli occhi si illuminavano per la prima volta
in tutta la giornata. Riusciva sempre ad apprezzare la bellezza di
ogni piccola cosa, ma niente lo rendeva felice come sentire la voce di
suo fratello rivolta a lui.
Sì, era un po’ fissato,
manco fosse una fangirl.
“Ho incontrato la signora
Glacier per strada, mi ha chiesto come andava e allora mi sono trattenuto!”,
si giustificò, grattandosi la testa, senza smettere di rovistare tra le tasche.
Edward rise, un po’
divertito dal viso del suo fratellino che combatteva contro le chiavi, un po’
perché era semplicemente felice che suo fratello fosse rincasato sano e salvo.
Con del buon cibo, poi.
Non fece in tempo a
rispondere, e si limitò a lasciar scivolare le braccia lungo i fianchi, tirando
un enorme sospiro.
Ore otto, Under the Rainbow, ore otto,
ore otto, ore Rainbow, under the otto…
… Perché ci stava pensando?
Quando
la porta cigolò, e il sorriso di suo fratello lo accolse a braccia aperte, si
rese conto che no, non poteva andare avanti così ancora per molto. Avrebbe potuto
prenderlo per il colletto, sbatterlo al muro e cominciare a baciarlo, e implorare
cose poco lecite persino per i suoi pensieri, oppure la demenza senile sarebbe
giunta con sessanta anni di anticipo, e la sua mente
psicolabile sarebbe stata conosciuta in tutta l’Inghilterra.
Ore otto, Under
the Rainbow… Glitter…
Pensò ai glitter
e rabbrividì.
Ma effettivamente,
seguire una strada rosa e luccicante sembrava in quel momento l’unica soluzione.
Com’è che si diceva?
Chiodo schiaccia chiodo…?
Però schiacciare
chiodi in un luogo che si pubblicizzava con due pseudo-Armstrong nel fior fiore
della giovinezza non lo ispirava tanto. Più che altro
perché gli veniva proprio da pensare ad Armstrong.
Ma effettivamente,
a ben pensarci, forse era l’unica soluzione che lo avrebbe salvato dal patibolo
o, pensando meno tragicamente, la prigione.
Perché insomma, evidentemente,
se amava suo fratello – se gli piaceva da morire, se gli avesse fatto questo
e quell’altro, se lo avesse sbattuto sul letto e spogliato e dio solo
sa cos’altro – evidentemente era capace di amare anche qualche altro essere
umano di genere maschile.
Ma essere gay era appena
tollerato dalla società, con gay e incestuoso si usciva fuori da ogni legge naturale.
E si entrava
nel codice penale, ma che bello!
Edward si chinò davanti
a lui, prendendo le buste e invitandolo a smettere di stare sulla porta.
Brutta cosa, gli ormoni ballerini in
stile Flash Dance.
Sospirando pesantemente,
mise piede in casa e si chiuse la porta alle spalle. Si liberò del giubbotto
e a passo cadenzato raggiunse il divano.
“Mh, cibo buono!” sentì
pronunciare da suo fratello, le parole incorniciate dal rumore delle buste stuprate
dalle sue mani.
“Oggi però cucini tu!”
lo indicò Alphonse, gonfiando le guance per poi sorridere. Edward annuì, felice
di poter cucinare qualcosa di buono e malsano – finalmente.
“Cosa hai visto di bello oggi?”
“Oh, niente di particolare.
– alzò gli occhi al soffitto, facendo mente locale su quanto i suoi occhi avessero
catturato di Londra quella mattina (Under
the Rainbow, ore otto, Under the otto…) – La signora Glacier comprava dei
fiori da portare al signor Hughes, mi ha parlato di non so quale sagra che hanno
intenzione di fare entro la fine del mese prossimo… Poi per il Borough Market
pare sia la settimana degli sconti, quindi c’era il mondo sia dentro che fuori…
e poi… - Mantieni la calma Alphonse, mantieni la calma.
– C’era un terribile manifesto con due Armstrong ai tempi della gioventù
che pubblicizzavano un… blind date.”
Edward si fermò, sollevando
lo sguardo.
