-Settima parte
"Altre penne trattino del
peccato e della desolazione."
Mansfield Park - Jane Austen.
Rimbombava, il rumore ferreo delle ruote sulle rotaie.
Tu-tu-tum, tu-tu-tum, tu-tu-tum, pressapoco come il mio cuore, stanco
ormai di andare veloce. Rumore martellante, viscerale, che nasceva
nello stomaco e si irradiava nel petto, salendo lungo il collo,
pulsando nella testa.
Vuoto. Una distesa di niente in un mondo di niente. A momenti, se
qualcuno me lo avesse chiesto, non avrei saputo dire né dove
ero, tanto meno come mi chiamavo.
L'unica cosa capace di uscire dalle mie labbra, in quel momento, era il
sussurro di un nome.
Il solito nome.
Ma d'altronde, neanche il tocco di due dita sulla spalla mi facevano
tornare coi piedi per terra. Quindi non avrei avuto bisogno di aprir
bocca, almeno per le prossime tre ore.
Tu-tu-tum, tu-tu-tum,
tu-tu-tum.
Quando salii sul treno, andai nel vagone più lontano
possibile da quello dove stava William.
Occhio non vede, cuore non duole, pensavo. Non tanto per lui.
Ma perché vederlo mi portava alla mente Al, e Al mi portava
la
mente terrore, orrore, vergogna, e chissà cos'altro. Quindi,
stavo lontano dalla fonte di tutto.
Almeno per quel poco che potevo fare.
Tu-tu-tum, tu-tu-tum,
tu-tu-tum.
Il colore scuro delle pareti della cabina, la luce soffusa delle
lampade che sostituivano quella di un sole ormai prossimo a sorgere, e
un paesaggio sempre più simile a qualcosa di davvero troppo
uniforme per essere reale, mi aiutavano ad estraniarmi da quello stesso
luogo.
Tu-tu-tum, tu-tu-tum,
tu-tu-tum.
Tum.
Non passò tanto tempo da quando cominciai a sentire la voce
di Al sussurrare qualcosa al mio orecchio.
Fai schifo.
Non ti sopporto.
Non voglio
più vederti.
Non ti far
più vedere.
Muori.
Sparisci.
Scompari.
Tu non sei mio fratello.
I miei polpastrelli si poggiarono sul vetro, la condensa del primo
mattino che penetrava nella carne, il calore che la faceva tornare
acqua.
"Alphonse..."
Un bisbiglio. E quella goccia d'acqua, lenta, scivolò sul
riflesso del mio viso.
Per me che non avevo neanche la forza di piangere.
Era strana, la sensazione di salsedine sulla pelle. L'aria ne era
totalmente impregnata.
Il nostro albergo, una bettola più che altro, si trovava a
pochi
metri da una spiaggia, l'acqua cristallina che si infrangeva sugli
scogli al limitare della costa. Non era molto ampia, ma per una
trentina di persone sarebbe stata anche troppo abbondante.
Meglio così.
"Bel posto, nevvero Elric?" mi sentii dire alle spalle, mentre qualcuno
mi dava una pacca leggera.
Sollevai di lato la testa, intravedendo il viso sorridente del
professor Jhonson.
Anche tu sei stato uno
dei miei problemi.
"Ah... - mormorai, sforzandomi di ricambiare e tornando a guardare la
spiaggia dalla grande finestra della hall. - Si. E' davvero un bel
posto."
Mi spaventai quasi della mia voce piatta. E probabilmente anche il
professore, dato che avvertivo il suo sguardo sulla mia nuca.
Un delicato pat
pat sulla testa.
"Qualcosa non va, Edward?"
Ha impiegato tre anni
per capirlo, se n'é accorto, signor Jeremy Jhonson?
"No. - Gentile ma inutile tocco. - Va tutto bene."
Tutto bene, tutto bene,
tutto bene, tutto bene. Finché la parete non
riassorbì la mia voce.
"Sicuro?"
Insistente.
"Si. Grazie."
Un finto sorriso, di quelli che tornano sempre utili, quando non vuoi
sentirti compatito da nessuno.
Quanti ne
avrò usati, fino ad oggi...?
Lui si limitò a fare spallucce, e con un altro sorriso si
congedò, andando nella sua stanza. L'aria era invasa dal
chiacchiericcio delle due classi unite, che intanto stavano girando
l'albergo, stranamente interessati. I raggi del sole illuminavano
debolmente l'abitacolo, accendendo quel colore rosso che tappezzava le
pareti, filtrando attraverso i cristalli del lampadario, la cui luce si
frammentava in mille pezzi, per scivolare come stelle tutto attorno.
Ad Al sarebbe piaciuto. Lui amava i giochi di luce.
"Sai tante cose di Cardiff, Will!" sentii da uno dei miei compagni.
Poggiai la testa sul vetro fresco, alla ricerca di refrigerio.
"Mio padre è di qua. - Come squillava, la sua voce, Dio. -
Aiutava il nonno quando usciva in mare a pescare, da bambino. Quando si
è sposato con la mamma, abbiamo vissuto qua per meno di
dieci
anni, poi ci siamo mossi verso Londra."
