.Al sapore di
Fragole.
Da quando era tornato umano, il
corpo di suo fratello era una incessante
attrazione. Sfiorare le sue guance, i suoi
fianchi, sentire il suo profumo, inebriarsi della sua presenza, erano
ormai costanti della sua quotidianità.
Una droga, quasi.
Il suo sorriso, il suo muovere le braccia, persino il rumore del
calpestare l’erba, non più così pesante
e metallico, ma dolce
sotto il suo peso di ragazzo, lo facevano sentire soddisfatto del suo
operato, e felice che tutto, alla fine, fosse andato bene.
Che il prezzo
fosse stato ripagato. E lo scambio equivalente
annullato.
Era stata una strada in salita: c’era stata la
riabilitazione, i momenti di sconforto, le notti passate in bianco a
pensare se mai ne sarebbero venuti a capo, quelle a sentire Al che si incolpava perché
Ed, ancora, possedeva due arti che non erano propriamente suoi.
Ma a lui, gli
ripeteva sempre, non importava.
Tralasciando l’abitudine, per lui quello non era stato che il
minimo prezzo da pagare per riavere indietro suo fratello. Era un
sacrificio minimo, ormai quasi nullo, comparato a quanto aveva ricevuto.
Era di nuovo carne pulsante,
e sangue che scorreva rapido nelle vene. Era di nuovo il dolce profumo
che lo cullava la notte. Era di nuovo quel calore di cui per anni aveva
fatto a meno, e che sentiva di dover portare indietro ad ogni costo.
Anche della sua
stessa vita.
Ma grazie al
cielo, nessuno aveva dovuto sacrificare nulla. E
adesso erano lì, insieme, a volte a fare la spesa al
supermercato in centro, a volte stravaccati sotto un albero, a godersi
il tepore del sole.
E ogni notte si
stringevano sotto le coperte leggere.
Perché l’unico calore che entrambi volevano sentire era quello dei
loro corpi a contatto, della pelle calda, liscia.
Il calore di un corpo vero.
E ogni notte era un bacio a fior di labbra, dolce come le fragole che
Al aveva riscoperto
amare, ricoperte di panna montata. Dolce come le parole che si
scambiavano, e l’affetto che si donavano a vicenda.
Silenziosi, nel loro intimo silenzio.
Convinti di restare uniti fino alla fine dei loro giorni.
*
“Niisan!”
La sua voce squillante, il rumore dei passi leggeri riempì
l’aria del corridoio, arrivando fino alle sue orecchie.
Era appena stato nell’ufficio del Generale per portargli le
solite scartoffie: sollecitazioni da parte del Parlamento a fare il
proprio lavoro, lettere di donne sconosciute e forse troppo conosciute,
cartoline da parte del Tenente Havoc da Areugo, tanto per comunicargli
quanto fosse bello non condividere lo stesso ufficio, per quelle due
settimane. Avevano scambiato le solite due parole acide, ed era uscito,
dirigendosi verso la sala comune, per chiacchierare un po’
con Falman sulla questione Drachma.
Ma quella voce,
la sua voce, lo aveva moralmente
obbligato a fermarsi.
E a voltarsi verso di essa,
con un sorriso smagliante sul volto.
“Ahn, Al… Ti avevo detto
che non era necessario!”
Quella mattina, era stato svegliato da un urlo disperato: Alphonse non
si era curato di controllare la dispensa, miseramente vuota
dopo la cena del giorno prima, e così non aveva nulla per
preparare il pranzo da portar via per suo fratello.
“Al
non ti preoccupare, - gli aveva
detto, con un sorriso – sopravviverò!”
e si era sbattuto poco delicatamente il braccio meccanico sulla pancia,
ritrovandosi piegato in due per qualcosa come dieci minuti.
Ad ogni modo, insomma. Si sarebbe
arrangiato con la mensa. Esisteva per un motivo, in fondo.
Sì, anche se Al pensava che quel cibo puzzasse di
zolfo e provenisse dalle fogne di Central,
quanto era disgustoso.
“Niisan, lo sai che non ti lascerei mai mangiare quella roba.
Ti fa male!”
esclamò lui, aggrottando le sopracciglia e
guardandolo, le labbra arricciate. Ancora aveva addosso
un leggero senso di colpa per non aver pensato a suo
fratello già dalla sera prima.
Ma in compenso,
Edward affondò una mano tra i suoi capelli chiari,
scompigliandoglieli un po’.
“Sì Al, lo
so, lo so. –
marcò, con un sorriso ancora più largo – Però
non dovevi comunque.”
“Sì che dovevo!” disse, determinato ad
avere ragione. E il
maggiore non poté fare altro che sollevare le spalle, per
poi prendere il cestino del pranzo.
Furtivo, onde controllare
l’assenza di nemici, si
guardò attorno, per poi chinarsi un poco sulle labbra rosee
di Al, rubandogli un bacio casto.
“Grazie.”
Per tutta risposta, dopo un tenero schioccare, gli
sorrise di rimando, portandogli le braccia alla vita ed
abbracciandolo.
“… a che ora smonti?” chiese, a voce
bassa, strofinando la testa sotto il suo mento.
Edward tenne il contenitore color acquamarina su una mano, poggiando
l’altra sulla schiena di Al,
baciandogli la nuca castana.
“Alle cinque sono a casa…”
“Mh… ok… - sbiascicò sulle
sue labbra – Vuoi che ti prepari qualcosa?”
concluse poi, lasciando che le punte dei loro nasi si toccassero.
“Ah-ahn… - annuì - … te? Si
può?”
E lui ridacchiò, divertito, mentre le sue guance si
coloravano, quel tocco di innocenza
che lo distingueva dalle altre creature in terra.
“Si può fare…”
E dischiuse le labbra, lasciando che la lingua di Ed sfiorasse gentilmente la sua,
in una piccola promessa.
Sarebbe tornato
a casa in orario, non lo avrebbe lasciato solo
un minuto di più.
Sinceramente, odiava stare in quel posto. Odiava
essere ancora un diretto subordinato di Mustang, ma fortunatamente, con
gli altri sottoposti riusciva a trascorrere momenti
tranquilli, in un modo o nell’altro.
Più che Mustang, più che il luogo, più
che la puzza di zolfo e il cibo che sapeva di fogna, odiava doversi
separare da suo fratello per quelle ore che ad entrambi sembravano interminabili.
… ma in
fondo, era il suo lavoro.
“Allora aspettami. - Fece, sigillando la promessa con un
ultimo schiocco di labbra. – E
grazie per il pranzo, sei un tesoro.”
“Aw, piantala!
– rispose lui, una pacca sulla spalla. – E adesso vai, su! O il Generale si
arrabbierà e ti terrà qua fino alle ore
piccole!”
Fratello, mamma chioccia. Non erano che due dei tanti ruoli che aveva in quella vita con Ed.
E a lui non dispiacevano affatto.
Soprattutto gli altri ruoli.
“D’accordo, d’accordo!”
Un ennesimo scompigliar di capelli.
“Stai attento per strada.”
“Niisaaaan…
- strascicò le vocali
– Non ho più dieci anni,
sai?”
“Poco importa. Sei sempre il mio fratellino.”
E i fratelli
maggiori proteggono sempre i fratelli minori.
“Fratellone
apprensivo. So come ci si comporta per strada, non
preoccuparti!”
Gli acchiappò il naso, premendo leggermente sulla punta e
lasciando che gemesse di quel tenue dolore. Poi,
un bacio sulla guancia, una sventolata di mani e via, verso casa.
Ed sorrise, per
poi giocherellare con la scatola.
Una cotoletta, un po’
d’insalata, e quelle tre fragole che metteva
dappertutto.
… amava essere ricoperto
di attenzioni,
sì.
“Bon, troviamo un posto dove mangiarti…”
E fece qualche
passo verso la sala di ritrovo, mentre pensava ancora di andare a
scambiare due chiacchiere con Vato, così, per passare il
tempo.
Un passo, due passi.
E un lento cigolio di porta riempì l’aria al posto
della voce cristallina di Alphonse.
Tre passi.
Non sapeva perché, ma sentì improvvisamente il
cuore battergli veloce.
Quattro passi.
E si
fermò.
“Fullmetal.”
Deglutì a vuoto, senza darlo a vedere e si girò
lentamente, qualche ciocca bionda che copriva per parte la visuale.
“Si?”
Era lì, sulla porta, e lo guardava arcigno, ma
c’era qualcosa in quegli occhi, che prima di quel momento non
aveva mai notato.
E si ritrovò a
implorare che lui non
avesse…
“Dopo vieni nel mio ufficio. Dobbiamo parlare.”
Cazzo.