“Blind che?”
“Blind date. Non so
cosa sia, non c’era scritto niente. So solo che gli
uomini pagano!” rise, tentando di dissimulare il suo imbarazzo. Edward
dal canto suo sollevò le spalle, e tornò ad ammirare con intensa gioia le meraviglie
racchiuse in un mondo di plastica azzurra.
“E dove sarebbe questo… coso?”
“Stasera all’Under the
Rainbow, quel locale che hanno aperto un anno fa.”
“Oh, capito… Ah sì,
quello che a glitter fa concorrenza ad… Armstrong!”
“Sì, quello!”
Incrociò le gambe sul
divano, stirando le braccia e mugolando per il piacere dato dai muscoli che
si stendevano.
Sentì gli occhi del
suo fratellone puntati addosso.
E ancora
una volta fissò il soffitto.
“Io stasera non ci sono.”
“Come no?” fece, il
tono di voce leggermente contrariato.
“Mustang mi ha chiesto…
mi ha ordinato, vabbeh – e la sua faccia assunse un’espressione depressa – di
andare a cena da lui per discutere di lavoro… Dubito che voglia darmi una promozione,
quindi sarà semplicemente lavoro in più da darmi… E deve essere anche tanto,
se mi invita a cena!”
“Ah… Capisco…”
Scosse la testa, cancellando
l’aria triste dal volto e sostituendola con un sorriso appena accennato.
Il niisan stasera non c’è.
Under
the Rainbow, ore otto…
“E a che ora esci?” chiese, l’aria innocente sui suoi occhi
nocciola.
“Alle… sette e mezza
devo essere da lui, quindi alle sette sono già fuori
casa, Al.”
Lo vide avvicinarsi,
allungando il labbro inferiore e inarcando le sopracciglia in dispiacere.
“Mi dispiace.”
“Non importa, niisan,
davvero! – rispose, scuotendo la testa, mentre Edward gli metteva una mano in
testa e gli scompigliava i capelli. – Mi arrangerò!”
Under
the Rainbow, ore otto.
Niisan da Mustang.
Mh.
“C’è un film che mi
interessa, stasera! Lo guarderò aspettandoti!”
“Ma potrei fare tardi,
Al, non voglio che…”
“Domani è lunedì, non devo fare nulla! Non preoccuparti, niisan, non
è un problema!”
Quello si limitò a sollevare
le spalle e ad acconsentire.
Fu di nuovo
sull’uscio di casa, a guardare la sua schiena larga incamminarsi verso il centro.
“Se hai sonno vai a letto, ok?” gli aveva detto poco prima di
uscire, accarezzandogli la testa. Lui si era limitato ad acconsentire e a salutarlo
con un bacio sulla guancia, il cappotto in mano e un sorriso falso stampato
sul viso.
“Farò il prima possibile.”
E per una
volta Alphonse sperò che si sbagliasse. Cosa sicura, conoscendo la logorrea
dei due messi insieme.
Chiuse la porta, facendo un giro di chiave, e poi corse in bagno a farsi
una doccia decente.
Sono le sette e un quarto. Mezz’ora
per la doccia, e poi in un’altra mezz’ora dovrei essere pronto.
… Ma che cosa
sto facendo…?
A discapito
dei suoi programmi, quando arrivò all’ingresso del
locale l’orologio aveva già scoccato le nove da un pezzo. In prossimità dei
locali erano stati impiantati dei fari, così che tutto nel raggio di cento metri
assumesse un tenue color rosato. Gli faceva accapponare la
pelle, essere lì, eppure a conti fatti aveva deciso di sua spontanea volontà
di recarsi in quel luogo, nonostante quegli uomini
tremendi nel poster, nonostante i glitter, nonostante tutto.
In fin dei conti sperava
soltanto di trovare qualcuno capace di fargli dimenticare Edward per lo meno
dal punto di vista sentimentale.
Credo di essere diventato pazzo, pensò, mentre entrava e le sue orecchie
venivano invase dal rumore assordante di musica commerciale.