"La tua vecchia casa è vicina?"
Perché le
vostre voci sono così allegre?!
"Sì, se il professore ci lascia liberi, vi ci porto! La
signora che vi abita ora è una vecchina simpatica."
Perché mi
bombardate la testa?
"Grande!"
State zitti.
"Ma guardate che non è niente di che, in confronto alla casa
che abbiamo ad..."
ZITTI!
Sbam. Un pugno sul vetro, il rumore che rimbombò per qualche
secondo nell'aria.
"...Ed?"
"Elric?"
Per qualche istante il silenzio calò, grave. Dovettero
vedere
muoversi la mia coda sulle spalle, poco prima di sentire un soffio, la
mia voce.
"Scusate... - mi girai piano, un altro sorriso schifosamente falso
sfoderato con abilità - Scusate."
Non riuscii a incrociare lo sguardo di William neanche per sbaglio. Lo
volevo evitare come la peste. Lo volevo lontano da me il più
possibile.
Dio, perché
non sono rimasto a casa...
Perché c'era un Alphonse incazzato a morte con me..?
I miei piedi si mossero da soli, dirigendosi verso le scale al centro
della stanza.
"Elric?" fece Jhonson.
Che carino, sembrava quasi preoccupato.
"Sono stanco. Stanotte non ho... dormito. - Lacrime, lacrime, lacrime -
Vado in camera."
Un cenno della testa.
E poi senza neanche aspettare una risposta, cominciai a salire le
scale, lento, come un fantasma che non trova pace, come un pezzo di
stoffa lercia abbandonata al cielo, spinta dal vento leggero.
"Fratellone?"
"Si, Al?"
Dieci anni io, quasi
nove lui, sdraiati sull'erba, i raggi del sole che caldi battevano sui
nostri corpi.
C'erano tante farfalle
che si
posavano sui fiori. Tanti passeri che cinguettavano sugli alberi. La
brezza pomeridiana soffiava, leggera, portando un po' di refrigerio in
quella che era una torrida giornata di Luglio.
"Mi dirai sempre tutto,
fratellone?"
Si sedette, avvicinando
al petto le
ginocchia e stringendole a sé, per poi cullarsi. E io lo
seguii
con gli occhi, quei capelli d'un castano così chiaro che
alla
luce del sole diventavano biondi.
Come i miei.
Si voltò,
poggiando la testa sulle braccine grassocce, frutto di tutto il latte
che beveva alla mattina, compreso il mio.
"Si, Al."
"Tutto?"
"Si."
Un sorriso si fece
spazio tra quelle tenere guance rosee.
"Tutto tutto?"
"Tutto tutto."
Dentini nuovi, candidi,
timidamente uscivano allo scoperto.
"Ti voglio bene,
fratellone."
"Anche io, Alphonse."
Avevo tradito forse la sua fiducia?
Avevo mancato a quella promessa di bambino?
Al, io ti avrei detto
tutto, te lo
giuro su me stesso. Ma questo no. Questo non avresti mai dovuto
saperlo. Era sporco, era sbagliato, e lo è diventato ancor
di
più quando i tuoi occhi si sono poggiati sul mio viso, sul
mio
corpo, sulla mia anima lurida, e macchiata di qualcosa di indelebile.
Ah, la forza di piangere era tornata.
Credo.
Sentivo l'umido sul cuscino, qualcosa che prima non c'era.
Alphonse era la luce che si era spenta, per poi riaccendersi ancora
più luminosa.
E adesso, era solo una misera fiammella prossima alla morte.
Strinsi le coperte convulsamente, aprendo e chiudendo ritmicamente il
pugno, mentre il mio viso non si contraeva in nessuna espressione, i
miei muscoli rimanevano immobili.
Come se, a parte quella mano destra che si piegava e rilassava, quasi
automaticamente, fossi morto.
Le mie orecchie percepivano, ma non registravano, il distinto rumore di
stoviglie che venivano buttate nel lavello, pronte ad essere
spazzolate, disinfettate, e rimesse al loro posto. Distinguevano il
vociare delle cameriere pettegole, che discutevano su quale di quei
ragazzi tanto carini e apparentemente di buona famiglia fosse disposto
a passare una serata con loro.
Dio, come erano fini le pareti della mia stanza.
"Alle tre davanti alla
hall per l'escursione. Avete due ore di tempo, vedete di non fare
tardi."
Così aveva detto Jhonson in quell'istante, al piano di sotto.
E subito dopo era uno scalpitare di piedi su per gli anditi, i
corridoi, le scale.
"Elric - la porta si aprì di scatto, e io sobbalzai sul
letto. - Vado nella stanza di Matthews, ok?"
"Mhmh... - mi girai a fatica, fingendomi in dormiveglia e agitando un
braccio - Ok Sanders..."
"... Ti ho svegliato?"
"Non preoccuparti..."
"Ok... - Sorriso candido. - A dopo!"
"A dopo..."
E con un colpo secco, la porta si richiuse.
Anche io avrei voluto
sorridere a quel modo, adesso.
Dopo qualche minuto, ogni rumore si dissipò nell'aria, e il
silenzio mi fece tornare alla mia apatia.