“Generale, non cap-…”
“Vieni nel mio ufficio. Senza tante storie. Ok?”
“… d’accordo.”
Richiuse la porta, e lui tirò un sospiro pesante.
Cazzocazzocazzo.
Riprese a
camminare, portando una mano sulla divisa azzurra, sentendo il cuore
che chiedeva di uscire dal petto.
Stava sudando freddo.
… cosa cazzo ci faceva
Mustang nell’ufficio del Generale Hakuro?!
Scosse la testa, portando una mano sulla fronte, forzandosi di pensare
che probabilmente era
tutta solo una sua fantasia.
*
Quando mise piede nel
suo ufficio, l’orologio batteva già le tre. Nel
giro di un’ora, un’ora e mezza al massimo, sarebbe
dovuto uscire e tornare a casa da Al.
Ma quando il
Generale si premurò di chiudere la porta a chiave,
deglutì. E si
ritrovò a pensare che non sarebbe stata cosa da poco.
Sperò solo che fosse più rapido di quanto si
prefigurava nella sua mente. E
possibilmente, indolore. Osservò le sue spalle larghe
avvicinarsi alla poltrona di pelle nera, lucida, nuova.
Era stato, lo ricordava bene, un regalo da parte dei suoi subordinati -
lui e Al compresi, perché spinti moralmente dal Colonnello
Armstrong - per i suoi trentatrè anni.
In compenso, lui rimase immobile a metà strada, fissandolo
senza osare battere le ciglia.
“… qual è il problema?”
sbottò poi.
Lui per tutta risposta si sedette, voltando la poltrona verso la
finestra. Poteva ben vedere i gomiti che sporgevano dai braccioli, e
udire un suo sospiro.
“… sai che nella nostra regione
l’incesto è punibile con la prigione,
Fullmetal?”
Santo Iddio.
“…
come prego?”
Santo, Santo,
Santissimo Iddio.
“Su.
Non fare il finto tonto.”
“… continuo a non capire, Generale.”
“Ah, Fullmetal. – sospirò ancora,
lasciando che la poltrona roteasse sul perno, fino a riportarlo sulla
scrivania. E
lì poggiò i gomiti, e il mento sopra le sue mani.
– Capisco che tu sia in una
età difficile. – Ghignò,
ed era maligno. Maligno davvero. – Ma
addirittura tuo fratello…”
“Cosa diavolo sta insinuando?!”
Strinse un pugno, sentendo quasi il sangue scorrergli nelle vene.
Non avrebbe dovuto. Non avrebbe dovuto baciarlo, non lì. Da
bravo idiota aveva messo in pericolo la tranquillità di suo
fratello e la sua.
Oh, Cristo.
“Non fare il finto tonto,
Edward. – E non sorrida, Dio, che non c’è
proprio niente da sorridere! – Vi ho
visti.”
Ecco. Ottimo.
Qual era la parola perfetta per la situazione? Ah, si.
Totalmente fottuto.
“…
non sono cose che la riguardano, Generale.” mormorò, calcando bene
l’ultima parola.
“Ah, sì, che mi riguarda… La vita dei
miei subordinati
è più importante della mia stessa.”
E gli fece cenno
di avvicinarsi con l’indice guantato, mentre non accennava a
far sparire dalla sua faccia quel ghigno malevolo.
Edward obbedì. Non perché glielo chiedesse lui, ovvio
che no.
Passo rapido, cadenzato, finché le mani non sbatterono con
violenza sulla scrivania, e i suoi pozzi dorati si fecero talmente
piccoli da quasi diventare invisibili.
“Lei… mi fa schifo.”
“Grazie del complimento…”
E gli
soffiò sul viso, godendo della sua espressione infastidita.
… Dio, quando avrebbe
voluto sputargli in faccia.
Ribatté i pugni con meno violenza, sentendo una goccia di
sudore scivolargli lungo la schiena, sotto la divisa.
“… che
cosa vuole?”
“… cioè?”
sorrise.
Come se non avesse capito, poi.
“Non faccia finta di non aver capito.”
“Mi stai chiedendo di tacere un reato?”
“Non è un reato!”
“Eh-ehm. – si schiarì la voce, cavando fuori dal cassetto un codice
penale. - Chiunque, in modo che ne derivi
pubblico scandalo, commetta incesto con un discendente o un ascendente,
o con un affine in linea retta, ovvero
con una sorella o un fratello, è punito con la reclusione da
uno a cinque anni. La pena è della reclusione da due a otto anni nel caso di relazione
incestuosa. Nei casi preveduti dalle disposizioni precedenti, se
l'incesto è commesso da persona maggiore di età con persona
minore degli anni diciotto, la pena è aumentata per la
persona maggiorenne.”
E chiuse il
libro, con un tonfo secco. E
ancora quel fottutissimo sorriso sul volto.
“E
quindi?”
“E quindi,
Fullmetal, essendo questo un reato –
manina guantata che
sbatteva sulla copertina, manina guantata
che avrebbe volentieri staccato via dal corpo a suon di morsi
– se vuoi che taccia…”
“Cristo! – esclamò, ancora una volta i
palmi che scuotevano la scrivania – parli
e piantiamola q…”
Il respiro gli si fermò in
gola, mentre qualcosa di caldo, di viscido,
entrava con mille pretese nella sua bocca, facendosi
spazio, solleticandogli il palato, arrivando fino alla gola.
E di colpo si
ritrasse, passandosi la mano davanti alla bocca, schifato.
“COSA CAZZO STA FACENDO?!”
Quello sollevò un sopracciglio, assieme all’angolo
sinistro della bocca, la lingua che andava a sfiorare le labbra, deliziato. La poltrona roteò
ancora sul perno, il tanto giusto per permettergli di scivolarne fuori
e fare qualche passo, accerchiando Ed, costringendolo sulla scrivania.
“Non vuoi davvero saperlo…”
bisbigliò sul suo orecchio, mentre la mano si poggiava su
quel petto ansante di rabbia, di…
Di paura.
“… crepi, Generale.”
“Ancora è presto…” fece,
acchiappando il lobo dell’orecchio con i denti, con le dita
che intanto sfibbiavano i bottoni della divisa azzurra.
Edward odiava quella stupida giacca
azzurra, quegli stupidi
pantaloni azzurri e tutto il resto. Perché
era la stessa che indossava lui. E
lo aveva sempre odiato. E
aveva sempre odiato quello che diceva, o faceva.
Semplicemente perché era lui.
Semplicemente perché ora
si era rilevato il bastardo che
aveva sempre pensato fosse.
Quando la giacca fu
aperta, lasciando i pettorali liberi di alzarsi e abbassarsi con
più rapidità sotto la maglia nera, si
dedicò ai pantaloni, passando lentamente un dito laddove
c’era la ricompensa per il suo silenzio.
“Se potessi la
ucciderei con le mie stesse mani…”
Chinò la testa di lato, sentendo qualcosa di umido scivolargli lungo i
muscoli del collo, caldo, fastidioso. Contrasse il viso in una espressione di disgusto,
mentre sentiva gli occhi farsi gonfi.
… ma non
avrebbe pianto, no.
Non davanti a lui.
“Attento a ciò che dici… - mormorò, per poi
morderlo, e rilasciarlo – Non sarò così
magnanimo, se insisti…”
Non lo sarebbe
stato comunque.
Si trattenne dal mollargli un pugno in pieno stomaco e scappare. Ma avrebbe tanto voluto farlo,
tanto. Buttò un occhio all’orologio.
Le tre e mezza.
Se avesse
ritardato, Al si sarebbe preoccupato, sarebbe stato ancora solo, sarebbe…
Sobbalzò, sentendo la stoffa fresca dei guanti sfiorargli le
natiche, mentre l’altra veniva
denudata, i denti del Flame che si aggrappavano al tessuto, lasciandolo
scivolare.
“… sei vergine, Fullmetal?”
Che
cazzo…
“Non
sono affari suoi.”
Secco, deciso. Con un bit di autocontrollo.
Giusto un tocco.
Perché il resto lo
stava sfruttando per non urlare come una femminuccia.
E Mustang sorrise,
divertito, mentre portava le mani alle spalle, lasciandogli scivolare
la giacca lungo le braccia. E le ammirò, una muscolosa,
senza esagerazione, l’altra come fosse
appena stata lustrata, brillante, lucida, riflettente la
sua stessa immagine.
Ci si specchiò, peccando di vanità.
Ma se
lo poteva permettere. O
almeno così credeva.
Acchiappò i lembi della maglia, tirandola verso
l’altro con forza – quasi a costringerlo ad
assecondare il suo movimento – per poi sfiorare con
l’indice nudo le cicatrici dell’intervento.
“Mh…” mormorò, quasi
impercettibile.
