-Terza Parte
Il dolore alle tempie, pulsanti di stanchezza e di febbre che pian
piano si alzava, mi costrinse a riaprire lentamente gli occhi,
lasciandomi intravedere qualcosa che non era più la mia
scuola.
La mia mano, prima stretta a soffice stoffa di una camicia che
profumava d'acqua di colonia, era ora stesa sulla morbidezza delle
coperte bianche, piene di quel profumo di fiori di lavanda che la mamma
usava per tener profumata la biancheria riposta nei cassetti.
"Mh..."
Tastai il materasso, gli occhi infastiditi dalla luce che entrava dalle
persiane, e tra il fresco delle lenzuola sentii una mano calda, che si
mosse al mio tocco.
"Ah, fratellone, come stai?"
... Al? Oh, certo. Ero a casa.
"Al...phonse...?"
Ero ancora intontito. Davanti agli occhi avevo ancora le immagini di
quel bagno azzurro, di William che mi chiedeva scusa, dei compagni che
si domandavano cosa avessi.
Già. Cosa avevo?
Ricordo solo di aver sentito il calore appropriarsi delle mie guance,
le forze venire a mancare lentamente, le braccia di William che mi
stringevano e il suo calore che mi aveva fatto assopire.
E poi, silenzio assoluto. Il mio era stato un sonno senza sogni. Mi
accadeva spesso da bambino, e ancora oggi capita che, in preda a
un'influenza, o cose così, i miei riposi siano pieni di
desolazione.
Sentii qualcosa di umido bagnarmi la fronte. Sollevai a fatica gli
occhi, vedendo un lembo di garza che gocciolava, acqua fresca che
scivolava lungo le mie guance roventi.
"Che... Cosa è successo?"
Dio, che straccio. Non riuscivo nemmeno ad articolare bene le parole.
"Mamma ha detto che ti ha portato qua un ragazzo...Un tuo compagno,
credo...Ha detto che sei stato male e lui ti ha riportato a
casa...Mamma si è presa uno spavento, pensa che ha chiamato
a scuola per dirmi di tornare a casa..."
Mi rimboccò le coperte, coprendomi fino alla gola, mentre il
mio corpo sputava aria con colpi di tosse poco delicati.
"Vado ad avvertire mamma che ti sei svegliato, faccio in fretta, eh?"
E la porta si poggiò, leggera, mentre la tenera voce di Al
riempì la casa, chiamando la mamma.
Poi il silenzio.
I miei occhi, abituatisi finalmente alla luce, cominciarono a guardarsi
attorno, quasi come se fossi stato là per la prima volta.
William non c'era. Il suo tepore mi aveva abbandonato nel momento in
cui mi aveva poggiato sul letto sfatto da Trisha, ma addosso ai miei
vestiti c'era ancora quel buon profumo che aveva impregnato ogni fibra
della camicia.
Probabilmente era dovuto tornare a lezione. In fondo lui non aveva
alcun motivo per stare fuori dall'istituto, anzi.
Si era mostrato così gentile a portarmi a casa,
così gentile e così delicato da non turbare il
sonno che mi aveva colto alla sprovvista. Mi ritrovai a chiedermi
diverse volte a chissà cosa pensasse lui in quel momento.
Quando mamma entrò in camera, seguita da Al, la guardai
sforzandomi di sorridere. Non mi andava di compatirla per il suo viso
scavato, né di rimproverarla per essersi esageratamente
preoccupata per me.
A dire la verità, mi rincuorava sapere che quelle pastiglie
non le stavano facendo dimenticare l'esistenza dei suoi figli.
"Edward, come stai?" disse, togliendo la garza dalla fronte e
passandoci amorevolmente la mano.
"Eh... Sono stato meglio, credo..."
Parlare e sorridere erano due cose che mi veniva difficile da fare,
insieme. Tossii tra un respiro e l'altro, senza riuscire a portare una
mano alla bocca e per questo nascondendo per parte il viso sotto le
coperte.
Mi verrebbe quasi da dire Non
sono mai stato peggio, ma non sarebbe stata la
verità, quindi ritentai di dire le stesse parole di prima in
maniera più...udibile?