Stringi, molla, stringi, molla.
"Toc toc." bussava Al ad
una porta immaginaria.
Toc. Toc.
"Mh..." mormorai, e non credo che chiunque fosse dietro quella porta
percepì il mio invito ad entrare.
"Chi è?"
chiedevo io, spalle al muro un braccio che copriva gli occhi.
Tuttavia la porta, lenta, si aprì di nuovo.
"Sono il lupo
mangiafrutta!"
Ingrossava sempre la
voce, per farsi grande. Ma suonava sempre così
carino...
L'aria venne invasa dal leggero rumore della suola di plastica che
incontrava il legno del pavimento.
"Che frutta vuoi?"
"Ed."
...Non era proprio così, che funzionava a quel tempo.
Altri passi che avanzavano. Sicuri, mai titubanti, si avvicinavano al
letto. Il materasso, poco dopo, si ritrovò ad accogliere due
corpi, come se il mio non fosse sufficiente.
"Ed?"
Una punta di rammarico, in quelle due lettere. Che nascondevano un
malcelato divertimento, nel vedermi così.
Ma era l'unica cosa che percepivo.
Sentivo vago il muoversi della sua mano sul mio petto, il suo fiato
caldo sul collo.
"Lo so che sei sveglio, Ed..."
Sono sveglio, ma non per
te.
Un silenzio quasi religioso regnava dentro quel buco di venti metri
quadri, disturbato solo dal fruscio della stoffa sulla mia pelle.
Scivolava rapido, quel pezzo di carne senza valore, slacciando il
pantalone e infilando dentro la mano con insistenza.
Ma non avvertivo nulla.
Avevo davanti a me un piccolo Al che mi fissava ancora con quegli occhi
pieni di disgusto, che agitava la testa, quasi scocciato.
"Non gioco
più con te, fratellone. Sei cattivo."
... Era colpa mia se tutto questo stava succedendo.
Era colpa mia se la situazione era degenerata fino a quel punto.
"Edward, quando qualcuno
fa qualcosa che non va, tu devi sempre dire di no. Hai capito?"
Qualcuno mi stava facendo qualcosa che non mi andava. Ma per quanto
volessi gridare aiuto, dietro di me c'era sempre qualcuno che
bisbigliava cose maligne all'orecchio.
Non dare la colpa agli
altri.
Sei tu il responsabile.
Tu non l'hai fermato.
Tu hai ceduto a tutto
quanto.
Hai ceduto al piacere.
Hai ceduto a quel calore
insolito.
Ti sei lasciato
ingannare. Abbindolare. Usare.
La colpa non
è sua.
E' tua.
Tua.
TUA.
Nei miei sogni non avevo più voce. Nei miei sogni c'erano
sempre
quelle mani che frugavano dappertutto. Nei miei sogni c'era Al, c'era
la mamma, che mi guardavano, come Al stesso mi aveva guardato il giorno
prima.
Come potevo chiedere
aiuto..?
"Edward..."
Languido, caldo sul collo, sull'orecchio.
Una carezza più pesante, sempre più pesante. Ma
quella
sera Edward Elric non era lì. Edward Elric era sulla cima di
una
montagna, pronto a lanciarsi nel vuoto, a lasciarsi andare, ad
abbandonarsi al dolce cullar di qualcosa troppo in alto per uno come
lui.
Finalmente, uno sbuffo sostituì lo sfregare della sua mano
sul mio corpo.
Le molle del materasso cigolarono, libere del suo peso, e silenzioso,
si avviò alla porta.
Sentii il rumore della sua mano che poggiava sulla maniglia d'ottone.
"...Ti sei rotto, Ed?"
Due cigolii spezzati da una breve pausa, riempita dai suoi passi che
uscivano dalla stanza.
Clang.
Si.
Mi ero rotto. Non
hai sentito il rumore del mio cuore che si crepava?
Spulciavo nel mio calendario immaginari i giorni che mancavano a
tornare a casa.
Non che fossero tanti, ma avendo per la testa sempre lo stesso
pensiero, alla fine diventava qualcosa di moralmente distruttivo. Tanto
distruttivo.
Avevo bisogno di parlare con Al. Avevo bisogno di sentire ancora la sua
voce.
Ma non osavo telefonare casa, avevo troppa paura di sentire in ogni
parola il peso del disgusto. Dell'odio. Della sua disperazione.
Che alimentava la mia.
Allo stesso modo in cui quel cibo davanti alla mia vista avrebbe dovuto
nutrire il mio stomaco.
Carne infilzata crudelmente con la forchetta.
Zac, zac, zac.
Sollevai quel tanto che bastava la mano per farla avvicinare alla mia
bocca stanca, assaporando quella carne che impregnava col suo gusto
ogni mia papilla gustativa. Per quel poco che mangiavo, volevo almeno
che il gusto rimanesse percepibile, come a darmi un senso di
sazietà inesistente.
Ma quattro bocconi furono sufficienti.
Credo che le cameriere di quell'albergo mi odiassero per la mia
continua voglia di ingurgitare cibo.
Sì, come no.
"Beh ragazzi, come vi
è sembrata Cardiff?"
