-Sesta parte.
L'ombra del secchio pieno d'acqua si proiettava lungo il pavimento,
fino ai nostri piedi.
Alle mie spalle, la lavagna ancora bagnata, gocce d'acqua che
scivolavano lente lungo la parete scusa, depositandosi sui bordi,
traboccando, sfiorando la terra.
Nelle nostre orecchie, ancora rimbombava la voce del professor Douglas,
sempre lui a rompere le uova nel paniere.
"Di nuovo in ritardo. Punizione. E riferirò
a Jhonson per riservare lo stesso trattamento a
Moore."
Solo perché all'intervallo io e William perdevamo la
cognizione del tempo, mentre discutevamo di ogni cosa. Solo
perché ce ne accorgevamo quando il giardino era deserto, e
un bidello, sorridendo, diceva "Ma non dovreste essere
in classe, giovanotti?"
Pulire le aule dell'ala A. Nel doposcuola.
Eravamo nell'ultima aula, quando tutto intorno a noi aveva cominciato a
prendere un colore arancio, il sole che fuori calava, veloce. C'era
ancora un piacevole tepore, era stata una bella giornata primaverile.
Plic, plic, plic,
acqua che incontrava il pavimento tiepido.
Un dito si infilò tra i miei capelli, acchiappando quel
nastro rosso che Al, quella stessa mattina, aveva accuratamente
annodato. Scivolò via, seguendo la lunghezza della chioma,
per poi cadere a terra, in un tonfo delicato.
"William... - flebile, basso, per paura di esser sentito - Non qua..."
La sua lingua lambiva le mie dita, inumidendole, mordendole, lasciando
che la saliva colasse, sfiorando il palmo, colando lungo il polso.
"Non c'è nessuno, Ed...E' tardi..."
Le sue labbra aderirono all'indice, tenendolo tra di loro, andando su e
giù, a gustarne il sapore. La sua mano era poggia sulla mia
gamba, e scorreva, ad accarezzarla sopra la stoffa.
Stava davanti a me, gli occhi socchiusi mentre assaggiava la mia carne,
mentre il mio sedere era poggio sul mio stesso banco.
L'unico rumore udibile era quello un po' umido delle sue leccate. Per
il resto, esclusi gli uccelli che ogni tanto beccavano sul vetro, a
farci presente la loro presenza, il silenzio era degno di quello
cimiteriale.
C'era solo il guardiano, al piano di sotto, incaricato personalmente da
Douglas e Jhonson di controllarci a intervalli di un'ora per vedere se
ci grattavamo o se stavamo adempiendo ai nostri doveri.
Ed era appena andato via, quando William mi aveva preso in braccio, e
mi aveva fatto adagiare sul banco, ancora sporco di tracce di grafite,
e gomma.
"Ho voglia",
aveva detto, e prima di poter ribattere... beh...
Sapete come va avanti, no?
La sua bocca si era appropriata del mio collo, sbottonando la camicia
coi denti, intrufolandosi dentro con la lingua, per poi prendere
possesso della mano.
"Ma..."
"Il guardiano è appena andato via... - Mi guardò,
sorridendo - Non ti preoccupare..."
La mano risalì la coscia, andando ad accarezzare la mia
ancor placida intimità, mentre la sua bocca si divertiva a
molestare le mie dita, lasciando che il mio corpo fosse scosso da
fremiti di diversa intensità.
Il sole andava scomparendo dietro i colli.
Prese saldamente la mano umida, passando i polpastrelli bagnati sulle
labbra, guardandomi, caldo. I suoi capelli avevano una sfumatura
arancio, la stessa degli ultimi raggi che battevano sul vetro appena
pulito, lucido, riflettente quasi come uno specchio.
Infilò la mano tra banco e natiche, sfiorando con l'indice
la stoffa, andando a ritroso fino all'ombelico, per poi salire ai
capezzoli, sfiorandoli piano, pizzicandoli, stingendoli.
"Ah...Will..."
