Reverse Mirror
Quando lo incontrai, in Romania, cadeva la neve.
Era una fredda giornata di Gennaio, il cielo quasi bianco sovrastava
probabilmente tutta la Transilvania, sicuramente Klausenburg (nome
tedesco per Cluj-Napoca,), dove mi trovavo in quel momento.
Cosa mi aveva portato ad arrivare da Monaco a Klausenburg probabilmente
era qualcosa di insensato, giacché è insensato lo
scredito dato all'alchimia da questa parte del portale, e il fatto in
se che non possa essere utilizzata in alcun modo.
Papà ogni tanto si divertiva a raccontarmi le cose di questo
mondo, quali fossero le differenze e le somiglianze tra Amestris e
l'Europa, che ormai era diventato a tutti gli effetti il mio
continente, la mia casa.
Quando arrivai in questo mondo, poco più di un anno fa, mi
ritrovai in una città chiamata Londra. La ricordavo, seppur
vagamente.
Era la stessa città dove capitai la prima volta che
oltrepassai il portale, per colpa di Envy. Quella volta, ero rimasto
colpito da...come aveva detto si chiamavano? Ah, si, dirigibili.
Zeppelin.
Ad Amestris non esisteva nulla in grado di volare, anche se
probabilmente qualcuno ci stava lavorando.
Se noi eravamo avanzati dal punto di vista scientifico, loro lo erano
probabilmente per la tecnologia.
Quando Hohenheim mi ritrovò, stupito del fatto che fossi
ancora vivo, e che come lui avevo oltrepassato il Portale non solo con
l'anima, ma con tutto il corpo, in qualche modo mi sentii sollevato.
Non ero solo.
Non completamente.
Cominciai a fargli domande su domande, come un bambino che vede
qualcosa per la prima volta e chiede alla mamma:
"Che cosa è quello?"
In realtà, molte cose che c'erano qua, c'erano anche ad
Amestris.
Le automobili, i treni, i telefoni...
Tuttavia, non c'era niente che potesse farmi tornare indietro. Non
apparentemente.
I primi tempi non ci pensai più di tanto, preso dallo
sconforto. Ma poi, in un giorno in cui Hohenheim decise di farmi fare
un tour in treno della Gran Bretagna, vidi uno di quei grandi...palloni
ovali in grandi capannoni, e la domanda sorse spontanea.
"...Che cosa è quello?" chiesi, puntando il dito sul vetro.
Sentii la risata sommessa di Hohenheim, che mi si avvicinò,
cingendomi la vita.
"Quello... - disse, imitando il mio gesto - è uno Zeppelin."
"Un...cosa?"
Rise di nuovo, e io sentii un leggero calore appropriarsi delle mie
guance.
Che diavolo, non è colpa mia se sono finito qua e se tutto
è così...così...
Strano, ecco.
"Uno Zeppelin. E' un'aeronave. Li costruivano in Germania, ma dopo la
Guerra si sono diffusi un po' dappertutto."
"Aeronave...Vola?"
"Perché me lo chiedi? Lo hai visto coi tuoi occhi, no?"
"...Come fa a volare?"
"Sono pieni di idrogeno. Essendo più leggero dell'aria che
c'é nell'atmosfera, non ha molte difficoltà a
librarsi nel cielo. In più è dotato di diversi
motori alternativi a combustione interna, che permettono al dirigibile
di essere manovrato."
"...Magnifico...Quanto fanno?"
"Abbastanza per permettere loro di bombardare città e
uccidere persone..."
Lo guardai in volto, il profilo ben disegnato, le labbra piegate in un
sorriso amaro. Effettivamente, per quei pochi minuti in cui ero
presente, lo spettacolo non era stato dei migliori.
Oserei dire che fosse...apocalittico.
Quel giorno decisi di piantarla là con l'argomento aeronavi,
ma in cuore sentivo come un lieve formicolio, qualcosa di viscerale,
qualcosa che accese una piccola speranza.
Qualcosa che riportò alla mia mente gli ultimi giorni ad
Amestris.
Qualche tempo dopo quella chiacchierata, e credetemi, non ce ne furono
molte altre dopo, il telefono squillò.
Io e papà abitavamo in un modesto monolocale poco lontano
dal centro di Londra, in un posto abbastanza tranquillo da far giungere
alle nostre orecchi i rintocchi del Big Ben.
Eravamo costretti a dormire in un letto matrimoniale, ma alla lunga ci
feci l'abitudine. Anzi, era abbastanza gradevole avere qualcuno
affianco durante la notte, nonostante tutto.
E poi, c'era sempre silenzio.
Quando quel trillo fastidioso invase l'aria, quasi mi prese un colpo.
Vivevo in questo mondo da poco più di tre mesi, e non avevo
mai sentito parlare Hohenheim di amici, conoscenti o chissà
cosa.
Per questo mi stupii quando, quella mattina, corse al telefono,
sorridendo.
Non parlavano inglese, né qualche altra lingua che fossi in
grado di capire. Credo fosse tedesco, a giudicare dalla sfilza di "ja"
che pronunciava lui, sorridendo e prendendo appunti.
"Jawohl, um 17 Uhr. Danke schön, chuß."
E chiuse.
Deciso più che mai a farmi gli affari suoi, spinto da una
curiosità cavalcante, poggiai il quotidiano, alzai il sedere
dalla poltrona e mi avvicinai, mentre lui sorrideva, soddisfatto.
"Chi era?"
"Ed, ti interessa andare in cielo?"
"...Come scusa?"
"Ma come! Sembravi così emozionato quando parlavo dello
Zeppelin, che pensavo ti sarebbe piaciuto provare l'esperienza del
volo!"
Quando cominciò a spiegarmi chi era stato a chiamarlo, che
dovessimo andare in Germania, e che avevamo la possibilità
di prendere l'aereo anziché una scomoda e lentissima nave,
allora capii l'entusiasmo che sprigionava.
Se ci penso adesso, probabilmente era più felice del fatto
che potesse portarmi su un aereo, che non per essere stato convocato a
Monaco per incontrare Hans Qualcosachenoncapivo, della Thule Society.
Come dire, due piccioni con una fava.
Fatto sta che, di li a pochi giorni, mi ritrovai a viaggiare a svariate
migliaia di piedi sopra il globo terrestre, in un veicolo di cui avevo
una paura folle ma dal quale ero inesorabilmente attratto. A guardarlo
da fuori, prima di salire, sembrava tutto fuorché affidabile
ma, a parte un "leggero" frastuono dato dai motori, per di
più posti sotto di noi, il viaggio fu abbastanza tranquillo.
Dato che la prospettiva di vivere in un posto diverso, in una casa un
poco più grande, a contatto con qualcuno che si
occupava...dell'occulto, perché non saprei trovare termine
migliore, era decisamente allettante, ci portammo dietro tutto
ciò che ci era indispensabile, e durante il volo decidemmo
di trasferirci permanentemente a Monaco.
Hohenheim venne accolto calorosamente, io preferii stare dietro di lui,
nascosto dalla sua ombra, a meditare su qualcosa che lentamente
prendeva forma nel mio cervello, nella mia testa.
Qualcosa di tremendamente assurdo, ma che in quel momento, a pensarci
mi scaldava il cuore.
...Ad ogni modo, sto divagando.
Appena giunti a Monaco, cominciai a condividere sempre meno tempo con
mio padre. Ogni giorno, per almeno tre ore che spesso e volentieri
diventavano sei, si recava in una chiesa, pregato di assistere a dei
riti da lui definiti "quasi religiosi".
Avrei capito cosa intendeva solo più avanti.