Un suono confuso nel silenzio. Un luogo come un altro.
La sedia sotto il mio sedere si spostò, e me ne andai.
Toc toc.
Troppo silenzio. Troppi pensieri. Troppo dolore.
Troppe cose.
Toc toc.
Matto. Stavo andando di matto. In tutti i sensi. La tensione che avevo
accumulato in quei giorni era tutta lì, gravida sul petto.
Tutto
quel troppo, davanti a quella porta color ebano, resa ancora
più
scura dalla notte che avanzava, si stava lentamente annullando.
Era come se il mio cervello fosse stanco di pensare.
C'era forse da stupirsi,
d'altronde?
Toc toc.
E finalmente si aprì. Lenta, silenziosa.
Sotto il suo braccio, potevo vedere la stanza vuota. Totalmente vuota.
E tirai un sospiro.
Di sollievo.
... O di rassegnazione?
"... Mh?"
Non so perché. Non so chi mi avesse dato la forza per
aggrapparmi al suo collo con forza - il respiro agitato, il cuore
impazzito, ma la mente sgombra da ogni pensiero, futile o non futile
che fosse.
Ma lo avevo fatto. E sentivo il calore del suo corpo sfiorare,
penetrare nella mia anima freddata dagli eventi.
"Fammi entrare." mormorai.
Un sibilo, un gemito soffocato, due parole che mai mi sarei sognato di
dire proprio a lui, il sogno che avevo rincorso per anni, l'incubo che
stava distruggendo piano la mia vita, il mio essere una persona, il mio
tesoro, la mia esistenza.
Non mi sorpresi di sentire la sua mano scivolare lungo la spina
dorsale. Non mi sorpresi di sentire il suo mento poggiarsi sulla mia
spalla, la sua testa orientarsi verso di me, e il suo respiro caldo,
che sapeva appena di alchool, posarsi sul mio orecchio, accompagnando
la sua voce lasciva, bassa per non farsi sentire.
"Entra, Edward."
E lui fece due passi indietro, trascinandomi nella sua stanza, per poi
sciogliere quello pseudo abbraccio, e chiudere la porta a chiave.
Clack. Secco, come a
dire: te la sei cercata, stavolta.
... Lo so.
"... Come mai qui?" sibilò gentile, mentre sul suo
bicchiere,
preso dal tavolino, versava un poco di Napoleon rubato dalle cucine.
Fece in tempo a gustare uno, due sorsi, prima che quell'oggetto insulso
gli scivolasse di mano, la mia stretta di nuovo attorno al collo, la
mia bocca che cercava le sue labbra umide d'alchool, mentre il vetro si
spargeva sul pavimento in piccoli pezzi.
Il vetro infranto, la
voce di Alphonse che gridava, rauca dal dolore.
"VATTENE!!"
Non si lamentò della mia presa di posizione. Anzi.
Le sue labbra si dischiusero, stirandosi in un sorriso.
"Che c'é, Ed...?" soffiò sulle mie labbra,
lasciando che
la punta della lingua mi sfiorasse, l'odore forte del liquore che
entrava nelle mie narici.
Non ero abituato all'alchool. E di farfalle in testa ne avevo
così tante, che servì soltanto a farmi sentire
ancora
più fuori da me stesso di prima.
"Zitto..." mormorai, lasciando che la sua lingua entrasse nella mia
bocca. Rovente, come i suoi tocchi, come lui stesso.
"Al, apri, Cristo!!
Accarezzava la mia lingua, lento, per impregnarmi del suo stesso
sapore, mentre le sua braccia cingevano i miei fianchi.
Indietreggiò un poco, portandomi vicino al letto,
sbattendoci
contro.
E mi fece sedere prima, sdraiare poi, senza staccarsi dalla mia bocca,
senza smettere di accarezzarla, di solleticare il palato, di riempirmi
della sua saliva.
Era una sensazione così strana...
Staccandosi, si mise a cavalcioni sopra di me, accarezzando il collo
con due dita.
Oro contro oro, un raggio di luna che penetrava attraverso la persiana,
sfiorandogli il viso.
"Edward..."
Un bisbiglio appena pronunciato.
Le mie dita salirono fino alle sue labbra, accarezzandole.
Non
vedo te, William. Non vedo nessuno. Forzando un po',
chiesero
tacitamente di essere accolte nella sua calda cavità.
E lui accettò di buon grado.
Sfiorare, lambire, accarezzare, inumidire, mordere e succhiare.
Ripetutamente. Lentamente.
Quasi per portarmi all'angoscia.
La mia mano libera salì sul suo petto, scivolando sul
tessuto
liscio del pigiama, di un colore indefinito, alla luce della luna.
Sfibbiai un bottone, e poi il secondo, accarezzando coi polpastrelli
caldi la sua pelle. Sospirai pesantemente, lo sguardo perso sul suo
corpo, mentre lui continuava a fare l'amore con le mie dita. Ogni volta
che i suoi denti scorrevano per la lunghezza, un brivido agitava le mie
membra, partendo dal collo per scendere lungo la schiena, e risalire.