Strinsi un poco gli occhi, quel tanto che bastava a vedere il suo
sguardo sfuocato, come se in verità non fosse la
realtà, ma semplicemente un sogno troppo concreto.
Lasciò andare la mano, andando a molestare con quella stessa
lingua l'orecchio, dal padiglione al lobo, fino a solleticarne
l'interno con la punta, altro liquido caldo che colava, lento, lungo il
collo.
"Tranquillo, Ed...Tranquillo..."
Andò a molestare la cintura dei pantaloni, acchiappando la
pelle tra le dita, tirandola via dalla fibbia, e lasciando che davanti
a lui ci fosse solo un po' di stoffa, ostacolo facilmente eliminabile,
ormai lo avevo capito.
Le mie mani si posarono sulle sue spalle, nel tentativo di allontanarlo.
"No, Will..."
Ma lui ignorò ogni protesta, come era suo solito fare ogni
volta. Si fiondò sul mio collo, ustionandolo al suo
passaggio, e nello stesso istante già la mano andava sotto i
vestiti, andando a liberare la mia eccitazione dalla costrizione della
biancheria.
Si inginocchiò, piano, mentre le labbra marchiavano il
petto, la pancia, il basso ventre, fino a catturare la mia erezione,
fino a giocare con la punta, un po' con la lingua, un po' coi denti.
Spalancai le gambe quasi automaticamente, e le mie mani affondarono
sulla sua testa, la schiena inarcata in avanti, e la bocca a sputare
aria che faceva male.
Era ogni volta un brivido sempre più intenso, era ogni volta
il cuore che si spaccava, e un pezzo cadeva via.
"Ah...Ahn..."
Sentire la sua lingua sfregare contro la punta del mio sesso mi
ricordava costantemente quanto fossi stupido e malleabile. Quanto il
corpo fosse debole alle tentazioni. Quanto fosse bisognoso di cure, di
affetto, di amore. Tutte cose che non avevo, tutte cose che lui mi dava
quando voleva, in maniera distorta, in maniera sbagliata.
Io non volevo che succhiasse ogni mio briciolo di dignità,
non volevo che sfiorasse col suo tocco il più profondo me
stesso, eppure il mio corpo si apriva a lui, come una rosa in maggio, e
gli diceva Prendimi,
tanto è solo un involucro vuoto.
O forse troppo pieno.
Mi morsi il labbro, soffocando i primi gemiti, e la sua mano, alla
cieca, giunse fino alla mia bocca, accarezzandola.
"Non... - si alzò un momento, sorridendo, le prime gocce di
sperma sul labbro - Non trattenere la voce..."
E poi riprese a lavorare,
la lingua che scorreva lenta lungo l'asta, e la mano che la seguiva, a
ruota libera, il mio bacino che aveva preso a seguirlo, il banco che
tremolava, al movimento.
E poi, il calore concentrato sul basso ventre, un gemito che era quasi
un urlo, una, due, tre pulsazioni e via, libero di tutto quel peso, in
un colpo solo.
Lui aprì la bocca, potei sentire il suo labbro sfregare
contro la carne ancora pulsante, a raccogliere tutto il liquido, a
deliziarsene, come faceva sempre.
"Non voglio ripulire per terra..." ghignò, passando la
lingua sul membro, per poi salire, e accarezzare con la stessa, sporca
del mio sperma, le mie labbra.
"Nh..."
"Senti Ed... - fece, leccandomi l'orecchio, sporcandolo - Voglio
provare una cosa... Posso?"
"U-una... cosa... cosa?"
Ma non mi diede tempo di rispondere né si, né no.
Sorridendo, uno schiocco sulle mie labbra, afferrò i lembi
dei miei pantaloni, ancora fermi alla coscia, e lì fece
scendere giù, fino alle caviglie, impossibilitati a cadere
per via delle scarpe. Poggiai le mani sul banco, mentre i miei fianchi
venivano trascinati un poco in avanti dalle sue mani viscide,
portandomi al bordo del banco. E poi si abbassò, di nuovo.