Comunque, per farsi perdonare dell'assenza, tornava sempre a casa con
libri e riviste che parlavano di aeronautica, o di qualunque cosa ad
esso collegata. Mi piaceva questo essere riempito di attenzioni, lo
ammetto. Grazie a lui imparai davvero tante cose di quel mondo, e in
così poco tempo per giunta, che non posso non essergliene
grato. Oltretutto, mi fece dare delle lezioni di tedesco, il minimo
indispensabile per sopravvivere, almeno per i primi tempi.
Perché era sicuro che l'avrei imparato in fretta, senza
metterci quei cento anni che invece aveva impiegato lui.
"Io vado."
A stasera.
"Sono a casa!"
Bentornato.
Alla fine, vivendo con lui mi era sembrato di aver recuperato parte del
tempo perso. Ero abituato ad averlo affianco, così abituato
che quando ero solo, sentivo l'angoscia cavalcarmi in petto,
un'insistente voce nella testa che mi ricordava che questa era la mia
nuova vita, una vita che non avevo voluto, ma che ero costretto a
tenermi, perché solo questa avevo.
Credo di aver pianto diverse volte in sua assenza, non ricordo con
precisione. Perché quando lui non c'era, ero di nuovo solo,
e sentivo la mancanza di Alphonse, di Winry, di zia Pinako, della
maestra, del colonnello...di tutti.
Ma lui tornava sempre a casa, con quel sorriso da padre affabile che
non era mai stato in diciassette anni.
E scacciava via per un po' tutto il dolore che avevo dentro.
Quando tornava tardi, passavamo le nottate a guardare fuori dalla
finestra, ad ammirare quel piccolo fazzoletto di cielo che ci era
concesso vedere dal nostro appartamento.
Era stato proprio in uno di quei giorni che tutte le sensazioni, le
emozioni e le strane congetture che affioravano alla mia mente ogni
volta che si nominasse la parola volare, presero forma concreta, e mi
portarono a pensare che forse, ciò che pensavo non era
totalmente assurdo.
Una sola parola.
Spazio.
*
Un giorno, mi trovò intento a fare le valigie.
Era un giorno di inverno, il calendario segnava 15 gennaio 1921.
Tornava dalla sua solita riunione alla Thule, non che avessi mai capito
cosa succedesse dietro quelle mura, e mi guardò, sbigottito.
"Che succede, Edward?"
"Guarda" gli dissi, mostrandogli una cartella che tenevo in mano.
Osservai i suoi occhi scorrere su quelle poche righe appuntate,
leggendo a voce alta "Razzi a carburante Liquido".
"...Goddard?"
"E' nordamericano. Ma ci sono alcune persone che stanno effettuando
degli studi sullo stesso argomento, in Transilvania."
Andò a sedersi sul divano, pronunciando con una punta di
ironia:
"Mh, chi? Dracula?"
"Oberth. Ma sembra sia ancora uno studente. Vado a conoscerlo."
"Capisco ma...perché?"
Sentii la sua voce leggermente incrinata, un po' stupita, un po'
sconvolta, un po' rassegnata.
"Pensa che un giorno l'uomo sarà capace di arrivare alle
stelle usando dei razzi. Andando nello spazio, forse potrei avvicinarmi
un poco di più al mio mondo. Potrei trovare qualcosa di
più, andando là."
"Perché non ne parli con Einstein?"
"Non mi fido di quello..."
Sospirò, non osai guardarlo. Probabilmente se l'avessi
fatto, mi sarei sentito troppo triste per lasciarlo solo, anche se lui
in realtà solo non era. Aveva la Thule, dopotutto.
"Dato che non puoi ad usare l'alchimia, ci provi con le macchine?"
Io, a parte te non ho nulla.
Perché non posso avere tutti e due?
Corrucciai la fronte, e cominciai a spiegargli perché volevo
con tanta voglia tornare indietro.
Dovevo sapere assolutamente se Al era tornato. Se il mio sacrificio era
stato vano o era servito a permettere ad Amestris di vedere ancora il
sorriso del mio fratellino.
Perché quando quel giorno riaprii gli occhi, io non ero
più là. Ero già qua, senza di lui.
Io neanche dovevo esserci, perché al Portale avevo offerto
la mia vita, in cambio della sua.
"Niente è perfetto. - Mi disse. - D'altronde, anche questo
mondo è imperfetto."
Si alzò, venendomi affianco e guardandomi per qualche
istante, come ad imprimersi la mia immagine nel suo volto prima di
vedermi sparire. Poi mi diede una mano a finire la valigia, e mi
accompagnò alla porta.
Feci due passi, allontanandomi dall'ingresso. E guardai in basso,
sorridendo.
"Volevo sacrificare la mia vita per effettuare su Al la trasmutazione
umana. Nonostante tutto, sono ancora vivo. Alla fine, o ho guadagnato
qualcosa senza dare nulla in cambio...O Al..."
"Ed - mi interruppe. - Voi due avete viaggiato. - E non riuscii ad
evitare di incrociare uno sguardo gemello, quasi impaziente di sentire
ciò che aveva da dirmi, sicuro che mi avrebbe rincuorato -
Avete conosciuto tanta gente...visto tante cose. Avete sofferto, avete
vissuto così tante esperienze...Non credi che sia questo, il
vostro scambio equivalente?"
L'unica cosa che riuscii a fare in quel momento fu sorridergli. Ma sono
sicuro che in cuor suo avesse sentito sussurrare un mio grazie,
papà.
E così, valigia dietro, salii sul primo treno per
Klausenburg, sperando di avvicinarmi un po' di più a quelle
che fino a quel momento erano solo fantasticherie.
*
E ritorniamo al principio.
Nonostante fossi deciso ad incontrare questo Oberth, non avevo
programmato di stare via per più di tre settimane.
Appena messo piede in Romania, mi pentii di non essermi vestito in
maniera adatta al clima, ma in fondo cosa ne sapevo?
Era tutto nuovo per me.
La prima cosa che feci fu di cercare un hotel, alla fine optai per un
ostello, il primo che mi capitò a tiro.
Per fortuna non ero schizzinoso.
Quando mi avvicinai al bancone, e la donna mi disse buon pomeriggio in
una lingua a me incomprensibile, sbiascicando due parole di tedesco
ringraziai papà per quelle lezioni. L'anziana
ricambiò quelle due parole con un sorriso gentile, un
leggero inchino e la chiave di una stanza.
Feci per tirar fuori il portafoglio, quando la sua mano rugosa si
posò sulla mia.
"Non ti preoccupare - mi disse - C'é tempo."
E non potei fare altro che ringraziare e portare il mio sedere
congelato nella mia nuova abitazione temporanea.
Come se fosse un inutile sacco della spazzatura, infierii sulla mia
valigia buttandola a terra, vicino a una sedia piantata lì
per caso, e mi buttai di peso sul letto, annusando a pieni polmoni
l'odore di lenzuola pulite.
Ora che ero arrivato a Klausenburg...cosa dovevo fare?
L'indomani mattina dovevo assolutamente procurarmi, per lo meno, la
cartina della città. Cercare una biblioteca,
un'università, un centro di ricerca e chiedere informazioni
su quell'uomo.
...Dio, in quel momento speravo di non aver fatto una stronzata.
Mi misi sulle ginocchia, contemplando il cielo scuro fuori dalla
finestra. La notte, a quando pare, calava decisamente presto da queste
parti. Forse il buio, forse l'ora, fatto sta che il mio stomaco si
mise, in maniera discreta, a brontolare.
"Fame, eh?" dissi a me stesso, sorridendo, e decisi che, in fondo,
avevo tutto il tempo per poltrire su quel letto quando sarei tornato da
una cena che ancora dovevo consumare.