La pelle,
laddove c’è una cicatrice, si scopre sempre essere
più sensibile del resto del corpo.
Eppure, a lui dava
solo fastidio.
Quasi dolore. Come se, al ricordo
di quel peccato, se ne stessero aggiungendo altri, e altri, e altri
ancora.
“Deve essere bello… - si chinò
sulla spalla, leccando dove la pelle era più chiara
– riavere Alphonse, vero? – salì al
collo, succhiando. – Sentire il calore del suo
corpo… - E poi leccando. –
Il profumo della sua pelle… - E succhiando di nuovo
– Sentire la sua voce gemere
di piacere…”
“Non nomini Al. Non… - e deglutì,
quando scese ai capezzoli, lambendoli con la lingua, e
quasi gli sembrava di bruciare, tanto quella scottava –
Non si permetta più…”
“Oh, oh, Fullmetal… - un morso leggero –
Non hai ancora capito
che a dare gli ordini qui…”
E quasi d’improvviso, così, dal nulla,
sentì i pantaloni scivolargli giù, assieme alla
biancheria che Al si era tanto premurato di lavargli il pomeriggio prima.
E la mano nuda
andò a posarsi tra le sue gambe.
“… sono io?”
L’auto-mail scattò in avanti, le dita
d’acciaio che andarono a stringersi sulla spalla del
Generale, mentre questo muoveva la mano, piano, cominciando a prendere
ciò che gli spettava.
“… l-lurido… Po…”
.. rco? Non riuscì a concludere. Portò
l’altra mano alla bocca, stringendola in un pugno, respirando
profondamente.
Mai. Mai, mai dargli una
soddisfazione.
Neanche quella di sentire dalle sue labbra un gemito.
Strinse gli occhi, addentando la mano, mentre sentiva i movimenti del
Generale, la stoffa che strusciava sulla sua pelle, seguendone le
movenze.
Qualcosa di umido
circondò la sua lunghezza, lasciandosi scottare, e una gamba
scattò per riflesso in avanti, tentando di calciarlo via. Ma lui lo acchiappò
prima del colpo, e sollevò lo sguardo, a vedere la sua
espressione sempre più sconvolta.
Ghignò.
“Fullmetal… sei ancora in tempo per and…”
“No!”
Uno sbuffo divertito.
“Benissimo.”
E
catturò la punta con la lingua, bagnandola, deliziandosi di
quel sapore così… nuovo.
Tsk, reato. Era davvero fortunato
che Edward avesse varcato da pochi giorni la soglia della maggiore
età, altrimenti sì che
sarebbe stato nei guai. Quanto – se non
più di – Acciaio.
Scivolò per l’asta, percependo la
rugosità, la dolcezza di quella pelle candida, torturandola coi denti, con la lingua, solo
per stimolarlo un po’, solo per vedere la sua reazione.
Reazione che tentava di soffocare in quel pugno così stretto
che la pelle stava diventando livida, mentre i denti continuavano ad
affondare.
Nessun cedimento, nessun
cedimento. Nessun. Cedimento.
Cominciò a succhiare. E
Edward si sentì come trascinato dentro la sua bocca. Quello
succhiava, mordeva e leccava, e lui cercava appiglio nella scrivania
perché mai e poi mai si sarebbe appoggiato a lui.
“Mh… sei proprio
buono… Edward…”
E
deglutì, scuotendo la testa, mentre i suoi respiri si
facevano sempre più forti.
Odiava la debolezza del corpo. Odiava quel sentirsi teso per
l’eccitazione quando
a provocargliela non era chi desiderava lui. Quando
non era Al.
Al. Al. Al. Dio. Al.
Col Generale tra le gambe, poteva solo pensare a suo fratello.
Non piangere.
Poteva
solo pensare ad Alphonse che in quel momento puliva la casa, o guardava
un po’ di tv stravaccato
sul divano, un cuscino tra le braccia e un bicchiere di latte sul
bracciolo. Ad aspettarlo.
Sii forte.
Poteva
solo pensare ad Al che
– sì, Cristo, sì – gemeva
sotto i suoi tocchi, che lo invocava un po’ disperato, un
po’ eccitato, che lasciava scivolare le mani sul suo corpo,
lente, delicate, come ad aver paura di fargli male.
…
proteggilo.
La mano
scivolò dalla sua bocca, avventandosi sull’ebano
della scrivania, e la schiena si inarcò
in avanti, mentre un nome scappò dalle sue labbra, confuso
in un gemito.
“Ah… A-Al…”
Proteggilo,
Edward.
E quello,
eccitato, soddisfatto, succhiò più piano, fino a
smettere del tutto.
Solo una
lappata ogni tanto, a raccogliere le prime gocce del suo seme.
Dong, dong. Le
quattro.
“Ti piace…?”
“N-no, Cristo!”
Piacergli? No. Lo disgustava nel profondo.
Mustang si rimise in
piedi, le labbra appena lucide di saliva e sperma, e lo
afferrò per un braccio, costringendolo a voltarsi verso la
finestra, spingendo la schiena verso la scrivania.
“C-Che diavolo sta facendo?!”
“E’ tardi
Fullmetal – sibilò, chinandosi sul suo orecchio
– e ho una donna che mi aspetta. – Sentì
il rumore di bottoni slacciati, di tessuto che si agitava tra le sue
mani – E io non faccio
aspettare le mie donne, sai?”
Due colpi leggeri sul suo sedere, e poi, senza preavviso, la mano di
Roy andò a tappargli la bocca, mentre la sua erezione
entrava senza grazia dentro di lui.
Avrebbe voluto urlare. Urlare con
tutte le sue forze, fino a rimanere senza aria nei polmoni, fino a non
avere più nessuna forza. E invece era
lì, la mano forte del Generale sulla sua schiena che
premeva, l’altra sulla sua bocca, a riempirsi delle sue grida
mute, dell’aria sputata fuori con violenza -
l’unica cosa che poteva fare davvero in quel momento, oltre
subire quelle spinte
che, Dio, bruciavano.
Si sentiva come trafitto da un coltello che infieriva sul suo corpo,
andando velocemente avanti e indietro, senza rispetto. Poteva ben
sentire le urla del suo corpo implorare pietà, la sua anima disfarsi in mille pezzi, il suo
cuore spezzarsi.
Le orecchie si riempirono dei gemiti rochi di Mustang,
degni del peggior film porno. Pesanti,
quasi soffocanti, decorati qua e la da qualche imprecazione, da qualche
complimento.
“Ah… è così
s-stretto…”
Sentiva la carne rovente e pulsante sfregare tra le sue pareti, un
bruciore che non aveva sentito neanche durante il collegamento dei
nervi all’auto-mail, che ora si aggrappava disperato al primo
appiglio.
I gemiti soffocati che scappavano dalle sue labbra, la saliva che
colava, assieme alle lacrime, non erano
assoluto cenno di gradimento.
Non doveva
gridare, perché tutto doveva
rimanere là dentro. Il suo e il loro segreto.
“S…
si fer… si
fermi…”
“No… no… ahn…
Fullmetal…”
Si chinò sulla sua schiena, acchiappando
l’elastico che teneva legati i suoi capelli coi denti – tirandolo,
strappandolo – lasciando che ricadessero disordinati sulle
sue spalle, che si agitassero con le sue spinte profonde, laceranti.
Roy gli leccò la schiena, muovendosi come un serpente mentre tornava in
posizione eretta. Sentiva uno strano tepore scivolargli lungo la gamba
- così come lo avvertiva Edward sulla sua
– ma lasciò correre.
Ferirlo, romperlo. Non gli importava.
Era solo un piccolo corpo da sfondare, entrando e uscendo da lui,
lacerandolo e marchiandolo. E
intanto se lo sentiva sempre più duro e pulsante fra le sue
natiche, l’erezione così pronunciata da fargli
male.
Si inarcò,
affondando la mano nella schiena, mentre sentiva i denti del Fullmetal
stringere sulle dita affusolate con forza inaudita –
ghignò, pensando che doveva fargli davvero male.
E mentre i gemiti fuggivano al suo controllo, così come le spinte su quel bacino martoriato,
le pulsazioni lungo l’asta si fecero sempre più
forti, finché non venne, svuotandosi dentro
l’alchimista.
“Ahn… sì… - ansimò, senza uscire dal suo corpo,
piegandosi sopra di lui – Per ora può
bastare…”
Edward non replicò. Si limitò a rimanere sdraiato
sulla scrivania calda, senza dire una parola, lasciando spazio solo a
lacrime e dolore. Sentì in abbondanza il liquido del
superiore colare lungo le sue gambe, quando questo uscì, e
alle sue narici arrivò un odore decisamente
familiare.