"Wi ...William che...che cosa...?"
Baciò la coscia, segnando il suo passaggio con la punta
della lingua, mentre le sue mani andavano a poggiarsi sulle ginocchia,
premendo per allargare le gambe.
"... W-William...?"
Odiavo non ricevere risposta alle mie domande.
Soprattutto in certi casi. E dio,
avevo l'ansia che pulsava nelle vene, assieme a quella fottutissima,
incontrollabile eccitazione.
Solleticò il profilo delle natiche, allo stesso modo con cui
un bambino lecca avidamente un leccalecca.
Come faceva con ogni parte del mio corpo, insomma.
La mosse avanti e indietro, quella lingua, assaggiando, gustando, come
se volesse imprimersi quel momento in testa, con ogni briciolo di
gusto, tatto, vista, udito.
"Mh..." fece, deliziato.
E io ebbi un brivido. Guardavo il soffitto, ma quel suono
così bagnato mi fece intendere che la sua lingua stava
accarezzando le sue stesse labbra.
"Ti piacerà, Ed..." mormorò poi, accarezzando
piano l'interno coscia.
I suoi capelli solleticarono la pelle.
E ebbi un singulto che rimbalzò più volte
nell'aria, quando qualcosa di umido entrò in me, senza
preavviso, scivolando quasi dolcemente.
"Ahn... W... William... n... ferm..."
Sentii la lingua andare sempre più in fondo, con pacata
lentezza, e le mie mani si piazzarono su sui capelli a stringere
convulsamente, le dita che si rilassavano e si chiudevano attorno alle
ciocche bionde.
Sembrava ustionante. Sembrava dannatamente caldo, ERA caldo, caldo come
quello che si irradiava in tutto il corpo, caldo come quello che mi
faceva inarcare la schiena in avanti, caldo come quello che mi faceva
ansimare, forte, come quello che mi faceva sputare tutta l'aria che
avevo nei polmoni.
Col la punta sfiorava le pareti, lento, e lasciava che la carne si
impregnasse della sua saliva, che colava, gocce che accarezzavano la
pelle, fino a toccare il legno del banco.
Mi penetrava, lento, veloce, lento.
"Ahn... Will..."
La sentii scivolare fuori, una sensazione scomoda mischiata al fremito
di piacere che vibrava in ogni mia fibra.
"Sei buono, Edward..." sibilò.
Risalì, lento, e con una mano accarezzava il mio sesso,
mentre con l'altra si slacciava i pantaloni. E il suo bacino
aderì al mio sedere, strisciandosi avanti e indietro, mentre
gli indumenti scivolavano lungo le sue gambe, lasciandogli la piena
libertà.
Le mie braccia si aggrapparono istantaneamente al suo collo, mentre il
posto prima occupato dalla lingua veniva presto dalla sua erezione,
entrando completamente in me, in un colpo secco.
"W-Wi... Ahn..."
Prese le mie gambe, portandole ai suoi fianchi, reggendole con le mani,
mentre il bacino si muoveva quasi allo stesso ritmo con cui prima
agitava la lingua.
Lento, veloce, lento.
"Edward... Nh..."
Mormorava dentro le mie orecchie, la sua lingua che entrava dentro,
accarezzava il lobo, e scendeva fin sotto il mento, le spinte che
aumentavano di intensità. Le sue mani andavano su e
giù per le natiche, provocandomi leggeri brividi, che
andavano a sommarsi ai fremiti caldi provocati da quel contatto.
Cristo, muoviti.
Glielo avrei detto, se la mia bocca non fosse stata troppo occupata a
gemere.
Ma lui parve capire comunque, probabilmente vista la mia inaspettata
collaborazione, le gambe che si aprivano per farlo sprofondare in me.
E altre spinte furono, veloci, profonde, finché non venni
sulla sua camicia, lui che continuava a muoversi, per giungere
all'apice pochi istanti dopo di me.
Le mie dita si strinsero alle sue braccia, mentre la testa si poggiava
al suo petto ancora ansante.
