.Al sapore di Fragole.


Da quando era tornato umano, il corpo di suo fratello era una incessante attrazione. Sfiorare le sue guance, i suoi fianchi, sentire il suo profumo, inebriarsi della sua presenza, erano ormai costanti della sua quotidianità.
Una droga, quasi.
Il suo sorriso, il suo muovere le braccia, persino il rumore del calpestare l’erba, non più così pesante e metallico, ma dolce sotto il suo peso di ragazzo, lo facevano sentire soddisfatto del suo operato, e felice che tutto, alla fine, fosse andato bene.

Che il prezzo fosse stato ripagato. E lo scambio equivalente annullato.
Era stata una strada in salita: c’era stata la riabilitazione, i momenti di sconforto, le notti passate in bianco a pensare se mai ne sarebbero venuti a capo, quelle a sentire Al che si incolpava perché Ed, ancora, possedeva due arti che non erano propriamente suoi.

Ma a lui, gli ripeteva sempre, non importava.
Tralasciando l’abitudine, per lui quello non era stato che il minimo prezzo da pagare per riavere indietro suo fratello. Era un sacrificio minimo, ormai quasi nullo, comparato a quanto aveva ricevuto.
Era di nuovo carne pulsante, e sangue che scorreva rapido nelle vene. Era di nuovo il dolce profumo che lo cullava la notte. Era di nuovo quel calore di cui per anni aveva fatto a meno, e che sentiva di dover portare indietro ad ogni costo.

Anche della sua stessa vita.
Ma grazie al cielo, nessuno aveva dovuto sacrificare nulla. E adesso erano lì, insieme, a volte a fare la spesa al supermercato in centro, a volte stravaccati sotto un albero, a godersi il tepore del sole.
E ogni notte si stringevano sotto le coperte leggere.
Perché l’unico calore che entrambi volevano sentire era quello dei loro corpi a contatto, della pelle calda, liscia.
Il calore di un corpo vero.
E ogni notte era un bacio a fior di labbra, dolce come le fragole che Al aveva riscoperto amare, ricoperte di panna montata. Dolce come le parole che si scambiavano, e l’affetto che si donavano a vicenda.
Silenziosi, nel loro intimo silenzio.
Convinti di restare uniti fino alla fine dei loro giorni.


*

“Niisan!”
La sua voce squillante, il rumore dei passi leggeri riempì l’aria del corridoio, arrivando fino alle sue orecchie.
Era appena stato nell’ufficio del Generale per portargli le solite scartoffie: sollecitazioni da parte del Parlamento a fare il proprio lavoro, lettere di donne sconosciute e forse troppo conosciute, cartoline da parte del Tenente Havoc da Areugo, tanto per comunicargli quanto fosse bello non condividere lo stesso ufficio, per quelle due settimane. Avevano scambiato le solite due parole acide, ed era uscito, dirigendosi verso la sala comune, per chiacchierare un po’ con Falman sulla questione Drachma.

Ma quella voce, la sua voce, lo aveva moralmente obbligato a fermarsi.
E a voltarsi verso di essa, con un sorriso smagliante sul volto.
“Ahn, Al… Ti avevo detto che non era necessario!”
Quella mattina, era stato svegliato da un urlo disperato: Alphonse non si era curato di controllare la dispensa, miseramente vuota dopo la cena del giorno prima, e così non aveva nulla per preparare il pranzo da portar via per suo fratello.

“Al non ti preoccupare, - gli aveva detto, con un sorriso – sopravviverò!” e si era sbattuto poco delicatamente il braccio meccanico sulla pancia, ritrovandosi piegato in due per qualcosa come dieci minuti.
Ad ogni modo, insomma. Si sarebbe arrangiato con la mensa. Esisteva per un motivo, in fondo.
Sì, anche se Al pensava che quel cibo puzzasse di zolfo e provenisse dalle fogne di Central, quanto era disgustoso.
“Niisan, lo sai che non ti lascerei mai mangiare quella roba. Ti fa male!” esclamò lui, aggrottando le sopracciglia e guardandolo, le labbra arricciate. Ancora aveva addosso un leggero senso di colpa per non aver pensato a suo fratello già dalla sera prima.

Ma in compenso, Edward affondò una mano tra i suoi capelli chiari, scompigliandoglieli un po’.
“Sì Al, lo so, lo so. – marcò, con un sorriso ancora più largo – Però non dovevi comunque.”
“Sì che dovevo!” disse, determinato ad avere ragione. E il maggiore non poté fare altro che sollevare le spalle, per poi prendere il cestino del pranzo.

Furtivo, onde controllare l’assenza di nemici, si guardò attorno, per poi chinarsi un poco sulle labbra rosee di Al, rubandogli un bacio casto.
“Grazie.”
Per tutta risposta, dopo un tenero schioccare, gli sorrise di rimando, portandogli le braccia alla vita ed abbracciandolo.
“… a che ora smonti?” chiese, a voce bassa, strofinando la testa sotto il suo mento.
Edward tenne il contenitore color acquamarina su una mano, poggiando l’altra sulla schiena di Al, baciandogli la nuca castana.
“Alle cinque sono a casa…”
“Mh… ok… - sbiascicò sulle sue labbra – Vuoi che ti prepari qualcosa?” concluse poi, lasciando che le punte dei loro nasi si toccassero.
“Ah-ahn… - annuì - … te? Si può?”
E lui ridacchiò, divertito, mentre le sue guance si coloravano, quel tocco di innocenza che lo distingueva dalle altre creature in terra.
“Si può fare…”
E dischiuse le labbra, lasciando che la lingua di Ed sfiorasse gentilmente la sua, in una piccola promessa.

Sarebbe tornato a casa in orario, non lo avrebbe lasciato solo un minuto di più.
Sinceramente, odiava stare in quel posto. Odiava essere ancora un diretto subordinato di Mustang, ma fortunatamente, con gli altri sottoposti riusciva a trascorrere momenti tranquilli, in un modo o nell’altro.
Più che Mustang, più che il luogo, più che la puzza di zolfo e il cibo che sapeva di fogna, odiava doversi separare da suo fratello per quelle ore che ad entrambi sembravano interminabili.
ma in fondo, era il suo lavoro.
“Allora aspettami. - Fece, sigillando la promessa con un ultimo schiocco di labbra. – E grazie per il pranzo, sei un tesoro.”
“Aw, piantala! – rispose lui, una pacca sulla spalla. – E adesso vai, su! O il Generale si arrabbierà e ti terrà qua fino alle ore piccole!”
Fratello, mamma chioccia. Non erano che due dei tanti ruoli che aveva in quella vita con Ed.
E a lui non dispiacevano affatto. Soprattutto gli altri ruoli.
“D’accordo, d’accordo!”
Un ennesimo scompigliar di capelli.
“Stai attento per strada.”
Niisaaaan… - strascicò le vocali – Non ho più dieci anni, sai?”
“Poco importa. Sei sempre il mio fratellino.”

E i fratelli maggiori proteggono sempre i fratelli minori.
“Fratellone apprensivo. So come ci si comporta per strada, non preoccuparti!”
Gli acchiappò il naso, premendo leggermente sulla punta e lasciando che gemesse di quel tenue dolore. Poi, un bacio sulla guancia, una sventolata di mani e via, verso casa.

Ed sorrise, per poi giocherellare con la scatola.
Una cotoletta, un po’ d’insalata, e quelle tre fragole che metteva dappertutto.
amava essere ricoperto di attenzioni, sì.
“Bon, troviamo un posto dove mangiarti…”

E fece qualche passo verso la sala di ritrovo, mentre pensava ancora di andare a scambiare due chiacchiere con Vato, così, per passare il tempo.
Un passo, due passi.
E un lento cigolio di porta riempì l’aria al posto della voce cristallina di Alphonse.
Tre passi.
Non sapeva perché, ma sentì improvvisamente il cuore battergli veloce.
Quattro passi.

E si fermò.
“Fullmetal.”
Deglutì a vuoto, senza darlo a vedere e si girò lentamente, qualche ciocca bionda che copriva per parte la visuale.
“Si?”
Era lì, sulla porta, e lo guardava arcigno, ma c’era qualcosa in quegli occhi, che prima di quel momento non aveva mai notato.
E si ritrovò a implorare che lui non avesse…
“Dopo vieni nel mio ufficio. Dobbiamo parlare.”
Cazzo.
“Generale, non cap-…”
“Vieni nel mio ufficio. Senza tante storie. Ok?”
“… d’accordo.”
Richiuse la porta, e lui tirò un sospiro pesante.