"Fratellone, hai bisogno di qualcosa?"
Scossi la testa, al momento l'unica cosa che volevo era solo riposare
un altro po', giusto un altro pochino... In fondo non facevo niente di
male, no?
"Solo riposare..."
"Ok..."
Mentre la mamma mi risistemava la garza, dopo averla inumidita e
strizzata con cura, Al mi rimboccava le coperte fin sotto al mento, e
per un attimo mi sentii di nuovo bambino, quando Alphonse veniva in
camera e mi faceva un po' da mamma, un po' da fratello; quando zitto
zitto entrava nel mio letto ("Va
meglio, fratellone?), e si stringeva a me, col suo
corpicino caldo che mi avvolgeva e mi riscaldava ("Si, Al, grazie..." Bacino sulla
fronte.).
"Grazie..." bisbigliai, con voce appena alta per farmi udire da
entrambi, che sorridendo toccarono le mie braccia da sotto le coperte e
mi ricordavano che se avessi avuto bisogno di qualcosa, avrei dovuto
solo chiamarli.
Non feci in tempo neanche a vederli uscire dalla stanza che
già mi ero riaddormentato.
Quando sentii bussare dolcemente alla porta della mia stanza, pensai
davvero che ignorare quel rumore sarebbe stata cosa giusta per tutti.
Mugugnai qualcosa di indefinito, probabilmente rivolto più
al sogno che stavo facendo, che non alla realtà che si stava
profilando in quel momento.
"Edward, posso entrare?"
Mamma, altri cinque
minuti...
"Forse sta dormendo...vuoi che lo svegli?"
Era una voce così lontana...
"Ma no, poverino...Si vede che ne ha bisogno..."
...Decisamente stavo ancora sognando.
"Posso rimanere con lui?"
"Certo...Fai pure."
Erano voci così lontane, eppure così
distinguibili.
Il rumore di una porta che si apriva e si richiudeva. Passi soffici che
impregnavano il pavimento della loro presenza, quel dolce profumo di
acqua di colonia che tornò a riempire le mie narici, con
pacatezza.
Una sedia che si muoveva di pochi centimetri, lasciando che un corpo
longilineo ci si accomodasse, portando la schiena verso di me, povero
malato costretto a letto.
Il mio corpo, che prima dava le spalle a quella porta ora socchiusa, si
voltò dalla parte opposta, ancora assopito. Per quanto
volessi davvero aprire gli occhi, e vedere se sogno e realtà
combaciassero, le palpebre erano ancora troppo pesanti.
Potevo sentire un leggero pizzicore sulla nuca. Mi accadeva sempre
quando qualcuno mi osservava senza che io vedessi.
"Ehi..." sentii, leggero come un soffio.
E al tocco della sua mano sui miei capelli, occhi dorati si aprirono,
lenti, lucidi, affaticati. Incontrando i suoi.
"W...William...?"
"Ciao..." e lo vidi sorridere tra le lacrime di sonno. La voce debole,
gentile, la stessa che mi parlava poche ore prima su un gelido
pavimento.
Sembrava tutto così...caldo. Così quieto.
"Ciao..." risposi, tra l'intontito e...qualcosa di indefinito.
Non sapevo con precisione, ma di sicuro era stata una bella sorpresa
trovarlo al risveglio.
Mi passai una mano tra gli occhi, cercando di assumere un po' di
contegno, mentre lui aveva dipinto sul volto un sorriso sornione.
"Come stai?" domandò, mentre gentile mi sistemava le coperte.
"Una chiavica..." risposi, mentre il pizzicore alla gola si faceva
intenso, il catarro che andava su e giù per la gola
facendomi rantolare ad ogni respiro. Si, Cielo. Nonostante fossi in un
luogo fermo, sentivo ancora il pavimento ballare, la stessa sensazione
che avevo avuto quando papà ci aveva portato in Francia con
quello stupido battello che traversava la Manica.
Stupido, stupido battello.
"Hai preso qualcosa?"
