Reverse Mirror


La cosa andò avanti per circa una settimana.
Non riuscivo a trovare il coraggio di chiedere scusa, e mi sentivo ferito per non essere stato creduto. Eppure lui ci provava con tutto il suo cuore a sistemare le cose. Si avvicinava, ma era come se lo tenessi a debita distanza. Non c'era più comunicazione, non c'era più nessun sorriso, niente.
Al mattino uscivo prima per non dover sopportare il suo sguardo su di me, a lavoro mi tenevo il più impegnato possibile per non dover scambiar con lui neanche una parola. Durante i pasti ingurgitavo tutto il più velocemente possibile, perché a ogni suo sospiro avevo paura che mi dicesse qualcosa, e io non avrei mai retto un discorso.
Non volevo ferirlo, e ferirmi ancora.
La notte invece...Oh si, di notte la mia debolezza non lasciava scampo neanche all'orgoglio.
In silenzio mi intrufolavo nel suo letto, in cerca di calore umano che prontalmente arrivava, e la mattina lui apriva gli occhi, e io non ero già più là. Così, ininterrottamente, per sette, lunghissimi, strazianti giorni, senza che né io né lui ci scambiassimo una parola.
Oramai era quasi un anno che dividevamo lo stesso tetto, ed era difficile reggere la situazione.
Almeno per me.
Al settimo giorno, avevo saltato lavoro. Credei di aver toccato il fondo, di essere arrivato al punto di non ritorno.
Quando Al si svegliò, sulle prime pensò probabilmente che, come al solito, ero già andato al laboratorio. Ma quando vide il mio giaccone appeso alla porta, le scarpe ancora dentro l'armadietto, venne in camera, aprendo lentamente la porta, avvicinandosi e sospirando.
"Ed...Edward...è tardi."
Mi scosse la spalla, io mugugnai un "lasciami in pace" e tirai su le coperte fino a coprire la testa.
"...Per quanto andrà avanti?"
Non risposi. In fondo, non lo sapevo. Sospirò di nuovo, e il mio cuore si strinse così forte da fare male. Cosa stavo facendo...
"...E va bene...dirò a Oberth che stai poco bene...- buttò la, e sentii la sua presenza allontanarsi - A stasera."
La porta si chiuse, e il buio tornò, sovrano.
"Stupido..."
Strinsi le coperte, i denti per non piangere, tirando su col naso e ripetendomi che non era il caso di frignare. Sospirando pesantemente, sentii i suoi passi pesanti allontanarsi, la porta aprirsi e richiudersi in un cigolio sommesso, poi fu il silenzio.
Così opprimente, così desolante.
Non so quante ore passarono, né se Alfons tornò per pranzo, perché alla fine le lacrime non avevano più dato retta al mio ordine, ed erano scivolate giù, ad inumidire le lenzuola, il cuscino. E alla fine mi ero addormentato.
Ma avevo sentito, nel sonno, il suo profumo dolce, e un piacevole tepore che aveva scaldato il mio corpo.
Mi ero svegliato più volte, disturbato prima da incubi, poi da sogni troppo felici per essere retti.
Non avevo voglia di essere felice, in quel momento, giacché ogni risveglio, era un riversar di lacrime, un urlo soffocato tra le lenzuola, un nome invocato e che si perdeva nel vuoto.
Sentivo il peso della solitudine addosso, l'oppressione nel petto di quando sai di star facendo qualcosa che non fa bene a nessuno, men che meno a te stesso, ma continui imperterrito, perché non sai cos'altro fare.
Mi rigirai nel letto, verso la porta. Sulla scrivania c'erano mucchi di carta straccia, e una bottiglia di cherry per buona parte andata.
Se avessi bevuto, avrei dimenticato almeno un po' tutto questo dolore?
Scostai le coperte, poggiando la gamba a terra e aiutandomi col braccio a mettermi in piedi. Saltellai, raggiunsi il tavolo e mi sedetti, prendendo in mano la bottiglia, levando il tappo, e osservando quel liquore rosso riempire il bicchiere in vetro.
Portai su l'oggetto, annusando l'odore del liquido, per poi mandarlo giù, in un solo sorso.
Dimenticare, dimenticare, dimenticare.
In poche decine di minuti avevo mandato giù così tanti bicchieri che non riuscivo manco a tenere ferma la bottiglia in mano.
"Bwah...ho bevuto troppo..." sbottai, come se avessi bisogno di convincermene, poi. Pensai che la cosa più sensata da fare fosse quella di rimettersi a letto, ma quando ci tentai, l'unica cosa che ottenni fu un incontro non poco doloroso col pavimento.
Non mi sforzai nemmeno di rimettermi in piedi.
Il mio corpo cominciò a muoversi, in preda a spasmi di freddo, mentre dalla gola sgorgavano singhiozzi, dagli occhi, di nuovo, lacrime amare. Il pugno incontrò la legna tiepida più e più volte, la mia voce andava ad occupare la stanza.
Altro che dimenticare.
Era peggio di una tortura, più cercavo di allontanare i pensieri molesti, di allontanare dalla mente la voce triste di Alfons che mi parlava sgomento, il suo viso triste, di allontanare l'idea di abbandonare tutto, e più il dolore premeva increscioso sul petto, implorando di uscire, scalpitando, uccidendo.
"Al..."
Ero così confuso da non sapere neanche quale dei due stavo invocando.
"Al..."
Ti prego, vieni, non ce la faccio più.
"Alfons...Alfons...ALFONS..."
Mi raggomitolai su me stesso, continuando a chiamare il suo nome, a voce sempre più alta, sempre più alta...Finché susseguita da passi frettolosi,la porta si spalancò, sbattendo sul muro con violenza, e due braccia mi presero e mi strinsero al petto, mentre le mie orecchie si riempivano del mio nome, disperato.
..Chissà che senso faceva, tenermi così, vedere gli indumenti vuoti della carne, vedere uno straccio, un catorcio, invece che una persona.
Eppure sembrava davvero che lui non se ne preoccupasse...Alzai una mano tremante, aggrappandomi istintivamente al suo collo, e lui mi tirò su, mi portò sul letto, mi coprì e sparì, tornando con dell'acqua subito dopo. Mi aiutò a bere, anche se non ero molto cooperativo, in quel momento. Ma con tutta la pazienza del mondo, lui mi pulì dove io avevo sporcato, e mi abbracciò forte, ma così forte, che persi cognizione di tempo e spazio, e chiusi gli occhi, mentre le mie dita stringevano la sua camicia candida, che odorava di polveri e fumo.
E mi lasciai cadere addormentato, senza dirgli né "Non ti voglio", "Non mi guardare", "Vattene" o "Scusami".