Mi lasciai cadere seduto sul letto, per poi alzarmi sulle mie gambe,
stiracchiarmi, e uscire da quella stanza che mi aveva accolto per poche
manciate di minuti.
Chiusi la porta a chiave, non che avessi chissà cosa da
farmi rubare, ma mai dire mai.
Percorsi il corridoio e con un cenno della testa salutai la vecchia
signora, che in cambio mi donò un tiepido sorriso, poi,
stretto nel mio cappotto, misi piede fuori, di nuovo.
A dire la verità, non avevo la più pallida idea
di dove andare, così seguii senza pensare i cartelli che
portavano al centro della città, individuando dei punti da
memorizzare in caso il mio senso dell'orientamento al ritorno decidesse
di optare per una vacanza.
Camminai per svariati minuti in mezzo alla folla, coppie di fidanzati o
famiglie che portavano i loro bambini a fare una passeggiata in centro,
mentre l'orologio comunale batteva le nove e mezza.
Finalmente raggiunsi quello che sembrava il centro, e senza pensarci
più di tanto, mi imbucai nella prima trattoria alla mano.
Era un locale decisamente rustico. Una ventina di tavoli, non di
più a giudicare dalla stanza, erano disposti ordinatamente
in due file, ed erano occupati per di più da rumeni.
Giacché non capivo una parola di quel che dicevano.
Mi fermai un attimo ad ammirare quel locale, poi un ragazzo mi si
avvicinò e mi fece cenno di seguirlo, per portarmi ad un
tavolo.
Quando mi accomodai, lui si piantò davanti a me, guardando
un punto sopra la mia testa. Comportamento decisamente bizzarro pensai,
alzando un sopracciglio.
Presi mano al menù, e dato che non avevo la più
pallida idea di cosa potesse esserci scritto sulla carta, scelsi un
piatto alla cieca: chiusi gli occhi e puntai il dito andando a caso,
riaprii gli occhi e, sorridendo imbarazzato, indicai la pietanza.
Il ragazzo si inchinò, memorizzando cosa il mio dito
indicava, poi con un cenno della testa, scrisse rapidamente qualcosa
sul suo taccuino e si allontanò con passo frettoloso.
Puntellai quindi un gomito sul tavolo, osservando la sua schiena
scomparire dietro un bancone pieno di gente un po' brilla, e sospirai.
Sinceramente, mi sentivo un po'...un pesce fuor d'acqua.
Eppure, non ero estraneo ai viaggi. Questa volta però, ero
peggio di un uomo in terra straniera.
Ero uno straniero in terra straniera, ovunque andassi. Un pensiero un
po' contorto, ma non riuscivo a trovare qualcosa di diverso per
descrivere la mia situazione. Avevo una casa fatta di mattoni e
cemento, una cosa che ad Amestris mi mancava, questo è vero.
Ma lì avevo conosciuto tanta gente, avevo una persona su cui
contare, e di cui neanche sapevo se era viva, o se era scomparsa dalla
faccia della terra.
Avevo Winry, avevo la maestra, avevo...Si, avevo la tomba della mamma
dove andare quando ero triste.
Ma qua, a parte Hohenheim, non mi rimaneva nient'altro altro che un
pugno di polvere. Probabilmente uno dei motivi per cui mi recai in
Romania fu un po' di ricreare l'atmosfera che c'era quando io e Al
viaggiavamo per il continente alla ricerca della pietra filosofale.
Invece ora ero solo. E l'unico motivo per il quale ero stato
così avventato da lasciare la mia casa, fu proprio per poter
tornare da mio fratello.
Sospirando presi fra le mani la forchetta, infilandola tra indice e
medio e cominciando a giocarci, giusto per passare il tempo. Rimasi
incantato ad osservare il manico argenteo che rifletteva la debole luce
delle lampade al muro per qualche istante, mentre lo stomaco reclamava
cibo.
"Ho fame..." sbottai, battendo un piede sul pavimento. Portai la
forchetta alla bocca, prendendo il manico coi denti e poggiando la
testa sulle mani, guardandomi attorno.
...Quasi non mi andò di traverso la saliva.
Stava salutando un gruppo di ragazzi chiaramente non della zona con un
"aufwiedersehen" piuttosto allegro, accompagnato dalla mano destra che
si agitava nell'aria. Quando si voltò, il suo sguardo si
posò sulla mia figura, il mio sulla sua.
Non era possibile.
Papà mi aveva detto della possibilità che avrei
potuto trovare, durante la mia permanenza in questa parte del portale,
qualcuno...così. Ma non pensavo potesse accadere sul serio.
"Questo è un mondo parallelo. Probabilmente, forse
più spesso di quanto tu possa immaginare, incontrerai
qualcuno...simile a persone che già conosci. Qualche minima
differenza li distingue, ma per il resto, nome compreso, sono l'esatta
fotocopia della nostra gente."
Per quanto volessi staccargli gli occhi di dosso, non ci riuscivo, ero
come un pezzo di ferro attratto da una calamita.
Capelli di un biondo chiaro e iridi color del cielo erano l'unica cosa
che lo rendevano diverso, ma quando uno di quei ragazzi da cui si era
appena allontanato lo aveva chiamato per nome, un brivido lungo la
schiena diede forma e ordine alla confusione mentale che avevo in testa.
Alphonse.
La forchetta scivolò dalla bocca, cadendo sulle gambe e
ridestandomi dall'incanto, proprio nel momento in cui lui apriva la
porta e usciva dal locale.
"Ahia..."
Chinai la testa, stordito dalla visione, e recuperai la posata,
rimettendola al suo posto. Quando risollevai lo sguardo, la porta si
chiuse con un leggero rumore e lui sparì.
Al posto della sua figura, il cameriere era tornato con in mano la
pietanza che la fortuna aveva deciso di assegnarmi, poggiandola davanti
a me e guardandomi in modo strano, probabilmente perché
avevo la forchetta tra le dita.
Forse lo aveva interpretato come un gesto di impazienza,
chissà.
Con un cenno del capo, mormorai grazie, sperando di essere capito, e
lui annuendo si allontanò, lasciandomi solo con quel piatto
fumante, dall'odore gradevole, ma dall'aspetto...Orribile?
"Avrei dovuto arricchire un po' il mio vocabolario prima di venire..."
dissi a me stesso, impugnando per bene la posata e affondandola nella
carne bollita di chissà quale essere vivente.
Passai la mezz'ora successiva a masticare quel cibo un po' troppo
cotto, tentando di dedicare la vista a qualcosa di più bello
da vedere e pensando a quella immagine che mi si era parata davanti
agli occhi poco prima.
...Se fossi riuscito a riportarlo nel suo corpo, Al ora sarebbe
così?
A prescindere dal colore degli occhi e dei capelli...Sarebbe diventato
come quel ragazzo?
Era una cosa così impensabile, eppure...
Non ero mai stato una persona irrazionale, quando Hohenheim mi aveva
detto di quella possibilità, io non volevo crederci,
perché era impensabile, impossibile.
Eppure, avrei dovuto smettere d essere razionale nel momento stesso in
cui avevo messo piede in questo mondo.
Perché quello ERA Alphonse, non c'erano dubbi. Era la sua
fotocopia vivente.
Sospirando, poggiai la forchetta sul tavolo e, lasciando qualche Leu
sul tavolo, me ne andai.
Mi fece uno strano effetto, uscire di nuovo fuori. Nonostante fosse
passata soltanto un'ora, l'aria era decisamente più pungente
e desolante. In strada non c'era più nessuno, se non qualche
gruppetto isolato qua e la nei vicoli più bui.
Pensai che fosse il caso di muovermi con rapidità verso
l'ostello per evitare uno, di prendermi un malanno, due, di fare
pessimi incontri.