Sentì che presto avrebbe
odiato tutto questo. Forse avrebbe odiato anche il suo niisan che in un modo
o nell’altro era responsabile del suicidio che stava per mettere in atto.
Tirò fuori cinque pounds
dal suo portafoglio – piccoli sporchi
ladri omosessuali! – con cui ottenne una card plastificata
che lo autorizzava a prendere due alcolici a scelta.
Peccato che lui non
bevesse.
Avanzò qualche passo
verso l’ingresso, e si fermò obbligatoriamente di fronte ad un grande cartello giallognolo, mentre uno degli addetti alla
sicurezza gli metteva al polso un braccialetto con un bel pulsante rosso.
“Per la tua sicurezza.”
disse soltanto, passando alla ragazza dietro d lui
non appena il cinturino fece un delicato click.
Blind Date
30 Marzo, dalle ore 20,00
Niente occhi, niente
voci.
3.
Pagare l’attuale partner per ottenere prestazioni sessuali (per quello ci sono le prostitute ad appena due isolati da qui.)
4.
Rivelare la propria identità se non fuori dai
locali dell’Under the Rainbow.
… Complimenti
per l’inventiva.
E i suoi occhi vennero
invasi dal… nulla.
Anche volendo,
nessuno avrebbe potuto parlare. Se pensava che la musica
all’ingresso fosse altra, ebbe ben da ricredersi una volta dentro quella vasca
per pesciolini disadattati. Dire che il volume era
alto era quasi una presa in giro, non riusciva a sentire neanche i suoi pensieri,
a momenti.
Non che avesse di che
pensare, a parte uno stupido che ricorrente gli rimbalzava
nelle orecchie.
Inoltre
era tutto, tutto immerso nel buio.
Completamente.
Si chiese come avrebbe
fatto a raggiungere il centro della sala, o un tavolino, o semplicemente come
avrebbe evitato di andare a sbattere contro quelle decine di presenze che poteva
anche soltanto avvertire.
Aveva una paura folle.
Avrebbe voluto scappare all’istante, ma aveva una missione
da compiere.
Dimenticare Edward.
Sentì dietro di
lui la mano di qualcuno spingerlo in avanti, e lui subito mormorò in cerca di
perdono, tappandosi poi la bocca per il divieto di non proferire parola.
E con le mani poste
davanti a sé, cominciò ad avanzare in quella giungla di uomini e donne.
Ad aprire bene le orecchie,
e tentando di sentire oltre la musica, poteva percepire la presenza di persone
diverse anche dai mugugni repressi che di tanto in tanto sentiva passando troppo
vicino a qualcuno.
Subito gli venne la
pelle d’oca.
E se in qualche modo lui avesse scoperto che era stato
lì?
Avanzo ancora di
qualche passo, quando decise che forse era meglio andarsene, e lasciar perdere i soldi persi per avere anche solo pensato
di riuscire a sostenere qualcosa del genere.
Girò i tacchi, risoluto
nella sua decisione. Avrebbe aspettato il suo niisan seduto sul divano, sgranocchiando
patatine e guardando un film che non gli interessava affatto.
Quando la musica si
fermò per qualche momento, le sue orecchie vennero
perforate da un gemito di donna, e la schiena gli venne scossa da un tremendo
brivido dal collo all’osso sacro.
Tutto ciò servì soltanto
a confermare la sua voglia di scappare da quel posto.
Ma presto
fu costretto a fermarsi, in un urto poco carino con qualcuno di fronte a lui.
Cadde a terra, gemendo
di dolore per la botta, e cominciò a massaggiarsi le natiche dolenti, mordendosi
il labbro per non piangere come un bambino.
Poi si fermò.
Sulla sua testa si era
poggiata una mano morbida, che scese fino alla guancia.
Alphonse si raggelò per qualche istante, intimidito da quel contatto al buio.
Blind date, no?
Non ne fu sicuro,
ma gli parve di sentirsi chiede se tutto andasse bene,
se si fosse fatto male.
E lui annuì
con un cenno del capo, sicuro che chiunque fosse davanti a lui avesse capito.
