Reverse Mirror




Il giorno del suo funerale, non ebbi neanche la forza di stare vicino alla sua tomba.
Ricordo ogni particolare di quella mattina: il cielo limpido, senza una nuvola, e il sole che splendeva alto nel cielo, parevano essere lì ad assistere, a ricordare quello che Alfons era stato.
Un uomo dal cuore d'oro, un animo sensibile, candido.
Alla celebrazione funebre si erano presentate diverse persone: i collaboratori alla costruzione dei razzi che lui amava tanto, i generali dell'esercito di Monaco, persino quelle graziose gitane con cui pochi giorni prima avevamo fatto conoscenza.
E poi io, Alphonse, e Noah.
Quando il parroco, dette le ultime parole, si ritirò, una melodia vagabonda riempì l'aria; aveva il gusto di posti deserti, di sterminate distese di soffice sabbia rosea, e al contempo del mare impetuoso, implacabile. Aveva in potere di annullare i tuoi pensieri, di lasciare soltato spazio a immagini meravigliose di mondi utopici, irreali.
Che repentinamente associavo a lui.
E passavo la mano sul volto, accecato da quel bianco che ondeggiava sinuoso, da quelle vesti di seta che contrastavano con la pelle scusa di Noah, che alzava le braccia al cielo, le riabbassava, roteava su se stessa, si fermava, e riprendeva a ballare.
E cacciavo via le lacrime, reprimendo la voglia di urlare, di chiedere a un Dio inesistente perché era stato così malvagio da strapparmi un pezzo di cuore.
E mi chiedevo perché una legge come quella di scambio equivalente ogni volta fosse così malvagia da portarsi via più di quello che le era dovuto.
Lui mi diceva sempre che il mio mondo, quello che in quel momento ormai non mi apparteneva, era un'utopia.
Ma si sbagliava.
La mia utopia era lui.
Utopia è ovunque tu possa essere felice, avevo letto da qualche parte. E io con lui non ero felice.
Di più.
Ma tutto si era sbriciolato, come un biscotto tra le mani di un bambino, tutto era sparito in un soffio di vento, lo stesso che ora agitava i miei capelli, lo stesso che accompagnava quella musica che cominciava a diventare fastidiosa.
Non gli avevo detto nemmeno addio, né un ti amo, né niente. Se avessi saputo che quella sarebbe stata l'ultima volta che avrei incrociato il suo sguardo, gli avrei detto tutto quello che non ero riuscito a tirar fuori in due anni, gli avrei detto che lui per me era importante, gli avrei detto che senza di lui non potevo stare, che lo avrei seguito.
Ma quando il mio volto si spostava su Al, sul mio fratellino che avevo finalmente ritrovato, mi rendevo conto che non potevo farlo, perché dovevo proteggerlo, perché dovevo aiutarlo a vivere dove non era mai stato.
E mi faceva male vedere il suo sguardo triste su di me, lui che non poteva capire quanto male mi faceva vedere la foto di Alfons circondata da una marea di gigli bianchi, pensarlo sotto terra, e vedere lui, la sua immagine riflessa, viva, sana, forte.
Pensare che Alphonse era affianco a me mi rincuorava, pensare che non avrei più rivisto il sorriso di Alfons, quel sorriso che sapeva di panna che rivolgeva a me, e solo a me, mi distruggeva.
E poi Al non se ne rendeva conto, ma con quel taglio di capelli, senza quella coda di cavallo che glieli teneva composti...Dio, quanto gli somigliava. E vedere lui era vedere Alfons, ed era vedere il mio errore, il mio peccato, la mia condanna.
La ferita non si sarebbe mai richiusa.
Chinai la testa, guardando con finto interesse la terra castana, qualche filo d'erba che cresceva qua e là, per nascondere le lacrime che ormai andavano per conto loro.
Singhiozzai una volta, due volte, tremai.
Non sarei mai riuscito ad andare avanti, Al, lo sapevi, eppure te ne sei andato.
Cosa...Cosa farò adesso?
Non sentirò più il tuo calore, non sentirò più la tua voce, non sentirò più le tue mani stringermi, e curarmi quando sto male, e toccarmi per il semplice e puro rassicurarti della mia presenza.