Soltanto il suo nome, quasi silenzioso.
*
Quando mi risvegliai, erano passate parecchie ore.
Dalla finestra, pallido e chiaro, filtrava un raggio di luna, cadendo sul pavimento, espandendosi e rischiarando la stanza. L'unico rumore udibile dalla strada era il miagolio incessante di qualche gatto in amore, ogni tanto una sirena, ma nulla di più.
A guardarlo attraverso lo spiraglio lasciato dalle tende, il cielo sembrava davvero pulito, puntellato di stelle che osservavano dall'altro, la vita di noi miseri esseri umani.
Si era fatta notte senza quasi che me ne rendessi conto, ma nonostante fossi senza mangiare da ore, non sentivo né i morsi della fame, né altro.
Avevo soltanto un peso sul petto, che non aveva intenzione di levarsi da là.
Forse perché gli davo le spalle, sulle prime non mi accorsi che la porta, che poche ore prima era finita scheggiata dal colpo contro la scrivania, ora si era appena chiusa, con un piccolo rumore, la serratura che scattava.
Pensai che fosse un rumore esterno, al massimo che qualche penna fosse scivolata giù dalla scrivania e avesse toccato terra.
Ma era troppo forte per provenire da fuori, troppo statico per essere un oggetto cilindrico.
Me ne resi conto quando le mie coperte si scostarono, e il mio letto accolse un altro corpo, quando sentii braccia calde avvolgere con poca fatica i miei fianchi, e stringermi a se.
Era così caldo...
Il suo mento si poggiò sulla mia spalla nuda, sentii il suo caldo respiro sfiorarmi il petto.
"Edward... - mormorò -...perdonami."
Il mio viso si contorse in una smorfia di dolore. Ancora quel tono.
Mossi la testa, in segno di diniego. Non dovevo perdonarti nulla, ero io quello schifosamente in torto.
"Ci ho riflettuto, in questi giorni...Ti chiedo scusa - mi strinse a se - per averti fatto così male...Tu...credo lo sappia meglio di me...Uno scienziato non è propenso a credere ciò che non può vedere...E lo stupido scienziato in questione...ha paura che tu dica la verità..."
Mossi la mano, stringendo le dita in un pugno tremante.
"Edward io...ho paura di perderti. - La sua testa cambiò posizione, la sua fronte andò a posarsi sulla mia schiena, sentivo i suoi capelli di seta solleticare la pelle. - Se questo mondo...se questo mondo a cui tu dici di appartenere esistesse davvero...io...Non potrei impedirti di tornarci ma... - sentii un sospiro profondo, un deglutire timido - Io non ce la farei."
Credi che per me sarebbe più facile?
Credi che tornare a casa, dove non so neanche se mio fratello sia li ad aspettarmi, compenserebbe comunque la tua perdita?
Sollevai indietro la mano quel poco che bastò a farla affondare tra i suoi corti capelli color del grano, accarezzandoli lentamente.
Credi che tutto questo, non mi mancherebbe?
Con la fatica che comportava essere senza protesi mi voltai, senza permettergli di sciogliere l'abbraccio, senza permettergli di allontanarsi un centimetro di più.
Così vicini...Non lo eravamo mai stati, mai faccia a faccia, alla stessa altezza. Ero sempre stato un pelo più in basso, avvolto nelle sue braccia, protetto.
"Al. Non ho bisogno di qualcuno che mi creda. - Mi specchiai nei suoi occhi, leggermente velati - Sono stato io uno stupido a pretendere che mi credessi, quindi...non te ne farò una colpa...Probabilmente al tuo posto avrei fatto...lo stesso... - Gli passai la mano sul petto, fermandomi al cuore, sentendolo battere veloce. - Non forzarti di credermi ma...quel mondo fa parte di me, è stata la mia casa, la mia vita...e io voglio che tu non sia all'oscuro di niente, voglio che tu sappia chi sono stato...e ciò che sarò...voglio condividerlo con te..."
Presi fiato.
"...Quando ti ho visto, la prima volta, ho pensato che mio fratello sarebbe stato uguale a te. Quando sei venuto ad aiutarmi, quella sera, non eri tu chi chiamavo, ma mio fratello... - Logico, neanche ti conoscevo... - E quando abbiamo cominciato a vivere insieme, mi sentivo un po' a casa...Ma faceva male...Perché tu non eri Al, non eri lui... - Il suo cuore accelerò ancora - Francamente...All'inizio ho accettato la tua amicizia perché col tempo forse saresti stato un buon rimpiazzo, ma...Tu non sei Al. Non quell'Alphonse che, stupidamente, ho pensato che potessi sostituire..."
E mi allungai verso di lui, catturando le sue labbra. Un contatto semplice, discreto, ma che avevo desiderato così a lungo...Forse più a lungo di quanto pensassi.
"Tu sei Alfons. Il mio Alfons. Non sei un sostituto, né altro. Senza di te, non riesco a starci, è inutile, ci ho provato. E hai sempre visto come è andata a finire...Quindi...Al... - la mia mano andò a stringere la sua, forte, perché volevo sentire il suo tepore giungere fino al cuore - Non avere paura. Sei parte di me, ormai, non potrei mai lasciarti dietro."
"Ed..."
Ricevetti uno strattone verso di lui, le sue mani che sfioravano la schiena, il suo calore che mi riscaldava. Era così piacevole...
Mi sfuggì un sorriso, mentre mi accoccolavo sulla sua spalla, gliela sfioravo col naso, gliela baciavo.
Era il mio Alfons.
Tornai in posizione normale, incrociando il suo sguardo ceruleo e perdendomici.
Quella notte qualcosa cambiò.
Mi scostò una ciocca di capelli che ribelle era andata a frapporsi tra i miei occhi, la sua mano scivolò sulla mia guancia, sul mio collo...Mi sollevò di poco il mento, e sentii di nuovo il suo sapore, così dolce, così particolare.
Era sublime.
Gli permisi di entrare in me, di prendere tutto quello che voleva, da lì e altrove, se avesse voluto.
Con estenuante calma, stando attendo a non farmi male, si mise a cavalcioni sopra di me, continuando a baciarmi con quella tenerezza che solo lui era in grado di farmi provare. La sua mano si portò sulla mia spalla, sfiorando le cicatrici del mio peccato, scorrendo per quella poca lunghezza, arrivando al petto.
Quando si sollevò dal mio viso, lo guardai, poi scostai lo sguardo, guardando fuori dalla finestra.
"...Non ti fa senso?"