Cazzocazzocazzo.
Riprese a camminare, portando una mano sulla divisa azzurra, sentendo il cuore che chiedeva di uscire dal petto.
Stava sudando freddo.
… cosa cazzo ci faceva Mustang nell’ufficio del Generale Hakuro?!
Scosse la testa, portando una mano sulla fronte, forzandosi di pensare che probabilmente era tutta solo una sua fantasia.

*

Quando mise piede nel suo ufficio, l’orologio batteva già le tre. Nel giro di un’ora, un’ora e mezza al massimo, sarebbe dovuto uscire e tornare a casa da Al.
Ma quando il Generale si premurò di chiudere la porta a chiave, deglutì. E si ritrovò a pensare che non sarebbe stata cosa da poco.
Sperò solo che fosse più rapido di quanto si prefigurava nella sua mente. E possibilmente, indolore. Osservò le sue spalle larghe avvicinarsi alla poltrona di pelle nera, lucida, nuova.
Era stato, lo ricordava bene, un regalo da parte dei suoi subordinati - lui e Al compresi, perché spinti moralmente dal Colonnello Armstrong - per i suoi trentatrè anni.
In compenso, lui rimase immobile a metà strada, fissandolo senza osare battere le ciglia.
“… qual è il problema?” sbottò poi.
Lui per tutta risposta si sedette, voltando la poltrona verso la finestra. Poteva ben vedere i gomiti che sporgevano dai braccioli, e udire un suo sospiro.
“… sai che nella nostra regione l’incesto è punibile con la prigione, Fullmetal?”

Santo Iddio.
“… come prego?”
Santo, Santo, Santissimo Iddio.
“Su. Non fare il finto tonto.”
“… continuo a non capire, Generale.”
“Ah, Fullmetal. – sospirò ancora, lasciando che la poltrona roteasse sul perno, fino a riportarlo sulla scrivania. E lì poggiò i gomiti, e il mento sopra le sue mani. – Capisco che tu sia in una età difficile. – Ghignò, ed era maligno. Maligno davvero. – Ma addirittura tuo fratello…”
“Cosa diavolo sta insinuando?!
Strinse un pugno, sentendo quasi il sangue scorrergli nelle vene.
Non avrebbe dovuto. Non avrebbe dovuto baciarlo, non lì. Da bravo idiota aveva messo in pericolo la tranquillità di suo fratello e la sua.
Oh, Cristo.
“Non fare il finto tonto, Edward. – E non sorrida, Dio, che non c’è proprio niente da sorridere! – Vi ho visti.”
Ecco. Ottimo.
Qual era la parola perfetta per la situazione? Ah, si.

Totalmente fottuto.
“… non sono cose che la riguardano, Generale. mormorò, calcando bene l’ultima parola.
“Ah, sì, che mi riguarda… La vita dei miei subordinati è più importante della mia stessa.”

E gli fece cenno di avvicinarsi con l’indice guantato, mentre non accennava a far sparire dalla sua faccia quel ghigno malevolo.
Edward obbedì. Non perché glielo chiedesse lui, ovvio che no.
Passo rapido, cadenzato, finché le mani non sbatterono con violenza sulla scrivania, e i suoi pozzi dorati si fecero talmente piccoli da quasi diventare invisibili.
“Lei… mi fa schifo.”
“Grazie del complimento…”

E gli soffiò sul viso, godendo della sua espressione infastidita.
Dio, quando avrebbe voluto sputargli in faccia.
Ribatté i pugni con meno violenza, sentendo una goccia di sudore scivolargli lungo la schiena, sotto la divisa.
“… che cosa vuole?”
“… cioè?” sorrise.
Come se non avesse capito, poi.
“Non faccia finta di non aver capito.”
“Mi stai chiedendo di tacere un reato?”
“Non è un reato!”
“Eh-ehm. – si schiarì la voce, cavando fuori dal cassetto un codice penale. - Chiunque, in modo che ne derivi pubblico scandalo, commetta incesto con un discendente o un ascendente, o con un affine in linea retta, ovvero con una sorella o un fratello, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La pena è della reclusione da due a otto anni nel caso di relazione incestuosa. Nei casi preveduti dalle disposizioni precedenti, se l'incesto è commesso da persona maggiore di età con persona minore degli anni diciotto, la pena è aumentata per la persona maggiorenne.

E chiuse il libro, con un tonfo secco. E ancora quel fottutissimo sorriso sul volto.
E quindi?”
E quindi, Fullmetal, essendo questo un reato – manina guantata che sbatteva sulla copertina, manina guantata che avrebbe volentieri staccato via dal corpo a suon di morsi – se vuoi che taccia…”
“Cristo! – esclamò, ancora una volta i palmi che scuotevano la scrivania – parli e piantiamola q…”
Il respiro gli si fermò in gola, mentre qualcosa di caldo, di viscido, entrava con mille pretese nella sua bocca, facendosi spazio, solleticandogli il palato, arrivando fino alla gola.

E di colpo si ritrasse, passandosi la mano davanti alla bocca, schifato.
“COSA CAZZO STA FACENDO?!
Quello sollevò un sopracciglio, assieme all’angolo sinistro della bocca, la lingua che andava a sfiorare le labbra, deliziato. La poltrona roteò ancora sul perno, il tanto giusto per permettergli di scivolarne fuori e fare qualche passo, accerchiando Ed, costringendolo sulla scrivania.
“Non vuoi davvero saperlo…” bisbigliò sul suo orecchio, mentre la mano si poggiava su quel petto ansante di rabbia, di…
Di paura.
“… crepi, Generale.”
“Ancora è presto…” fece, acchiappando il lobo dell’orecchio con i denti, con le dita che intanto sfibbiavano i bottoni della divisa azzurra.
Edward odiava quella stupida giacca azzurra, quegli stupidi pantaloni azzurri e tutto il resto. Perché era la stessa che indossava lui. E lo aveva sempre odiato. E aveva sempre odiato quello che diceva, o faceva.
Semplicemente perché era lui.
Semplicemente perché ora si era rilevato il bastardo che aveva sempre pensato fosse.

Quando la giacca fu aperta, lasciando i pettorali liberi di alzarsi e abbassarsi con più rapidità sotto la maglia nera, si dedicò ai pantaloni, passando lentamente un dito laddove c’era la ricompensa per il suo silenzio.
Se potessi la ucciderei con le mie stesse mani…”
Chinò la testa di lato, sentendo qualcosa di umido scivolargli lungo i muscoli del collo, caldo, fastidioso. Contrasse il viso in una espressione di disgusto, mentre sentiva gli occhi farsi gonfi.
ma non avrebbe pianto, no.
Non davanti a lui.
“Attento a ciò che dici… - mormorò, per poi morderlo, e rilasciarlo – Non sarò così magnanimo, se insisti…”

Non lo sarebbe stato comunque.
Si trattenne dal mollargli un pugno in pieno stomaco e scappare. Ma avrebbe tanto voluto farlo, tanto. Buttò un occhio all’orologio.

Le tre e mezza.
Se avesse ritardato, Al si sarebbe preoccupato, sarebbe stato ancora solo, sarebbe
Sobbalzò, sentendo la stoffa fresca dei guanti sfiorargli le natiche, mentre l’altra veniva denudata, i denti del Flame che si aggrappavano al tessuto, lasciandolo scivolare.
“… sei vergine, Fullmetal?”

Che cazzo…
“Non sono affari suoi.”
Secco, deciso. Con un bit di autocontrollo. Giusto un tocco.

Perché il resto lo stava sfruttando per non urlare come una femminuccia.
E Mustang sorrise, divertito, mentre portava le mani alle spalle, lasciandogli scivolare la giacca lungo le braccia. E le ammirò, una muscolosa, senza esagerazione, l’altra come fosse appena stata lustrata, brillante, lucida, riflettente la sua stessa immagine.
Ci si specchiò, peccando di vanità.

Ma se lo poteva permettere. O almeno così credeva.
Acchiappò i lembi della maglia, tirandola verso l’altro con forza – quasi a costringerlo ad assecondare il suo movimento – per poi sfiorare con l’indice nudo le cicatrici dell’intervento.
“Mh…” mormorò, quasi impercettibile.