Lo vidi uscire dal mio corpo, lo sperma che ancora ci collegava, la
prova tangibile di ogni nostra azione.
Abitudine, ormai.
Infilò il dito tra le mie natiche, graffiando un poco,
mentre raccoglieva il suo stesso liquido, per poi appoggiarlo sulle mie
labbra.
"Su, assaggia."
E lo feci entrare, ancora stordito, ancora inebriato di quel piacere.
Che accarezzava la lingua, dolcemente, facendomi sentire tutto il suo
sapore, la punta dell'indice che solleticava l'organo, umido di saliva
e sperma.
Chiusi gli occhi.
Sentivo un piacevole tepore invadermi il petto. Ma non era la sua
lingua sui miei capezzoli. Né la sua mano che accarezzava
lenta i capelli.
Era un pensiero. Che si era insinuato tra gli altri, spingendo,
predominando, forse per salvarmi, forse solo per farmi impazzire.
La mia mano si mosse, lenta, a stringere quel polso che non apparteneva
più a lui, non era più suo. Feci scivolare fuori
il dito, senza resistenza, e la mia lingua ne lambì ogni
centimetro.
Così buono, così caldo.
Ahn...Lo
sentivo gemere nelle mie orecchie, la voce distorta.
William non c'era più.
E... Edward...
.. Cosa stavo facendo... ?
Una lappata, due, tre, mentre tutto colava, in gola, sul mento, nella
sua mano.
F...Frat...
"... Al... Al..."
E la mano fremette un poco, prima di tornare rilassata.
Di nuovo in bocca. A succhiare, leccare, mordere. A sentire quel
sapore, il suo sapore, e Cristo, non
mi importava chi o dove fossi, ero con Al, Al, Al, Al era
lì, era con me. Al era...
Era sempre nei miei pensieri.
Era ciò che avevo sempre voluto.
Era ciò di cui avevo sempre, sempre, sempre vissuto. Ogni
suo gesto, ogni sua parola, ogni suo respiro era linfa vitale, era
parte di lui che entrava in me, come quel dito che penetrava la mia
bocca, dolce, salato, amaro, aspro, tutto.
"A-Alphonse..."
Ansimi sotto il suo tocco, che dal petto scendeva al ventre,
all'eccitazione stanca, ma ben dritta, solleticandola con la punta
delle dita.
Una risatina giunse al mio orecchio, alito caldo.
Erano le sue mani, di nessun altro.
Era la sua voce, di nessun altro.
Erano fremiti provocati dalla sua mano, dal suo respirare sul mio
collo, e niente di più.
"Ed, Ed..."
Così pura, così cristallina.
La sua voce.
Solo la sua voce.
Solo le sue mani, la sua pelle, il suo profumo, la sua bocca, i suoi
occhi.
Solo lui.
Uno, due, tre movimenti sempre più audaci. E un bacio sulla
fronte, di una dolcezza infinita, quasi fuori luogo.
Altri movimenti, altri gemiti, altro liquido che impregnava il mio
corpo, e le sue mani.
Strozzato, il suo nome si affievolì sulle mie labbra,
morendo mentre lui schioccava un altro bacio, sulle labbra.
... Perché
sto piangendo...?"
Giorni su giorni si accatastavano, inutili frammenti di una vita persa.
Non avevo più il coraggio di guardare Alphonse in faccia.
Non potevo, semplicemente.
Dio.
Da quel giorno, e per tutti i giorni a venire, per me fu un vegetare su
una sedia, fosse a casa, o a scuola, o al parco, o Dio solo sa dove.
Non volevo vedere.
Non volevo vederlo.
Alphonse. Al. Mio fratello. Invocato, implorato, desiderato.
E Dio. Oh, Dio. William sapeva. Sapeva. E io ero. Decisamente. Fottuto.
Dio.
E se lo avesse incrociato negli anditi...? E se gli avesse detto
tutto...?
Al mi avrebbe odiato. Sicuro quanto era vero che il cielo del mattino
era azzurro. Sicuro quanto il giorno segue la notte.