Si lasciò scivolare al mio fianco, senza mollare la presa, e
i suoi occhi lucidi si scontrarono coi miei.
Era come avere la febbre.
Leccava, insistentemente, - tra le dita, sul polpastrello, nelle
giunture - senza staccare gli occhi dal mio viso, le mie labbra
dischiuse, a boccheggiare.
Mi avvicinai a lui, muovendomi sul suo corpo, ansimando nel sentire la
sua erezione gonfia scontrarsi col mio basso ventre.
"Ahn..."
"Ed..."
Portò una mano dietro la mia nuca, spingendomi a
sé e
riprendendo la mia bocca, in una danza di lingue che forse
lui aveva aspettato per troppo tempo.
Per me era una cosa come un'altra, anche se il mio corpo non ne era
totalmente indifferente.
Salii sopra di lui, quasi spalmandomici sopra, le gambe divaricate a
far aderire meglio il mio corpo al suo, il mio membro al suo, il mio Io
al suo Io. E stringendo le natiche iniziai a muovermi, gemendo e
ansimando, ansimando e gemendo, poco importava della finezza delle
pareti, poco importava delle orecchie della gente.
Con Al, avevo perso
tutto.
Era duro, e spingeva contro i pantaloni, implorando la
libertà.
Acchiappai tremolante i lembi di quella maglia, trascinandola lungo i
suoi fianchi, lungo le braccia, fino a farla finire sul pavimento, a
impregnarsi di Napoleon.
Senza Al, non era
importante quante
persone sapessero, o vedessero. Perché l'unica persona che
non
doveva, aveva visto, e sentito.
Inarcai la schiena in avanti, lambendo con la punta della lingua il suo
petto, mordendo quasi con rabbia i capezzoli irti, sperando di fargli
male, sperando di lasciargli un segno.
Come lui aveva marchiato
me.
"Ahn... Ed, vacci piano..." ghignò.
Ed ero ciecamente convinto che le sue parole non riflettessero neanche
un poco la sua volontà. Strinsi i denti più
forte,
sentendo quasi il sapore del suo sangue marcio.
E lì mi sollevai, accarezzando con la lingua il petto,
risalendo
fino al collo, ansimando sull'orecchio ad ogni movimento più
marcato.
I'm losing control.
Lui infilò una mano sotto la camicia, e due, tre bottoni
saltarono, lasciando il mio petto mezzo scoperto, il suo ad essere
accarezzato dalla stoffa del mio indumento.
"Domani te ne comprerò una nuova..." bisbigliò,
leccandosi il labbro, mentre premeva tra le sue dita le mie
protuberanze.
"Nh... - mi morsi il labbro, stringendo gli occhi - Non serve..."
Mi mossi sempre più in fretta, finché la schiena
non fu
inarcata fino a farmi sfiorare il petto con la testa, finché
i
miei gemiti si fecero sempre più alti, sempre più
profondi.
Finché lui non mi prese per le spalle, sollevandomi e quindi
costringendo a rallentare.
"Ci penso io..."
Corsero fino alla patta, le sue mani, corsero fino a sfibbiare quei due
bottoni, per permettergli di frugare dentro la biancheria, e prendere,
come faceva sempre, la mia erezione tra le sue mani.
Muoviti. Ti prego.
Sfiorava lento. Esasperante.
"Non così in fretta, però..."
sussurrò, sorridendo con malizia.
Al diavolo anche quella.
Le mie mani scivolarono fino ai pantaloni leggeri del suo pigiama, le
dita si aggrapparono all'elastico dei suoi pantaloni, tirandoli in
basso, sollevando il bacino per lasciarli scivolare.
Fretta, fretta, fretta.
Quanto godimento traeva da questa situazione..?
"Ed, Ed... - una carezza leggera, lenta - Quanta fretta..."
mormorò, senza tuttavia fermarmi.
Vuoi farmi forse credere
che stavolta, tu fretta non ne hai?
Tirai giù anche i boxer lasciando il suo membro libero di
pulsare nell'aria, davanti al mio bacino intrappolato tra le sue mani.
Premette con forza, sollevandomi dalle sue gambe e portandomi sopra la
sua erezione, lasciando sentire la sua punta fra le mie natiche.
"Ahn..." ansimai, pregando che se sue mani tornassero a fare il loro
lavoro, mordendomi il labbro per non dargli troppa soddisfazione.
"Lo vuoi...?" mi chiese, lascivo, sollevandomi e riappoggiandomi senza
fatica alcuna.
Come se fossi una
bambola di pezza.
"Muoviti..." fui solo capace di dire, e lui sorrise, vedendo in quella
parola un sì, lasciandomi scivolare dentro di lui, piano. Le
mie
pareti si inumidirono di quel poco liquido che avevo contribuito a
fargli produrre, mentre entrava, quasi senza dolore.
La forza
dell'abitudine?
"Male?"
"Ahn... - scossi la testa, senza guardarlo - N-no..."
E cominciai a muovermi, sotto la guida delle sue mani, una sui fianchi,
l'altra a sfiorare il pene, piano.
Che razza di subdola
parola con doppio significato.