"No... Ho solo mandato giù mezzo litro d'acqua... Mamma
è fissata con certe cose, dice che... cough... dice che fa
bene..."
"E ha ragione..."
"Non riesco...a mandare giù niente...ho le tonsille che
sembrano...cough cough... due palloni..."
Con la poca forza che avevo in corpo, tentai di mettermi seduto sul
letto, ma lui mi guardò, scuotendo la testa, e mi
poggiò la mano sulla spalla fermandomi.
"Stai sdraiato, è meglio..."
E, in quel momento, non potei far altro che obbedire, da bravo, e
tornare alla mia posizione originaria. Sollevai le ginocchia,
avvicinandole un poco al petto, che intanto sobbalzava, scosso dai
battiti del cuore reso veloce dalla febbre alta e da quel po' di paura
che avevo in quel momento.
Solo con lui, una seconda...terza volta.
Eppure ora sembrava così gentile...così
premuroso...Sembrava davvero essersi pentito di...ciò che
non aveva un perché.
"Hai bisogno di qualcosa?"
"No...Grazie."
Sorrisi.
"Grazie...per essere venuto...Non...cough...non me lo aspettavo..."
"Douglas mi ha chiesto di portarti gli appunti della sua lezione, se
potevo...E anche la Gray...così ne ho approfittato...Ti ha
dato fastidio?"
No.
"No."
Se mi avessi odiato non saresti venuto, no?
"Mi fa piacere che tu...sia venuto, davvero...Dovrò
essere...debitore a Douglas..."
E lui rise, di quella risata cristallina che avevo sentito da poche
persone. Forse solo da Al, prima di conoscere lui.
Mi riaccarezzò i capelli, guardandomi da capo a piedi, con
fare preoccupato.
"Non è...colpa mia, vero?"
Dio, che domanda è? Perché sparisci sempre quando
ne ho più bisogno? Ieri mi hai abbandonato tra gli alberi,
oggi tra le sue domande.
"Ma..che dici...certo che no..."
A dire la verità, non ne ero poi così sicuro. Ma
davvero, era meglio non caricarlo di colpe.
Pareva averne già abbastanza, in quel momento.
Sospirò, lo sguardo carico di...tristezza, sensi di colpa,
frustrazione. Puntellò i gomiti sulle sue stesse ginocchia,
per poi far cadere di peso la testa fra le sue mani, ciocche di capelli
che sfuggivano, andando a fargli da riparo.
"Will...William..."
Scosse la testa, ancora ben poggia sulle sue mani, mugugnando qualcosa
che non riuscii a capire.
E quasi mi venne di istinto, poggiare poco saldamente la mano sul
materasso, e spostarmi con i fianchi fuori dal letto. La mano libera,
tremante, si poggiò sulla sua spalla, che
sussultò, leggera, sospresa, e il mio volto si
avvicinò alle sue mani, sfiorandole con la fronte.
"Ed..."
Sollevò lo sguardo, e io il mio.
"Non è colpa tua...Davvero."
E per la terza volta, la sua mano affondò nei miei capelli,
sciolti e disordinati sulla schiena. Mi spinse dolcemente a
sé, lasciandomi adagiare sul suo petto, il battito regolare,
quasi facesse concorrenza a un orologio.
Così troppo
tranquillo, così rilassante... Il suo profumo persistente
entrava nelle mie narici, e quasi pareva placasse l'incessante grattare
della gola.
Restammo così per un bel po' di tempo, credo. Quel ragazzo
pareva decisamente avere uno strano effetto su di me.
Era stata una calamita, fin dal primo giorno.
Era una droga dal quale
no, non avrei avuto scampo.
Quando feci pressione sulla spalla, lui mi aiutò a
rimettermi composto sul letto.
"Devo andare...Al bagno..." mormorai, grattandomi la testa.
"Vuoi che chiami tua madre?"
"No...Ce la faccio...è la stanza accanto..."
Scostai con lentezza estenuante le coperte, lasciando scivolare fuori
le gambe, e mi chiesi se avrebbero mai retto per pochi passi. Sentivo
le gambe molli, mentre peso della mia schiena cominciava a gravare su
di esse, e poggiandomi alla spalla di William, azzardai i primi passi
verso la porta.