La mano dell’individuo scivolò sul collo, e poi giù lungo in braccio, fino a
raggiungere la sua mano e stringerla.
Voleva solo aiutarlo
a rialzarsi.
Appena messo in piedi,
si piegò mormorando un grazie a labbra strette, ma dall’altra parte non ci fu
nessun gesto, né di risposta, né d’altro.
La persona che gli stava
davanti, perfettamente ritta, pareva non avere intenzione di lasciargli la mano,
anzi.
Lo trascinò con se al
centro della pista – quello che lui credeva essere il centro, per lo meno –
poi andò a cercare anche l’altra mano, cominciando a muoversi al ritmo di musica.
Anche non
potendolo vedere, Alphonse sentì chiaramente le sue guance prendere fuoco. Un
po’ per la vergogna, un po’ per essersi lasciato trascinare al punto di partenza
quando ormai era quasi riuscito ad andare via, un po’ perché… Un po’ perché
gli sembrava di star compiendo un tradimento.
Con qualcuno che aveva
lo stesso profumo di suo fratello.
Cominciò a muovere qualche
timido passo sul posto, seguendo il ritmo del cavaliere.
Gli sembrava assurdo
che non potesse vedere il suo volto. Avrebbe davvero voluto sapere con chi aveva…
l’onore (?) di intraprendere la sua prima attività da adulto a tutti gli effetti.
Guardò di lato – ed
era come guardare davanti a sé, solo un’infinita distesa
di buio e suoni quasi incomprensibili – e si ritrovò a pensare a suo fratello,
alle baruffe che sicuramente in quel momento lo coinvolgevano col suo capo,
a quanto stanco sarebbe tornato a casa, sfiancato dalle liti e dal lavoro extra
che quell’uomo gli avrebbe sicuramente assegnato.
Certo, non poteva dire
di starlo tradendo effettivamente, perché loro non stavano insieme e tutte quelle balle lì.
Ma tradiva
i suoi sentimenti, tradiva i suoi principi… Avrebbe voluto che fosse stato il
suo niisan ad aiutarlo a rialzarsi.
Avrebbe voluto vedere
Edward entrare da quella tenda, prenderlo per un braccio
e correre via.
Piuttosto che sentire
un corpo estraneo muoversi a momenti contro il suo, avrebbe preferito una sonora
sgridata da suo fratello, un pugno sulla testa seguito da uno stupido appena mormorato, un abbraccio, una
coperta, una cioccolata calda.
Ma non
sarebbe accaduto nulla di tutto questo.
Anzi.
Probabilmente da quel
giorno non sarebbe più riuscito a guardarlo in faccia, quel ragazzo. E si sarebbe sempre ricordato di quella sera, finché gli ormoni
non avrebbero smesso di schizzare impazziti qua e là, finché la pazzia non avrebbe
cinto il suo cervello, portandolo al delirio.
L’amico di fronte a lui si preoccupò di interrompere
il flusso dei suoi pensieri. Quel profumo – lo stesso identico profumo che ogni mattina lo attendeva sulla soglia di casa
col suo padrone – gli colpì con forza il naso, mentre il suo padrone si abbassava,
ad accarezzare col naso la sua spalla.
Sembrò particolarmente
interessato a lui, perché portò le sue braccia ai fianchi e lasciò scivolare
le mani fino ai fianchi appena accennati – come se fossero quelli di una ragazzina
nel mezzo dello sviluppo -, stringendolo a sé, portandolo più vicino, finché
i loro corpi quasi non aderirono.
E Alphonse
sentì che qualcosa non andava – non per lui, almeno.
Il suo respiro si era
appena fatto più pesante non appena i loro bacini si erano toccati. Al naso
si erano sostituite le labbra, che ora baciavano, ora succhiavano, alternandosi
ritmicamente.
Brividi, brividi, brividi.
La spina del cervello
si era automaticamente staccata. Non era capace né di pensare, né di muoversi:
era in totale balia di quelle mani e di quelle labbra,
e di quel dolce odore che tanto gli faceva stringere il cuore.
Fu solo quando sentì delle dita calde intrufolarsi sotto la camicia
che il suo cuore si fermò per qualche secondo, per poi ordinare alle sue mani
di spingere via quell’intruso.