“Mh. – borbottò Mustang,
prendendo dei kleenex per pulirsi. – Ti farà un po’ male, mi sa.”
Liquido perlaceo confuso col rosso della vita.
Sì,
gli avrebbe fatto decisamente
male. Ma non come
intendeva lui.
Lo
sentì frugare i suoi stessi
abiti, e quando decise di avere di nuovo un aspetto presentabile al
resto del mondo, tirò due colpi di tosse.
“Prenditi tutto il tempo che vuoi, tanto sono andati tutti via.”
Il cigolio
della maniglia, lo scricchiolare dei cardini e sbam,
la porta chiusa.
Solo. Finalmente solo.
Così solo che si sentì in diritto di scivolare
lentamente a terra, così solo che si portò una
mano tra le cosce, e ritraendola inorridì.
Sangue e sperma, sperma
e sangue.
Così solo che prese ad urlare, disperato, mentre la lancetta
dell’orologio da muro scoccava le cinque.
Quando lo scricchiolare della porta sovrastò la musica
proveniente dalla radio – tenuta bassa per non disturbare i
vicini – Al
abbandonò il cuscino bianco per mettersi seduto sul divano,
lasciando che la sua testa facesse capolino oltre il poggia schiena.
“Niisan! – esclamò, mettendosi in piedi
e correndo verso di lui. – Hai fatto tardi, che ti è successo?”
Lui si levò il giaccone, poggiandolo sull’appendiabiti
giusto un momento prima che le braccia del fratellino
avvolgessero i suoi fianchi, stringendolo a sé.
Si sentiva stanco e dolente, ma doveva sforzarsi di stare bene.
Al non doveva
assolutamente sapere nulla. Nulla.
“Scusami Al… - ridacchiò,
grattandosi la testa - Il colonnello Armstrong mi ha
convinto ad aiutarlo a ridipingere le pareti del suo studio…
non ho potuto dirgli di no…”
Si chinò sulle sue labbra, a rubargli un bacio.
L’unico
sapore da cui sarebbe dipeso a vita.
Portò le mani al suo viso, guardandolo per un momento negli
occhi, per poi avventarsi ancora sulla bocca, lasciando che la lingua
accarezzasse quella del consanguineo, saggiandone ogni angolo, come a
volersi purificare.
E Alphonse
mugugnò, piacevolmente sorpreso da quell’impeto
improvviso, e lo strinse ancora più a sé,
approfondendo il contatto.
Purificazione.
Ragione di vita. Tutto.
Quando si separarono,
si ritrovarono entrambi col fiato corto.
“… mi sei mancato, Al.” Sorrise poi,
stanco, dopo aver ripreso a respirare normalmente.
“Anche tu,
niisan… Devi essere proprio stanco, eh?”
”Un po’…”
Sciolsero l’abbraccio, e Ed
camminò verso il divano, il più piano possibile.
Gli faceva un male cane.
“… niisan, che hai fatto?”
Sentì una nota incrinata, nella sua voce dolce. Si
voltò, piano, vedendo che il suo sguardo era puntato
direttamente sul fondoschiena. Istantaneamente la mano andò
a coprire il tutto, mentre mentalmente malediceva i kleenex per avere
una così scarsa capacità di
assorbenza.
“Ah… sono caduto
su un barattolo di tinta… non è
stato molto divertente, anzi…”
Rise, grattandosi la testa, e sperando di tutto cuore che Al se la
bevesse. Non gli piaceva raccontargli bugie. Ma
quella se la doveva bere. Per forza.
Per una volta, il dio in cui non credeva
sembrò essere dalla sua parte; Al
scosse la testa, sconvolto da ciò che aveva
sentito, e sollevando gli angoli della bocca, imboccò il
corridoio che portava al bagno.
“Ti preparo la vasca, okay?”
“Si, grazie Al…” sorride di rimando,
mentre questo si allontanava.
E
tirò un sospiro di sollievo.
La porta aperta gli fece udire lo scrosciare dell’acqua,
mentre apriva il frigorifero, alla ricerca di
acqua fresca. Persino la gola gli faceva male, e sapeva di acido.
“Che hai fatto oggi?” gli chiese, sollevando la
voce, riempiendo intanto un bicchiere di
acqua.
Che immediatamente
ingollò.
“Ho fatto la spesa! – Rispose quello, mentre il
rumore dell’acqua si faceva meno forte, segno che la vasca
era quasi piena. – Poi sono passato dal meccanico a prendere
un po’ d’olio per le giunture! Fanno un rumore
stridulo, se Winry lo sapesse
credo che verrebbe qui ad ucciderti a colpi di chiave
inglese!”
Poggiò il bicchiere sul lavello, scuotendo la testa e
ridendo.
“Sì, forse hai ragione!”
Al rimbucò dall’andito, il sorriso ancora sul
volto.
“Il bagno è pronto! Vuoi darmi i vestiti?
Così li metto a lav…”
“No, faccio da me!”
Al lo fissò, rintronato.
“… e
da quando ti lavi la roba?”
“Da oggi!” sorrise, e rubandogli un bacio fugace,
corse in bagno, chiudendocisi dentro.
Al sollevò le spalle,
scuotendo la testa, poi tornò a stravaccarsi
sul divano, col cuore più leggero.
Si era decisamente
preoccupato, non vedendolo tornare, e per quanto si lamentasse
dell’eccessivo essere apprensivo di suo fratello, dovette
trovarsi ad ammettere che lui non era da meno. Fortunatamente non era
successo niente di che.
Anche se quel
camminare storto, e quella chiazza rossa nei pantaloni non riuscivano a
dargli tregua. Non per altro, ma si chiese come diamine fosse caduto Edward per avere una
macchia proprio lì.
Forza di gravità? Mah.
In fondo, era suo fratello, con lui era normale che a volte si verificasse
l’anormale.
No?
“Cristo…”
Reggeva tra le mani la sua biancheria, e di colpo era sbiancato. I
kleenex, come era stato
evidente, non erano stati sufficienti ad assorbire e limitare i danni.
Scosse la testa, sentendo improvvisamente un groppo allo stomaco. Se Al avesse visto, sarebbe certo
andato di matto. E
probabilmente lo avrebbe costretto a dire tutto.
No, no, non poteva succedere.
Barcollando, agitato, lasciò cadere gli indumenti sul bidet,
lanciandogli un’ultima occhiata.
Quel bastardo…
“Uff… che male…”
Si sentiva bruciare, mentre tamponava con un po’ di
disinfettante le ferite.
Lo avrebbe
ucciso. Martoriato, bruciato vivo, tagliato a pezzi, qualunque cosa.
Odio viscerale.
Si
piegò un poco sul lavandino, stringendo i muscoli del viso
in una smorfia di dolore. Sentiva le gocce del disinfettante scivolare
lungo le sue gambe, mentre in nodo al livello dello stomaco si
scioglieva, trasformandosi in un moto di dolore che da lì
partiva, e saliva rapido fino alla gola.
“Cough…”
Acido, disgustoso, deplorevole. Come
quel maledetto essere moro, come il suo vociare odioso, come la sua
infima persona.
Dolore spalmato sul lavandino.
Rigettò a più riprese, svuotandosi di tutte
quelle bontà che Al aveva
preparato per lui, mentre al loro posto si faceva spazio un peso sul
cuore sempre più pesante, sempre più pesante.
E tossiva, e
ansimava, e si reggeva lo stomaco, mentre il tampone gli scivolava di
mano.
“Niisan!”
Il bussare della porta lo ridestò un momento. Due colpi di
tosse e sputò, cercando di liberarsi del sapore acido.
“Tutto bene?!
Stai bene?”
Scosse la testa, passandosi una mano sulla fronte. E benedì il cielo per
avergli fatto chiudere la porta a chiave – di solito non gli
importava.
“Non preoc-
– colpo di tosse. – Non preoccuparti, Al, mi è solo
andata… la saliva di traverso!”
“Sei… sei sicuro?”
La voce era ovattata – un po’ per la porta che li
divideva, un po’ perché l’udito sembrava
esser calato di colpo – ma
percepiva chiaramente una nota ben marcata di preoccupazione.
“Si! – rise, come quando uno
cerca di nascondere le prove di un reato con una palata di
fango – E’ tutto a posto, tranquillo!”
“Niisan…” cantilenò.
Ma Edward era
determinato a far passare la falsità per verità. E si applicò per far
sì che ciò accadesse.
“Al, sul serio
– si avvicinò alla porta, poggiando la mano sul
legno, e quasi gli parve di percepire il suo calore oltre le fibre
– Sto bene. Ora mi lavo e sono da te, ok?”
Percepì il suono appena udibile del suo sospiro rassegnato,
ed un indietreggiare di passi.