Sicuro quanto il mio nome era Edward Elric.
Quando incontravo William per le scale, lui sorrideva, come se niente
fosse, e proseguiva per la sua strada mentre Alphonse, al mio fianco,
mi guardava preoccupato.
Non capiva, lui, io invece capivo anche troppo a cosa lui alludesse con
quegli sguardi così... ambigui.
Vai a fanculo, Moore.
Ecco, l'ho detto. Dio.
Comprare il silenzio. Praticamente vendermi a lui.
Prendimi, tanto
è solo un involucro vuoto.
O forse troppo pieno.
Pensai che quello fosse l'anno della mia liberazione.
Io al terzo, lui al quinto.
E poi addio, goodbye, adios, auf wiedersehen, sayounara. Insomma, a mai
più rivederci.
Mi aggrappai a quell'idea con insistenza, quando arrivò
settembre, mentre le altre persone pensavano alle povertà e
alle morti portate dalla Grande Guerra.
Cosa che, finché non mi toccava personalmente, non mi creava
problemi.
Avevo altro a cui pensare.
Avevo un desiderio da tener lontano, e una minaccia a cui tener bada
nel modo peggiore. Avevo una guerra personale, dentro di me, avevo
bisogno di...
Scappare.
Ma non mi era concesso, no.
Settembre passò lento, il profumo estivo di fiori e il sole che andavano a confondersi, per poi scomparire, con i colori
dell'autunno, le foglie che cadevano lente, toccavano il suolo, e
aspettavano la loro fine. Ed erano le prime lezioni del nuovo anno, ed
erano voci che aleggiavano divertite attorno a me, erano domande per
me, e su di me.
"Elric, successo
qualcosa?"
"Ma no, ma no... E' il
cambio di stagione..."
"Elric è
strano, non credete?"
Bisbigliavano.
Ma io li sentivo.
Era il caldo estivo che sfumava nel gelo dell'inverno, lento.
Ottobre arrivò subito dopo. Era stato un autunno
particolarmente piovoso. E freddo. Che lui combatteva,
facendo del mio corpo un calorifero, riscaldando la bocca con la mia
carne, le mani con i suoi tocchi, la gola con i suoi gemiti.
Ottobre erano le cioccolate di Mary Rose e le passeggiate con
l'ombrello sotto la pioggia.
Ottobre era Alphonse che veniva la notte ad abbracciarmi, mentre io
studiavo, nascondendo le lacrime dietro gli sbadigli.
Ottobre era un "Sono
disperato" e un "Ho bisogno di aiuto."
E di "Ormai
è troppo tardi."
Poi... Novembre, novembre. Mamma collassò. Troppe medicine.
Troppe preoccupazioni. Troppi nervi saltati, troppe discussioni con
questo e con l'altro.
"Fratellone, ho paura..."
Lo abbracciavo ogni volta, gli baciavo la fronte, lo cullavo sul mio
letto finché non si addormentava. E nel sonno chiamava me, e
chiamava la mamma.
I pomeriggi lo portavo all'ospedale.
Al pensava che la mamma stesse male per qualche problema naturale.
Non sapeva nulla.
La mamma era una dea.
E lui si sedeva al suo capezzale, e io a volte stavo, a volte andavo
via.
"O vieni, o Al..."
Dovevo. Andare. Via.
"Fratellone, dove
stai...?"
"Vado a fare la spesa.
Poi torno a prenderti, fai compagnia alla mamma."
E corri, corri Ed, fino
alla tana del lupo.
Quante volte ci sarò stato, in quei giorni? Quante volte mi
avrà preso - avanti e indietro, avanti e indietro - quante
avrà sussurrato il mio nome?
Quante, fino al suo Buon
Natale in Dicembre, fino al suo bacio casto sulle labbra,
a dirmi che ero un bravo bambino, che non sarebbe mai successo nulla?
Tante?
Troppe.
E a Gennaio la neve cadeva, leggera, a coprire ogni via, ogni tetto,
ogni cuore.