Non dissi cosa, ma fu ben chiaro che lui aveva capito al volo. Mi sorrise, facendo cenno di no con la testa.
"Sei tu. Non mi importa il resto."
E gentile, cominciò a baciare la fronte, le labbra, il collo, mentre le sue mani scorrevano leggere sul mio petto, sfiorando a momenti la pelle, ad altri le cicatrici attorno all'aggancio per la protesi, mentre la mia mano scivolava un po' sulla sua schiena, un po' sui suoi capelli.
Ogni parte di me che toccava si elettrizzava, ad ogni suo bacio, la mia pelle pareva prendere fuoco. Quando sentii la sua lingua cominciar a sfiorare con pacata calma il mio petto, un lieve sospiro sfuggì dalla mia bocca.
Ero sorpreso ed estasiato da quanto, con poco, riuscisse a farmi provare qualcosa di così intenso. Il peso che avevo sul petto si era sciolto come cioccolato al sole, lasciando spazio soltanto a qualcosa di...indefinibile.
"A...Al..."
Era la prima volta, avevo paura di non essere alla sua altezza, avevo paura di deluderlo...Ma mi sentivo così...felice.
La sua mano prendeva la mia, baciava le dita, le succhiava, e le ribaciava, mentre l'altra si faceva spazio lungo il mio ventre, andando ad accarezzare il bordo dei pantaloni, prendendo la cintura, slacciandola, abbassando la zip.
Nel giro di due secondi, ci ritrovammo avvinghiati l'un l'altro tra le lenzuola nudi, abbracciati, le sue gambe intrecciati alla mia, i corpi in continuo contatto.
Assaggiare la sua pelle, sentirne il calore, erano tutte cose di cui avevo fatto a meno senza neanche io sapere come.
Il suo odore, ora, mi pareva quasi nuovo, ancora più dolce, più gradevole.
Con la bocca torturava il mio collo, con le mani andava verso il basso, incontro al mio desiderio che in quel momento sentiva solo l'irrefrenabile impulso di essere soddisfatto.
"Alfons...nh..."
Quando con le dita sfiorò la mia eccitazione, la mia schiena si sollevò dal materasso, inarcandosi, mentre le mie labbra andarono ancora a cercare le sue, disperate.
E fu un altro bacio, che un po' mi quietava, un po' soffocava i miei gemiti sempre più crescenti. Mi staccai un momento, chiamando il suo nome, sentendo la saliva colare dalla mia bocca, e la sua bocca che veniva, e mi puliva con una leccata dolce, quasi da cucciolo, per poi andare laddove la pelle era più sensibile, sulle cicatrici che da li no, non sarebbero mai sparite.
Cominciò a stuzzicare la mia eccitazione con una lentezza esasperante, mentre all'orecchio continuava a chiamare il mio nome, con la voce tremante, calda.
E io lo stringevo più forte, e imploravo di più, di più. Perché mi stava dando tutto sé stesso, e io ne ero avido, ne volevo fino a stare male. Sentivo un misto di emozioni premere sul petto, scendere fino al ventre e finalmente esplodere sotto il suo tocco, invadendo le sue mani, il mio corpo.
Rimasi qualche attimo avvolto dalle sue braccia, mentre recuperavo il respiro, mentre il cuore ormai era andato, e non c'era verso di farlo tornare a un battito regolare.
Tirai indietro il collo, mentre baciandomi il collo, mi portava sulle sue gambe, accarezzandomi, giocando coi miei capelli.
Era così gentile da sembrare irreale...
Sentire le sue dita scorrere lungo la schiena, sfiorare le natiche per poi cominciare piano ad entrare dentro di me mi fece deglutire a vuoto. Il suo nome, strozzato, uscì con fatica dalla mia gola, era una sensazione strana, a tratti fastidiosa, ma probabilmente necessaria.
Lui mi baciò con dolcezza la guancia, poi mi guardò negli occhi, il viso rosso, le labbra dischiuse.
"Non ti farò male." mormorò, abbozzando un sorriso.
In realtà avevo una paura terribile del dolore che avrei provato, ma non potevo non fidarmi di lui, non con quell'espressione sul volto. In risposta, totalmente incapace di dire qualcosa di diverso dal suo nome, mi limitai a sfiorare con le labbra la punta del naso e annuire, per poi abbandonarmi al suo corpo, baciargli l'incavo della spalla, e giocare con i suoi pettorali, non muscolosi, ma ben delineati.
Sentivo le sue leggere spinte intorpire la noia di quella presenza, lasciare che il mio corpo ci si abituasse, poi mi guardò e io annuii, sicuro che non mi avrebbe deluso. Sostenne il mio peso con le sue mani, sollevandomi leggermente ed sostituendosi alle sue mani, scivolando piano dentro di me, fino in fondo.
E fu un susseguirsi sempre più confuso di gemiti e nomi, di baci, carezze, di amore e passione. Mi offrì la sua mano da mordere se avessi sentito dolore, l'unica cosa che feci fu di stringerla, forte, e di fargli sentire con quel contatto tutto ciò che per me significava essere lì, non con una donna, né con nessun altro.
Di lui volevo vivere, e di lui avrei vissuto fino alla fine dei giorni.
Tenni un difficile contatto con i suoi occhi, iridi di un azzurro così profondo, così bello nella sua lucidità, che in cuor mio pensai di non aver visto niente di più meraviglioso.
Ed era mio, in ogni centimetro della sua pelle, in ogni sua perla di sudore, nel più piccolo dei suoi pensieri.
Ad un ritmo sostenuto, a volte lento, a volte più veloce, raggiungemmo l'apice del piacere, e dolce e perlato scese impregnando i nostri corpi, le lenzuola, l'aria circostante.
"Mh...Alfons..." mugugnai, sentendo la calma tornar a padronare sul mio cuore, guardando il viso di chi mi stava dando il suo amore come non guardavo qualcuno da tanto, troppo tempo.
Lui rispose con un sì sussurrato sulle mie labbra, per poi rubarne un altro bacio, sfiorandole con la punta della lingua, entrando con dolce prepotenza nella mia bocca.
"Grazie..." gli dissi poi, un sorriso che non riuscivo a capire da dove venisse.
Posò le sue mani sulle mie spalle, ricambiando il sorriso, e piano ci distendemmo sul letto. E usciva da me, recuperava le coperte da terra e ci copriva.
Come una calamita, avvolsi il mio braccio nella sua vita e aderii al suo corpo.
Stargli così vicino, sentire il profumo della sua pelle, erano diventate in quel momento la mia linfa vitale, il motivo per cui esistere.
La droga da cui non sarei più riuscito ad allontanarmi.