Ma quello
non desistette, limitandosi a riportarlo vicino a sé e a poggiare le labbra
sulle orecchie.
“Scusa.” Udì appena,
un bisbiglio bollente sulla sua pelle.
Ancora brividi. Pensò
che non avrebbe provato altro per tutta la serata.
Solo di una cosa era
certo: che non appena quel ragazzo si fosse scostato da lui, avrebbe preso baracca
e burattini e sarebbe scappato via in men che non si dica.
Le mani dell’estraneo
tornarono sopra gli abiti, carezzando lentamente la schiena, mentre il suo orecchio
veniva dolcemente torturato dalla punta della lingua,
che ne saggiava il sapore appena salato della pelle.
Un groppo gli si formò
alla gola. Era confuso, infastidito e appena… eccitato. Per quanta paura gli
facesse sentire le mani di qualcuno che non era suo
fratello, non riusciva a restare indifferente a quei gesti così accurati e precisi.
Inoltre a fare da cornice
a tutto quanto c’era quel profumo che aveva sempre associato ad Edward.
Sì rese conto in quel momento di poter fantasticare. Era la sua occasione
di avere, per lo meno nella sua fantasia, un contatto più profondo del semplice
abbraccio con suo fratello, nonostante sapesse che chi lo teneva tra le braccia
in quel momento non era lui.
Inutilmente chiuse
gli occhi, decidendo sul momento che sì, per quel momento si sarebbe
lasciato un po’ andare.
Soltanto un pochino,
soltanto un… pochino.
Automaticamente, mentre
quel pensiero si realizzava nella sua mente, le braccia strinsero più forte
la figura cieca davanti a sé, poggiando il viso sulla spalla e beandosi di quel
buon odore.
“Niisan…” bisbigliò
appena, mordendosi il labbro.
Il compagno si fermò
un attimo, per poi riprenderlo ad accarezzare dovunque
– sulla schiena, sulle spalle, lungo le braccia, sul sedere appena contratto
dal timore misto a quell’assurda eccitazione.
Sentiva caldo.
Continuava a molestargli
quella dolce piega dei pantaloni, riempiendo con la sua mano lo spazio vuoto
che separava le sue natiche dalle cosce, e i bacini si congiunsero ancora, stavolta
senza l’intenzione di staccarsi.
Alphonse sospirò appena,
sentendo il corpo di lui ondeggiare appena sul il suo.
Era una sensazione strana, di caldo e freddo al contempo, di ripetute strette
allo stomaco e emozioni diverse e totalmente nuove
che dalla gola si scioglievano, fino ad arrivare al più intimo punto di contatto
con quell’uomo. E con sua grande sorpresa cominciò
a muoversi anche lui, totalmente allo sbaraglio.
Senza Edward.
Senza controllo.
Senza niisan.
Senza freni.
Senza mio fratello.
Senza…
“A… Alphonse…”
Senza…?
Un gemito gli scappò
dalle labbra, forse dal piacere che stava provando – perché per quanto strano
e subdolo potesse essere, gli piaceva, e gli piaceva
da morire -, forse perché aveva distintamente
sentito il suo nome provenire da quelle labbra sconosciute.
E tutto
cominciò ad apparirgli paradossalmente meno buio, meno estraneo.
Assicurandosi di non
aver preso un abbaglio, sollevò le mani dal bacino di lui,
facendole risalire sul petto, fino a toccargli la testa, fino a sentire la morbidezza
di quel capelli che profumavano di agrumi, per poi sfiorare le guance, e infine
le labbra.
Non era solo il profumo
ad essere suo.
Era suo anche tutto
il resto.
Quello gli baciò il
dito, e d’istinto Alphonse lo ritrasse, riportando la mano sul viso ed attirandolo
a sé.
Perché
quello non era un perfetto sconosciuto.
E se anche lo fosse
stato, era lo sconosciuto che lo conosceva meglio di tutti.
E quindi,
tanto valeva che lanciasse una moneta, scegliesse testa, e pregasse che quel
gingillo dorato non lo tradisse.