E su e giù, mentre il fastidio diventava piacere, mentre
l'anima
si distaccava dal resto del corpo, a guardare schifata, a implorare
perdono a qualcuno che non avrebbe mai potuto accogliere la mia
richiesta.
Questo era quel che si
chiamava cadere in basso.
Era come cavalcare un cavallo senza sella. Trotta, trotta, si sentivano
i colpi del suo bacino ripercuotersi sulla mia schiena, scuotendola di
brividi, mentre la mia bocca si riempiva di gemiti.
"Ahn...Ahn..."
Gemiti che lo portarono ad accelerare il ritmo di colpo, rapido mentre
il sedere nudo rimbalzava sul letto sfatto, rapido mentre il suo membro
si schiaffava dentro di me, pulsante, impaziente. E lo scricchiolare
del letto, e gli ansiti della mia bocca, lo provocavano sempre di
più, sempre di più.
Spingi, sbatti, muovi.
La mia schiena si inarcò, le mie unghie affondarono nella
sua
carne, segnandola, graffiandola, rovinando quella pelle bianca, liscia,
morbida, imperlata del suo sudore. E del mio che andava gocciolando
lentamente lungo il braccio.
"Ed... Edward... Ahn..."
Sollevò il viso dal cuscino, acchiappando le mie labbra,
mordendole per saggiarne appieno il gusto, ferendole malamente, fino a
farmi gemere sì di piacere, ma anche di dolore.
Fammi male,
così che il mio peccato si affievolisca, almeno un po'.
E una goccia di sangue scivolò lungo il mento, fino al
collo,
pronta ad esser raccolta da quella lingua peccatrice, prima ancora che
andasse perduta tra i tessuti della mia camicia.
Una spinta più forte, ancora, ancora. E il mio gemito
strozzato
mi aiutò a liberarmi di tutta quella pesantezza, di tutto
quel
peccato superfluo, che andò a posarsi sul suo ventre scosso
dai
respiri sempre più rapidi, finché la cavalcata
non si
trasformò in un leggero trottare, e lui venne nel mio corpo.
Mi persi nei suoi occhi, recuperando il respiro, mentre il suo alito
rinfrescava il mio viso accaldato, rosso, sudato.
Scossi la testa, e senza uscire dal suo corpo mi accinsi a raccogliere
il mio stesso sperma con la bocca, pulendolo fino ad ogni residuo,
lasciando che tornasse al suo padrone. Dopo ciò, un incontro
di
labbra.
Caldo.
Troppo.
Rovente.
Ustionante.
Marchiatore.
Peccatore.
L'Ultimo.
"William... - un sorriso vuoto, spento, privo d'ogni significato. - ...
Basta."
Mi sorpresi, nel vederlo annuire. Mi sorpresi nel vederlo arrendevole.
Forse perché dopo tempo, aveva ottenuto quello che voleva.
Me. In ogni senso. In
ogni maniera.
Amico. Amante.
Sottomesso.
E traditore.
Sorrise, senza dire una parola.
Uscii dal suo corpo, mettendomi in piedi davanti a lui, sentendo il
cigolare delle molle, le sue mani cingermi i fianchi, e la sua lingua
pulire dove aveva sporcato. Ma la cosa ormai, non aveva più
importanza.
Fai sparire le tracce
della tua presenza.
Quando mi porto su gli indumenti, allacciò i pantaloni, e
poi mi
strinse a sé, la guancia poggiata alla mia schiena che si
tendeva in un sorriso, ne potevo avvertire il movimento.
Presto sarà
solo lontano ricordo.
Allacciai quei pochi bottoni che erano rimasti cuciti alla stoffa della
camicia, e poi azzardai un paio di passi verso la porta, sentendo le
sue mani scivolare via dal mio grembo, le molle che di nuovo
accoglievano un piccolo peso.
Poggiare la mano sul pomello della porta portò un po' di
sollievo al mio corpo, un po' per il freddo che emanava, un po'
perché, oltre quella porta, forse, ci sarebbe stata la
possibilità di ricominciare daccapo.
"Tanto ero solo un giocattolo." dissi, lasciando scattare la serratura
e aprendo la porta.
Un attimo di silenzio, gravido, breve eppure dannatamente lungo.
"...Tanto eri solo un giocattolo."
Sorrisi tra me e me, e agitando la mano libera, uscii dalla stanza,
lasciando che la porta si chiudesse alle spalle con uno schiocco.
Per poi poggiarmici sopra, e scivolare a terra, piangendo come un
bambino.
Nel viaggio di ritorno, avevamo portato con noi a Londra le nuvole
cariche di pioggia da Cardiff, arrivate quella mattina e che ci avevano
vietato di passare l'ultima giornata della visita in spiaggia.
La valigia era stata scaraventata a terra non appena ebbi messo piede
in casa. C'era un silenzio innaturale, come se non ci fosse nessuno.
Passando per la cucina, vidi nel calendario che la mamma avrebbe avuto
una visita quel pomeriggio, quindi probabilmente neanche Alphonse era
in casa.
Avevo un nodo al petto.
Davanti a me, immagini di William e Alphonse si alternavano di
continuo, allo stesso ritmo con cui la pioggia batteva sulla grande
finestra del soggiorno.