In quel momento, stretto nel suo abbraccio, mi ritrovai a pensare che, se mai fossi riuscito a tornare indietro, e se mai lui avesse voluto, lo avrei portato con me. Ero certo che sarebbe piaciuto sia ad Alphonse che a Winry, che a zia Pinako...E anche alla mamma.
Peccato era dimenticarsi che la legge di scambio equivalente, da sempre statami avversa, non mi avrebbe risparmiato neanche questa volta.

*
Quell'ottobre del 1923 si prospettò come il peggiore di tutta la mia vita.
A dire la verità, il mio piccolo inferno personale cominciò qualche mese prima, alla fine della primavera, preceduto dal miele più dolce che avessi mai assaggiato.
Ogni giornata, ogni momento libero, ogni volta che se presentava l'occasione era uno scambio di effusioni, coccole e, diciamocelo, qualcosa di più.
Il lavoro si era fatto più intenso con l'arrivo del nuovo anno. Da una parte il terrore di una nuova guerra, dall'altra l'arrivo in autunno del solito festival annuale, avevano portato il gruppo a sostare in fabbrica per più ore al giorno rispetto alle solite.
Karl Haushofer, noto militare tedesco, aveva inviato al signor Oberth una lettera in cui avvisava della sua presenza al Carnevale per ammirare il frutto del nostro operato. E così ci eravamo ritrovati a fare gli straordinari, senza volerlo.
Ma in fondo, come potevamo avere il cuore di dire di no a quell'uomo che ci aveva dato un lavoro, che mi aveva dato la possibilità di avvicinarmi a quello che, nonostante la presenza di Alfons, era ancora il mio obiettivo principale?
Ricordo ancora le notti passare nel grande capannone, io e lui da soli, a controllare le carte, a verificare l'integrità di ogni materiale, a fare l'amore quando tutti erano andati via da un pezzo, lasciandoci lavorare, perché eravamo le punte di diamante della squadra, e tutti ne andavano fieri.
Quando non eravamo a lavoro, nelle domeniche o nelle giornate di pioggia, stavamo sempre sul letto, o in terra, lui poggiato al muro, io tra le sue gambe, intento a leggere un libro e sorseggiare una cioccolata calda, un po' dalla tazza, un po' dalle sue labbra. Studiava insieme a me, facevamo il bagno insieme e, quando era l'ora di dormire, mi accoccolavo sul suo petto, e lui accarezzando i miei capelli sussurrava, leggero:
"Raccontami una delle tue storie."
E io lo accontentavo, a volte sorridendo per davvero, a volte per celare dietro di esso la malinconia, quel legame profondo che ancora mi univa alla mia terra.
Io rivangavo il passato, e lui conosceva qualcosa di più su di me.
E il tempo trascorreva, senza troppi problemi.
Ogni tanto crollavo dal sonno, costringendolo a portarmi sulle spalle fino a casa, obbligandolo moralmente ad accudirmi quando la testa scoppiava e avevo bisogno di coccole.
Arrivammo a lavorare così tanto che un giorno, dopo aver passato la notte a lavorare sotto la pioggia che ci aveva colti alla sprovvista, mi ero ritrovato con il termometro alla bocca, e una borsa del ghiaccio sulla fronte.
"Poi non dire che non te lo avevo detto..."
In effetti, Alfons me lo aveva ripetuto più volte di entrare nel capannone, che ormai c'era poco da continuare a lavorare, che presto la terra sarebbe diventata fango e che tutto sarebbe stato inutile. Ma io volevo finire, perché ero stanco di lavorare fino a tardi, volevo soltanto un po' di tempo per me da passare con lui.
E, a discapito della mia salute, alla fine lo ottenni.
Mi teneva le spalle quando quasi soffocavo, mi aiutava ad andare in bagno quando la febbre mi ubriacava, mi imboccava, assecondando i miei capricci.
E fortunatamente, grazie a lui la mia degenza fu questione di qualche giorno.
Fu qualche settimana più tardi, quando aprile si avviava alla conclusione, che cominciai a sospettare che Alfons non me la stesse raccontando giusta. Un giorno, aprendo l'armadietto del bagno, notai qualcosa che fino alla mia influenza, lì dentro non c'era mai stata.
Pasticche, in una bottiglietta trasparente, senza etichetta né niente.
All'inizio pensai che fossero le medicine che Al aveva preso per me, feci finta di pensarlo quando vedevo che il numero delle pastiglie calava, inesorabile, smisi di pensare quando lui cominciò a dare segni di debilitazione.
Quando accennavo l'argomento, lui si sforzava di far apparire quei segni come normale stanchezza da lavoro, diceva che ottobre era vicino e che qualche mese di lavoro intensivo, era normale che lo spossassero, ma ne valeva la pena.
E io mi lasciavo abbindolare dal suo sorriso, dai suoi occhi cerulei, dal suo modo di svolgere le mansioni in modo perfetto, impeccabile, come era lui ai miei occhi.
E poi ottobre arrivò.
Era una tiepida giornata di sole: il cielo era di un colore meraviglioso, con qualche sprazzo di nuvola qua e la che danzava gentile nell'atmosfera. Avevamo preso in affitto un'automobile per trasportare qualche materiale per la dimostrazione di mezzogiorno al Carnevale, dove ci stavamo dirigendo. Durante il viaggio lui mi chiese di parlargli di qualche avventura con mio fratello, e io gliene raccontai una, il finale piuttosto comico, e la sua risata si alzava alta in cielo, cristallina, seguita poi da qualche colpo di tosse.
Come ormai accadeva da un po'.
Ovviamente, camuffò anche quella volta, spostando la mia attenzione sulla sua opinione riguardo all'alchimia, e tutte quelle cose che lui reputava solo fantasia.
"L'alchimia è caduta in disuso tanto tempo fa, soppiantata dalla fisica e dalla chimica! Non è pensabile che venga praticata ancora!"
"E' così solo in questo mondo..."
Mi feci trasportare decisamente troppo quel giorno, giacché ci ritrovammo nel giro di due minuti addosso a uno dei tanti alberi che costeggiavano la strada di campagna. Per fortuna, ne eravamo usciti illesi.
Quando ci appostammo sul ciglio della strada e agitando le braccia attirai l'attenzione di una carovana in arrivo, lui cominciò a tossire, quasi forzandosi di non farlo.
"Ehi... - feci, voltandomi verso di lui - Tutto ok, Alfons?"
"Eheh...Comincia a far freddino..."
Sempre col suo sorriso spensierato sul volto.
Non ebbi tempo di preoccuparmi più di quel poco, giacché la carovana si fermò a pochi centimetri da noi.
"Andate al Carnevale?"