Sfortunatamente, qualche lampione spento davanti a me e le risate per
niente discrete di un gruppo di vandali poco lontani mi fece capire che
non sarebbe stata cosa facile, tornare indietro.
Diedi le spalle a quel triste spettacolo, e mi incamminai, cercando di
individuare i punti focalizzati poco prima.
...L'indomani sarei venuto prima, senza ombra di dubbio.
Afferrai i lembi della giacca, tirando un po' le maniche e avvolgendomi
in uno pseudo abbraccio, mentre l'aria gelida si infiltrava nei miei
tessuti, avvolgeva i polmoni ed ogni cosa che potesse raggiungere.
Feci qualche passo frettoloso, passando sotto uno dei lampioni che
lentamente stava prendendo a fare il suo lavoro, sentendo l'ansia
cavalcante nel petto.
Non mi piaceva quel posto, non a quell'ora, non da solo.
Voltai ad un incrocio, secondo quanto ricordavo in una decina di minuti
sarei arrivato all'ostello, poi avrei fatto una bella doccia e mi sarei
co...
"Biondina!"
...Come?
Arrestai il passo, rimanendo immobile per qualche istante.
All'inizio non seppi se esultare per aver sentito qualche parola in
tedesco dopo tanto vociare rumeno, o se alterarmi per l'utilizzo del
femminile.
Pensando che sia l'uno sia l'altro erano dei motivi tutto
fuorché validi per scatenare una qualsiasi mia reazione,
ripresi a camminare, ignorando l'appellativo.
Ma subito mi accorsi che la cosa sarebbe stata facile tanto
più a dirsi che a farsi.
"Ehi, non fare tanto la superba, hinterladerhure*!" sentii trafiggermi
le orecchie, mentre una mano grande almeno il doppio della mia
afferrava il mio vero braccio, stringendolo con premura, come se non
volesse vedermi scappare.
Cosa che avrei fatto volentieri.
Mi costrinse a voltarmi con uno strattone, e subito le mie narici
furono invase da un pesante odore di alchool, che rimescolò
nel mio stomaco quel poco che avevo mangiato in quella strana trattoria.
"Che diavolo..!"
"Ma lo sai che sei...proprio carino..."
Strinse più forte il braccio, costringendomi con la sua mole
a retrocedere di qualche passo. Nonostante il cappotto, quando la mia
schiena aderì alla parete potei benissimo percepire il gelo
che emanava.
O forse erano brividi di paura, non so.
Se avessi avuto i miei auto-mail, avrei potuto stenderlo con un pugno e
scappare il più velocemente possibile ma...Dio, questa
protesi non aveva nulla a che vedere con la mia vecchia ferraglia.
"Lasciami...stare!" dissi, tentando di tenere a bada la paura, cercando
di fargli mollare la presa. Ma sembrava così inutile...
Con un colpo secco, sbatté la mia mano contro il muro,
mentre il suo viso si avvicinò pericolosamente al mio.
Aveva lo sguardo perso nella follia.
Deglutii mentre la sua mano prendeva il collo della mia camicia, lo
spingeva verso il basso e accarezzava la pelle con indice e medio.
"Hai proprio una bella pelle sai...sarai proprio un bel passatempo..."
Sostituì le labbra alle dita, e mi sentii morire. Strinsi
gli occhi con forza, pensando intensamente "Questo è solo un
sogno, un sogno, adesso apro gli occhi e mi sveglio".
Inutilmente. Con il braccio meccanico tentai di allontanare
quell'ammasso di grasso dal mio corpo, ma era talmente peso su di me
che probabilmente non si accorse neanche del tentativo.
Sentire la sua saliva colare lungo il mio collo, la sua lingua
percorrere tutta la lunghezza, era una sensazione ancora più
terribile dell'essere ucciso dal tuo peggior nemico.
Quando tentai di scansarlo con tutto il mio corpo, lui diede una spinta
maggiore con il suo petto, e mi rispedì indietro con
violenza.
"No...Non è ancora ora di andare a casa, dolcezza..." mi
disse all'orecchio.
Sentii i suoi denti molestare lentamente il lobo, la sua lingua
sfiorarne il bordo, la sua mano che lasciava il mio braccio intirizzito
per andare sotto il cappotto, sfilare la camicia dai pantaloni,
sfiorare la pelle tremante.
Dio, che diavolo stavo lasciandogli fare?
Mi agitai, terrorizzato, non volevo che andasse avanti con quello che
stava facendo, non...
Quando avevo cominciato a piangere?
Il suo corpo intriso di puzza di sudore aderì al mio, potevo
sentire la sua gamba farsi spazio tra le mie, muoversi lentamente,
strusciarsi contro il mio basso ventre.
La mia testa ciondolò in avanti, il naso a pochi centimetri
da quel cappotto di pelle scura, e cominciai a morderlo, sperando di
fargli male.
Ma probabilmente, l'alchool aveva sortito il lui lo stesso effetto di
un narcotico, o di un anestetico, giacché non ottenni
l'effetto desiderato. Anzi.
Lui posò quasi gentilmente la mano sulla mia testa,
sciogliendo la coda e passando le dita tra i capelli, mentre l'altra
giocava tranquilla sul mio petto.
"Non ti conviene ribellarti, potrebbe finire male, sai?" fece, dandomi
un bacio sulla guancia che scese nel collo, prendendo poi la carne tra
i denti, mordendo un poco, succhiando.
Deglutii sonoramente, lasciando sfuggire un gemito di disperazione, le
lacrime che scivolavano via copiose dagli occhi.
Occhi che si spalancarono quando la mano di quell'essere
scivolò più in basso della cinta dei pantaloni.
"N...No..." mormorai, terrorizzato.
Non doveva, non doveva, NON-DOVEVA.
Tentai nuovamente di allontanando, riuscendo a fare qualche passo in
avanti, ma l'unica cosa che ottenni fu un pugno nello stomaco, e ancora
una volta l'incontro violento con la parete in mattoni. Mi accasciai
sulla sua gamba, mentre le mie orecchie percepivano il rumore della
cinta che si slacciava.
"Adesso ti stai agitando un po' troppo, hinterladerhure..."
Quando sentii le sue dita gelide farsi spazio tra i miei indumenti,
chiusi gli occhi, sentendo il cibo che andava su e giù per
lo stomaco per il terrore.
Qualcuno mi aiuti....
"A..."
La mano sinistra si poggiò sulla mia spalla, spingendomi con
poca delicatezza verso il muro.
Non volevo più sentire, né vedere.
"Fatti vedere in faccia..." ghignò quello, ma io voltai il
viso di lato, sentendo i miei capelli sfiorare la guancia, come a
volermi proteggere.
E quando il suo tocco si fece più pesante, non riuscii
più a stare zitto.
"ALPHONSEEE!!"
Un pesante spostamento d'aria, un tonfo sordo, e fui di nuovo padrone
del mio corpo. Caddi a terra, poggiando le mani al pavimento lercio e
cominciando a rimettere l'anima, mentre nelle mie orecchie entrava una
voce familiare, adirata, piena di parole di disprezzo per quell'uomo
schifoso.
"Che cosa volevi fare, eh Freidenrich!?" urlò, mentre
distinsi chiaramente il rumore di un pugno, e un corpo che cadeva a
terra, mugugnando di dolore.
Tossii diverse volte, nel tentativo di liberarmi di quell'orrido sapore
che aveva invaso la mia bocca e, ancora scosso, mi voltai per
verificare cosa realmente fosse successo.
Una sagoma alta, corti capelli biondi che riflettevano il pallore del
lampione, i pugni stretti davanti a una figura che prima mi
terrorizzava, e ora quasi mi faceva pena.
"Che cazzo vuoi t..."