La mamma di nuovo a casa, a sorridere stancamente, il viso segnato
dalle occhiaie, dalla magrezza, dal dolore.
Di papà neanche l'ombra.
E Alphonse che si premurava di accudirla, di imboccarla, di parlare con
lei finché non si addormentava, stanca. E poi veniva da me,
magro quanto lei, stanco quanto lei, spossato dai dolori e dai sensi di
colpa.
"Fratellone...?"
Vocina implorante, vocina straziante.
Dio, Al. Non guardarmi
con quegli occhi.
Neve copiosa fino a febbraio. Quando cominciò a rallentare,
quando il gelo cominciava a sciogliersi, entrando in marzo con quel
nuovo tepore.
La primavera stava arrivando.
Le buone notizie anche.
Le cattive pure.
"Abbiamo deciso di
organizzare un viaggio di istruzione a Cardiff per maggio. Ci saranno
la terza e la quinta sezione, dato che la quarta è impegnata
con le prove del concerto di fine anno."
Facevano un concerto?
Bah, poco importava.
...Quinta e terza.
William ed io. Io e William.
Ottimo.
Ottimo davvero.
"E così domani parti?"
"Già..."
Gli indumenti erano adagiati sul letto, piegati con amore da lui, che
mi guardava, sostando sul ciglio della porta.
"Non sei felice?"
No, anzi, sono decisamente irrequieto.
"Beh, si... Non sono mai stato a Cardiff..."
"A Cardiff c'é il mare! Io non ho mai visto il mare!"
mormorò, con una punta di eccitazione sulla voce.
Segna: portare Alphonse
al mare.
"Per quanto ne so, non è granché magnifico,
lì... Ma sarà bello, si."
Un sorriso appena accennato, mentre la camicia andava sopra il golfino.
E sopra i pantaloni.
Sarei stato via quattro giorni, e avevo già la valigia piena
di cose inutili.
Golfino a maggio...?
"Guardalo anche per me, eh!"
"Ahah, certo, Al!"
Mi voltai a guardarlo, sorridendo.
E lui ricambiava, ed era questo che mi dava la forza di sopportare
ancora tutto.
Ancora per poco.
"Alphonse... Alphonse! - la voce della mamma dalla sua camera, roca ma
squillante - Bussano alla porta, andresti ad aprire?"
"Ok! - urlò oltre la porta, poi guardandomi sorridente
aggiunse - Vado e torno! Sarà il dottore!"
Il rumore dei suoi passi per le scale rimbombò fino a quando
non arrivò al piano di sotto, dove i suoni si fecero tutti
ovattati.
Un altro maglione dentro la valigia.
Lo scricchiolio della porta, e la voce di Alphonse che a fatica
arrivava al mio orecchio.
Infilai in valigia una canottiera, in caso avesse fatto freddo - e no,
quel golfino non lo avrei mai messo, era lì solo per far
piacere ad Al, e niente di più - poi mi rimisi in piedi,
ordinando alle chiusure della valigia di scattare.
Olé, fatto.
Portai le braccia dietro la testa, allungandomi per sentire i muscoli
tendersi e, subito dopo, rilassarsi.
Al ancora parlava. Ma l'ospite era ancora fuori dalla porta, a quanto
capivo dalla sua voce bassa.
Poco importava.
Feci un giro della stanza, onde evitar di lasciare qualcosa di utile in
casa, mentre il silenzio era tornato sovrano, disturbato solo da un
tenero rumor di passi.
Tornava.
Mi voltai verso la porta, e quando poggiai la mano sul muro, e la mia
testa fece capolino nell'andito...
"Al, ho finito, mi daresti una mano a..."
...Si fermò.
"Ciao, Edward!"
La mano che svolazzava a mezz'aria, un sorriso pacato sul volto.
Che diavolo...?
Guardai Alphonse, che fece spallucce. Come a dire L'ho
avvisato che eri impegnato, ma ha insistito così tanto per
entrare.
"Ciao, Will..."