La pelle, laddove c’è una cicatrice, si scopre sempre essere più sensibile del resto del corpo.
Eppure, a lui dava solo fastidio.
Quasi dolore. Come se, al ricordo di quel peccato, se ne stessero aggiungendo altri, e altri, e altri ancora.
“Deve essere bello… - si chinò sulla spalla, leccando dove la pelle era più chiara – riavere Alphonse, vero? – salì al collo, succhiando. – Sentire il calore del suo corpo… - E poi leccando. – Il profumo della sua pelle… - E succhiando di nuovo – Sentire la sua voce gemere di piacere…”
“Non nomini Al. Non… - e deglutì, quando scese ai capezzoli, lambendoli con la lingua, e quasi gli sembrava di bruciare, tanto quella scottava – Non si permetta più…”
“Oh, oh, Fullmetal… - un morso leggero – Non hai ancora capito che a dare gli ordini qui…”
E quasi d’improvviso, così, dal nulla, sentì i pantaloni scivolargli giù, assieme alla biancheria che Al si era tanto premurato di lavargli il pomeriggio prima.

E la mano nuda andò a posarsi tra le sue gambe.
“… sono io?”
L’auto-mail scattò in avanti, le dita d’acciaio che andarono a stringersi sulla spalla del Generale, mentre questo muoveva la mano, piano, cominciando a prendere ciò che gli spettava.
“… l-lurido… Po…”
.. rco? Non riuscì a concludere. Portò l’altra mano alla bocca, stringendola in un pugno, respirando profondamente.
Mai. Mai, mai dargli una soddisfazione.
Neanche quella di sentire dalle sue labbra un gemito.
Strinse gli occhi, addentando la mano, mentre sentiva i movimenti del Generale, la stoffa che strusciava sulla sua pelle, seguendone le movenze.
Qualcosa di umido circondò la sua lunghezza, lasciandosi scottare, e una gamba scattò per riflesso in avanti, tentando di calciarlo via. Ma lui lo acchiappò prima del colpo, e sollevò lo sguardo, a vedere la sua espressione sempre più sconvolta.
Ghignò.
“Fullmetal… sei ancora in tempo per and…”
“No!”
Uno sbuffo divertito.
“Benissimo.”

E catturò la punta con la lingua, bagnandola, deliziandosi di quel sapore così… nuovo.
Tsk, reato. Era davvero fortunato che Edward avesse varcato da pochi giorni la soglia della maggiore età, altrimenti sì che sarebbe stato nei guai. Quanto – se non più di – Acciaio.
Scivolò per l’asta, percependo la rugosità, la dolcezza di quella pelle candida, torturandola coi denti, con la lingua, solo per stimolarlo un po’, solo per vedere la sua reazione.
Reazione che tentava di soffocare in quel pugno così stretto che la pelle stava diventando livida, mentre i denti continuavano ad affondare.
Nessun cedimento, nessun cedimento. Nessun. Cedimento.
Cominciò a succhiare. E Edward si sentì come trascinato dentro la sua bocca. Quello succhiava, mordeva e leccava, e lui cercava appiglio nella scrivania perché mai e poi mai si sarebbe appoggiato a lui.
Mh… sei proprio buono… Edward…”

E deglutì, scuotendo la testa, mentre i suoi respiri si facevano sempre più forti.
Odiava la debolezza del corpo. Odiava quel sentirsi teso per l’eccitazione quando a provocargliela non era chi desiderava lui. Quando non era Al.
Al. Al. Al. Dio. Al.
Col Generale tra le gambe, poteva solo pensare a suo fratello.

Non piangere.
Poteva solo pensare ad Alphonse che in quel momento puliva la casa, o guardava un po’ di tv stravaccato sul divano, un cuscino tra le braccia e un bicchiere di latte sul bracciolo. Ad aspettarlo.
Sii forte.
Poteva solo pensare ad Al che – sì, Cristo, sì – gemeva sotto i suoi tocchi, che lo invocava un po’ disperato, un po’ eccitato, che lasciava scivolare le mani sul suo corpo, lente, delicate, come ad aver paura di fargli male.
… proteggilo.
La mano scivolò dalla sua bocca, avventandosi sull’ebano della scrivania, e la schiena si inarcò in avanti, mentre un nome scappò dalle sue labbra, confuso in un gemito.
“Ah… A-Al…”

Proteggilo, Edward.
E quello, eccitato, soddisfatto, succhiò più piano, fino a smettere del tutto.
Solo una lappata ogni tanto, a raccogliere le prime gocce del suo seme.
Dong, dong. Le quattro.
“Ti piace…?”
“N-no, Cristo!”
Piacergli? No. Lo disgustava nel profondo.

Mustang si rimise in piedi, le labbra appena lucide di saliva e sperma, e lo afferrò per un braccio, costringendolo a voltarsi verso la finestra, spingendo la schiena verso la scrivania.
“C-Che diavolo sta facendo?!
E’ tardi Fullmetal – sibilò, chinandosi sul suo orecchio – e ho una donna che mi aspetta. – Sentì il rumore di bottoni slacciati, di tessuto che si agitava tra le sue mani – E io non faccio aspettare le mie donne, sai?”
Due colpi leggeri sul suo sedere, e poi, senza preavviso, la mano di Roy andò a tappargli la bocca, mentre la sua erezione entrava senza grazia dentro di lui.
Avrebbe voluto urlare. Urlare con tutte le sue forze, fino a rimanere senza aria nei polmoni, fino a non avere più nessuna forza. E invece era lì, la mano forte del Generale sulla sua schiena che premeva, l’altra sulla sua bocca, a riempirsi delle sue grida mute, dell’aria sputata fuori con violenza - l’unica cosa che poteva fare davvero in quel momento, oltre subire quelle spinte che, Dio, bruciavano.
Si sentiva come trafitto da un coltello che infieriva sul suo corpo, andando velocemente avanti e indietro, senza rispetto. Poteva ben sentire le urla del suo corpo implorare pietà, la sua anima disfarsi in mille pezzi, il suo cuore spezzarsi.
Le orecchie si riempirono dei gemiti rochi di Mustang, degni del peggior film porno. Pesanti, quasi soffocanti, decorati qua e la da qualche imprecazione, da qualche complimento.
“Ah… è così s-stretto…”
Sentiva la carne rovente e pulsante sfregare tra le sue pareti, un bruciore che non aveva sentito neanche durante il collegamento dei nervi all’auto-mail, che ora si aggrappava disperato al primo appiglio.
I gemiti soffocati che scappavano dalle sue labbra, la saliva che colava, assieme alle lacrime, non erano assoluto cenno di gradimento.

Non doveva gridare, perché tutto doveva rimanere là dentro. Il suo e il loro segreto.
“S… si fer… si fermi…”
“No… no… ahn… Fullmetal…”
Si chinò sulla sua schiena, acchiappando l’elastico che teneva legati i suoi capelli coi denti – tirandolo, strappandolo – lasciando che ricadessero disordinati sulle sue spalle, che si agitassero con le sue spinte profonde, laceranti.
Roy gli leccò la schiena, muovendosi come un serpente mentre tornava in posizione eretta. Sentiva uno strano tepore scivolargli lungo la gamba - così come lo avvertiva Edward sulla sua – ma lasciò correre.
Ferirlo, romperlo. Non gli importava.
Era solo un piccolo corpo da sfondare, entrando e uscendo da lui, lacerandolo e marchiandolo. E intanto se lo sentiva sempre più duro e pulsante fra le sue natiche, l’erezione così pronunciata da fargli male.

Si inarcò, affondando la mano nella schiena, mentre sentiva i denti del Fullmetal stringere sulle dita affusolate con forza inaudita – ghignò, pensando che doveva fargli davvero male.
E mentre i gemiti fuggivano al suo controllo, così come le spinte su quel bacino martoriato, le pulsazioni lungo l’asta si fecero sempre più forti, finché non venne, svuotandosi dentro l’alchimista.
“Ahn… sì… - ansimò, senza uscire dal suo corpo, piegandosi sopra di lui – Per ora può bastare…”
Edward non replicò. Si limitò a rimanere sdraiato sulla scrivania calda, senza dire una parola, lasciando spazio solo a lacrime e dolore. Sentì in abbondanza il liquido del superiore colare lungo le sue gambe, quando questo uscì, e alle sue narici arrivò un odore decisamente familiare.
“Mh. – borbottò Mustang, prendendo dei kleenex per pulirsi. – Ti farà un po’ male, mi sa.”
Liquido perlaceo confuso col rosso della vita.