Lo vidi chinarsi davanti a lui, prenderlo per il collo della giacca e
cominciare a scuoterlo.
"Che cosa credevi di fare, brutto schifoso? Lo sai che potrei farti
espellere dalla squadra per questo?! Prendi i piedi e vattene a casa,
ADESSO. Se non vuoi che chiami la polizia."
Lui lo guardò con uno sguardo vacuo, senza dire una parola,
poi afferrò le mani del ragazzo, allontanandole dal suo
corpo per poi mettersi in piedi.
Girai il viso verso il muro, respirando pesantemente, terrorizzato
all'idea di dover incrociare il suo sguardo ancora una volta. Poi,
improvvisamente, sentii un piacevole tepore coprirmi le spalle.
"E' tutto a posto? - mi disse, mentre avvolgeva gentilmente il mio
corpo col suo cappotto. - Ti ha fatto del male?"
Non gliene hai dato il tempo, pensai sorridendo.
"N-no...Grazie...sto..."
Istintivamente mi portai la mano alla bocca, cominciando a singhiozzare
come un bambino. Guardavo il marciapiede macchiarsi delle mie lacrime.
Era inutile, mi ero spaventato a morte.
"Sc...scusa...io..."
Lui poggiò il braccio sulla mia schiena curva, avvicinandomi
a se, lasciando scorrere l'altra mano sul mio braccio piantato in terra.
"Ehi...tranquillo, è tutto a posto..."
Tirai su col naso, sollevando il braccio da terra e stringendo la mano
attorno al suo. Mi ritrovai con la fronte poggiata sulla sua spalla, a
scaricare tutta la paura, la tristezza che avevo accumulato in
quell'anno, con un quasi sconosciuto.
Lui non disse una parola, si limitò a stringermi tra le sue
braccia, comprensivo.
Senza sapere che piangevo un po' per lo spavento, un po'
perché la sua esistenza. Perché non mi aspettavo
che sarebbe arrivato, che al mio richiamo, LUI si fosse presentato e mi
avesse salvato.
Lui che era un po' uno sconosciuto, un po' il fratello che avevo perso.
..Era così tranquillizzante.
Quando le lacrime poco dopo cominciarono a rallentare, sollevai il
viso, passando una mano davanti agli occhi e cacciandole via, una volta
per tutte.
"Grazie..." gli dissi, lo sguardo umido e un sorriso appena accennato.
Per tutta risposta lui ricambiò il gesto, dandomi una
leggera pacca sulla spalla.
"Va meglio?"
Deglutii per evitare di piangere ancora e annuii. Lentamente mi rimisi
in posizione eretta, aiutato dalla sua mano e mi sistemai i vestiti,
rabbrividendo al pensiero di quello che sarebbe potuto succedere se non
fosse venuto in mio aiuto.
"Decisamente..."
"Vuoi che ti riaccompagni al tuo alloggio?"
Senza pensare, un "si" scappò dalle mie labbra. Troppo
egoista per lasciarlo andare e farmi tornare da solo in quel posto. Lui
sorrise, capendo perfettamente e mettendosi al mio fianco, poi
prendemmo a camminare lungo la via silenziosa.
"Dove stai?"
"Un ostello poco lontano da qua...due traverse..."
"Oh, ma allora stai nel mio stesso ostello... - sorrise - Da quando sei
qua?"
"...Poche ore...Sono arrivato da Monaco nel tardo pomeriggio e..."
"Anche io sono di Monaco, sai? Sono qua con un gruppo di ricerca,
cerchiamo un modo per raggiungere le stelle coi razzi..."
Il mio passo si arrestò in maniera quasi autonoma.
Non poteva essere, non ci credevo. Avevo avuto davvero tutta questa
fortuna sfacciata?
"Lavori con Oberth?"
Anche il suo passo si fermò, e mi guardò, un po'
stupito, un po' divertito.
Evidentemente non ero l'unico a trovare la cosa bizzarra.
"Si..."
"Sono venuto per parlare con lui...la sua ricerca sui razzi mi
interessa parecchio..." dissi, grattandomi la testa.
"Oh, ma allora ti presenterò, domani mattina abbiamo una
riunione, sono sicuro che ti interesserà! E probabilmente...
- fece, riprendendo a camminare - Ti chiederà di entrare nel
team...sarebbe bello, no?"
"Dici sul serio?" gli risposi, correndo un poco per rimettermi in pari
col passo. Lui annuì sorridendo, e mi guardò.
"Certo! Abbiamo proprio bisogno di qualcuno che ci dia una mano..."
"Sarebbe fantastico...Ah! - Accidenti a me - Non mi sono presentato...
- Tesi la mano - Sono Edward Elric, piacere..."
...Aveva una mano così calda...
"Alfons Heiderich...Ma ho come l'impressione che tu lo sapessi
già..." disse, facendo l'occhiolino e ridacchiando.
"Eheh..."
Non sapevo cosa dire. Se gli avessi detto "In realtà io
vengo da un mondo parallelo e tu sei la fotocopia spiccicata di mio
fratello!"...beh, insomma, era chiaro che non mi avrebbe mai preso sul
serio.
Per lo meno, non adesso.
"Un giorno ti spiegherò." fu tutto quello che riuscii a
digli.
Credo che rimase sorpreso dalla mia risposta, perché mi
guardò, con gli occhi di chi si chiede cosa avrebbe dovuto
aspettarsi al momento del chiarimento. Forse perché era
convinto che si trattasse solo di una coincidenza.
Quando arrivammo all'ostello, l'anziana signora mi sorrise, come se
fosse contenta che avessi trovato compagnia, e mi diede la chiave.
Salimmo le scale, un leggero inchino, un grazie bisbigliato per non
disturbare nessuno, lo sguardo fisso sulla sua schiena
finché non entrò nella sua camera. E poi entrai
nella mia, chiusi con cura la porta a chiave, mi ci poggiai sopra.
E buttai fuori più aria di quanta ne avessi nei polmoni.
Ero a Klausenburg da neanche quattro ore, e ne erano già
successe di tutti i colori. Se papà lo avesse saputo,
sarebbe sicuramente andato fuori di testa, era diventato
così protettivo...
Azzardai qualche passo, avvicinandomi alla finestra e guardando verso
la strada, mentre sbottonavo con calma la giacca e la lasciavo
scivolare lentamente sulle braccia.
Ora che ero solo, era come se la stanchezza della giornata mi si fosse
riversata addosso tutta d'un colpo. Pochi secondi dopo, anche la
camicia si ricongiunse alla giacca sulla sedia, mentre il mio sedere
incontrava nuovamente il morbido materasso.
L'unica cosa che volevo era dormire, mandare via la stanchezza e
dimenticare quello che era successo.
...Quasi tutto, sorrisi.
Presi tra le dita le lenzuola, tirandole verso di me, e una volta tolti
scarpe e pantaloni, mi intrufolai nel letto, chiudendo gli occhi e
sperando di prendere sonno rapidamente.
Quanto poi odiai il fatto di essere riuscito a dormire all'istante, fu
cosa di poche ore dopo.
Quando spalancai gli occhi dall'orrore, sforzandomi di non urlare,
l'orologio sul comodino aveva appena scoccato le quattro.
Automaticamente mi misi a sedere, ansimando pesantemente.
Era come se avessi corso con tutte le mie forze per minuti che
sembravano ore.
Sollevai le ginocchia, portandole vicino alla fronte e...mi abbracciai,
sospirando. Non sarebbe stata una notte tranquilla.
Sfido io, chi sarebbe stato tranquillo dopo esser stato quasi
violentato da un ubriaco sconosciuto?