"Si."
"Salite a bordo - ci disse, indicando il retro, pieno di giovani ragazze dai tratti orientali - Queste zingare apriranno una bottega là!"
E salimmo, imbarazzati dagli sguardi delle donne: Alfons provò a instaurare un dialogo, nel quale ci venne spiegato, con fare provocatorio, quale era il ruolo di quelle gitane all'interno del programma della festa.
"E tu?" fece lui poi, indirizzando lo sguardo a una ragazza avvolta in un manto rosso, che non aveva fiatato neanche per un secondo. Non parlò neanche quando fu interpellata, la parola rubatagli dalla sua vicina di posto, che ci rilevò la sua identità di chiaroveggente.
Le bastava toccare la persona per leggere la sua mente.
E di fatto, fu quello che accadde.
"Wah, mi piacerebbe che provassi con me!" esultò Al, con una faccia da bambino davanti ai suoi primi fuochi artificiali.
"Ehi, ehi! Siamo scienziati! Da quando credi a queste cose senza fondamento?"
E in quel momento la mano di quella donna mi sfiorò, per poi ritrarsi subito dopo, quasi scottasse.
"Tu sei...come me."
Entrambi la guardammo, senza capire.
"Anche tu...non hai una casa."
E sussultai.
No, assurdo, aveva tirato ad indovinare, era poco ma sicuro. Tuttavia, quando le sue compagne cominciarono a cantare, estasiatesi alla vista della ruota panoramica alla fine della strada, non potei fare altro che rinvangare il passato, mentre sentivo la mano di Al poggiarsi sulla mia spalla.
...Forse sarebbe stata la volta buona che mi avrebbe creduto.
Quel giorno successero diverse cose. Scosso dall'incontro con la gitana, da quelle due parole messe in croce che per me erano state come una lama che trapassava il cuore da parte a parte, avevo deciso di allontanarmi dallo stand, dopo aver dato una mano ad Al e gli altri a mettere su l'impalcatura. Quando mi allontanai, con una scusa piantata li sul momento, sentii quasi lo sguardo di Alfons penetrare dentro di me, desolato, preoccupato.
Alla fine della giornata, in un modo o nell'altro quella gitana, Noah, era finita col vivere a casa con me ed Al.
A pensarci bene, mi ricordava Rose. Se non fosse stato che lei aveva la frangia di un bizzarro color rosa, sarebbero state quasi due gocce d'acqua.
Ad ogni modo, quella ragazza fu la prima persona, dopo tanto tempo, con cui avevo scambiato più di un ciao, e la cosa un po' mi rincuorò, perché era bello sapere che qualcuno, quando raccontavi di un mondo parallelo, ti credeva e non ti dava del matto.
Non che Alfons lo avesse mai fatto, anzi.
Ma era diverso.
Intanto, più passavano i giorni, e più quella bottiglietta si svuotava.
Ci fu un momento in cui fui felice, nonostante tutto. Era il giorno in cui mi ero intrufolato alla Thule Society: dopo tanto tempo che non la sentivo nominare, eccola rientrare prepotentemente nella mia vita. Pochi giorni prima mi ero fatto trascinare dal vecchio Mabuse, una copia bonacciona di quello che io conoscevo come Pride, in un vecchio castello dove si diceva ci fosse un drago.
Ed effettivamente, il drago c'era. Envy.
Con tutti i posti esistenti in questo mondo, non mi sarei mai aspettato di incontrarlo proprio là. Di quel giorno ho i ricordi un po' confusi, un po' perché rischiai di morire, un po' perché i militari, giunti per prendersi quella che per loro era una creatura leggendaria, per me solo qualcosa che prima spariva dalla mia vita e meglio era, avevano deciso di mandarmi nel mondo dei sogni dopo aver saputo il nome mio e di mio padre.
Ciò che però giunse al mio orecchio e rimbombò più volte nella mia testa, fu un nome, già sentito ma di cui sapevo ben poco.
Karl Haushofer.
Così, avendo sentito che era un professore, mi ritrovai ad andare a cercarlo al Collegio di Monaco, dove non ottenni nessuna informazione su di lui, ma qualcosa di più su quella società che qualche anno prima era relazionata a me da Hohenheim. Perché Haushofer era impegnato con la Thule, con lo studio sul potere degli dei che abitavano un'isola fantastica dalla quale aveva preso il nome l'aggregazione, collegato, a quanto compresi più tardi, al partito nazista che tanto voleva la rinascita dello Stato Tedesco umiliato dalla Grande Guerra.
Cose che a me parvero soltanto una grande stupidaggine.
Ma fu una giornata fortunata, nonostante l'aver scoperto che il lavoro su cui avevo buttato sudore e fatica serviva solo ad alimentare i rischi di una nuova guerra sempre più vicina, nonostante un altro traumatico incontro con Envy, nonostante tutto quanto.
Incontrai chi meno mi aspettavo di vedere, in mezzo a rottami provenienti da chissà dove, caduti da un passaggio che solo dopo seppi collegato ad Amestris. Sentii la sua voce librarsi in volo, invocarmi con forza.
Alphonse.
All'inizio pensai che il mio sacrificio fosse stato vano, che Al era ancora rilegato in quell'armatura fredda e insensibile, ma mi spiegò che solo una parte della sua anima era lì, che al suo risveglio aveva di nuovo il suo corpo, ma non ricordava nulla di quello che era successo prima della trasmutazione della mamma.
E mi disse che c'era un modo per riaprire il portale, che poteva riportarmi indietro, che quell'avvenimento era il segno del cambiamento.
Non sapeva quanta ragione avesse.
Quando tornai a casa, avevo il sorriso sulle labbra. Alfons mi chiese cosa fosse successo, e gli dissi che avevo parlato con Al, il mio fratellino Alphonse, che sapeva come farmi tornare indietro.
E lui mi squadrò, occhi di cucciolo smarrito, occhi di chi sentiva nel petto la paura di perdere ciò che di più prezioso aveva al mondo.
Non seppe mai che, sapendo che mio fratello era tornato normale, ora potevo anche mettermi il cuore in pace, e stare con lui per sempre.
Ero così preso dall'incontro con Alphonse, che avevo dimenticato di mettere Alfons al corrente della situazione per quanto riguardava i razzi. Ma evidentemente, anche lui sapeva già.
E quel giorno mi resi conto di quanto fossi stato sciocco a continuare a parlare sempre del mio mondo, sempre di me, di Alphonse, di Amestris, dell'alchimia.
Non volevo tornare a casa, se questo avrebbe significato vedere morte e distruzione ogni battito di ciglia.