Sì, gli avrebbe fatto decisamente male. Ma non come intendeva lui.
Lo sentì frugare i suoi stessi abiti, e quando decise di avere di nuovo un aspetto presentabile al resto del mondo, tirò due colpi di tosse.
“Prenditi tutto il tempo che vuoi, tanto sono andati tutti via.”

Il cigolio della maniglia, lo scricchiolare dei cardini e sbam, la porta chiusa.
Solo. Finalmente solo.
Così solo che si sentì in diritto di scivolare lentamente a terra, così solo che si portò una mano tra le cosce, e ritraendola inorridì.
Sangue e sperma, sperma e sangue.
Così solo che prese ad urlare, disperato, mentre la lancetta dell’orologio da muro scoccava le cinque.

*


Quando lo scricchiolare della porta sovrastò la musica proveniente dalla radio – tenuta bassa per non disturbare i vicini – Al abbandonò il cuscino bianco per mettersi seduto sul divano, lasciando che la sua testa facesse capolino oltre il poggia schiena.
“Niisan! – esclamò, mettendosi in piedi e correndo verso di lui. – Hai fatto tardi, che ti è successo?”
Lui si levò il giaccone, poggiandolo sull’appendiabiti giusto un momento prima che le braccia del fratellino avvolgessero i suoi fianchi, stringendolo a sé.
Si sentiva stanco e dolente, ma doveva sforzarsi di stare bene.

Al non doveva assolutamente sapere nulla. Nulla.
Scusami Al… - ridacchiò, grattandosi la testa - Il colonnello Armstrong mi ha convinto ad aiutarlo a ridipingere le pareti del suo studio… non ho potuto dirgli di no…”
Si chinò sulle sue labbra, a rubargli un bacio.

L’unico sapore da cui sarebbe dipeso a vita. Portò le mani al suo viso, guardandolo per un momento negli occhi, per poi avventarsi ancora sulla bocca, lasciando che la lingua accarezzasse quella del consanguineo, saggiandone ogni angolo, come a volersi purificare.
E Alphonse mugugnò, piacevolmente sorpreso da quell’impeto improvviso, e lo strinse ancora più a sé, approfondendo il contatto.
Purificazione. Ragione di vita. Tutto.
Quando si separarono, si ritrovarono entrambi col fiato corto.
“… mi sei mancato, Al.” Sorrise poi, stanco, dopo aver ripreso a respirare normalmente.
Anche tu, niisan… Devi essere proprio stanco, eh?”
”Un po’…”
Sciolsero l’abbraccio, e Ed camminò verso il divano, il più piano possibile.
Gli faceva un male cane.
“… niisan, che hai fatto?”
Sentì una nota incrinata, nella sua voce dolce. Si voltò, piano, vedendo che il suo sguardo era puntato direttamente sul fondoschiena. Istantaneamente la mano andò a coprire il tutto, mentre mentalmente malediceva i kleenex per avere una così scarsa capacità di assorbenza.
“Ah… sono caduto su un barattolo di tinta… non è stato molto divertente, anzi…”
Rise, grattandosi la testa, e sperando di tutto cuore che Al se la bevesse. Non gli piaceva raccontargli bugie. Ma quella se la doveva bere. Per forza.
Per una volta, il dio in cui non credeva sembrò essere dalla sua parte; Al scosse la testa, sconvolto da ciò che aveva sentito, e sollevando gli angoli della bocca, imboccò il corridoio che portava al bagno.
“Ti preparo la vasca, okay?”
“Si, grazie Al…” sorride di rimando, mentre questo si allontanava.

E tirò un sospiro di sollievo.
La porta aperta gli fece udire lo scrosciare dell’acqua, mentre apriva il frigorifero, alla ricerca di acqua fresca. Persino la gola gli faceva male, e sapeva di acido.
“Che hai fatto oggi?” gli chiese, sollevando la voce, riempiendo intanto un bicchiere di acqua.

Che immediatamente ingollò.
“Ho fatto la spesa! – Rispose quello, mentre il rumore dell’acqua si faceva meno forte, segno che la vasca era quasi piena. – Poi sono passato dal meccanico a prendere un po’ d’olio per le giunture! Fanno un rumore stridulo, se Winry lo sapesse credo che verrebbe qui ad ucciderti a colpi di chiave inglese!”
Poggiò il bicchiere sul lavello, scuotendo la testa e ridendo.
“Sì, forse hai ragione!”
Al rimbucò dall’andito, il sorriso ancora sul volto.
“Il bagno è pronto! Vuoi darmi i vestiti? Così li metto a lav…”
“No, faccio da me!”
Al lo fissò, rintronato.
“… e da quando ti lavi la roba?”
“Da oggi!” sorrise, e rubandogli un bacio fugace, corse in bagno, chiudendocisi dentro.
Al sollevò le spalle, scuotendo la testa, poi tornò a stravaccarsi sul divano, col cuore più leggero.
Si era decisamente preoccupato, non vedendolo tornare, e per quanto si lamentasse dell’eccessivo essere apprensivo di suo fratello, dovette trovarsi ad ammettere che lui non era da meno. Fortunatamente non era successo niente di che.

Anche se quel camminare storto, e quella chiazza rossa nei pantaloni non riuscivano a dargli tregua. Non per altro, ma si chiese come diamine fosse caduto Edward per avere una macchia proprio lì.
Forza di gravità? Mah.
In fondo, era suo fratello, con lui era normale che a volte si verificasse l’anormale.

No?

*

“Cristo…”
Reggeva tra le mani la sua biancheria, e di colpo era sbiancato. I kleenex, come era stato evidente, non erano stati sufficienti ad assorbire e limitare i danni.
Scosse la testa, sentendo improvvisamente un groppo allo stomaco. Se Al avesse visto, sarebbe certo andato di matto. E probabilmente lo avrebbe costretto a dire tutto.
No, no, non poteva succedere.
Barcollando, agitato, lasciò cadere gli indumenti sul bidet, lanciandogli un’ultima occhiata.
Quel bastardo
“Uff… che male…”
Si sentiva bruciare, mentre tamponava con un po’ di disinfettante le ferite.

Lo avrebbe ucciso. Martoriato, bruciato vivo, tagliato a pezzi, qualunque cosa.
Odio viscerale.

Si piegò un poco sul lavandino, stringendo i muscoli del viso in una smorfia di dolore. Sentiva le gocce del disinfettante scivolare lungo le sue gambe, mentre in nodo al livello dello stomaco si scioglieva, trasformandosi in un moto di dolore che da lì partiva, e saliva rapido fino alla gola.
“Cough…”
Acido, disgustoso, deplorevole. Come quel maledetto essere moro, come il suo vociare odioso, come la sua infima persona.
Dolore spalmato sul lavandino.
Rigettò a più riprese, svuotandosi di tutte quelle bontà che Al aveva preparato per lui, mentre al loro posto si faceva spazio un peso sul cuore sempre più pesante, sempre più pesante.

E tossiva, e ansimava, e si reggeva lo stomaco, mentre il tampone gli scivolava di mano.
“Niisan!”
Il bussare della porta lo ridestò un momento. Due colpi di tosse e sputò, cercando di liberarsi del sapore acido.
“Tutto bene?! Stai bene?”
Scosse la testa, passandosi una mano sulla fronte. E benedì il cielo per avergli fatto chiudere la porta a chiave – di solito non gli importava.
“Non preoc- – colpo di tosse. – Non preoccuparti, Al, mi è solo andata… la saliva di traverso!”
“Sei… sei sicuro?”
La voce era ovattata – un po’ per la porta che li divideva, un po’ perché l’udito sembrava esser calato di colpo – ma percepiva chiaramente una nota ben marcata di preoccupazione.
“Si! – rise, come quando uno cerca di nascondere le prove di un reato con una palata di fango – E’ tutto a posto, tranquillo!”
“Niisan…” cantilenò.