Ero riuscito a sentire la sua mano sul mio corpo, il suo fetore
nell'aria...Era così reale che avevo avuto davvero paura di
non riuscire a svegliarmi, che Alphonse...Alfons, non fosse venuto a
salvarmi, in realtà.
Tossii, sentendo l'aria mancare, poi mi sciolsi dall'abbraccio,
volgendo lo sguardo ad un cuscino sfatto dove non avrei posato
più la testa, almeno per quella notte.
"Dio..." mormorai.
Presi da terra i pantaloni, infilandomeli alla svelta, e recuperai la
camicia sulla sedia, infilandola senza abbottonarla.
Ero ancora così spaventato che non riuscivo a percepire il
gelo in quella stanza.
Non so cosa mi spinse a farlo, né sapevo se era davvero
ciò che volevo fare, ma i miei piedi si mossero da soli,
frettolosi, verso la porta, la mia mano afferrò la porta,
aprire, chiudere, ed essere fuori.
Semplicemente.
Mi guardai intorno più e più volte, pregando che
nessuno fosse stato disturbato da quel seppur minimo rumore, e quasi in
punta di piedi, per quanto silenziosa potesse essere la mia gamba
artificiale, cominciai a percorrere l'andito, per pochi metri che
sembravano chilometri.
Finché il mio cervello smise di andare per conto suo, e mi
fece fermare davanti ad una porta.
Quella porta, la SUA porta. Edward stai andando di matto. Come puoi
pensare che sia sveglio...e che sia disposto ad ascoltarti nel cuore
della notte?!
Pazzo.
Quando il mio braccio meccanico si alzò, cigolando, mi resi
conto che non era proprio il mio cervello che andava per conto suo.
Era più che altro una questione di...cuore.
Avevo trovato lui per pura grazia divina, ma ora non dovevo molestarlo
ogni cinque minuti per ogni problema come facevo con Al.
Perché lui non era mio fratello, era solo uno sconosciuto
che di me non sapeva nulla.
"...Che cosa ci faccio qua...?" mormorai, il mio pugno chiuso a pochi
centimetri dall'ebano della porta che ci separava.
Come potevo davvero pensare una cosa simile?
Sorridendo a me stesso, più per presa in giro che per altro,
arretrai di uno, due passi, e mi fermai ancora, a guardare quella
barriera.
Dovevo tornare in camera e mettermi a letto, altrochè.
Ripresi a camminare, stavolta verso la mia, di camera, pensando che per
lo meno tutto ciò era servito a farmi respirare un po' di
aria...gelida.
Ma d'un tratto, quando un dolce cigolio riempì l'aria, a cui
poi si sostituì una voce che tenera, paterna, sorrideva nel
vedere la mia schiena, il mondo si fermò, e quasi mi
sembrò di essere tornato indietro nel tempo, a quando non
riuscivo a dormire, e Al veniva vicino a me, si intrufolava nel mio
letto, e prendendomi la mano diceva "Va tutto bene."
"...Mi era sembrato di aver sentito un rumore...e ci avevo visto
giusto, eh?"
Mi voltai, imbarazzato, e la mia schiena si piegò, un
inchino carico di scuse.
"Non volevo svegliarti, ti prego di scusarmi..."
Aprì un poco di più la porta, raggiungendomi e
poggiandomi una mano sulla spalla. Lo vidi sussultare, probabilmente si
era reso conto che nel mio corpo c'era qualcosa che non andava.
"Smetti di scusarti, non è colpa tua,
tranquillo...è che ho il sonno leggero... -
ridacchiò - Che c'è?"
...Mi venne spontaneo, sorridergli. A quelle parole così
semplici, avevo sentito un'ondata di calore pervadere il petto, ed
andare sempre più in fondo. Il fatto che solo con uno
sguardo avesse capito che qualcosa non andava mi fece capire che, in
fondo, forse non era tanto diverso da mio fratello.
"...Mi fa sentire schifosamente in imbarazzo dirtelo ma...ho fatto un
brutto sogno, e non riuscivo a riaddormentarmi."
Schifoso, schifoso bugiardo, non ci hai neanche provato.
Rise di nuovo, senza schernire. Probabilmente avevo una faccia talmente
rossa da suscitare una, seppur discreta, ilarità.
"Vuoi camminare un po', prendere aria?"
"...Conciato così?? Mi prenderebbero per pazzo..."
"Non hai tutti i torti..." Era così tenero quando sorrideva.
Senza dire una parola poi, si avvicinò alla porta della sua
stanza, si fermò, e mi guardò.
"Vieni?"
...In fondo, era ciò per cui le mie gambe si erano mosse da
sole. Annuii, scusandomi per il disturbo ed entrando nella sua stanza.
Niente vestiti o cartacce per terra, il letto, nonostante fosse sfatto,
sembrava decisamente...impeccabile. D'altronde, prima non ci avevo
fatto caso, ma anche la sua figura, avvolta in un pigiama di un pallido
verde acqua, era la perfezione fatta a persona.
"Da quanto sei qua?"
"Poco più di una settimana..."
..Perché io ero là da solo otto ore e la mia
camera era più vicina all'apocalisse e lui in una settimana
riusciva a tenere ancora tutto perfettamente in ordine?!
Senza pensarci più di tanto, mi sedetti sul letto, passando
una mano tra le coperte calde.
"...Parlami un po' di te."
Sembrava una richiesta di aiuto, più che una cosa detta
tanto per conversare.
Ma lui lo fece.
Si sedette affianco a me, puntellò i gomiti sulle gambe,
strinse le mani, e cominciò a parlare.
Della sua infanzia felice, dei grandi prati dove usava passare le
giornate, delle passeggiate con sua madre per le strade di Heilbronn,
della sua passione per le stelle.
Della guerra che aveva portato via la sua figura materna, della fuga
verso Monaco, dell'abbandono di suo padre, ammaliato da una ragazza
più giovane.
A undici anni si era trovato da solo, in una città che non
conosceva, con fortunatamente un tetto sulla sua testa e due pasti
caldi al giorno, tradito nella fiducia dall'uomo che più
amava, bisognoso del calore di una madre.
Mi raccontò del suo incontro con Oberth, qualche anno
più grande di lui, un cuore grande come la Monaco che lo
aveva ospitato per anni per i suoi studi, a parer suo. Lo aveva aiutato
quando si era trovato in difficoltà, gli aveva dato un
lavoro, un modo per tirare avanti senza problemi. Lui la
definì una seconda nascita.
Perché dalla sofferenza, in un modo o nell'altro, era stato
ripagato. Aveva trovato un lavoro che andava di pari passo con la sua
passione, si era risollevato dalla polvere, a testa alta, ed era
riuscito a vedere nuovamente la luce di quando era bambino.
Era...così triste, e così bello che...
"Ehi, che fai, piangi?"
Risi, stupido, cancellando le tracce della commozione dal mio viso.
"S-Scusa..."
"Ma no, no..."
Era più piccolo di un anno, eppure mi faceva già
da fratello maggiore. Mi poggiò una mano sulla spalla,
passando l'indice sotto il mio occhio destro e sorridendo.
"Mi sono lasciato trasportare...è che...molte cose mi
sembra...di averle vissute in prima persona...Sai...Io vivevo con mia
madre...e mio fratello...mio padre sparì un giorno,
così, senza dire niente...mia madre si
ammalò...col tempo la malattia...se l'è portata
via...Ne abbiamo passate di tutti i colori...Quando lei è
morta è stato come precipitare nel vuoto...Ed era buffo
perché mio fratello era messo peggio di me...ed era l'unico
che mi dava la forza di andare avanti..."
Mi scompigliò i capelli, gentile, un sorriso dispiaciuto sul
volto.
Non era da me piangere, non due volte nello stesso giorno, almeno.