Glielo dissi, mentre lui preparava una misera valigia, che quei razzi avrebbero portato la rovina da entrambe le parti del Portale, che avrebbero portato la distruzione, la morte ovunque.
Ma lui mi strattonò, tra un colpo di tosse e l'altro, facendomi cadere a terra quando lo trattenevo, urlandomi che lui faceva parte di questo mondo, che voleva lasciare una traccia di sé, una prova della sua esistenza nel suo mondo.
E quanto sangue sulla sua mano.
In quel momento tutto diventò più chiaro.
La sua voglia spropositata di lavorare, la sua debolezza dipinta sul volto, le medicine che diminuivano, sempre di più, sempre di più...
Perché non me lo avevi detto, Alfons? Perché mi avevi tenuto all'oscuro di tutto?
Fu la prima notte, dopo tanto tempo, che passai da solo, cullato dall'effetto devastante del Napoleon, l'alchool che mi aiutava a scaricare il dolore, la frustrazione.
La paura.
Perché più mi avvicinavo all'obiettivo, e più ciò che era stata la mia vita scivolava dalle mie mani, senza via di scampo?
Se quel giorno ero terrorizzato dalla paura di aver perso Alfons, la giornata successiva fu decisamente un colpo troppo duro.
Quando tornai in quel posto, e vidi Noa alleata a quei disgraziati, a quella pazza donna, Eckheart, che solo ambiva ad acquisire il potere di una Shambala che non esisteva ad Amestris, sentii un nodo allo stomaco. Sentirla parlare di un mondo fatto apposta per lei, dove nessuno l'avrebbe giudicata, o emarginata, sentirle dire che voleva vedere il sogno mi fece pensare a quanto sciocco fossi stato a fidarmi di lei.
Quello che c'era al di là del portale non è un sogno.
E poi una luce blu, qualcuno che bussava dall'altra parte, un telo che cadeva a terra, e mostrava ciò che in quel momento era l'ultima cosa che desideravo vedere.
Mio padre tra le fauci del Grande Serpente, così come quella gente chiamava la trasformazione dell'homunculus Envy in drago passato dal portale da dove io stesso ero arrivato, che mi guardava sorridente, che diceva che quello era il suo prezzo da pagare, che era giusto che tutto, per lui, si concludesse in quel modo.
Era giusto che Envy avesse la sua vendetta personale, ma in quel caso, anche con la sua morte, avrebbe permesso l'apertura del portale, aprendomi la strada verso casa.
Ma io non ero più sicuro di volerci tornare, non se significava perdere lui, e perdere Alfons.
Mi prostrai ad aiutarlo, senza sapere come. Ma lui sorridendo, e dicendomi "Saluta Alphonse da parte mia", afferrò con le forze rimastegli le fauci di Envy, premendole contro di se, invitando quel mostro a divorarlo, a renderlo un degno sacrificio umano.
E il rumore di ossa spezzate riempì l'aria in modo violento, l'acre odore di sangue andava ad impregnare il mio olfatto, indiscreto, disgustoso.
Tutto quello che restava di Hohenheim erano brandelli di carne e un lago di linfa vitale che cadde come una cascata a terra, davanti ai miei occhi, mentre sul soffitto, un cerchio alchemico fasullo si illuminava, una luce gialla che conoscevo bene invocava il mio ritorno.
Ma ormai non mi importava più niente.
...Non mi accorsi neanche di essere stato colpito alla spalla da una pallottola. Sentii solo il mio corpo cadere nel vuoto, mentre i miei occhi si chiudevano e venivo persuaso da una sensazione molesta, come se la mia anima si stesse staccando da tutto resto.
Poco prima di perdere i sensi sentii qualcosa di soffice che mi prendeva, fermava la mia caduta, e il mio nome echeggiava nell'aria, disperato.
All'inizio pensai di essere passato all'altro mondo, quando invece aprii gli occhi, mi resi conto che la situazione stava scivolando dalle mie mani.
"Sei stato fortunato, Edward..." udii, confuso, mentre la luce tornava ad accecarmi. Quando ripresi il totale controllo delle mie facoltà, mi agitai, senza capire.
Dove diavolo ero?
Mi guardai attorno, vedendo Alfons che si avvicinava, facendo cenno di parlare a voce bassa, sorridendomi.
"Alfons..."
"Puoi tornare a casa... - disse lui, inarcando le sopracciglia in uno sguardo al limite tra il piacere e il dolore - Eckheart è impegnata a salire sul razzo...così puoi..."
Non lo lasciai finire. Nonostante l'imbragatura mi tenesse legato a quello scomodissimo seggiolino, gli buttai le braccia al collo, tremando.
"Non farlo più." riuscii solo a dirgli, stringendolo di più, inghiottendo l'aria per non mettermi a frignare come una ragazzina alla sua prima cotta. Sentii il suo viso contrarsi in un tiepido sorriso, mentre la mano scivolava dolce sulla mia schiena, mentre chiedeva un tacito perdono.
Pochi minuti così, e maledii me stesso per tutte le volte che, volente o nolente, lo avevo trattato male.
Poi, il rumore di tante armature piene di uomini che andavano incontro al loro triste destino che salivano su un grande razzo catturò la nostra attenzione. Lui guardò lì, lontano, poi tornò a me, guardando il mio braccio.
"Per fortuna ha colpito la protesi e ti ha soltanto graffiato - mormorò, incrociando le braccia e poggiandole sull'abitacolo - Questo razzo sfiora gli undici chilometri al secondo...Grazie a lui riuscirai a sfondare i fenomeni all'interno del portale..."
E guardò in alto, verso quella luce dall'illusorio colore del sole, che a me non aveva portato né gloria, né fama come si aspettava il popolo tedesco, ma solo rovina e disperazione.
"E raggiungeremo l'altra parte. E' ciò che il professor Haushofer pensa...Anche con questo razzo, anche se per una sola persona...c'é abbastanza energia per raggiungere una velocità sufficiente..."
"Ehi, aspetta, non ho detto di volerci andare!" sbottai, agitato.
Non volevo più tornare indietro.
"Voglio che tu ci vada..." disse, sorridendomi.
Non riuscivo a capire. Non credeva mai che dietro le mie storie ci fosse un fondo di verità, e ora che io non volevo più andare a casa, lui...
"Alfons...ti sto importunando?" gli chiesi, mentre dentro qualcosa si muoveva, mi faceva male, mi torturava l'anima. Lui mosse la testa, in segno di diniego, poi guardò davanti a se, senza neanche provare a reggere il mio sguardo.