Ma Edward era determinato a far passare la falsità per verità. E si applicò per far sì che ciò accadesse.
“Al, sul serio – si avvicinò alla porta, poggiando la mano sul legno, e quasi gli parve di percepire il suo calore oltre le fibre – Sto bene. Ora mi lavo e sono da te, ok?”
Percepì il suono appena udibile del suo sospiro rassegnato, ed un indietreggiare di passi.
Il calore sparì.
“D’accordo… ti aspetto, eh!”
“Sì!” esclamò, chiudendo la conversazione ed allontanandosi anche lui dalla porta. Sospirò, soddisfatto del proprio operato – sentendo il senso di colpa maturare in un angolino del suo cervello, del suo cuore, del suo stomaco. Si avvicinò alla vasca, e sollevando un piede e poi l’altro, si immerse nella vasca, beandosi dell’acqua calda e di quel bagnoschiuma all’odore di fragole che al suo fratellino piaceva tanto.

*

Poggiava il mento nell’incavo della sua spalla, schiena contro il bracciolo del divano bianco e gambe divaricate ad accogliere il minore. Le mani calde, morbide, si stringevano attorno alla sua vita, lasciando che la schiena, oscillando, lo cullasse.
La radio riempiva l’aria di note e parole farfugliate quasi a caso, andando a ritmo con i loro movimenti.
Ancora gli faceva male, dal sedere in giù, fino al ginocchio – un po’ la posizione, un po’ le spinte.
Un po’.
Ma Al funzionava bene, come antidolorifico. Benissimo. Leniva il dolore senza saperlo, aveva delle proprietà curative che non immaginava. E ciò un po’ lo gratificava, un po’ lo distruggeva.
Un po’.

Perché il tarlo era lì presente, a ricordargli cosa era successo, come e perché. Era tutta colpa sua, tutta colpa sua. Quindi non aveva il diritto di lamentarsi. O di accusare qualcun altro.
E si cullava, e lo cullava.
“Niisan…”
“Si?”
Quello sollevò le braccia all’indietro, cingendo il suo collo in un tenero abbraccio. Lasciò che la testa si chinasse in direzione del fratello, e le punte del naso si sfiorarono.
Sei stanco?”
Il viso si sollevò dalla spalla, e su di esso apparve un sorriso caldo, dolce, così inusuale quando stavano fuori dall’intimità della propria casa.
“Un po’… solo un po’…”
Catturò le sue labbra con gentilezza disarmante, sfiorandole con la punta della lingua, chiedendo se poteva entrare.

Se dentro il suo cuore c’era spazio per un danno umano come lui.
E Al lo fece entrare. Dischiuse le labbra, e a Edward parve che gli si fossero aperti i cancelli del Paradiso. Sempre dolce, sempre lo stesso sapore, non una variazione, non una pecca.
Sempre lui, sempre Al.
Delicato, gentile, paziente. Le sue caratteristiche trapelavano da ogni dove, con discrezione, senza invadere gli spazi con la sua presenza, senza imporsi. Semplicemente stava lì, accanto a lui, e gli dava la forza di credere che – in un modo o nell’altro – tutto si sarebbe risolto.
La mano affondò su quei corti capelli castani, scompigliandoli, lasciando che il loro odore andasse a mischiarsi nell’aria con le fragole di quel bagnoschiuma rosso.
Al… Al…” sussurrò sulle sue labbra, socchiudendo gli occhi, un velo leggero di lacrime sugli occhi.
“Si?”

E sole due lettere sembravano miele.
“Ti amo, Al…”
Non glielo diceva quasi mai. Quando facevano l’amore, o quando camminavano per strada. In momenti in cui non se lo aspettava, quando sapeva che sentirselo dire lo faceva felice. Ma mai troppe volte, mai troppo spesso.
Per tenerlo legato a sé, per paura che scappasse.
Anche io, niisan…”
Ma ad Al bastava. Erano perle preziose che custodiva nello scrigno del suo cuore, così che, quando ne avrebbe sentito la mancanza, sarebbe bastato aprirlo per lasciarsi cullare dal suono di quelle parole.

Ad Al sarebbe bastato fino alla fine, anche non essendone mai sazio.
Amava sentirselo dire, ma amava ancor di più sentirsi amato. E Edward aveva mille modi di amarlo, così tanti che la mancanza di quel suono era quasi inesistente.
Anche io…”

E lo strinse forte a se.
Con la paura di vederlo svanire da un momento all’altro. Con la paura di vederlo andare via, lontano, dove non potesse raggiungerlo.
“Ti amo…” ripeté, e si lasciò scivolare sul divano, portando con sé Alphonse, sdraiandolo sopra di lui.
Respiri irregolari, ma coordinati.
Battiti irregolari, ma coordinati.
Al sollevò le braccia, acchiappando le mani del fratello e portandole alla bocca per baciarle, dolcemente. Poi se le strinse forte al petto.
“Ti amo…”
Un bacio sulla nuca castana.
“Niisan, stiamo così ancora un po’?”
Alphonse non avrebbe mai visto quella lacrima che scivolava lungo il suo viso.
“Sì, Al… - un altro bacio – Tutto il tempo che vuoi…”

Tutto. Il tempo. Che vuoi.

*

I giorni a venire furono i peggiori della sua vita. Peggiori dell’operazione di installazione degli auto-mail. Peggiore di quando aveva rivisto suo padre. Peggiore di quando aveva ucciso un uomo. Peggiore e basta.
Sveglia al mattino e bacio. Colazione, una lavata ai denti, e poi via, di corsa a lavoro.

“Buon lavoro, niisan!”
Con il cervello che gridava di non andare, con le gambe che si muovevano da sole, perché la promessa andava mantenuta, i patti rispettati.
“Buongiorno, signor Elric.”
Quella simpatica ragazza, che stava sempre all’ingresso a rispondere al telefono, a segnare appuntamenti sull’agenda, a salutare e a congedare i militari, probabilmente era stata la prima in quel luogo a rendersi conto delle avvisaglie che il suo corpo lanciava al mondo esterno.
Le occhiaie un po’ pronunciate.


La notte non chiudeva occhio, stringendo a sé Alphonse, assaporando ogni piccola parte di quell’essere che doveva proteggere. Respirava a pieni polmoni l’aria intrisa del suo profumo, sfiorava coi polpastrelli quella pelle candida e liscia che tante volte aveva marchiato coi suoi baci. E alle prime luci del mattino, esausto, si faceva cullare dal respiro di suo fratello, per poi svegliarsi qualche ora dopo con la solita, dolce, immancabile sveglia del mattino.

I movimenti fiacchi. Lo strascicare la voce.
L’andatura un po’ sbilenca, le gambe un po’ più distanti tra loro rispetto al normale.

Due settimane. Due settimane a quel momento, DA quel momento.
Un sorriso falso placcato di perla, un gentile invito ad andare nel suo ufficio, e poi di nuovo là, a sbattere con violenza contro la scrivania, o la libreria, o la poltrona, o il muro, o il pavimento.

Il sorriso spento.

La sua bocca era capace solo di mettere gemiti rochi, di invocare la sua presenza, implorandolo, implorando Mustang di smettere con quel coltello che sprofondava dentro di lui con insistenza, con ferocia, a segnare la sua carne, a macerarla.
Si sentiva marcio, marcio dentro. Marcio nel tradire la fiducia di Alphonse, marcio nel consentire a qualcuno di condurlo a un martirio immeritato.

E tutto e solo per il silenzio.
Il suo dovere era di proteggerlo.
Perché il fratello maggiore protegge sempre li fratello minore.

“Buongiorno, Alicia.”
Agitò la mano, percorrendo il corridoio, mentre lasciava nel suo armadietto portafoglio e giacca. Quando la latta – perché di latta si trattava, quanto era ammaccata – sbatté con violenza, facendo chiudere lo sportello, lui vi poggiò sopra la fronte, sentendo il gelo del metallo penetrargli la carne bollente.
Al. Al. Al. Al.
Ormai era il suo unico pensiero, nel momento in cui varcava la soglia del Quartier Generale. Pensiero che si intensificava quando passava di fronte all’ufficio di Mustang o, peggio ancora, quando lo incrociava per gli anditi.
“A dopo, Fullmetal.”
A dopo, a dopo. Ogni giorno, stessa ora.

“Faccio gli straordinari, Al!”
Alle tre, puntuale, dentro il suo ufficio, seduto sulla scrivania con le gambe spalancate, ad aspettare la punizione per il suo peccato più grave.
Quello di amare.
“Faccia in fretta, ho da fare.”