Il calore sparì.
“D’accordo… ti aspetto, eh!”
“Sì!” esclamò, chiudendo la
conversazione ed allontanandosi anche lui dalla porta.
Sospirò, soddisfatto del proprio operato
– sentendo il senso di colpa maturare in un angolino del suo
cervello, del suo cuore, del suo stomaco. Si avvicinò alla
vasca, e sollevando un piede e poi l’altro, si immerse nella vasca, beandosi
dell’acqua calda e di quel bagnoschiuma all’odore
di fragole che al suo fratellino piaceva tanto.
Poggiava il
mento nell’incavo della sua spalla, schiena contro il
bracciolo del divano bianco e gambe divaricate ad accogliere il minore.
Le mani calde, morbide, si stringevano
attorno alla sua vita, lasciando che la schiena, oscillando, lo cullasse.
La radio riempiva l’aria di note e parole farfugliate quasi a
caso, andando a ritmo con i loro movimenti.
Ancora gli faceva male, dal sedere in giù, fino al ginocchio
– un po’ la posizione, un po’ le spinte.
Un po’.
Ma Al funzionava bene,
come antidolorifico. Benissimo. Leniva il dolore senza saperlo, aveva
delle proprietà curative che non immaginava. E ciò un po’
lo gratificava, un po’ lo distruggeva.
Un po’.
Perché
il tarlo era lì presente, a ricordargli cosa era successo,
come e perché. Era tutta
colpa sua, tutta colpa
sua. Quindi non aveva il
diritto di lamentarsi. O
di accusare qualcun altro.
E si cullava, e
lo cullava.
“Niisan…”
“Si?”
Quello sollevò le braccia all’indietro, cingendo
il suo collo in un tenero abbraccio. Lasciò che la testa si
chinasse in direzione del fratello, e le punte del naso si sfiorarono.
“Sei stanco?”
Il viso si sollevò dalla spalla, e su di esso apparve un sorriso caldo,
dolce, così inusuale quando stavano fuori
dall’intimità della propria casa.
“Un po’… solo un
po’…”
Catturò le sue labbra con gentilezza disarmante, sfiorandole
con la punta della lingua, chiedendo se poteva
entrare.
Se dentro il suo
cuore c’era spazio per un danno umano come lui.
E Al lo fece
entrare. Dischiuse le labbra, e a Edward parve che gli si fossero
aperti i cancelli del Paradiso. Sempre
dolce, sempre lo stesso sapore, non una variazione, non una pecca.
Sempre lui, sempre Al.
Delicato, gentile, paziente. Le sue caratteristiche trapelavano da ogni
dove, con discrezione, senza invadere gli spazi con la sua presenza,
senza imporsi. Semplicemente stava lì, accanto a lui, e gli
dava la forza di credere che – in un modo o
nell’altro – tutto si sarebbe risolto.
La mano affondò su quei corti capelli castani,
scompigliandoli, lasciando che il loro odore andasse a mischiarsi
nell’aria con le fragole di quel bagnoschiuma rosso.
“Al… Al…”
sussurrò sulle sue labbra, socchiudendo gli occhi, un velo
leggero di lacrime sugli occhi.
“Si?”
E sole due
lettere sembravano miele.
“Ti amo, Al…”
Non glielo diceva quasi mai. Quando
facevano l’amore, o quando camminavano per strada.
In momenti in cui non se lo aspettava,
quando sapeva che sentirselo dire lo faceva felice. Ma mai troppe volte, mai troppo
spesso.
Per tenerlo legato a sé, per paura che scappasse.
“Anche io,
niisan…”
Ma ad Al bastava. Erano
perle preziose che custodiva
nello scrigno del suo cuore, così che, quando ne avrebbe
sentito la mancanza, sarebbe bastato aprirlo per lasciarsi cullare dal
suono di quelle parole.
Ad Al sarebbe
bastato fino alla fine, anche non essendone mai sazio.
Amava sentirselo dire, ma amava
ancor di più sentirsi amato. E
Edward aveva mille modi di amarlo, così tanti che la
mancanza di quel suono era quasi inesistente.
“Anche
io…”
E lo strinse
forte a se.
Con la paura di vederlo svanire da un momento all’altro. Con
la paura di vederlo andare via, lontano, dove non potesse raggiungerlo.
“Ti amo…” ripeté, e si
lasciò scivolare sul divano, portando con sé
Alphonse, sdraiandolo sopra di lui.
Respiri irregolari, ma
coordinati.
Battiti irregolari, ma
coordinati.
Al sollevò le braccia, acchiappando le mani del fratello e
portandole alla bocca per baciarle, dolcemente. Poi se le strinse forte
al petto.
“Ti amo…”
Un bacio sulla nuca castana.
“Niisan, stiamo così ancora un
po’?”
Alphonse non avrebbe mai visto quella lacrima che scivolava lungo il
suo viso.
“Sì, Al…
- un altro bacio – Tutto il tempo che
vuoi…”
Tutto. Il
tempo. Che vuoi.
*
Sveglia al mattino e bacio. Colazione,
una lavata ai denti, e poi via, di corsa a lavoro.
“Buon
lavoro, niisan!”
Con il
cervello che gridava di non andare, con le gambe che si muovevano da
sole, perché la promessa andava mantenuta, i patti
rispettati.
“Buongiorno,
signor Elric.”
Quella simpatica ragazza, che stava sempre all’ingresso a
rispondere al telefono, a segnare appuntamenti sull’agenda, a
salutare e a congedare i militari, probabilmente era stata la prima in
quel luogo a rendersi conto delle avvisaglie che il suo corpo lanciava
al mondo esterno.
Le occhiaie un po’ pronunciate.
La notte non chiudeva occhio, stringendo a sé Alphonse,
assaporando ogni piccola parte di quell’essere che doveva
proteggere. Respirava a pieni polmoni l’aria intrisa del suo
profumo, sfiorava coi
polpastrelli quella pelle candida e liscia che tante volte aveva
marchiato coi suoi baci. E
alle prime luci del mattino, esausto, si faceva cullare dal respiro di
suo fratello, per poi svegliarsi qualche ora dopo con la solita, dolce,
immancabile sveglia del mattino.
I movimenti
fiacchi. Lo strascicare la voce.
L’andatura
un po’ sbilenca, le gambe un po’ più
distanti tra loro rispetto al normale.
Due settimane.
Due settimane a quel momento, DA quel
momento.
Un sorriso
falso placcato di perla, un gentile invito ad andare nel suo ufficio, e
poi di nuovo là, a sbattere con violenza contro la scrivania, o la
libreria, o la poltrona, o il muro, o il pavimento.
Il sorriso
spento.
La sua bocca era capace solo di mettere gemiti rochi, di invocare la
sua presenza, implorandolo, implorando
Mustang di smettere con quel coltello che sprofondava dentro di lui con
insistenza, con ferocia, a segnare la sua carne, a macerarla.
Si sentiva marcio, marcio
dentro. Marcio nel tradire la fiducia di
Alphonse, marcio nel consentire a qualcuno di condurlo a
un martirio immeritato.
E tutto e solo
per il silenzio.
Il suo dovere era di proteggerlo.
Perché il fratello maggiore protegge sempre li fratello minore.
“Buongiorno,
Alicia.”
Agitò la mano, percorrendo il corridoio, mentre lasciava nel
suo armadietto portafoglio e giacca. Quando
la latta – perché di latta si trattava, quanto era
ammaccata – sbatté con violenza, facendo chiudere
lo sportello, lui vi poggiò sopra la fronte, sentendo il
gelo del metallo penetrargli la carne bollente.
Al. Al. Al. Al.
Ormai era il suo unico pensiero, nel momento in cui varcava la soglia
del Quartier Generale. Pensiero che si
intensificava quando passava di fronte
all’ufficio di Mustang o, peggio ancora, quando lo incrociava
per gli anditi.
“A dopo, Fullmetal.”
A dopo, a dopo. Ogni giorno, stessa ora.
“Faccio
gli straordinari, Al!”
Alle tre,
puntuale, dentro il suo ufficio, seduto sulla scrivania con le gambe
spalancate, ad aspettare la punizione per il suo peccato più
grave.
Quello di amare.
“Faccia in fretta, ho da fare.”
E lui arrivava,
con il suo membro già eretto, a spogliarlo di gran fretta e
ad affondare in lui con noncuranza. Mai una volta che si fosse stata
delicatezza, mai una preparazione per non farlo soffrire.
E quelle ferite
nel suo corpo si riaprivano, rapportando con la realtà
quelle del suo cuore. Che
era stato ferito ormai innumerevoli volte, lacerandosi a tal punto che
spazio indolore non ce n’era più.