"Noi siamo solo...un'esistenza nel tuo sogno. Anche se io morissi... - e sentii gli occhi bruciare, il dolore espandersi, la vista offuscarsi - Continuerei ad essere me stesso,e rimarrei qui..."
Sospirò, prendendo le mie mani tra le sue, dandomi un bacio sulla fronte, e guardandomi teneramente, mostrandosi forte, mostrandosi felice.
"Non dimenticarmi."
E all'improvviso tra me e lui si intromise un vetro opaco, sentii un clack, come di qualcosa che si chiudeva, e Alfons saltò giù da quell'insolita piattaforma, dirigendosi ai comandi.
Che diavolo...
Uno scossone, e quell'aereo che avrebbe dovuto portarmi a casa si mise in posizione verticale, e finalmente capii che lui non scherzava, che voleva davvero che tornassi ad Amestris, nonostante tutto.
Ma io non volevo tornare.
"Alfons!" cominciai ad urlare, prima battendo il pugno sul vetro, poi tentando di levarmi di dosso quelle fastidiose cinte.
"Alfons!" continuai, mentre tutto cominciava a vibrare, mentre quell'abitacolo diventava caldo.
"ALFONS!!"
Tanto rumore, così tanto da coprire la mia voce, da coprire ogni suono esterno, e la luce del portale che si faceva spazio tra tutto quel fumo e si avvicinava, sempre di più, sempre di più. Avrei voluto fermare quel dannato velivolo, tornare indietro e distruggere tutto quanto, e tornare alla mia solita, noiosa, felice e adorabile vita con Al.
Ma non potevo più tornare indietro. Neanche quando intravidi Noah allargare le braccia verso di me, mentre probabilmente mi implorava di portarla dove poteva vivere il suo sogno. Rassegnato, feci leva sull'acceleratore, sentendo una spinta maggiore dal basso, le mani vibrare assieme a quel piccolo aereo, le lacrime scivolare via, ferire dolci le mie guance, far accrescere il dolore anziché allietarlo.
Lui aveva lavorato solo per farmi tornare a casa. Così come aveva fatto papà, così come aveva fatto Alphonse dall'altra parte.
E mentre fuori da quei finestrini ammiravo le piccole mani appartenenti al Portale aggrapparsi disperatamente alle lamiere, tentando di portarmi con loro nell'oblio, io stringevo gli occhi, rivedendo davanti a me tutti quei momenti che avevo assaporato con lui, e che solo in quel momento mi apparvero così distanti.
"Alfons..."
Era come se qualcuno avesse infilato una mano nel petto, avesse afferrato il mio cuore e lo avesse strappato con forza per prendersi tutto quello che mi aveva dato lui.
In pochi istanti, sfondati i fenomeni del Portale, come Alfons aveva previsto, mi ritrovai in balia di un piccolo aereo impazzito, che zigzagava nel cielo innaturalmente grigio di quella che riconobbi all'istante come Reole.
Ero di nuovo a casa?
Il tempo cominciò a scorrere velocemente, mentre l'aeromobile incontrava il suolo, rimbalzando, perdendo prima l'ala, poi la coda, poi l'altra ala. E venni scaraventato fuori nello scontro con un palazzo che mi ritrovai a maledire, sbattei sul pavimento una, due, tre volte, sentii il sapore di terriccio in bocca, la polvere che si alzava nell'aria e lenta si depositava a terra, di nuovo.
E poi...
"Ed."
Un tuffo al cuore.
"...Dove eri finito, eh?"
Sollevai lo sguardo, triste, felice, scoraggiato, rincuorato, amareggiato e chissà cos'altro mentre lei mi si gettava al collo,, trattenendo lacrime probabilmente tenute apposta per l'occasione, mormorando un dolce "bentornato".
Che per me quasi non contava niente.
E li con lei c'era Scheska, e c'era Al.
In piedi, sorridente, una lacrima invisibile che gli scivolava lungo la guancia. I capelli d'oro colato che si agitavano leggeri nel vento, quel cappotto che un tempo era stato mio.
Nell'oblìo della memoria, era evidente che la mia immagine era l'unica cosa che gli era rimasta, a cui si era prepotentemente aggrappato. E lo vedevo, il suo sguardo felice.
So che se avrebbe potuto, mi sarebbe saltato al collo, mi avrebbe stretto forte a se e mi avrebbe implorato di non lascialo più.
Ma non era il momento, sapeva che non ero arrivato lì solo per rivederlo, c'era altro da fare, c'era da rimediare al putiferio scaturito dalla Germania, arrivato fino ad Amestris ad infettare il territorio con la sua voglia di potere.
Alphonse guardava, sconvolto, gli orrori di qualcosa che nella sua mente pura non era mai esistita.
C'erano state rivolte, ma lui le aveva dimenticate, c'era stato sangue, ma se l'era scordato.
E ora era costretto a vedere qualcosa che era peggio di tutte quelle cose messe insieme, era dolore, era morte. Vedemmo la vita scorrere via da una bambina affacciatosi alla realtà del mondo al massimo da qualche anno, il suo sangue impregnare un orsacchiotto rovinato dalle esplosioni, dalle macerie.
Reole stava pagando il mio pedaggio per il Portale?
No, doveva finire qua, e subito.
Persino Mustang venne in nostro aiuto, con una molgonfiera di fortuna. Lui e la sua voglia di bruciare le tappe, di diventare Fuhrer, di avere tutto e subito.
Non feci in tempo neanche a chiedergli niente.
Alla fine, non so come, mi trascinai Alphonse dietro. O meglio, fu lui a seguirmi, senza lasciarmi un momento da solo.
Averlo affianco mi faceva sentire al sicuro, in fondo. Avevo ritrovato il mio fratellino, il mio cuore sembrava in pace, ma ormai il mio posto non era più questo, la mia casa era oltre il Portale, e lui lo avrebbe capito.
Mi bastava sapere che era vivo.
Quando pensai di aver sistemato tutto, di aver impartito assieme ad Al una lezione abbastanza sonora a quella donna che tanto potere bramava da un'utopica Shambala dopo averla fatta ragionare, dopo aver sentito sulla mia pelle quanto in realtà odiasse quel mondo così...bello, quando lei stessa, nella sua follia, si rese conto che era inutile andare avanti, me ne andai.
"...Acciaio?"
Un battito di mani, l'ala di quel bizzarro aereo che si divideva in due ad un'altezza vertiginosa, un bagliore blu, come non accadeva da tempo.
Dovevo tornare indietro, Alfons mi aspettava a casa.
"Niisan..? - e probabilmente anche lui realizzò - Niisan!"
Lo vidi correre verso di me, il colonnello che lo teneva stretto per non fargli commettere qualche assurdità.