E lui arrivava, con il suo membro già eretto, a spogliarlo di gran fretta e ad affondare in lui con noncuranza. Mai una volta che si fosse stata delicatezza, mai una preparazione per non farlo soffrire.
E quelle ferite nel suo corpo si riaprivano, rapportando con la realtà quelle del suo cuore. Che era stato ferito ormai innumerevoli volte, lacerandosi a tal punto che spazio indolore non ce n’era più.
Un amore sbagliato. Illegale.
Spingeva, chiamandolo per nome. Spingeva beandosi di quel corpo appena uscito dall’adolescenza. Spingeva lasciando che i suoi fluidi – saliva, sudore, sperma – scorressero tranquillamente sui loro corpi bagnati.
Ma poi, cosa voleva dire sbagliato? Cosa illegale?
“Apri di più… le gambe…” sussurrava, allargandogliele da sé.
L’amore dovrebbe essere incondizionato. L’amore dovrebbe essere libero. Libero come il vento. Libero di andare da chi vuole. E poco importa se è un uomo, una donna, tua zia o tuo fratello. È amore. E basta.
Si p-preoccupa…?”
“N-no… voglio solo… entrare più… a fondo…”
E spinte, spinte, spinte.

Perché vincoli? Perché pregiudizi? Dove sta il male? Dove sta il reato? Non c’è nulla di male. È solo bene. Per te, per chi ti sta vicino. Non è una pazzia, né una malattia.
È amore. Solo questo.

E spinte sul corpo, a soffocarlo, a legarlo a lui per la vita, finché avrebbe voluto pace per Al.
Perché per lui ormai, non ce n’era più.
… forse, forse, c’era un solo metodo per salvare entrambi.

O meglio.
Per non vivere più col timore di essere scoperti. Col timore che da quelle labbra intrise di veleno scappasse una parola di troppo.

E lui era troppo saturo di paura, e di amore, perché si arrischiasse a portare avanti questa messinscena.
Quando le cinque scoccarono, uscì dal suo corpo.
Sangue ormai non ce n’era quasi più.
“Bene. A domani, Fullmetal.”
“Sì. – sorrise, scuotendo la testa, mentre quello usciva per dargli modo di sistemarsi. E la porta si chiuse. - A domani.”

*


Persino il cigolio dei cardini della porta d’ingresso quella sera si fece più pesante. Pochi passi verso l’appendiabiti, come al solito, per poi fare ingresso in cucina con un sorriso triste sulle labbra.

Che tentò di mutare in sorriso di gioia nel vedere Al ben intento a cucinare qualche prelibatezza. Gli si avvicinò, quatto quatto, e lo abbracciò da dietro, stringendolo forte a sé.
“Sono tornato…” gli bisbigliò all’orecchio, sfiorandolo con la punta della lingua.
“Ti avevo sentito, sai…” sorrise quello, portando la testa all’indietro e dischiudendo le labbra per accoglierlo con un bacio di bentornato.

Ed prese al volo l’invito, saggiando di quella fonte fresca di purezza, che ormai lui non aveva più, neanche in un briciolo del suo corpo.
“Lo so… - mormorò, strusciando la guancia contro quella del fratellino – Lo so, Al… - per poi baciargliela. – Al, Al… Facciamo l’amore…”
Ma niisan… - fece lui, alzando le mani sporche di carne macinata e uova – Sono sporc…”
E non finì di parlare, che lui gli prese la mano, portandola alla bocca, liberando uno, due dita dal preparato per le polpette fritte.
“Al ti prego… - fece, cullandolo – facciamolo…”

E non c’era malizia, o voglia repressa nelle sue parole. Solo quella sottile dolcezza diventata quasi una costante, negli ultimi giorni. Alphonse sospirò, sorridendogli, e mollò il coltello per voltarsi verso di lui, e baciarlo meglio, a baciarlo come amavano loro.
“Niisan…”
Intuì la domanda che stava per uscire dalle sue labbra, quel preoccuparsi facile che aveva nel DNA, e lo silenziò con un altro assaggio della sua bocca.
“Ti voglio, Al…”
“Non vuoi fare il bagno prima?” bisbigliò dolce, stringendolo a se, sporcandolo di quegli ingredienti che presto sarebbero entrati nei loro stomaci.
“Dopo, Al… Dopo…”

E spingendolo dolcemente, facendo sì che seguisse i suoi passi, lo portò fino al divano, accomodandolo sul cuscino bianco, e chinandosi a catturare le sue labbra.
Soffici, calde, morbide.
Come ogni sua cellula, come ogni sua fibra, in costante movimento, a produrre calore, a produrre sudore, a produrre amore – con un sottofondo quasi dolce, quasi soffocante, di canzoni che parlavano di amore proibito, e addii non voluti.
“Ti amo, Al…”
E la sua voce per Al era una droga, come le spinte dolci che dava, come le carezze che scorrevano, esploravano il suo corpo, e ogni briciolo della persona che gli donava.

Ma in fondo cos’era per lui, l’amore?
Anche io, niisan, tanto…” E lo stringeva al collo, mentre diventavano una sola cosa, un’anima congiunta, un’unica entità.
Amore è libertà.
“Ti amerò per tutta la vita…”
Amore è stare insieme.
Anche io, anche io…”
Amore è farsi e fare del bene.
“Per sempre…”
Amore è proteggere.
“Per sempre…”
Fino all’estremo delle proprie forze.

*


Fischiettava felice il motivetto che suonavano alla radio.
Ricordava bene la voce della ragazza, che cantava parole malinconiche, ma talmente dolci da arrivare fino al petto. E a lui, già impregnato della dolcezza di Edward, non poteva far altro che fare piacere sentire quel miele entrargli nelle orecchie.
Mollò un momento le polpette, stiracchiandosi, sentendo i muscoli tendersi, per poi rilassarsi.
“Mh…” mugugnò di piacere, massaggiandosi la spalla. Aveva ancora addosso il piacevole tepore del corpo del fratello, e qua e là i segni dei suoi baci, ancora caldi.
Riportò le mani sull’impasto, modellando le ultime polpette per poi metterle a friggere assieme alle altre. Poi si avvicinò al lavello, lavandosi le mani.
L’occhio cadde sull’orologio, che aveva da poco scoccato le otto e mezza.
Non gli era sembrato passato così tanto tempo, ma effettivamente, ora che ci pensava, Ed si trovava in bagno da almeno quarantacinque minuti.
“Strano...”
Di solito se ne impiegava venti era già tanto.
Sospirò, pensando che probabilmente si era addormentato dentro la vasca, stanco com’era. Continuando a fischiettare, decise che per quel momento il bello addormentato nella vasca avesse dormito abbastanza, ed era ora di svegliarlo con uno dei suoi soliti baci.
“Niisan…”
Camminava per l’andito, lasciando le braccia libere di ciondolare lungo i suoi fianchi. E più si avvicinava, più sentiva intenso l’odore del bagnoschiuma che aveva sempre usato lui, e che ora anche il fratello, dopo moine e lamentele – Al, è da donne!” – si era deciso ad usare.

E si fermò davanti alla porta, bussando.
“Niisan, posso entrare?”
… nessuna risposta.
“Cielo, si è addormentato sul serio.”
Respirò, poggiando le mani sulla maniglia e pensando per un momento di entrare urlando, tanto per traumatizzarlo un po’. Ma conoscendolo, voleva evitargli, uno un infarto, due un po’ di acidità durante la cena.
Che comunque non sarebbe durata più di cinque minuti.
Tuttavia, nel momento in cui faceva forza sul manico, tornò sulla sua posizione primaria.
“Niisan, sto entrando…” si annunciò, aprendo la porta.
E mentre la musica scemava, ovattata dalle pareti, il suo naso veniva invaso con violenza dall’odore di quel bagnoschiuma, assieme a qualcosa che da principio non capì che fosse.
Si voltò verso la vasca, vedendo chiazze rosse sparse lungo le pareti della vasca.
Avevano un colore vivo, acceso, e abbinandolo al profumo, Alphonse pensò che suo fratello fosse stato così distratto da aver rovesciato tutto il contenuto della bottiglia.
“Niisan, che comb… ini…”

Ma quando notò il braccio sinistro steso lungo il bordo della vasca, grondante di quel liquido di un così bel colore, e quando, seguendo la traccia, vide qualcosa di lucido e metallico che no, lì proprio non doveva starci, le sue idee stupide si dissiparono in un solo colpo, e per un attimo si ritrovò immobile, ad ammirare quella piccola apocalisse.
“Oh… Dio…”

E scosse violentemente la testa, senza capire, sentendo il panico, la paura prendere il posto a tutta la gioia che aveva provato fino a poco prima.
“Ti amo, Al…”
“NIISAN!!” gridò.
La disperazione fatta a persona.