Tutto sarà freddo, sarà muto, sarà il vuoto.
"...Al..."
Come un bambino triste perché il suo canarino era volato via ma voleva mostrarsi forte, tentai di scacciar via le lacrime con un gesto stupido della mano, ma più ci provavo e più la cosa diventava insostenibile.
Poi la musica cessò, con una battuta secca, mentre dentro di me la rapsodia di sentimenti continuava irregolare, senza tempo, senza controllo.
"Nii-san..."
Lo sentii debole, lontano. A stento trattenei un altro singhiozzo, mentre tornavo ad alzare il viso, guardandolo, sorridendo con un sorriso così falso da apparire sincero. Dischiusi le labbra come a voler dire qualcosa, ma uscì solo qualche suono strozzato, indecifrabile, e allora scossi la testa, decidendo che quel sorriso era più che sufficiente, in quel momento.
Sufficiente e decisamente fuori luogo.
Alphonse era sempre stato caro e buono, e mai, che ricordassi, aveva detto qualche parola a sproposito in momenti inopportuni. Così si limitò solo a prendere la mia mano, a reggere tra le sue dita di carne che io gli avevo ridato, quella mano insensibile che tremava, quasi fosse reale, assieme al resto del mio corpo.
E fu un rumoreggiare di condoglianze, strette di mano che per me non avevano un significato, ma che un po' mi consolavano, come a dire "Non sarai l'unico a sentire la sua mancanza."
Ma comunque io la sentirò più di voi, più pesante, più opprimente, e Dio solo sa cos'altro.
Noah si avvicinò alla sua foto, baciò i polpastrelli della sua mano e gentile, sfiorò la foto di Alfons, sorridendo e pronunciando qualcosa che probabilmente voleva dire arrivederci, o almeno credo.
Mi passò affianco, poggiando quella stessa mano sulla mia spalla, e dopo le condoglianze, se ne andò anche lei.
Per un attimo calò il silenzio, tagliato di tanto in tanto da qualche passerotto cinguettante.
"Niisan...andiamo a..."
"Se non...ti dispiace vorrei...stare un po' con Alfons...per salutarlo..."
Lui si limitò ad annuire. Sussurrò un "Allora comincio ad andare, ti aspetto a casa", e si allontanò, dirigendosi all'uscita del cimitero.
E ora, eravamo davvero soli.
Prendendo il coraggio a piene mani, mi inginocchiai davanti alla sua foto, l'accarezzai, mentre il dolore tornava su velocemente, mentre l'anima scalpitava, implorandomi di lasciarla uscire dal corpo.
E l'accarezzai ancora, e ancora.
"Perché...te ne sei andato..."
Quasi come stesse piovendo le lacrime cadevano sulla lapide, goccia a goccia.
E la giornata splendeva, e si faceva spenta.

*
Sapevo che non avrei sopportato a lungo stare a Monaco, c'erano troppe cose nell'aria che mi facevano pensare a lui. Quando Noah mi disse di voler riprendere il suo viaggio, alla ricerca di un luogo da poter chiamare casa, misi da parte quella rabbia repressa che avevo provato per essermi sentito tradito, e decisi, almeno per un buon pezzo, di seguirla.
Non sapevo se e dove fermarmi, ma in fondo poco importava, stare lì avrebbe voluto dire soltanto continuare a farmi male.
E a fare del male ad Al, che ogni giorno, dal funerale, non faceva che chiedermi se tutto era a posto, se tutto andava bene.
Ero così sconvolto dalla morte di Alfons che anche sforzandomi di essere tranquillo la parte non mi veniva bene. Ma in fondo non ero mai stato un grande attore, suppongo che fosse più che plausibile.
Ma ero stanco di fingere che tutto andava bene, ero stanco di riempire di lacrime il cuscino, stanco di sentire sul mio corpo una mano che non era la sua.
Monaco era troppo grande, e satura di ricordi per poterci stare ancora.
Così, fatte le valigie, ci ritrovammo a vagare per l'Europa, viaggiando con un gruppo di gitani di cui due erano la copia quasi perfetta di Lust e Scar.