Come ad esempio saltare dalla mia parte.
"Con questo materiale - feci, abbozzando un sorriso - Dovreste riuscire a tornare indietro senza problemi..."
E vedevo i suoi occhi riempirsi rapidamente di lacrime, la bocca tremante, come se volesse gridare ma tentava di trattenersi con tutte le sue forze.
No, non avrebbe capito.
"Dove stai andando?"
"Faccio tornare tutte queste persone al di là del Portale..."
"Non devi tornare indietro anche tu!"
Lo vidi azzardare un passo in avanti, combattere per liberarsi dalla stretta di Mustang che sapevo non avrebbe mollato.
"E' necessario che distrugga il Portale. Al, tu distruggilo da questa parte, così il passaggio non verrà più aperto..."
E nessuno dovrà più pagare con la vita per i nostri errori.
Mi voltai, pronto a rientrare nel Portale, spingendo via dalla mente quel pensiero recondito che diceva "Porta almeno Alphonse con te", un altro che diceva "Che te ne importa del Portale? Sei a casa adesso!", o un altro che chiedeva "Vuoi abbandonare la tua utopia?"
Si, almeno credo.
"Cosa dirò a Winry?!"
Winry? Dille che per lei forse era meglio non vedermi, dille che non avrà più da affannarsi per riparare ogni singola parte del mio corpo, dille che non piangerà più per causa mia, dille che le ho voluto bene, anche se era una gran rompiscatole, dille...
"Ringraziala per questo." dissi alla fine, mettendo in mostra l'auto-mail.
E poi diedi loro le spalle, di nuovo, mordendomi il labbro sentendo Alphonse che mi chiamava, con quella voce tenera, con quella punta di disperazione che mi faceva domandare "Cosa diavolo stai facendo?"...
Scusa Al, non volevo farti stare ancora male, non volevo provocarti altre ferite, non volevo...
Non sarei mai dovuto tornare, non avrei mai dovuto riempire la testa di papà con le mie lamentele su quel mondo nuovo, non avrei dovuto raccontare ad Alfons quelli che per lui erano solo sogni, non avrei dovuto permettergli di lavorare come un mulo per far sì che...
Che quei sogni si avverassero.
Perché Alfons lo aveva capito quasi subito, che i miei non erano racconti di fantasia, che i miei non erano viaggi mentali basati su qualcosa di non reale.
Perché Alfons mi amava, e voleva soltanto vedermi felice, al costo della sua, di felicità.
Me ne resi conto così tardi che mi maledii, mentre Reole si allontanava, mentre il resto del razzo rincontrava le braccine del Portale, mentre varcavo di nuovo la soglia di casa. Un impatto violento mi fece vacillare sulle mie gambe, mi appesi a qualcosa di ormai indefinito per non perdere l'equilibrio.
Avevo sentito un gemito sommesso, nel momento in cui il velivolo toccò terra, ma pensando che fosse soltanto un rimbombo nell'aria, o meglio ancora una voce nella mia testa, non ci badai più di tanto.
Che errore.
Zompettando tra i rottami, facendo attenzione a non inciampare e seguendo un sinistro rumore di spari e la tiepida luce dell'esterno, finalmente uscii.
"...Ed?"
E vidi Noah, vidi gli ufficiali, il professore.
E vidi lui.
Non era possibile, non poteva essere vero. La vista del sangue, il suo viso pallido, gli occhi chiusi...
Volevo gridare. Volevo scuoterlo finché non si sarebbe svegliato.
Volevo morire.
"Perché sei tornato?"
...Bella domanda, davvero.
"Perché...non lo so neanche io..."
"Perché devi chiudere il Portale da questa parte!"
La voce di Al, proveniente da un'armatura, penetrò nelle mie orecchie con una dolce violenza, ferendo una seconda volta il mio cuore.
...Li avevo persi tutti e due in un colpo solo.
Perché non ero rimasto lì?
Mi avvicinai all'armatura, chiamando il suo nome, pensando a voce alta che tra poco anche quel rimasuglio della sua anima se ne sarebbe andata via, e io non lo avrei sentito mai più.
Ma la testa di metallo che cadeva a terra, e la tua che prendeva il suo posto, l'oro dei tuoi capelli sporco di polvere, il nocciola dei tuoi occhi che mi sorrideva, giuro, mi hanno fatto fermare il cuore, per qualche secondo. Tu eri lì.
Pazzo. Come me, forse di più.
Poco importava, eri lì.
E in quel momento non ci pensai, non ci pensai che tu eri lì, e Alfons invece era morto perché due come voi, perché un riflesso e il suo originale non potevano stare nello stesso posto contemporaneamente. E quel pensiero mi venne in mente dopo, mentre Alfons veniva portato via dai medici, mentre Noah mi poggiava la mano sulla spalla e mi diceva, sconsolata, che ero stato io l'ultimo suo pensiero, che era morto felice, che era morto per me, perché così avrebbe voluto.
Perché sarebbe morto comunque, e lo sapeva, e lo sapevo anche io, che aveva la tubercolosi, che aveva provato a curarsi, ma aveva fallito miseramente.
Perché, anche Noah me lo disse, nel suo destino la sua morte era già stata segnata.
"Non devi fartene una colpa." mi disse.
Certo, facile. Per colpa del mio egoismo erano morte le persone che mi avevano aiutato a vivere in un posto che solo con loro avevo accettato come il mio mondo, e ovviamente, non me ne dovevo fare una colpa.
"Sapeva di avere poco tempo. - Continuava a parlare - Per questo ha lavorato tanto."
La voglia di lasciare una traccia dietro di sé, di lasciare un segno della sua esistenza, erano tutte fesserie. Lui voleva solo farmi tornare a casa, e non farmi pesare la cosa.
"Lui ti amava. Io...io ho visto."
Lo diceva a voce bassa, per non farsi sentire da un Alphonse che con occhi di bambino scrutava il nuovo mondo che lo aveva appena accolto, perché era sicuramente abbastanza traumatico essere stati strappati via da casa così di punto in bianco, figuriamoci sapere che il cadavere che era stato appena portato via era...il ragazzo di tuo fratello.
"Hai...visto?"
Dunque lei è andata a ficcare il naso negli affari nostri, così, senza permesso e sapeva tutto ma non mi aveva detto nulla?
Dio, qualcuno mi svegli.
Lei deglutì sonoramente, scansando il volto, guardando a terra e sentendosi miseramente in colpa.
Almeno credo.
Guardando all'alto soffitto, mi sforzai di non piangere e senza dirle una parola, andai da Alphonse, lo presi per un braccio, e mormorai:
"Andiamo a casa."