Si inginocchiò davanti alla vasca, prendendolo per le spalle, scuotendolo, ad implorarlo di parlare, di reagire, di dirgli qualcosa.
“NIISAN, NIISAN!!” e sembrava non saper dire altro, mentre le lacrime scendevano copiose dagli occhi, e quasi non riusciva a vedere ciò che aveva davanti.
Come se fosse un sogno, un incubo da cui, cazzo, non riusciva proprio a svegliarsi.
“… A-Al…”
Persino quel rantolo gli sembrava così lontano da sembrare falso. Ed anche quel tocco sulla sua pelle, di un calore prossimo a sfiorire, era solo una delle tante azioni del sogno, e nulla di più.

Ma la sua mano, tremante, andò a raccogliere la sua, stringendola forte a sé.
E vide quei segni, decisi, profondi, così… determinati.
“Che hai fatto, Ed?? CHE HAI FATTO?”
Tremava come una foglia. Tremava tanto, quasi quanto lui, riverso in un lago di acqua e sangue, e di quel buon odore di bagnoschiuma, la bottiglia quasi vuota che galleggiava a pelo dell’acqua.
“A-Al… - arrancava, a fatica – Al…”
Gli passò un dito sull’occhio, togliendo via inutilmente qualche lacrima, respirando pesantemente, rantolando dal dolore.
“T-Ti aiuto! Ti…”
E fece per strapparsi la maglia, per ricavare una garza, una pezza – qualsiasi cosa – pur di fermare quella terribile fuga di vita. Ma la presa di Ed, per quanto debole fosse, si fece più insistente, e quando si voltò, lui faceva lentamente – in maniera quasi impercettibile – cenno di diniego con la testa.
“A-Al… a…scoltami…”
“Niisan, non c’è t-tempo, non…”
Poggiò un dito sulle sue labbra, scorrendolo un poco. E ancora scosse la testa, abbozzando un sorriso quasi forzato.
“Al… sei… libero…”

E Al non capiva.
“… non… non… - tossì, sentendo l’aria mancare – non devi… più… n-nascondert…”

E si fermò, respirando rapidamente, a fatica, mentre nella sua gola nascevano e morivano rantoli.
“Niisan, smettila, smettila, Dio!” fece, strappando tremante la maglia, e avvolgendo velocemente il polso.
Panico. Forte, vivo, tangibile nell’aria. Come il sangue che già macchiava vivo il tessuto niveo.
“V-vado a chiamare un’ambulanza!”
Un piede puntato in terra, e la mano poggiata sul bordo insanguinato per darsi una spinta. E quella presa, debole, tremolante, si fece più forte.
S-stai… con me…”
“NIISAN, CRISTO, LASCIAMI!!” fece, in preda al panico, agitando convulsamente il braccio, senza ottenere risultati.
E alla fine dovette arrendersi, e lasciar si che le sue gambe si facessero molli come il pane, che ma mano sua, calda, afferrasse quella del fratello, umida d’acqua, e sangue, e fredda.
Gelida.
“P-perché…?”
Tremava, la testa poggiata sulla sua mano.

Cosa aveva fatto? Dove aveva sbagliato?
Era colpa sua se quell’incubo si stava realizzando sotto i suoi occhi?
“A-Al… Al… dimmi… dimmi che mi… a-ami…”
“Stupido… stupido… - strinse più forte la mano, le labbra tremanti. Avrebbe voluto urlare, mandarlo al diavolo ma no, gli parve il momento più inadatto del mondo – T… Ti amo…”
La voce si fece acuta sull’ultima parola, rotta dai singhiozzi. Non poteva ancora capacitarsene.

Eppure era tutto lì. Così concreto, così reale.
Al… ora… Stammi a sentire… - fece, la china poggia sul mento, gli occhi quasi chiusi. – Non… sarai… solo… io ci sono… sempre… - e alzò la mano , sfiorando il suo petto, macchiandolo di sé – Sempre… m-ma… Al… devi… devi stare… attento…”
Sempre più freddo, sempre più freddo.
Silenzio.
“N-niisan…?”
“Stai… attento… - sempre più flebile, sempre più freddo – al… al…”
Di nuovo silenzio.
Rotto da una voce che cantava qualcosa come This is not a goodbye e che suonava dannatamente ironico.
“…niisan?”
Niente.
“Niisan? – una scossa leggera. – Niisan…? – Un’altra. – Niisan! – Qualcuno faccia fermare il mio cuore adesso. – NIISAN!!”
E uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove rintocchi rimbombarono nella stanza, assieme alla voce che, come se quelle campane scandissero il tempo, ripeteva un Goodbye sempre più flebile, più lontano, che si estinse con quel suono.

E un urlo squarciò l’aria.
Dong. Dong. Dong.

*


L’aveva pretesa, quella fottuta autopsia. L’aveva pretesa urlando, mentre si aggrappava alle braccia degli infermieri che caricavano quel corpo senz’anima sulla barella, e la portavano fuori – l’ambulanza circondata di comari bramanti notizie da spargere non appena il sole sarebbe sorto.
Era stato quel sangue sulla divisa – perché sì, Cristo, non era tintura, non lo era, aveva chiesto al colonnello Armstrong, e aveva confermato che le stupide pareti del suo stupido ufficio erano di un finto lilla che sembrava più un grigio, color pelo di ratto – Era stato quel suo camminare sbilenco, e sì, quei ti amo detti e ripetuti fino allo sfinimento così inusuali da lui che comunicava con i gesti, con il cuore.

Per lui, l’indomani, il Sole non sarebbe sorto. Non sarebbe sorto mai più.
In casi come il suo, solitamente non si provvedeva ad esaminare ed aprire un cadavere. Ma Al se lo sentiva, Dio, che le cose non stavano andando per il verso giusto.
E se non avrebbe mai saputo a chi o cosa stare attento, di certo avrebbe fatto luce su quello che gli era successo.
Ventiquattro ore prima di un’autopsia completa.
Perché con quella poca voce che gli era rimasta, aveva implorato che quel servizio gli fosse concesso, aiutato dalla zia Pinako, arrivata come un razzo da Reesembol – Winry non ce l’aveva fatta, non aveva retto neanche l’idea, ridendo isterica, ridendo sconvolta – in piena notte.
Zia… Zia…”
Era arrivata in casa loro mentre Edward veniva portato via, sirene spiegate, come se ancora ci fosse qualcosa da fare, e aveva visto Al intriso del sangue di suo fratello, la voglia di morire fatta a persona, ancora una volta, ancora in lui.

Che cosa è successo, Al?”
E lui aveva ripreso a piangere a dirotto – un po’ come la pioggia che di li a poco sarebbe arrivata, un po’ come lo scrosciare dell’acqua della vasca che amava riempire solo per lui, solo per lui – e balbettando era riuscito solo a dire due parole.

È morto.
Come se, più che a lei, lo stesse dicendo a se stesso, ancora incredulo, ancora circondato dall’ovattata sensazione di incubo infinito, dalla dolcezza di quelle carezze che lo avrebbero ucciso, ora che non c’era più nulla.

E il giorno dopo lo aveva passato nel loro letto, a versare lacrime su quel cuscino che odorava di limone, su quelle coperte che sapevano del suo odore, di quella fragola che lui aveva messo su di sé solo per farlo felice. Ad implorare il suo ritorno, a chiamare il suo nome, mentre nello stesso istante, il suo fratellone, quello a cui aveva rivolto la sua prima parola, quello a cui aveva dato tutto - il suo primo schiaffo, il suo primo calcio, il suo primo bacio, il suo cuore, il suo corpo, la sua anima – veniva violato con una sega e un bisturi, alla ricerca della verità più orribile, quella che non dovrebbe esistere, che dovrebbe essere cancellata, assieme a tutto il male sulla terra.
Ore, ore, ore. E il sole era tramontato due volte, senza riscaldarlo, senza sfiorarlo neanche per un momento, nascosto dalla coltre di nubi che stavano facendo il cielo bianco.