Ironico che proprio loro che avevo quasi odiato, ora mi aiutassero nella mia piccola fuga dal mondo.
Tuttavia, riconosco ora che scappare è stata la cosa più inutile che abbia fatto. Il tempo passa, i luoghi cambiano, la gente si trasforma, ma i ricordi, quelli vivi, quelli a cui ti sei tanto disperatamente aggrappato, da quelli...non si ha via di fuga.
Perché ti hanno addolcito la vita quando pensavi al peggio, e nel momento in cui il peggio arriva, ti uccidono lentamente, se non trovi il coraggio di affrontarli.
Quella notte, era dicembre inoltrato ormai. Per ironia della sorte, eravamo finiti nella stessa Klausenberg che aveva assistito tacitamente al nostro primo incontro. Materialmente, quel pomeriggio avremmo potuto continuare a viaggiare ancora per qualche ora, forse con un po' di fortuna saremmo riusciti a varcare il confine, ma la neve scendendo copiosa dal cielo aveva deciso di ostacolarci, e di costringerci a frenare il nostro viaggio proprio lì, l'ultimo posto dove volevo stare.
Erano poche le cose cambiate in quella cittadina. C'era ancora la stessa atmosfera fredda, le stesse persone chiassose.
Persino quel locale era ancora lì.
Ad Al avevo proposto di comprare qualcosa al supermercato, perché ero abbastanza stanco da non voler mettere piede in nessun ristorante, e lui sospirando mi accontentò. Probabilmente a lui sarebbe piaciuto vedere quel posto, Al era curioso di conoscere, lo era sempre stato ad Amestris, quindi non era una cosa così strana se si lamentava un po'. Mentre infilavamo cibo e bevande nelle buste, gli dissi che se voleva, dopo cena poteva anche andare a fare un giro, anche se il mio tono di voce mi tradiva.
Lui disse che non importava, che si sarebbe accontentato di chiacchierare un po' con dei ragazzi che lavoravano al bancone del bar dell'hotel e io di ricambio annuii, ringraziandolo.
Quando si fecero le nove, e Alphonse con un sorriso gentile mi avvisò di star andando al piano di sotto, lo salutai, vedendo la porta chiudersi alle sue spalle.
E poi mi alzai dalla scrivania, indirizzandomi al frigo, aprendolo, sentendo il gelo penetrare nell'auto-mail, salire lungo le giunture, intorpidire la carne.
Il mio problema è che non so stare da solo.
E' come avere sempre fame, sentire sempre dei morsi allo stomaco che ti impediscono di pensare ad altro.
Quando Alphonse non c'é, Alfons viene inesorabilmente a bussare, insistente. Se non sono in compagnia di qualcuno, se non occupo la mente facendo altro, lui dannatamente puntuale arriva, mi inculca la sua presenza.
E mi allieta, e mi fa star male.
Tirai fuori una bottiglia di qualcosa di incomprensibile, e mi gettai nel letto, sconsolato. Non avrei dovuto farlo, non c'era motivo per far preoccupare Alphonse, lo sapevo.
Ma era stato come un richiamo, qualcosa a cui non potevo dire di no.
Forse perché inconsciamente pensavo che il dolore si sarebbe trasformato in piacere, che la solitudine si sarebbe riempita di quell'affetto che mi mancava da un'eternità, ormai.
Solo un goccio, pensai, poi la smetto.
Ma non andò come sperato, e in fondo me lo dovevo aspettare, non sono mai stato forte, non sono mai riuscito a combattere contro qualcosa che alla fine, ti da compagnia.
Un goccio, due gocce, e alla fine metà bottiglia era già andata a farsi benedire.
E nella mia testa cominciava a rimbombare la sua voce, soffice, calda, e io mormoravo, stordito dall'alchool che circolava nel mio sangue, e inebriava i sensi.
Lasciai scivolare con non curanza la bottiglia a terra, sentendola sbattere e rotolare sul pavimento, mentre con una lentezza esasperante mi sdraiavo sul letto, poggiavo la testa sul cuscino, e sospiravo.
Mi coprii gli occhi con un braccio, respirando pesantemente.