Un amore
sbagliato. Illegale.
Spingeva,
chiamandolo per nome. Spingeva beandosi di quel corpo appena uscito
dall’adolescenza. Spingeva lasciando che i suoi fluidi
– saliva, sudore, sperma – scorressero
tranquillamente sui loro corpi bagnati.
Ma poi, cosa
voleva dire sbagliato? Cosa
illegale?
“Apri
di più… le gambe…”
sussurrava, allargandogliele da sé.
L’amore
dovrebbe essere incondizionato. L’amore dovrebbe essere
libero. Libero come il vento. Libero
di andare da chi vuole. E
poco importa se è un uomo, una donna, tua zia o tuo
fratello. È amore. E
basta.
“Si
p-preoccupa…?”
“N-no… voglio solo… entrare
più… a fondo…”
E spinte, spinte, spinte.
Perché vincoli? Perché pregiudizi? Dove sta il male? Dove sta il reato? Non
c’è nulla di male. È solo bene. Per te, per chi ti sta vicino.
Non è una pazzia, né una malattia.
È amore. Solo questo.
E spinte sul corpo, a soffocarlo, a
legarlo a lui per la vita, finché avrebbe voluto pace per Al.
Perché per lui ormai,
non ce n’era più.
… forse, forse,
c’era un solo metodo per salvare entrambi.
O meglio.
Per non vivere più col timore di essere scoperti. Col timore
che da quelle labbra intrise di veleno scappasse una parola di troppo.
E lui era
troppo saturo di paura, e di amore,
perché si arrischiasse a portare avanti questa messinscena.
Quando le cinque
scoccarono, uscì dal suo corpo.
Sangue ormai
non ce n’era quasi più.
“Bene.
A domani, Fullmetal.”
“Sì. –
sorrise, scuotendo la testa, mentre quello usciva per dargli modo di
sistemarsi. E
la porta si chiuse. - A domani.”
Persino il cigolio dei cardini della porta d’ingresso quella
sera si fece più pesante. Pochi passi verso
l’appendiabiti, come al
solito, per poi fare ingresso in cucina con un sorriso triste sulle
labbra.
Che
tentò di mutare in sorriso di gioia nel vedere Al ben
intento a cucinare qualche prelibatezza. Gli si
avvicinò, quatto quatto,
e lo abbracciò da dietro, stringendolo forte a sé.
“Sono tornato…” gli bisbigliò
all’orecchio, sfiorandolo con la punta della lingua.
“Ti avevo sentito, sai…” sorrise quello,
portando la testa all’indietro e dischiudendo le labbra per
accoglierlo con un bacio di bentornato.
Ed prese al volo
l’invito, saggiando di quella fonte fresca di purezza, che
ormai lui non aveva più, neanche in un briciolo del suo
corpo.
“Lo so… - mormorò, strusciando la
guancia contro quella
del fratellino – Lo so, Al… - per poi
baciargliela. – Al, Al…
Facciamo l’amore…”
“Ma
niisan… - fece lui, alzando le mani sporche di carne
macinata e uova – Sono sporc…”
E non finì di parlare, che lui gli prese la mano, portandola
alla bocca, liberando uno, due dita
dal preparato per le polpette fritte.
“Al ti prego… -
fece, cullandolo –
facciamolo…”
E non
c’era malizia, o voglia repressa nelle sue parole. Solo quella sottile dolcezza diventata
quasi una costante, negli ultimi giorni. Alphonse sospirò,
sorridendogli, e mollò il coltello per voltarsi verso di
lui, e baciarlo meglio, a baciarlo
come amavano loro.
“Niisan…”
Intuì la domanda che stava per uscire dalle sue labbra, quel
preoccuparsi facile che aveva nel DNA, e lo silenziò con un
altro assaggio della sua bocca.
“Ti voglio, Al…”
“Non vuoi fare il bagno
prima?” bisbigliò dolce, stringendolo
a se, sporcandolo di quegli ingredienti che presto sarebbero entrati
nei loro stomaci.
“Dopo, Al… Dopo…”
E spingendolo
dolcemente, facendo sì che seguisse i suoi passi, lo
portò fino al divano, accomodandolo sul cuscino bianco, e
chinandosi a catturare le sue labbra.
Soffici, calde, morbide.
Come ogni sua cellula, come ogni sua fibra, in costante movimento, a
produrre calore, a produrre sudore, a produrre amore – con un
sottofondo quasi dolce, quasi soffocante, di canzoni che parlavano di amore proibito, e addii non
voluti.
“Ti amo, Al…”
E la sua voce per Al era
una droga, come le spinte dolci che dava, come le carezze che
scorrevano, esploravano il suo corpo, e ogni briciolo della persona che
gli donava.
Ma in fondo cos’era per
lui, l’amore?
“Anche io, niisan,
tanto…” E lo stringeva al collo, mentre
diventavano una sola cosa, un’anima congiunta,
un’unica entità.
Amore
è libertà.
“Ti
amerò per tutta la vita…”
Amore
è stare insieme.
“Anche io, anche
io…”
Amore
è farsi e fare
del bene.
“Per
sempre…”
Amore
è proteggere.
“Per
sempre…”
Fino
all’estremo delle proprie forze.
*
Fischiettava felice il motivetto che suonavano alla radio.
Ricordava bene la voce della ragazza, che cantava parole malinconiche,
ma talmente dolci da arrivare fino al petto. E a lui, già
impregnato della dolcezza di Edward,
non poteva far altro che fare piacere sentire quel miele entrargli
nelle orecchie.
Mollò un momento le polpette, stiracchiandosi, sentendo i
muscoli tendersi, per poi rilassarsi.
“Mh…” mugugnò di piacere,
massaggiandosi la spalla. Aveva ancora addosso
il piacevole tepore del corpo del fratello, e qua e
là i segni dei suoi baci, ancora caldi.
Riportò le mani sull’impasto, modellando le ultime
polpette per poi metterle a friggere assieme alle altre. Poi si
avvicinò al lavello, lavandosi le mani.
L’occhio cadde sull’orologio, che aveva da poco
scoccato le otto e mezza.
Non gli era sembrato passato così
tanto tempo, ma effettivamente, ora che ci pensava, Ed si
trovava in bagno da almeno quarantacinque minuti.
“Strano...”
Di solito se ne impiegava venti era
già tanto.
Sospirò, pensando che probabilmente si era addormentato
dentro la vasca, stanco com’era.
Continuando a fischiettare, decise che per quel momento il bello addormentato nella vasca
avesse dormito abbastanza, ed era ora di svegliarlo con uno dei suoi
soliti baci.
“Niisan…”
Camminava per l’andito, lasciando le braccia libere di
ciondolare lungo i suoi fianchi. E più si avvicinava,
più sentiva intenso l’odore del bagnoschiuma che
aveva sempre usato lui, e che ora anche il fratello, dopo moine e
lamentele – “Al, è da
donne!” – si era deciso ad usare.
E si
fermò davanti alla porta, bussando.
“Niisan, posso entrare?”
… nessuna risposta.
“Cielo, si è addormentato sul serio.”
Respirò, poggiando le mani sulla maniglia e pensando per un
momento di entrare urlando, tanto per traumatizzarlo un po’.
Ma conoscendolo, voleva evitargli, uno un infarto, due un po’
di acidità
durante la cena.
Che comunque non sarebbe
durata più di cinque minuti.
Tuttavia, nel momento in cui faceva forza sul manico, tornò
sulla sua posizione primaria.
“Niisan, sto entrando…” si
annunciò, aprendo la porta.
E mentre la musica scemava, ovattata dalle pareti, il suo naso veniva invaso con violenza
dall’odore di quel bagnoschiuma, assieme a qualcosa che da
principio non capì che fosse.
Si voltò verso la vasca, vedendo chiazze rosse sparse lungo
le pareti della vasca.
Avevano un colore vivo, acceso, e abbinandolo al profumo, Alphonse
pensò che suo fratello fosse stato così distratto
da aver rovesciato tutto il contenuto della bottiglia.
“Niisan, che comb… ini…”
Ma quando
notò il braccio sinistro steso lungo il bordo della vasca,
grondante di quel liquido di un così bel colore, e quando,
seguendo la traccia, vide qualcosa di lucido e metallico che no,
lì proprio non doveva starci, le sue idee stupide si
dissiparono in un solo colpo, e per un attimo si ritrovò
immobile, ad ammirare quella piccola apocalisse.
“Oh… Dio…”
E scosse
violentemente la testa, senza capire, sentendo il panico, la paura
prendere il posto a tutta la gioia che aveva provato fino a poco prima.
“Ti
amo, Al…”
“NIISAN!!” gridò.
La disperazione fatta a persona.