Si leccò le labbra poi, sollevando appena le punte dei piedi, andò
ad incollarsi alle sue.
Si era sempre chiesto quale fosse il sapore delle labbra di suo fratello. Quando passava
la lingua per raccogliere le briciole di pane rimastegli
attaccate, quando se le mordicchiava per strapparsi qualche pellicina qua e
là, quando gli dava qualche sporadico bacio sulla guancia – quando usciva da
casa e quando tornava da lavoro, prima di cadere addormentato sulla sua spalla
nel bel mezzo del racconto della giornata.
Gli baciò ripetutamente
le labbra, quasi rimbalzandovi sopra, sfiorandole appena con la lingua per percepire
ogni sfumatura del suo sapore, mentre a sorpresa lui dischiuse le labbra, entrando
gentilmente nella sua bocca.
Calda, umida, accogliente.
La lingua di lui lo invitò a seguirlo nei movimenti suadenti,
stimolando ogni sua cellula ricettiva, mettendo alla prova i suoi sensi. E si muovevano l’una contro l’altra, quasi abbracciandosi per
poi sciogliersi, ed incontrarsi ancora.
Le mani di Alphonse lasciarono andare le guance roventi, scendendo
lungo il collo, accarezzandogli la pelle appena ruvida, per poi giungere al
petto, e percepire il battito irregolare di quel cuore di cui ora era certo
il proprietario.
Il bacio si sciolse
piano, ma lui non allontano le labbra da quelle di
lui se non per pochi millimetri.
“Nii – san…” scandì,
lento.
E tutto
si fermò.
La musica, i mormorii altrui tra un brano e l’altro, le sue mani, il suo
respiro.
Per poi ripartire ancora
più velocemente.
“… Al?”
“Niisan…” ripeté, per
poi andare a nutrirsi ancora del suo sapore.
Sapeva che non avrebbe
dovuto dirgli nulla. Era certo che arrivati a quel punto si sarebbe spaventato
trovandosi di fronte la persona più inaspettata di tutte – come d’altronde era
successo per lui – o quanto meno gli avrebbe detto
di smetterla, di andare via con lui e spiegargli che diavolo ci faceva in un
posto del genere.
Ma non
fece nessuna delle cose sopraccitate.
“Alphonse – un bacio
– Alphonse – un altro – Alphonse…”
Per quanto poco potesse
udirlo, era certo che stesse ripetutamente pronunciando il suo nome.
Cosa ci facesse lì, perché fosse in un posto come quello invece che
insieme al suo capo, perché gli avesse mentito sulla destinazione della sua
uscita, non gli davano la minima preoccupazione.
L’unica cosa importante
era che fossero insieme.
Che lui non si stesse
dando in parte ad un estraneo, ma alla persona che per ironia della sorte era
venuto in quel luogo per dimenticarlo.
Persona che per un momento
si chinò, andando ad abbracciare le giunture della gamba con il suo braccio,
mentre Alphonse si aggrappava istintivamente al suo collo, baciandoglielo ripetutamente.
Sentì tutto muoversi,
intorno a lui. Mentre si scontrava con qualche corpo ansimante, chiedendo scusa
un po’ a destra e a manca, Alphonse vedeva farsi sempre più vicino il segnale
del bagno, omino blu e donnina rosa che si facevano più grandi ad ogni passo
di suo fratello.
Suo fratello, suo
fratello, suo fratello…
E poi, il cigolio
di una porta coperta da bassi e batterie, uno, due,
tre passi e pum, dentro.
Porta chiusa.
Il quasi silenzio.
E solo
due, isolati da quel macello di carni bramose.
“Al…”
Distingueva ora i suoi
lineamenti. La curva appena tonda del mento incorniciava due pozzi dorati, un
naso all’insù – lo stesso suo, uguale, identico, perfetto
– e due labbra umide di miele appena assaggiato.
“Niisan…”
Lo rimise a terra, aiutandolo
a ritrovare l’equilibrio, e lo fissò per un attimo.