Non so quanto tempo rimasi così, immobile, come un pupazzo, come una bambola senz'anima, perso nei miei pensieri così felici da essere impossibili. Rivedevo lui specchiarsi nel cielo, il sole illuminare il biondo dei suoi capelli, il suo viso sorridermi, e chiamarmi.
"Edward, Edward, Edward!"
E rideva, mentre lo diceva, mentre allungava una mano, chiedendomi tacitamente di seguirlo.
Lentamente le mie braccia si sollevarono al soffitto, mentre gli angoli della mia bocca si sollevavano in un sorriso innocente.
Probabilmente, a vedermi da fuori qualcuno avrebbe potuto prendermi per pazzo.
"Alfons..."
Respirai a pieni polmoni l'aria circostante, sentendo l'odore del liquore che lentamente impregnava tutto ciò che c'era nella stanza, il che avrebbe solo contribuito a farmi stare meglio e peggio allo stesso tempo. Le mie braccia scesero, incrociandosi sul petto e stringendo le spalle, e cominciai a dondolarmi, sentendo il cigolare del letto riempirmi le orecchie, tentare di sovrapporsi alla sua voce cristallina.
E quando il peso si portò tutto sul fianco sinistro, i miei occhi caddero sulla porta che piano, con un rumore stridulo, si apriva.
E il respiro si mozzò, il suo nome mi morì in gola.
"Che...cosa è succ..."
Non mi resi neanche conto di quando mi alzai in piedi, buttandogli le braccia al collo. Non mi accorsi neanche di quando lo strinsi forte, di quando percepii il calore del suo corpo, di quanto combattevo con me stesso per non frignare.
Sentii la sua mano sulla mia schiena scorrere su e giù lungo la spina dorsale, un po' titubante, così...tenera.
"Alfons... - mormorai, affondando nell'incavo della sua spalla - Alfons..."
La sua voce era ovattata, strana.
Ma non mi importava, era là, mi bastava quello.
Inconsciamente retrocedetti di qualche passo, quel tanto che bastava a farlo sedere sul mio materasso, senza staccarmi da lui, senza dargli la possibilità di allontanarsi.
"Niisan, che cosa..."
Lo baciai, senza esitare.
Mi sentii morire, mentre entravo nella sua bocca, pensando che mi avrebbe sgridato perché avevo di nuovo ceduto all'alchool, invece che parlare apertamente con lui e dirgli quali erano i miei problemi.
Ma tu non c'eri Alfons, non c'eri, come potevo parlarti? Come potevo dirti ti prego torna da me, perché senza non riesco a vivere? Non ne avevo la possibilità, tu te ne sei andato, mi hai lasciato da solo mi hai...
Mi hai distrutto.
Lo baciai così impetuosamente da costringerlo a sdraiarsi, io che con movimenti goffi mi mettevo a cavalcioni sopra di lui, senza separarmi dalle sue labbra neanche per un istante.
Avevo avuto sete di quel contatto troppo a lungo, e non volevo perderlo ora, avevo troppa paura che sparisse di nuovo.
Quando mi separai da lui sentii la tensione sciogliersi nel petto, quando incrociai le sue iridi color del cielo, il cuore accelerò freneticamente la sua corsa, come se acclamasse la libertà.
Quanto mi mancava quello sguardo...
Vidi il suo viso sfuocarsi tra le lacrime. Una goccia che scivolò via dagli occhi scorse lungo la mia guancia, cadde sulle sue labbra. E mi chinai a raccoglierla, la punta della lingua che sfiorava la sua bocca di fuoco, assaggiava quel sapore deviato dall'alchool.
"Alfons, mi sei mancato...così tanto..."
"N...Niisan, sei ub..."
Poggiai la testa sulla sua spalla, mentre la mia mano scorreva sul suo petto candido, su quella camicia bianca che metteva spesso quando si trattava di lavoro.
Era così soffice...
Avevo così voglia di lui che non mi accorsi del momento in cui, uno ad uno, i bottoni della sua camicia cominciarono ad allentarsi, lasciandomi vedere i suoi pettorali così ben definiti e lisci. Sentii fremere il suo corpo sotto la mia mano d'acciaio, mentre chiudevo gli occhi, immaginando come sarebbe stato bello avere il senso del tatto su quei polpastrelli che sapevano di ferro e sangue.