Si inginocchiò
davanti alla vasca, prendendolo per le spalle, scuotendolo, ad
implorarlo di parlare, di reagire, di dirgli qualcosa.
“NIISAN, NIISAN!!”
e sembrava non saper dire altro, mentre le lacrime scendevano copiose
dagli occhi, e quasi non riusciva a vedere ciò che aveva
davanti.
Come se fosse un sogno, un incubo da cui, cazzo,
non riusciva proprio a svegliarsi.
“… A-Al…”
Persino quel rantolo gli sembrava così lontano da sembrare falso. Ed anche quel tocco sulla sua
pelle, di un calore prossimo a sfiorire, era solo una delle tante
azioni del sogno, e nulla di più.
Ma la sua mano,
tremante, andò a raccogliere la sua, stringendola forte a
sé.
E vide quei
segni, decisi, profondi, così… determinati.
“Che hai fatto, Ed??
CHE HAI FATTO?”
Tremava come una foglia. Tremava tanto, quasi quanto lui, riverso in un
lago di acqua e sangue,
e di quel buon odore di bagnoschiuma, la bottiglia quasi vuota che
galleggiava a pelo dell’acqua.
“A-Al… - arrancava, a fatica –
Al…”
Gli passò un dito sull’occhio, togliendo via
inutilmente qualche lacrima, respirando pesantemente, rantolando dal
dolore.
“T-Ti aiuto! Ti…”
E fece per strapparsi la maglia, per ricavare una garza, una pezza
– qualsiasi cosa –
pur di fermare quella terribile fuga di vita. Ma
la presa di Ed, per quanto debole fosse, si fece più
insistente, e quando si voltò, lui faceva lentamente
– in maniera quasi impercettibile – cenno di
diniego con la testa.
“A-Al… a…scoltami…”
“Niisan, non c’è t-tempo,
non…”
Poggiò un dito sulle sue labbra, scorrendolo un poco. E ancora scosse la testa,
abbozzando un sorriso quasi forzato.
“Al… sei… libero…”
E Al non capiva.
“… non… non… - tossì, sentendo l’aria
mancare – non devi…
più… n-nascondert…”
E si
fermò, respirando rapidamente, a fatica, mentre nella sua
gola nascevano e morivano rantoli.
“Niisan, smettila, smettila,
Dio!” fece, strappando tremante la maglia, e avvolgendo
velocemente il polso.
Panico. Forte, vivo, tangibile nell’aria. Come il sangue che
già macchiava vivo il tessuto niveo.
“V-vado a chiamare un’ambulanza!”
Un piede puntato in terra, e la mano poggiata sul bordo insanguinato
per darsi una spinta. E quella presa, debole,
tremolante, si fece più forte.
“S-stai…
con me…”
“NIISAN, CRISTO, LASCIAMI!!”
fece, in preda al panico, agitando convulsamente il braccio, senza
ottenere risultati.
E alla fine dovette arrendersi, e lasciar si
che le sue gambe si facessero molli come il pane, che ma mano sua,
calda, afferrasse quella del fratello, umida d’acqua, e
sangue, e fredda.
Gelida.
“P-perché…?”
Tremava, la testa poggiata sulla sua mano.
Cosa aveva fatto? Dove aveva sbagliato?
Era colpa sua
se quell’incubo si stava realizzando sotto i suoi occhi?
“A-Al… Al… dimmi… dimmi che mi…
a-ami…”
“Stupido… stupido… - strinse
più forte la mano, le labbra tremanti. Avrebbe voluto
urlare, mandarlo al diavolo ma
no, gli parve il momento più inadatto del mondo –
T… Ti amo…”
La voce si fece acuta sull’ultima parola, rotta dai
singhiozzi. Non poteva ancora capacitarsene.
Eppure era tutto
lì. Così concreto, così reale.
“Al… ora…
Stammi a sentire… - fece, la china poggia sul mento, gli
occhi quasi chiusi. – Non… sarai…
solo… io ci sono… sempre… - e
alzò la mano ,
sfiorando il suo petto, macchiandolo di sé –
Sempre… m-ma…
Al… devi… devi stare…
attento…”
Sempre più freddo, sempre più freddo.
Silenzio.
“N-niisan…?”
“Stai… attento… - sempre più
flebile, sempre più freddo – al… al…”
Di nuovo silenzio.
Rotto da una voce che cantava qualcosa come This
is not a goodbye
e che suonava dannatamente ironico.
“…niisan?”
Niente.
“Niisan? – una scossa leggera. –
Niisan…? – Un’altra. – Niisan!
– Qualcuno faccia fermare il mio
cuore adesso. – NIISAN!!”
E uno, due, tre,
quattro, cinque, sei, sette, otto, nove rintocchi rimbombarono nella
stanza, assieme alla voce che, come se quelle campane scandissero il
tempo, ripeteva un Goodbye sempre
più flebile, più lontano, che si estinse con quel
suono.
E un urlo
squarciò l’aria.
Dong. Dong.
Dong.
*
L’aveva pretesa, quella fottuta autopsia. L’aveva
pretesa urlando, mentre si aggrappava alle braccia degli infermieri che
caricavano quel corpo senz’anima sulla barella, e la
portavano fuori – l’ambulanza circondata di comari
bramanti notizie da spargere non appena il sole sarebbe
sorto.
Era stato quel sangue sulla divisa – perché
sì, Cristo, non era
tintura, non lo era,
aveva chiesto al colonnello Armstrong, e aveva confermato che le
stupide pareti del suo stupido ufficio erano di un finto lilla che
sembrava più un grigio, color pelo di ratto – Era
stato quel suo camminare sbilenco, e sì, quei ti
amo detti e ripetuti fino allo sfinimento così
inusuali da lui che comunicava con i gesti, con il cuore.
Per lui,
l’indomani, il Sole non sarebbe sorto. Non sarebbe sorto mai
più.
In casi
come il suo, solitamente non si provvedeva
ad esaminare ed aprire un cadavere. Ma
Al se lo sentiva, Dio, che le cose
non stavano andando per il verso giusto.
E se non avrebbe
mai saputo a chi o cosa stare attento, di certo avrebbe fatto luce su
quello che gli era successo.
Ventiquattro ore prima di un’autopsia completa.
Perché con quella poca voce che gli era rimasta, aveva
implorato che quel servizio gli fosse concesso, aiutato dalla zia
Pinako, arrivata come un razzo da Reesembol – Winry non ce l’aveva fatta, non
aveva retto neanche l’idea, ridendo isterica, ridendo
sconvolta – in piena notte.
“Zia…
Zia…”
Era arrivata in casa loro mentre
Edward veniva portato via, sirene spiegate, come se ancora ci fosse
qualcosa da fare, e aveva visto Al intriso del sangue di suo fratello,
la voglia di morire fatta a persona, ancora una volta, ancora in lui.
“Che cosa è successo,
Al?”
E lui aveva ripreso a piangere a dirotto – un po’
come la pioggia che di li
a poco sarebbe arrivata, un po’ come lo scrosciare
dell’acqua della vasca che amava riempire solo per lui, solo
per lui – e balbettando era riuscito solo a dire due parole.
È
morto.
Come
se, più che a lei, lo stesse dicendo a se stesso, ancora
incredulo, ancora circondato dall’ovattata sensazione di incubo infinito, dalla
dolcezza di quelle carezze che lo avrebbero ucciso, ora che non
c’era più nulla.
E il giorno
dopo lo aveva passato
nel loro letto, a versare lacrime
su quel cuscino che odorava di limone, su quelle coperte che sapevano
del suo odore, di quella fragola che lui aveva messo su di
sé solo per farlo felice. Ad implorare il suo ritorno, a
chiamare il suo nome, mentre nello stesso istante, il suo fratellone,
quello a cui aveva rivolto la sua prima parola, quello a cui aveva dato
tutto - il suo primo schiaffo, il suo primo calcio, il suo primo bacio,
il suo cuore, il suo corpo, la sua anima – veniva violato con una sega e un
bisturi, alla ricerca della verità più orribile,
quella che non dovrebbe esistere, che dovrebbe essere cancellata,
assieme a tutto il male sulla terra.
Ore, ore, ore. E il sole era tramontato due
volte, senza riscaldarlo, senza sfiorarlo neanche per un momento,
nascosto dalla coltre di nubi che stavano facendo il cielo bianco.
Come era lui.
Bianco come la
neve, come la luna,
candido, a volte un po’ pazzo – di quella pazzia
che ti fa felice, che ti entra in circolo e ti fa stare bene
– ma puro, e sincero, e tante altre cose che non
troverà mai in nessun altro.