“Niisan, io n-“
Per poi bloccarlo contro il muro, avventandosi sulle sue labbra, muovendosi
rapido su di lui, sui suoi indumenti, sulla sua pelle.
Alphonse era incredulo.
Tutto quello che aveva sempre voluto accadesse si stava
verificando proprio quando aveva perso ogni speranza. Suo fratello era lì, di
fronte a lui, che accarezzava ogni centimetro della sua pelle, che assaggiava
il suo corpo con labbra voraci, invocandolo a più riprese
quasi senza riprendere fiato.
Era davanti a lui, e
ancora non riusciva a crederci.
“N-niisan… niisan, niisan…”
Sentì le mani roventi
andare sotto la camicia, e stavolta non lo bloccò, ma si lasciò andare sul muro,
sospirando pesantemente, ricercando quel contatto con bramosia.
Erano le mani di suo
fratello, lo erano state fin dall’inizio, e nessuno immaginava quanto fosse
ora grato a quel manifesto indecente sulla strada di casa.
Quanto fosse grato a Mustang per essere solo stato chiamato in causa come
scusante.
Al suo stupido fratello
che non gli aveva detto la verità.
Al suo tentativo di
dire ad Edward una bugia.
“Alphonse… - gli sospirò
all’orecchio, quasi ustionandolo – Alphonse, chiamami per nome… Alphonse…”
Si aggrappò alla sua
camicia, stringendo forte il tessuto tra le sue dita.
“E… Edward…” mugolò, mentre quello con dolcezza gli toccava
il petto glabro, sollevandogli la camicia e andando ad aiutarsi con le labbra.
Era come se stesse attraversando
il Paradiso, avvolto dalle fiamme dell’inferno.
I veloci ansiti che
sgorgavano dalle loro bocche dettavano il ritmo, i gemiti e i movimenti davano
la musicalità, un una melodia passionale che li avvolgeva
totalmente.
Erano solo loro due,
come fratelli, come amanti, come complici.
Senza fare domande.
Per quello avrebbero
avuto la loro eternità.
Dalle serrande appena
alzate filtrava la tenera luce di un nuovo giorno, che il biondo figurò come
il loro primo giorno insieme, in un senso nuovo.
Poggiò la mano sui capelli
del suo fratellino, sciolti sulle sue spalle, e cominciò
a muoverla piano, beandosi di quella nuova e inaspettata tranquillità.
Eppure
si era sentito uno stupido, a non aver capito cosa Alphonse provasse per lui.
Per quanto il suo amore potesse essere fraterno, spesso
e volentieri gli pareva che superasse quel confine, ma non ci aveva mai dato
peso più di tanto.
E invece eccolo lì, tra le sue braccia, totalmente nudo e totalmente suo.
“Mh…”
Si mosse appena, portandosi
le mani agli occhi e sfregandoseli, aprendoli per mettere poi a fuoco le cose,
le luci intorno a lui.
“Buongiorno, Al.”
Sorrise, scostandogli
i capelli dalla fronte, e in risposta il piccolo alzò
il viso, strabuzzando gli occhi per poi sorridergli di rimando.
“Buongiorno niisan…”
Si allungò sulle sue
labbra, alla ricerca del bacio del buongiorno.
Sembrava ad entrambi
di vivere un miracolo, in un sogno di cioccolata e marzapane da cui nessuno
dei due avrebbe mai voluto svegliarsi.
Si scambiarono un’occhiata
fugace e Alphonse poggiò l’orecchio sul petto del fratello,
per percepire distintamente il battito del suo cuore.
Era la prima volta che
gli era così vicino.
… Sera prima esclusa
permettendo.
Persero alcuni minuti
a contemplare il nulla, beandosi soltando dei loro respiri e del tenero contatto
dei loro corpi caldi.
“Al.”
Quello sollevò di nuovo
il viso, osservandolo e attendendo il continuo della frase.
“Perché eri lì?”
Lo sentì deglutire appena,
probabilmente più per il peso di avergli nascosto la verità più che per il fatto
in sé.
Gli accarezzò di nuovo
la testa, rassicurandolo.
“Io… Io volevo dimenticarti,
niisan.”