Chinai leggermente la testa, baciando la sua fronte leggermente umida.
"Ti amo, Alfons, ti amo, ti amo, ti amo..."
E finalmente sentii le sue mani stringere le mie braccia, scorrervi lentamente come aveva sempre fatto.
Il mio Alfons era lì...il mio Alfons...
Il mio corpo scivolò lentamente, il mio sedere si poggiò sulle sue gambe, la schiena inarcata, le labbra che sfioravano quella pelle di seta, lasciando una scia leggera, lasciando tracce di me.
Lo sentivo sotto le mie mani, sentivo il calore che emanava il suo corpo, inebriante più dell'alchool mandato giù, più di qualunque altra cosa esistente.
In quel momento non desideravo altro che sentirlo il più vicino possibile, lo desideravo, lo bramavo sopra ogni cosa, perché se poi sarebbe sparito per sempre io...
Io...
"Edward..."
E la sua voce soffice, tiepida, rimbomba, rimbalza nella mia testa, gentile, più tagliente di una lama che affonda, affonda, trapassa e lacera ogni cosa.
Sollevai la gamba, piano, insinuandola tra le sue gambe e riportandomi in avanti, riprendendo le sue labbra, muovendomi piano sopra di lui, implorando un contatto più profondo.
Implorando il Paradiso per paura delle fiamme dell'Inferno.
La sua mano scorse lungo la mia schiena, leggera, dolce, come a infondermi la sua tipica calma, qualcosa che non mi apparteneva.
E che io no, non volevo, non in quel momento.
"Alfons, ti prego..."
Lo imploravo, e continuavo a muovermi sul suo corpo.
Avevo voglia di amore, avevo voglia di lui, ne avevo bisogno, bisogno di lui, e basta.
La mia mano si sollevò dal morbido materasso, toccando la sua spalla, scendendo lungo il petto, lungo il ventre, fermandosi la dove il mio ginocchio continuava a muoversi, lento, veloce, lento.
Mi fermai. Lo guardai negli occhi.
Immagine offuscata, immagine bellissima.
Le mie mani presero a tremare sul bottone dei miei pantaloni. Sbottona, abbassa. E vidi anche lui fare lo stesso, mentre annuiva, mentre sorrideva.
Perché anche lui sentiva fremere dentro di sé ciò che sentivo io, perché anche lui voleva avermi, fino in fondo.
Mi misi a cavalcioni su di lui, posizionandomi dove potevo sentire il suo amore confluire in un solo punto, troppa fretta per aspettare di essere pronto.
Un movimento solo, un gesto brusco, un urlo che riempiva l'aria.
"NIIS..."
Il mio dito sulle sue labbra, altre lacrime che scappavano, un cenno di diniego.
"Non è niente."
Le sue labbra si mossero, baciando il mio polpastrello, mentre le mani andavano a cingere i miei fianchi, accompagnando i miei movimenti lenti, dolorosi.
Era come un cumulo di sentimenti che andava su e giù per lo stomaco, ti trafiggeva da parte a parte, sempre lì, sempre costante, che attanaglia e non molla, che distrugge e lascia dietro di se soltanto una sottile, profonda amarezza.
Edward.
E stringeva, pressava, disfaceva.
Edward, smettila.
Colpi sempre più secchi, sempre più profondi, il dolore che prendeva possesso di ogni muscolo, si estendeva alle gambe, si accumulava sulle articolazioni.
Il respiro si faceva sempre più pesante, si riempiva l'aria di gemiti suoi, miei, a volte all'unisono,a volte scoordinati.
EDWARD, BASTA.
Sentivo il dolore lacerarmi le carni, piccole gocce di vita che scivolavano sinuose lungo la mia coscia, e macchiavano il letto, indelebili.
"A..Al..."
E insidioso aumentava, mentre io lo guidavo, io mi muovevo, provocando altra sofferenza.
EDWARD!
"B...Basta...Al..."