E poi il
telefono squillò, e lui uscì dalla camera, la
vecchia che lo guardava per paura di vederlo crollare da un momento
all’altro.
Giù
la cornetta, e su di nuovo a chiamare aiuto, a cercare passaggio.
“Pronto, generale…”
“E’ stato violentato.”
E Al implorò ancora di morire all’istante, che
quegli attrezzi che erano affondate
nel corpo di suo fratello facessero lo stesso con lui, e lo portassero
via. Non parlò, portandosi una mano alla bocca e mordendola,
per non gemere di dolore.
E Roy lo
guardò, e quasi gli sembrò una scena familiare.
“Con frequenza, e per più di una settimana. Le
abrasioni non sono riuscite a
guarire, ma essendo stato il corpo immerso troppo a lungo
nell’acqua, non siamo riusciti a ricavare
né cellule, né sperma. Quindi,
niente DNA. Mi dispiace.”
Un gemito soffocato riempì l’aria, accompagnato
dallo strusciare della mano affettuosa e avvizzita di Pinako sulla sua
maglia azzurra.
“Chi è l’animale che farebbe una cosa
simile…” bisbigliò, scuotendo la testa.
E Roy sospirò,
seguendo il movimento dell’anziana, a segno della sua
disapprovazione.
“L’ha detto, signora… un animale. Povero
Fullmetal, deve essere stato terribile…”
E si inchinò
anch’egli, a dare supporto al piccolo Elric.
Falso,
ipocrita, e un ottimo, lurido attore.
“P-perché…”
Al odiava farsi domande
che mai avrebbero trovato risposta. Lo odiava.
Da morire.
*
E piovve, il
cielo ancora bianco, ancora coperto.
Nessun sole a spiccar nel cielo, nessun
raggio a bagnare la terra di calore, come se si fosse nascosto, un
po’ per paura, un po’ per rispetto.
Il suo Sole non
c’era più.
Si
stringeva a se stesso, cercando un po’ di calore umano, cercando
l’affetto che solo Edward era stato capace di dargli.
Quell’affetto, quel calore che era riuscito a sentire persino quando ancora era chiuso
in quella fredda armatura, in attesa di una sentenza che non era
arrivata, per lui.
Perché?
Erano
passati appena due giorni da quando era
successo, eppure a volte sembrava una questione di secondi,
altre di mesi, anni.
Un’eternità.
Era ancora aperta per metà, la bara, a mostrare quel viso
candido, i capelli così splendenti da sembrare finti – forse
lo erano, forse non erano i suoi, li avrebbe riconosciuti tra mille, un
solo capello tra milioni di altri capelli. – le
dita affusolate incrociate sul petto, e le labbra livide distese, come se stesse solo
dormendo.
“Niisan,
niisan…”
Gli accarezzava le ciocche bionde, scostandogliele dagli occhi chiusi,
mentre la luna baciava la sua fronte, tenue, leggera. Si
chinò sulle sue labbra – miele, zucchero, e panna
e fragola – ad assaggiarle, dolcemente, come amava fare.
“Mh… Al…”
“Niisan, guarda la luna, niisan…”
E lui piano
apriva gli occhi, allungando il braccio verso il busto del fratellino,
stringendolo forte a se.
“Mh… - sorrise – Che bella
piena… - e l’altra mano saliva lungo la schiena, a
sfiorargli i capelli, a scompigliarglieli. – Ma, mi dispiace per
lei… sei più bello tu…”
Era ancora
aperta, a lasciar beare i presenti della sua vista.
Alla sua
sinistra il corpo militare, tutti sull’attenti, a portargli
il rispetto che aveva meritato. I colonnelli
che scuotevano di tanto in tanto la testa, trattenendo le lacrime, i
generali che stavano fermi, immobili, la mano retta sulla fronte per
l’ultimo saluto.
A mostrare la loro superiorità.
Al li fissò tutti, uno ad uno,
i colleghi di suo fratello, quelli che glielo rubavano
fino alle ore tarde, quelli che gli permettevano di lasciarlo da solo
su un divano, ad ascoltare canzoni alla radio.
“Al!
Al! Alphonse!”
Bussava alla porta, troppo eccitato per
cercare le chiavi, troppo ansioso di annunciare al suo
fratellino la sua promozione. E
quello aprì la porta, la fronte imperlata del sudore estivo,
le guance macchiate di rosso.
“Niisan! – rise – Che succede?”
“Aaaaal! – e
gli saltò sopra, avvolgendo le gambe attorno al suo bacino,
lasciandosi prendere e trascinare dentro – Al! Mi hanno
promosso!!”
E le braccia si
avvolsero attorno al suo collo, i volti si avvicinarono e uno schiocco
felice riempì l’aria.
“Aw, che bella notizia! – esultò,
entrando in casa e chiudendo la porta con un colpo d’anca
– Bravo niisan!”
“Sono un tenente colonnello! Un tenente colonnello
Al!”
I denti bianchi scorniciati da labbra rosee, uno dei sorrisi
più belli che
gli avesse mai donato.
“Sapevo che ce l’avresti
fatta!”
“Sono un grandeee! – si esaltò alzando
un pugno al cielo, per poi riprendere le labbra del fratello
– E voglio una
ricompensa…”
Requiem.
Lento. Triste. Vuoto.
Nessuna delle note rendeva pace alla figura di suo fratello.
Nessuna.
Uno, due, tre spari che
si disperdevano nel cielo talmente bianco da essere fastidioso.
Sei un generale
di brigata adesso, niisan.
E il parroco
chiuse la bara.
E Havoc, Breda, Fury e
Falman lo sollevarono, portandolo verso quella che chiamano nuova casa, e che ad Al
non sembra altro che un terribile fosso profondo, e troppo lontano.
Un Generale che
non potrà mai far valere il suo valore. Che viene portato vicino a un
baratro, e una volta dentro, la terra ti coprirà, e non
potrò più sentire il tuo calore, toccare il tuo
visto, ascoltare il suono delle tue parole.
Non potrò…
E le gambe
scattarono in avanti da sole, senza
più controllo, mosse solo dall’anima
inquieta, dalla disperazione, dalla voglia di lui che scalciava nel
cuore.
“Alphonse!” fece zia Pinako, allungando la mano,
sfiorando appena la sua spalla, per poi vederlo cadere in ginocchio,
mentre la bara scendeva, lenta, a toccare la terra.
“NIISAN! – la terra che macchiava i pantaloni, il
gelo che entrava nella carne – NIISAN! NIISAN!!”
I pugni strinsero convulsi l’erba, strappandola alla terra
così come Dio aveva
strappato a lui la sua unica famiglia, l’aria che respirava,
il sangue che scorreva nelle sue vene.
“Nii…
Niisan…”
E la testa si
appoggiò al terreno bruno, mentre braccia forti lo
prendevano da dietro, sollevandolo a fatica, stringendolo a
sé, battendo pacche sulla sua schiena scossa da singhiozzi
incontrollati.
Le sue dita affondarono nel tessuto azzurro di una divisa che non era
quella da cui si disfava
la notte, in quella che non profumava di suo fratello, della sua
essenza, del suo tutto.
Un altro sparo squarciò l’aria, e subito il grido
disperato di Al lo
seguì, arrivando fino al cielo.
E questo si commosse, e cominciò a bagnare tutto attorno,
mentre la terra veniva
gettata sopra di lui, e una
preghiera veniva recitata, in un ultimo saluto.
Si
buttò sul divano, distrutto.
Puzzava di sangue. Puzzava di sangue e sperma.
“Alphonse…”
Si sentiva come trafitto da un coltello che infieriva sul suo corpo,
andando velocemente avanti e indietro, senza rispetto. Poteva ben
sentire le urla del suo corpo implorare pietà, la sua anima disfarsi in mille pezzi, il suo
cuore spezzarsi.
“S-si fermi!”
Puzzava
del suo odore, di acqua
di colonia, di maturità.
Il dolore pulsava tra le sue gambe, nel petto, nella testa.
“N-niisan…” mugugnava, stringendo il
bracciolo bianco, quello dove lui amava poggiarsi per tenerlo tra le
sue gambe e baciargli teneramente collo e spalla, collo e spalla.
Ma ormai di
quell’innata dolcezza, di quei momenti non esisteva
più niente.
“Stai…
attento… al… al…”
Al
Generale, Al.
Al suo giocar sporco, al suo
prendere senza chiedere, al suo possedere le persone allo stesso modo
con cui un bambino possiede un giocattolo.
Era andato in cerca di conforto, e aveva trovato la sua rovina.
La totale disfatta.
Invocò aiuto, sibilando.
E sperava che
presto qualcuno andasse a prenderlo, e lo avesse conducesse da suo
fratello che stava ad aspettarlo alla fine del mondo.