Azzardai un passo verso la camera di Al, infilando la testa oltre la
porta e buttando un'occhiata in giro.
Le persiane erano chiuse, poca luce filtrava all'interno, dando alla
stanza un aspetto decisamente ... triste.
Ma lui pareva non essere lì.
"Forse è andato con la mamma..."
Mi inoltrai nell'andito, osservando ogni porta, pensando che magari
qualcuno sarebbe bucato all'improvviso.
Passo, passo, passo. Finché non mi fermai, attirato dallo
scricchiolar di una porta al piano di sopra.
Bagno.
I miei piedi partirono da soli, frettolosi, facendo le scale ad due a
due, mentre la voce di Al, la sua
voce, riempiva
l'aria, dolce.
"Mamma sei torn..?"
E quando mi vide, si bloccò.
"Al..."
Un passo in avanti io, uno indietro lui.
Silenzio.
"Alphonse, aspetta..."
Altri passi più rapidi, le gambe coordinate, la stessa
velocità.
E sbam,
la porta si richiuse, lasciandomi davanti alla porta a bussare.
"Alphonse, apri, per favore!"
Il rumore dei pugni che sbattevano sulla porta rimbombavano
continuamente nella mia testa, anche quando decisi di fermarmi, vedendo
quanto inutile fosse continuare. Probabilmente, andando avanti lo avrei
solamente spaventato.
Feci un mezzo giro, lasciando che la schiena aderisse alla porta, e
tirai un sospiro.
"Al... - cominciai - Mi sta bene che tu non voglia vedermi...
- No, non mi
sta affatto bene, ma non importa. - Ma almeno ascoltami."
Nessuna risposta.
... Vabbeh, tentar non nuoce, no?
"So che ti ha disgustato. - Disgustava persino me.
- E non pensare che a me facesse piacere. Quando eravamo piccoli, avevo
promesso che ti avrei detto ogni cosa. - Si, Al, ogni cosa, avrei dovuto
dirti di questo, ma non ce l'ho fatta fino alla fine. -
Dunque, ora ti dirò ogni cosa. Mi spiace solo di esser
arrivato così tardi, Al."
Sentii un sospiro.
E, prendendolo come un continua, andai avanti.
"Al, so che sapevi. - Una mano si strinse sulla maglia azzurra,
lasciando che le dita vi affondassero - So che hai visto, due anni fa.
William era un amico. Io pensavo davvero
di essere importante per lui. Mi ha trattato con gentilezza, quando ci
siamo conosciuti. Mi ha aiutato quando sono stato male, si... Anche
quel giorno che hai visto tutto, io pensavo davvero che lo
stesse facendo per aiutarmi. - Pausa. - Hai un fratello stupido, Al."
La stretta si sciolse, e con sguardo triste osservai che la mano
tremava.
"Ho passato mesi a tentare di allontanarti. Perché non
volevo
che anche tu finissi come me. Avevo paura che William facesse quello
che faceva a me, con te. - Deglutii sonoramente, passando una
mano sulla fronte, respirando. - Ma dopo quel giorno, sei stato tu ad
allontanarti, e anche se ne soffrivo, da una parte ne ero felice. Ti
allontanavi da me, e dai guai e... Cristo..."
Mi fermai, respirando, mentre sentivo le parole spingere per venir
fuori, in fretta.
Tutto, purché tutto ciò finisse.
"Quando... Quando ero in bagno... Dio... Volevo farla finita. - E
sentii un singhiozzo, stavolta non mio. - Avevo troppa paura. Di lui,
di te, di me. Ha... abusato di me per tutto questo tempo... E tu ti
allontanavi sempre di più... La mamma stava male... Io mi
sentivo... Uno straccio, un rifiuto - Respiro profondo. - Mi sembrava
di non meritare di vivere, perché più andavo
avanti e
più mi sporcavo, e più tradivo la tua fiducia
e..."
Dio, Ed, sei
logorroico...
"... Ma poi sei entrato... Mi hai salvato, Al... Io senza di te di
nuovo vicino... Non sarei arrivato fino ad oggi..."
La mia luce, la mia ombra.
Sogno, incubo.
"Sono stato un bugiardo. Uno stupido. Una bambola - E il singhiozzo si
fece più forte, unendosi ai miei singoli, che si facevano
man
mano sempre più vicini. - All'inizio non capivo, poi
è
diventata un'abitudine per lui. Io lo vedevo felice. Per me era strano,
distorto, il modo con cui mi dava affetto. Ma era felice. E dopo,
invece..."
... Glielo dovevo dire?
"Ricordi quando... Douglas mi ha trattenuto in punizione a scuola? -
Aspettai qualche segno, che non arrivò. - C'era anche
William...
E... Quando lui... - Caldo. Panico. Paura. Ma dovevo dirglielo.
- Quando lui mi stava toccando io... Io ti ho invocato, Al."
Un lieve scatto, e mi allontanai dalla porta, voltandomi piano,
vedendola ancora socchiusa.