Inarcai la schiena, cercando di raggiungere la sua bocca, sentendo il letto ballare mentre anche lui si avvicinava, sopraffatto dai gemiti di piacere spasmodico, attratto dalla mia voce.

Ed, ti stai facendo solo del male, devi smetterla.
Ma tu mi manchi, Alfons, Dio solo sa quanto.
Non devi farti male.
Non ci riesco, Al, non posso, non voglio...voglio te, torna qui, torna da me...ti prego...
Non posso, Ed, lo sai...Lo farei se potessi, ma non...
IO NON RIESCO A STARE SENZA DI TE, NON VEDI COSA STO FACENDO?
Fermati prima che sia troppo tardi, Ed. Questo non sei tu.
Sto scopando mio fratello, Alfons, mio fratello. Perché tu non ci sei, perché io ho bisogno di te più dell'acqua, più dell'aria. E sei sparito così all'improvviso che io...non ci riesco, semplicemente. E' troppo per me andare avanti aggrappandomi ai ricordi, sbiadiranno, se ne andranno, e poi di cosa vivrò?
Non so vivere da solo. Non so vivere senza di te.
Ed, io ci sarò sempre. Non potrai vedermi, non potrai sentirmi, ma io ci sarò, ti proteggerò, ti abbraccerò, ti conforterò. Tu chiamami, pensami...ricordati di me. A me basterà per essere legato a te giorno dopo giorno, per sempre.
Alfons...Non mi lasciare da solo ancora, ti prego...
Non lo farò mai. Ma tu smettila di dannarti così, smettila di colpevolizzarti senza motivo. Devi smettere di farti male, devi continuare a vivere. Per te, e per tuo fratello.
Vivi, Edward.

E mi sentii esplodere, in un gemito disperato, soffocato...liberatorio. Le mie mani, che inconsciamente stringevano le sue spalle, ora scivolavano rapide sulla schiena, in un abbraccio che cercava solo conforto, calore materno.
Vivere.
Per me, per Alphonse.
La sua mano affondò tra i miei capelli, dolce come quella della mamma, comunicandomi ogni sfumatura del suo sentimento, la sua partecipazione al mio dolore.
Sentivo la sua colpa invadermi il corpo, il suo dolore per avermi strappato via la persona che amavo, il suo tacito grido di disperazione, "ci sono io Nii-san, non sei solo, ci sono io con te!"
E lo strinsi più forte che potevo, sorridendo.
Braccia che non mi avrebbero mai lasciato.

*

Tornare mi uccideva.
Ma da quella morte, in un modo o nell'altro, riuscivo sempre a rinascere, un po' più forte, un po' meno solo.
Avere Al, e avere te, sono due cose diverse. Quando ti conobbi, pensavo che tu fossi semplicemente un'immagine riflessa, un degno sostituto di un qualcosa di troppo importante da essere rimpiazzato con...uno qualsiasi.
Ma tu eri diverso, eri Alfons e non eri Alphonse.
Eri un'entità diversa della stessa persona, perché di lui avevi tutto. Avevi il suo sguardo tenero, caldo, avevi il suo sorriso innocente, avevi la sua indole materna.
Ma non eri lui.
E lo avevo capito, e ti avevo amato, bramato sopra ogni altra cosa.
Ma non si può avere tutto. E, a malincuore, a poco a poco, l'ho accettato.
Tu sei stato, assieme a parte del mio cuore, il pagamento per il pedaggio al Portale, uno stupido elemento di un altrettanto stupido principio di scambio equivalente.
...A me piace più pensare che tu ti sia sacrificato per me. Non perché mi faccia piacere in sé, ma perché così la tua morte avrebbe un senso.
Perché tu volevi solo ridarmi il sorriso, Al, lo so, e per questo avrai la mia eterna gratitudine.
Una rosa rossa tra i gigli bianchi.
Sei speciale, Alfons, sei nel mio cuore pieno di ferite che si rimargineranno solo col tempo, con la tua presenza, con la mia forza di volontà.
Un bacio alla tua foto, all'immagine che amiamo ricordare di te.
"Andiamo?"
Una carezza, un sorriso.
Perché mi sforzerò di non essere più triste.
"Si."
A presto, Alfons.


-Owari