Si fermò un attimo,
scuotendo la testa e riordinando i pensieri.
E riprese.
“Non sapevo cosa fare.
Perché mi piaci da morire, ma so che non… non si può,
in teoria. E quindi… volevo allontanarmi da te, almeno
in senso… amoroso, me lo passi? – ridacchiò, nervoso. – Insomma… Era un metodo
poco consono per cercare un rimpiazzo, ma…”
Scosse la testa e sollevò
gli angoli della bocca, andando a cercare la sua mano sotto le lenzuola, mentre
la tranquillità veniva interrotta dalla sua risata
leggera.
“E
tu, niisan?”
Mentre Al sollevava il viso per guardarlo negli occhi, l’altro virò abilmente
verso la finestra, mentre le sue guance si coloravano di un lieve rossore.
“… Lo stesso. – e
tossicchiò più volte, cercando di dissimulare. – Avevo paura di spaventarti
se te lo avessi detto.”
“Anche io.”
“Poi sai com’è no, che
chiodo…”
“Schiaccia chiodo? Sì,
è la stessa cosa che ho pensato anche io quando ho visto quel manifesto… Però non pensavo che tu sapessi di…”
“Secondo te avrei rinunciato ad una serata insieme per andare a cena
da quel cane?”
Amorevole pugnetto sulla
testa.
“Ahi! – si lamentò – Non potevo saperlo! E poi sei andato via comunque, insomma…”
“Era per il tuo bene,
piccolo bugiardo.”
Gli prese la punta del
naso, strattonandogliela un po’, il solito ghigno beffardo che ora riappariva
sul suo volto.
“Ehi, anche tu mi hai
detto una bugia!”
Le coperte frusciarono
sotto i movimenti del fratello minore, che in pochi secondi si ritrovò a padroneggiare
dall’altro Edward, pronto con la lingua di fuori a sbeffeggiarlo un po’, come
tanto amava fare.
Ma quella volta le cose
presero una svolta differente, e tutte le buone intenzioni di prenderlo in giro andarono a farsi benedire quando Alphonse catturò le sue labbra, ben deciso
a saziarsene.
Ed era
di nuovo quel dolce miele che si scioglieva dolce nella sua bocca, ed era di
nuovo così avido da sentirsi quasi dipendente, nonostante fossero appena all’inizio
di tutto.
Il contatto di interruppe
lentamente, ed Alphonse si sciolse negli occhi del fratello.
“Ti amo.”
Un altro bacio.
“Ti amo.”
Una carezza sulla guancia.
“Ti amo.”
Le mani affondate nei
capelli dell’altro.
“Ti amo.”
E ti amo, ti amo, ti amo, ti amo rimbalzini nelle pareti della loro camera
pregna dei loro nomi, dei loro odori, delle loro voci.
Alphonse rise sulle
sue labbra, di una risata cristallina che si infranse
nell’aria, sperdendosi attorno a loro.
A pensarci
bene, nonostante in principio fosse rimasto disgustato,
dovette dar merito a quel terribile manifesto glitteroso di avergli combinato
l’appuntamento perfetto.
A prescindere dallo
spavento iniziale, a prescindere dal panico che lo aveva colto quando aveva sentito mani sconosciute addosso, senza
quell’evento, senza quel locale, non sarebbe mai successo nulla.
Non sarebbe mai cominciato
nulla.
Gli sembrò un po’ ridicolo
da fare, ma quando nei giorni seguenti usciva per fare la spesa, e fino al
giorno in cui non venne affissato qualche nuovo manifesto, si sentì in dovere
di accennare un inchino davanti ai due uomini satinati che invitavano i clienti
a diventare ciechi per provare nuove esperienze.
Un po’ come ringraziare
Armstrong.
Lasciando ballare le
buste nell’aria – falciatrici malefiche piene di cibo spazzatura – saltellava
allegramente sulla strada di casa, si fermava un momento, abbandonando un sorriso
a quel grande muro in mattoni rossi, e poi riprendeva
a saltare sul marciapiede, fischiettando.
Alla fine, i blind date non gli apparvero più così malaccio.