"Che tipo è, tuo fratello?"
Deglutii. Strinsi gli occhi, cacciando altre due lacrime, scuotendo
debolmente la testa. Non riuscivo, era troppo.
Lui parve capire, non insistette, mi disse "Non importa, me lo dirai
quando riuscirai" e mi passò la mano sulla spalla, come
aveva fatto quella sera, come a voler placare la paura, la confusione
che in quel momento mi dominava.
Dove trovai il coraggio per fare ciò che feci due secondi
più tardi, rimarrà per me sempre un mistero.
Chinai la testa leggermente, mentre le mie braccia avvolgevano il suo,
e lo stringevano forte per paura di vederlo scappare.
Scusa Alfons, scusa.
"A..Alfons..."
Mugugnò in assenso, sentivo il suo sguardo sulla mia testa.
"...Posso...posso stare con te...stanotte?"
Bravo, idiota, ora si prenderà paura e ti caccerà
via a calci nel sedere, e addio Alfons, addio Oberth, e addio Resembool.
"...Va bene, Edward."
...Cosa?
Sollevai di colpo lo sguardo, stupito da tanta gentilezza, dal suo
assecondarmi così premuroso. Mi accarezzò i
capelli, dolce, e mi sorrise.
"Se sei più tranquillo stando qua, rimani pure..."
Mi morsi il labbro, maledicendomi per approfittare così
della sua gentilezza, e lentamente sciolsi la stretta, annuendo.
E in poco tempo, ci ritrovammo nel letto, stretti per non cadere,
avvolti nella stessa calda coperta, io col braccio meccanico sul suo
fianco, e il mio cuore che batteva forte, impaurito nel timore che
quella cosa fredda su di lui potesse fargli senso.
Ma lui non sembrò turbato dalla cosa. Si
preoccupò solo di toccare i miei capelli, di sorridere, e di
infondermi un'innaturale senso di tranquillità.
Di protezione.
"Somigli...tanto al mio fratellino...Alfons..."
Se mai lui mi chiese chiarimenti, io non sentii mai la sua richiesta,
cullato dalla sua protezione, invocato dal mio Al che sulle colline di
Resembool agitava la mano sorridente, raggiante come era sempre stato.
*
Da quella notte, non ci fu giornata in cui io e Alfons Heiderich non
stessimo assieme.
Quella stessa mattina mi aveva presentato a Oberth e alla sua squadra,
tra cui riconobbi il Dolcetto di questo mondo, biondo
anziché...beh, quella chimera aveva un colore di capelli
indefinibile, ma sicuramente non era un colore chiaro. Mi avevano
accolto tutti con grande entusiasmo, io ero emozionato come un
bamboccio.
Probabilmente Alfons si era curato di raccontare al capo-gruppo quello
che era successo la sera prima, perché tra quelle persone
non vidi quella che mi aveva aggredito.
Meglio così.
I giorni passati a Klausenburg furono decisamente i migliori da quando
ero arrivato in Europa: Oberth si era dimostrata la persona affabile
che Alfons mi aveva descritto, grazie al loro aiuto ero riuscito ad
integrarmi perfettamente nel gruppo e a lavorare, mettere a frutto le
mie conoscenze per vedere realizzato un sogno che, a quella
realtà, sembrava lontano anni luce.
Avevo messo a mia disposizione le conoscenze che avevo sui minerali,
sugli elementi, sulla composizione della materia, e spesso ricevetti
lodi e complimenti, perché un ragazzo della mia
età sapeva fare davvero tante cose. Facevo progressi, mi
esaltavo, a volte venivo colto dalla tristezza per paura di non
riuscirci, per la paura di essermi aggrappato a un sogno irrealizzabile.
Ma avevo sempre una mano pronta a poggiarsi sulla mia spalla, un
sorriso a rincuorarmi pur essendo all'oscuro di tutto.
Facemmo innumerevoli esperimenti, vidi tanti razzi salire al cielo per
neanche sfiorare la termosfera, altri che esplosero vicini, altri che
non partirono, altri ancora che salirono in alto, in alto...e presto
finimmo le ricerche in Transilvania, e levate baracca e burattini,
tornammo a Monaco.
Era stato bello tornare a casa in compagnia. Volevo che papà
venisse messo al corrente di tutto quello che avevo scoperto, che avevo
imparato, volevo renderlo partecipe della mia felicità.
Ma quando varcai la porta di casa, con Alfons che gentilmente si era
offerto di accompagnarmi, un'ombra calò sul mio cuore.
Di nuovo.
"Papà, sono tornato... - Entrai in cucina... -
Papà? - ...in camera... - Papà!" In bagno.
Niente.
"Forse è ancora a lavoro..."
Non sentii le sue parole, in un primo momento. Ero talmente preso dal
pensiero che se ne fosse andato di nuovo, che l'idea che non fosse
soltanto fuori casa per gli affari suoi mi aveva assalito, senza
motivo, senza voglia di sparire.
Era come una tenaglia che stringeva sul cuore e voleva farlo esplodere.
Quando quelle parole giunsero finalmente al mio cervello, mi voltai
verso di lui, deglutendo, e sforzandomi di sorridere.
"...H-Hai ragione...non ci avevo pensato..."
Ma passò un'ora, ne passarono due, cinque, si fece notte
fonda, e lui non tornò.
Quella notte, dissi ad Alfons che poteva dormire nel mio letto,
inventai che avevo una brandina nello sgabuzzino e che avrei dormito
la, e lui con riluttanza entrò in camera mia, e li rimase
per un po'.
Eravamo stanchi dal viaggio, e proprio non mi andava che dovesse farmi
da balia come era successo un mese prima, mi pareva quasi di sfruttarlo.
Ma lui arrivò, puntuale come un orologio, quando la vista si
offuscava, quando il freddo inverno penetrava nelle carni. Il leggero
peso di una coperta, un abbraccio da dietro le spalle, che avvolgeva,
riscaldava.
Quando mi cullava, mi sentivo piccolo. Quando non c'era, mi sentivo
solo.
Quando mi sorrideva, mi sentivo felice.
E traditore. Ma in quel momento non importava.
La notte era lì, a coprirci, la luna ci osservava
silenziosa, da quel giorno e fino alla fine.
*
Papà non tornò.
Quando chiesi informazioni a Glacier, lei disse di averlo visto uscire
un giorno, non ricordava con precisione quanto tempo fa, e che non era
più tornato a casa.
Lo avevo capito da quando avevo messo piede che non era là
da parecchio tempo. Lui non era tipo da lasciare la casa sporca per
giorni, e di polvere sul pavimento, sui mobili, se n'era depositata
parecchio.
Alfons trovò sistemazione in un appartamento di
proprietà della fioraia, da lei gentilmente concessogli
giacché inutilizzato, e mi propose di sistemarmi da lui
almeno finché mio padre non fosse tornato a casa. Sulle
prime rifiutai, perché mi sembrava davvero scortese gravare
sulle sue spalle.
Ma più di due notti non resistetti.
Era vero che stavo con lui quasi tutto il giorno, fin dalle prime luci
del mattino, ma era lavoro, era impegno, tempo piacevole si, ma non
quanto avrei voluto. E quando lui ogni giorno, per tre giorni, quando
l'orologio scoccava le sette, mi chiedeva se fossi davvero sicuro della
mia decisione, io mandavo giù un "No" grande come
l'Universo, e con un sì farfugliato, mi rifugiavo dentro
casa, chiudevo a chiave, levavo le protesi, e stavo come un vegetale
sul divano, a mandar giù qualche bicchierino e a
sgranocchiare cibo spazzatura.
Furono i giorni più lenti della mia vita, le notti
più buie.