Come era lui.
Bianco come la neve, come la luna, candido, a volte un po’ pazzo – di quella pazzia che ti fa felice, che ti entra in circolo e ti fa stare bene – ma puro, e sincero, e tante altre cose che non troverà mai in nessun altro.
E poi il telefono squillò, e lui uscì dalla camera, la vecchia che lo guardava per paura di vederlo crollare da un momento all’altro.
Giù la cornetta, e su di nuovo a chiamare aiuto, a cercare passaggio.
“Pronto, generale…”


“E’ stato violentato.”
E Al implorò ancora di morire all’istante, che quegli attrezzi che erano affondate nel corpo di suo fratello facessero lo stesso con lui, e lo portassero via. Non parlò, portandosi una mano alla bocca e mordendola, per non gemere di dolore.

E Roy lo guardò, e quasi gli sembrò una scena familiare.
“Con frequenza, e per più di una settimana. Le abrasioni non sono riuscite a guarire, ma essendo stato il corpo immerso troppo a lungo nell’acqua, non siamo riusciti a ricavare né cellule, né sperma. Quindi, niente DNA. Mi dispiace.”
Un gemito soffocato riempì l’aria, accompagnato dallo strusciare della mano affettuosa e avvizzita di Pinako sulla sua maglia azzurra.
“Chi è l’animale che farebbe una cosa simile…” bisbigliò, scuotendo la testa. E Roy sospirò, seguendo il movimento dell’anziana, a segno della sua disapprovazione.
“L’ha detto, signora… un animale. Povero Fullmetal, deve essere stato terribile…”
E si inchinò anch’egli, a dare supporto al piccolo Elric.

Falso, ipocrita, e un ottimo, lurido attore.
“P-perché…”
Al odiava farsi domande che mai avrebbero trovato risposta. Lo odiava.

Da morire.


*


E piovve, il cielo ancora bianco, ancora coperto.
Nessun sole a spiccar nel cielo, nessun raggio a bagnare la terra di calore, come se si fosse nascosto, un po’ per paura, un po’ per rispetto.

Il suo Sole non c’era più.
Si stringeva a se stesso, cercando un po’ di calore umano, cercando l’affetto che solo Edward era stato capace di dargli.
Quell’affetto, quel calore che era riuscito a sentire persino quando ancora era chiuso in quella fredda armatura, in attesa di una sentenza che non era arrivata, per lui.

Perché?
Erano passati appena due giorni da quando era successo, eppure a volte sembrava una questione di secondi, altre di mesi, anni.
Un’eternità.
Era ancora aperta per metà, la bara, a mostrare quel viso candido, i capelli così splendenti da sembrare fintiforse lo erano, forse non erano i suoi, li avrebbe riconosciuti tra mille, un solo capello tra milioni di altri capelli. – le dita affusolate incrociate sul petto, e le labbra livide distese, come se stesse solo dormendo.

“Niisan, niisan…”
Gli accarezzava le ciocche bionde, scostandogliele dagli occhi chiusi, mentre la luna baciava la sua fronte, tenue, leggera. Si chinò sulle sue labbra – miele, zucchero, e panna e fragola – ad assaggiarle, dolcemente, come amava fare.
“Mh… Al…”
“Niisan, guarda la luna, niisan…”

E lui piano apriva gli occhi, allungando il braccio verso il busto del fratellino, stringendolo forte a se.
“Mh… - sorrise – Che bella piena… - e l’altra mano saliva lungo la schiena, a sfiorargli i capelli, a scompigliarglieli. – Ma, mi dispiace per lei… sei più bello tu…”

Era ancora aperta, a lasciar beare i presenti della sua vista.
Alla sua sinistra il corpo militare, tutti sull’attenti, a portargli il rispetto che aveva meritato. I colonnelli che scuotevano di tanto in tanto la testa, trattenendo le lacrime, i generali che stavano fermi, immobili, la mano retta sulla fronte per l’ultimo saluto.
A mostrare la loro superiorità.
Al li fissò tutti, uno ad uno, i colleghi di suo fratello, quelli che glielo rubavano fino alle ore tarde, quelli che gli permettevano di lasciarlo da solo su un divano, ad ascoltare canzoni alla radio.

“Al! Al! Alphonse!”
Bussava alla porta, troppo eccitato per cercare le chiavi, troppo ansioso di annunciare al suo fratellino la sua promozione. E quello aprì la porta, la fronte imperlata del sudore estivo, le guance macchiate di rosso.
“Niisan! – rise – Che succede?”
“Aaaaal! – e gli saltò sopra, avvolgendo le gambe attorno al suo bacino, lasciandosi prendere e trascinare dentro – Al! Mi hanno promosso!!

E le braccia si avvolsero attorno al suo collo, i volti si avvicinarono e uno schiocco felice riempì l’aria.
“Aw, che bella notizia! – esultò, entrando in casa e chiudendo la porta con un colpo d’anca – Bravo niisan!”
“Sono un tenente colonnello! Un tenente colonnello Al!”
I denti bianchi scorniciati da labbra rosee, uno dei sorrisi più belli che gli avesse mai donato.
“Sapevo che ce l’avresti fatta!”
“Sono un grandeee! – si esaltò alzando un pugno al cielo, per poi riprendere le labbra del fratello – E voglio una ricompensa…”

Requiem.
Lento. Triste. Vuoto.
Nessuna delle note rendeva pace alla figura di suo fratello.
Nessuna.
Uno, due, tre spari che si disperdevano nel cielo talmente bianco da essere fastidioso.

Sei un generale di brigata adesso, niisan.

E il parroco chiuse la bara.
E Havoc, Breda, Fury e Falman lo sollevarono, portandolo verso quella che chiamano nuova casa, e che ad Al non sembra altro che un terribile fosso profondo, e troppo lontano.

Un Generale che non potrà mai far valere il suo valore. Che viene portato vicino a un baratro, e una volta dentro, la terra ti coprirà, e non potrò più sentire il tuo calore, toccare il tuo visto, ascoltare il suono delle tue parole.
Non potrò…

E le gambe scattarono in avanti da sole, senza più controllo, mosse solo dall’anima inquieta, dalla disperazione, dalla voglia di lui che scalciava nel cuore.
“Alphonse!” fece zia Pinako, allungando la mano, sfiorando appena la sua spalla, per poi vederlo cadere in ginocchio, mentre la bara scendeva, lenta, a toccare la terra.
“NIISAN! – la terra che macchiava i pantaloni, il gelo che entrava nella carne – NIISAN! NIISAN!!”
I pugni strinsero convulsi l’erba, strappandola alla terra così come Dio aveva strappato a lui la sua unica famiglia, l’aria che respirava, il sangue che scorreva nelle sue vene.
Nii… Niisan…”

E la testa si appoggiò al terreno bruno, mentre braccia forti lo prendevano da dietro, sollevandolo a fatica, stringendolo a sé, battendo pacche sulla sua schiena scossa da singhiozzi incontrollati.
Le sue dita affondarono nel tessuto azzurro di una divisa che non era quella da cui si disfava la notte, in quella che non profumava di suo fratello, della sua essenza, del suo tutto.
Un altro sparo squarciò l’aria, e subito il grido disperato di Al lo seguì, arrivando fino al cielo.
E questo si commosse, e cominciò a bagnare tutto attorno, mentre la terra veniva gettata sopra di lui, e una preghiera veniva recitata, in un ultimo saluto.

*

Si buttò sul divano, distrutto.
Puzzava di sangue. Puzzava di sangue e sperma.

“Alphonse…”
Si sentiva come trafitto da un coltello che infieriva sul suo corpo, andando velocemente avanti e indietro, senza rispetto. Poteva ben sentire le urla del suo corpo implorare pietà, la sua anima disfarsi in mille pezzi, il suo cuore spezzarsi.
“S-si fermi!”

Puzzava del suo odore, di acqua di colonia, di maturità.
Il dolore pulsava tra le sue gambe, nel petto, nella testa.
“N-niisan…” mugugnava, stringendo il bracciolo bianco, quello dove lui amava poggiarsi per tenerlo tra le sue gambe e baciargli teneramente collo e spalla, collo e spalla.

Ma ormai di quell’innata dolcezza, di quei momenti non esisteva più niente.
“Stai… attento… al… al…”
Al Generale, Al.
Al suo giocar sporco, al suo prendere senza chiedere, al suo possedere le persone allo stesso modo con cui un bambino possiede un giocattolo.
Era andato in cerca di conforto, e aveva trovato la sua rovina.
La totale disfatta.
Invocò aiuto, sibilando.

E sperava che presto qualcuno andasse a prenderlo, e lo avesse conducesse da suo fratello che stava ad aspettarlo alla fine del mondo.