Fu un sussurro. Ed ero sicuro che lui avesse sentito tutto, solo con
due parole.
Al, Dio, allontanati.
"Sono venuto per dirti che mia madre ha detto... - sorrise, affabile -
Che se vuoi, in stazione, puoi venire in auto con noi,
anziché prendere il tram."
Tutto qua? Bene.
Ora vattene, per l'amor
del cielo.
"Ah, grazie, volentieri..."
Sorrisi, lo sguardo grave di Alphonse su entrambi.
Ma William non parve notarlo.
"Al! Alphonse!"
Mamma chiamava.
"Torno subito!" disse poi, scuotendo la testa e sorridendo, facendo
dietro-front e andando verso la stanza di mamma. William
osservò la sua schiena sparire dietro l'andito e poi...
Dio, non me ne resi neanche conto.
La mano premuta sul petto, una spinta e giù a rimbalzare sul
letto.
"William, no!"
Me lo ritrovai sopra, una ciocca di capelli che solleticava la mia
guancia.
Dio no, dio no, dio no.
"Edward, zitto..."
Si chinò, premendo con forza le mani con forza e cominciando
a passare la lingua sul collo, piano.
"W-William, no!!" ripetei, divincolandomi.
Cielo.
La sua gamba si interpose tra le mie gambe, quel fottutissimo ginocchio
che si muoveva, lento quanto la sua lingua, a lasciar scappare un
gemito dalle mie labbra.
"N-no..."
Le braccia cedettero, molli. La schiena scivolò
all'indietro, lasciando che quel contatto diventasse più
profondo, mentre anche lui scendeva con me, e la lingua andava a
torturare l'orecchio, dentro e fuori
"A-Ahn..."
Tortura tortura tortura.
E poi.
Cazzo.
Quel formicolio.
Cazzo.
Cazzo.
"A..."
"... Che... Che..."
"A...AL!"
La schiena scattò in avanti, le mani di William che si
fecero salde sulle spalle.
Era diverso.
Era diverso da due anni fa.
C'era la porta tra di noi. C'era un muro. C'era... C'era...
Oh, Dio.
Perché?!
Non una parola. Solo un labbro che tremava, gli occhi che si caricavano
di lacrime, e il viso che si faceva sempre più rosso.
Rabbia, vergogna, cosa, Al?
Scosse la testa, tremando, e poi corse via.
"AL!!"
Non saprei dire dove trovai la forza per spingere lontano William da
me. Sentii solo un tonfo sordo, probabilmente della sua schiena che
sbatteva contro il muro, e poi il mio cervello fu solo preso dal
pensiero che Al aveva visto, DI NUOVO, le mie
orecchie furono invase solo dal battito del cuore, in gola, che faceva
un male cane.
Ma non quanto il male che avevo provato nell'istante in cui le nostre
iridi si erano incrociate.
Arrivai davanti alla sua porta, bussando con insistenza, il legno che
scricchiolava sotto i miei pugni.
"AL, APRI, CRISTO!"
"VATTENE!!"
Un urlo isterico, disperato.
Pugni, pugni, schegge.
"AL, TI PREGO, APRI QUESTA PORTA!"
Era un groppo che andava su e giù per la gola, era uno
squarcio nel cuore che si stava aprendo, lento.
E solo Dio sa quanto faceva male.
"HO DETTO DI ANDARTENE!" sbraitò ancora, e sentii qualcosa
sfracellarsi al suolo, forse un bicchiere, sapeva di rotto in mille
pezzi.
Come me.
Le gambe tremarono. E le ginocchia cedettero, stanche. Le mani si
aprirono, avventandosi sulla parete di legno, mentre scivolavo a terra,
piano.
E tanti singhiozzi smossero il mio corpo, tante lacrime bagnarono il
mio viso.
Un formicolio divertito sul collo.
E lui non uscì di quella stanza, non finché non
partii.
Ma non ero capace di pensare né al divertimento,
né ad altro.
Solo. Il. Vuoto.
-Fine sesta parte