"Lui ti avrebbe detto tutto. Ti avrebbe detto di quel che mi faceva, ti
avrebbe detto che... - Intravidi i suoi occhi fatti liquidi dalle
lacrime da dietro quel piccolo spiraglio che, Dio, Dio, speravo si
aprisse totalmente - ... Che io ti chiamavo, che io ti volevo... E ha
cominciato a ricattarmi, a farmi fare quello che voleva, come voleva,
quando voleva, in maniera sempre peggiore, e io avevo il terrore che
non mantenesse fede alla sua parola... Non volevo che tu sapessi, non
volevo che tu mi odiassi..."
E vedendo le sue lacrime rigargli il viso, anche le mie cominciarono a
scendere, silenziose.
"A-Al... Io... Non volevo mentirti... Ma avevo troppa paura... Di farti
del male..."
Molestavo il labbro coi denti, il taglio del giorno prima ben visibile,
che ancora faceva male.
Lui lo notò, e si portò una mano alla bocca.
"Non volevo... che diventassi come me..."
Strinsi gli occhi, scosso dai singhiozzi ormai incontrollati.
"N-non odiarmi..."
Scossi la testa, a rinnegare le mie stesse parole, sapendo che sarebbe
stato impossibile per lui non farlo.
... Dio, quanto mi sbagliavo.
Era ciò che di più caldo avevo mai sentito.
E non quel caldo che per anni aveva avvelenato ogni mio senso.
Era piacevole tepore. Era la protezione che tanto andavo cercando. Era
l'affetto da cui sarei dipeso anche tutta la vita.
"A-Al..."
"Smettila, fratellone, smettila!"
Mi strinse più forte, singhiozzando sulla mia spalla,
sfregandovi continuamente sopra gli occhi, mentre il suo petto si
stringeva forte al mio, e io potevo sentire il battito dei nostri cuori
farsi sincronizzato.
"Al..."
Poggiai le labbra sulla sua fronte, stringendolo per paura di vederlo
scappare.
E poi, lui sollevò lo sguardo verso di me. Lucido dalle
lacrime,
che ancora scendevano, rossi per il dolore, per la disperazione che si
scioglieva, pian piano.
Chissà se
anche lui non era mai riuscito a prendere sonno, dopo quel giorno.
Mosse le labbra, e fui certo che volesse dirmi che non mi
odiava, perché mentre il labiale, seppur tremolante, si
leggeva,
la voce non voleva saperne di venir fuori, sepolta sotto il groppo che
probabilmente lui non riusciva a mandar giù.
E fece l'unica cosa fattibile in quell'istante.
Si posò sulle mie labbra, dolce. Sapeva di zucchero, di
amore,
di miele, di affetto, di dolcezza indescrivibile. Tremavano le sue
labbra, allo stesso modo in cui tremava ogni centimetro del suo corpo,
le gambe tese, le braccia attorno al mio collo.
Era la mia ricompensa
per aver sofferto.
Rimbalzò più e più volte sulle mie
labbra, senza
chiedere di più. Senza pretendere di più. Solo un
dischiudersi leggero di labbra, un acchiapparsi l'un l'altro per
sentire un sapore buono, il sapore di un nuovo inizio.
Era il premio per aver
cercato di proteggerti.
Mi guardò negli occhi, abbozzando un sorriso.
No, Alphonse non mi
avrebbe mai
odiato. Lui era mio, ed io ero suo. Alphonse non mi avrebbe mai fatto
soffrire. Alphonse non mi avrebbe mai trattato come un giocattolo. Per
me era la mia vita, la mia luce, il mio conforto.
E io sarei stato lo
stesso per lui.
William era morto nel
momento in cui Al si appropriava delle mie labbra.
Il suo ricordo
diventò
soltanto un'ombra che tornava ogni tanto nel sonno, a tormentarmi. Ma
avevo qualcuno a cui stringere la mano, quando mi svegliavo. Non avevo
più addosso la paura di incrociarlo per le strade,
perché
sapevo di poter contare sulla presenza del mio fratellino, in qualunque
situazione.
Dopo la visita a Cardiff
non lo avevo
più visto. Non avevo partecipato alla cerimonia di diploma,
quindi non ebbi l'occasione di vederlo un'ultima volta.
Per mia fortuna.
Grazie ad Alphonse,
riuscii a
riprendermi presto. Mi stava accanto quando avevo paura, o quando i
ricordi bussavano, le ferite vive bruciavano.
Ma lui le curava, con
baci, carezze,
e le attenzioni che non sapevano d'interesse. Finché il suo
ricordo, qualche mese più tardi, ritornò, quasi
triste.
Incidente ferroviario,
nessun sopravvissuto.
Alphonse disse che per
lui era stata una punizione del Cielo.
E in fondo gli dovetti
dare ragione.
Con la sua scomparsa, si
chiudeva il più triste capitolo della mia vita, mentre uno
nuovo si preparava ad essere scritto.
Senza alcun errore, con
mano sicura.
Senza paura di far
cadere grosse gocce d'inchiostro a macchiare tutto.
Senza nessun intoppo.
E se mai ci sarebbe
stato qualche problema, beh.
Stavolta non sarei stato
solo.
Non lo sarei stato mai
più.
O.wa.ri.<3