E poi, come un bambino bisognoso di affetto, un malato bisognoso di
cure, presi coraggio aiutato dall'alchool, una coperta sottomano, uscii
di casa e corsi per le strade di Monaco, passando davanti al fioraio,
salendo le scale in tutta fretta, e battendo due pugni sulla porta, il
viso caldo, il cuore ormai fuori controllo, i capelli umidi.
Fuori pioveva, diluviava.
Tempo un minuto, la porta si aprì, e io non pensai
più, mi fiondai tra le sue braccia, mi nascosi sotto di lui,
lo strinsi forte.
Che ironia, più piccolo di me eppure più alto.
Non l'ho mai sopportato.
"Edward? - sbiascicò, sfiorandomi il viso, sentendo il
leggero odore di alchool - Dio..."
Lui indietreggiò, trascinandomi dentro la casa, chiudendo la
porta e portandomi a sedere. Si inginocchiò davanti a me,
preoccupato, chiamandomi più volte.
Ma io non rispondevo, non ci riuscivo, l'unica cosa che feci fu di
allargare le braccia, e chiedere tacitamente l'affetto che mi era
venuto a mancare in quelle ore.
E lui me lo diede, pronunciando il mio nome, quasi felice, triste. Era
tutto confuso, non lo ricordo.
...A dire la verità non ricordo molto di quella notte,
soltanto qualche frammento qua e la, lui che mi portava a letto,
rimboccava le coperte e si sedeva al mio capezzale, stando in religioso
silenzio, gli occhi puntati su di me, qualche sospiro e il mio nome,
mentre mi stringeva la mano.
Lo ripeté tante volte, quel giorno.
Prima di addormentarmi, mi diedi dell'imbecille per non aver accettato
da subito l'invito: mi sarei risparmiato la sensazione di rifiuto che
avevo addosso, e avrei risparmiato ad Alfons un colpo per avermi visto
in quelle condizioni.
Ad ogni modo, da quel giorno, rimasi li. Avevo capito che senza un
appiglio, non sarei andato tanto lontano.
Quando la mattina mi svegliai, il silenzio regnava sovrano, interrotto
dagli uccellini che, su davanzale, cantavano al sole sbucato poche ore
prima da dietro le nuvole.
Mi passai una mano sulla testa, sofferente. Non avevo mai retto bene
l'alchool, non avevo di che stupirmi se la testa mi doleva da morire.
Misi a fuoco la stanza,ricordando lentamente cosa fosse accaduto la
notte prima, mentre mi alzavo dal letto,barcollando verso la cucina.
Sul tavolo, un analgesico, la colazione e un foglietto.
Sono a lavoro, pensa a riposarti! Ci vediamo stasera, Al.
Oddio, il lavoro...
Spostai la sedia, accomodandomici, scartando la pastiglia
dall'involucro di carta e portandola alla bocca, aspettando che si
sciogliesse. Buttai giù un po' di acqua, per mandare via il
brutto sapore del medicinale, poi mangiai, e dopo essermi dato una
lavata, decisi di tornare a casa e prendere la mia roba per portarla
qua.
Sarebbe stato un trasloco definitivo?
Glacier fu davvero cara, mi aiutò a spostare tutto, a
portare su l'attrezzatura per la manutenzione delle protesi, e quella
decina di ricambi che papà aveva costruito per ogni
evenienza.
Che fosse stato nei suoi piani fin dall'inizio, sparire?
Scossi la testa, non volevo pensare cose negative, non adesso che le
cose, a parte quel piccolo neo, cominciavano a girare davvero bene.
Per ingannare il tempo, in cambio del favore aiutai quella donna nel
suo negozio, pranzai con lei, e al pomeriggio andai a comprare qualcosa
di buono per la cena per Al, perché sarebbe tornato
affamato, ne ero certo.
Mi sorprese, quella sera. Almeno quanto io sorpresi lui.
Non lo avevo mai fatto per nessuno, nemmeno per me stesso, ma lo
schizzo di cucinare qualcosa per qualcuno penetrò nella mia
mente e non se ne andò neanche quando iniziai a preparare il
tutto, a tagliare la carne, a mettere a bollire l'acqua. Ero
così immerso nelle mie azioni che quando lui
arrivò, io non me ne accorsi.
Me ne resi conto solo pochi minuti dopo, quando le sue mani si posarono
gentili sui miei occhi, e una voce poco abilmente camuffata mi disse:
"Cucù, indovina chi sono!"
Giuro, mi presi un colpo. Il coltello scivolò dalla mia
mano, andando a conficcarsi nella carne fresca, e io mi girai, lo
sguardo furioso.
"Ma dico, sei impazzito?! Potevo tagliarmi la mano! -...ma non
resistetti, scoppiai a ridere dopo manco due secondo - Bentornato a
casa, Al."
E ridemmo e scherzammo quella sera, mi raccontò i progressi
a lavoro, criticò il pessimo aspetto del cibo preparato, ma
ne apprezzò appieno il sapore.
E così, più o meno, le giornate andarono avanti
allo stesso modo, lavoro, cena, letto, qualche passeggiata per Monaco,
e poi, la giornata delle confessioni.
Si, perché dopo tempo avevo deciso di dirgli tutto,
perché lui si fidava di me, mi faceva vivere con lui
nonostante la nebbia che non gli permetteva di vedere oltre la mia
persona, nonostante fossi così orribilmente chiuso in me
stesso.
Quindi dovevo ricambiare.
Con fatica, gli avevo detto di Amestris, dell'alchimia, della mamma,
del mio braccio e della mia gamba, di Alphonse, della mia idea per
raggiungere l'altra parte di quel Portale maledetto.
Ma lui non capiva. Era una cosa troppo astratta, non provabile,
impensabile, inconcepibile.
E come dargli torto, come dirgli che non aveva ragione? Anche io mi
sarei ritrovato incredulo, se non lo avessi vissuto direttamente sulla
mia pelle.
Come convincerlo dell'esistenza di un portale che catalizzava le anime
dei morti di questo mondo, e le rilasciava sottoforma di risorsa
energetica per le reazioni alchemiche dall'"altra parte"?
Non poteva credermi, e non potevo biasimarlo.
"Ti rendi conto che è pura follia?"
Si, Alfons, così come per me è una follia questo
mondo.
"So che è assurdo, ma è così!
L'alchimia non è stata surclassata dalla fisica,
né dalla chimica, è una scienza a tutti gli
effetti! Le cose che io ho vissuto...le cose che ho provato...sono
tutte vere!"
Lui scosse la testa. Non voleva sentirne, non accettava qualcosa senza
averne la prova concreta.
Il mio corpo mutilato non era abbastanza per lui? Non era una prova
più che tangibile?
"Mi dispiace." era tutto quello che riuscì a dirmi.
Sbattei un piede a terra con violenza, e la protesi saltò,
lasciandomi inciampare sui miei stessi rottami. Lo vidi alzarsi dalla
sedia con la coda nell'occhio, pronto a darmi una mano, ma il mio palmo
aperto lo fermò, mentre con l'arto sano mi reggevo al muro,
mentre lo guardavo con gli occhi stanchi.
"...Vai al diavolo, Alfons..."
Sentii il mio nome morirgli in gola, la sedia spostarsi sotto il suo
peso.
E con fatica mi voltai, zoppicai verso la camera da letto, senza una
parola, senza un saluto. In verità, non sapevo cosa dire, in
quel momento. E anche quell'augurio era venuto fuori così,
senza motivo.
Non dovevo prendermela con lui se raccontavo storie per bambini.
°Fine prima parte
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Note:
*Puttana maschio passivo. Giacché Ed non sa perfettamente il
tedesco, qualche parola è più che normale che non
la capisca...O forse no?XD
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