Dopo di che, mi ritrovai rovinosamente a terra.
"Ouch..."
"Ed!" fece lui, alzandosi dalla sedia e venendo in mio aiuto.
Aveva delle mani così calde...
"Meno male che ce la facevi." aggiunse poi, prendendo il mio braccio e
lasciandolo passare dietro le sue spalle, sollevandomi poi con forza.
"Scusa..." fui capace di rispondere, mentre mi aggrappavo. Non gli
chiesi neanche di accompagnarmi, fu una cosa che capì lui da
solo. E passo passo, la porta della mia camera si aprì quasi
contemporaneamente a quella del bagno, di fronte a me.
"Su, ti aspetto."
E fu tempo di cinque minuti, che mi ritrovai di nuovo sul letto, a
discutere del più e del meno, della noiosa lezione di
algebra di Douglas, delle opere preferite della Gray, del cortile ora
decisamente più pulito e alla febbre che sembrava essere
diventata più tollerabile.
"E' un tuo amico?"
"Si...Fa la terza...Mi ha aiutato quando...cough...quando sono stato
male il primo giorno di scuola..."
"Capito..."
Mamma sorrideva.
Mamma pensava che fosse un bene.
Mamma non sapeva.
Mamma non avrebbe mai creduto.
E io non avrei mai parlato.
Quando lo vidi piombare in casa il secondo giorno, mentre Al mi faceva
compagnia raccontandomi di quanto isterica fosse diventata Julia, quasi
non ci credetti. Era stata una gioia per me, averlo in casa la sera
prima, ma non pensavo che sarebbe venuto anche l'indomani.
E l'indomani ancora.
Era stato così gentile da aver portato persino dei dolci per
la mamma e per Alphonse.
A me ne aveva portati altri, a parte.
"Hai bisogno di
mangiare, per riprenderti!", scherzava, mentre mi porgeva
il vassoio. E le sue piccole cure parvero fare decisamente
più effetto di due stupide pastiglie al mattino e due alla
sera.
Piacevolmente stupito, mi ero lasciato viziare e coccolare durante quel
periodo di degenza, fino a quando al mio fisico non fu concesso di
reggersi in piedi senza il bisogo del sostegno di nessuno.
Era il quarto giorno.
"Sembri stare meglio, eh?"
"Si, decisamente..."
"Potresti tornare a scuola, domani... - e mi toccò la
fronte, gentile - La febbre sembra passata..."
"Magari a cena ne parlo con mamma...e vedo cosa dice..."
"Wow, se parli di cenare, significa che stai davvero meglio allora!"
"Si, prendimi in giro...", e gli diedi una leggera gomitata sul fianco,
mettendo a rischio quel povero pasticcino che si trovava tra le sue
mani.
"Ma io sono serio..."
"Se tu sei serio, io sono alto..." e stupido, tanto da prendermi in
giro da solo.
Ma a lui scappò solo un sorriso divertito, e lo stesso
successe a me.
Poi Al venne a bussare dicendo che la cena era pronta, e William,
prendendo le sue cose, si congedò e si augurò di
vedermi la mattina dopo di fronte al cancello della scuola.
E con un cenno della testa e l'agitarsi della mano, gli augurai la
buonanotte e un arrivederci all'indomani mattina.
E fu questione di ore, di ore soltanto.
"Te lo avevo detto, Edward, non dovevi andare fuori."
Era necessario infierire? No, perché...
"Fratellone, come stai?"
Sinceramente parlando? Una merda. Ma di quelle brutte.
Ma non potevo dirtelo, no.
Non riuscivo nemmeno ad aprire la bocca. Annaspavo, cercando aria
laddove ve ne fosse, stringendo convulsamente le coperte, gli spasmi
provocati dalla tosse che scuotevano il mio corpo infreddolito, la
temperatura sballata a causa della febbre.
E a quest'ora probabilmente lui era andato nella mia classe per
cercarmi, e non mi avrebbe trovato, e non avrebbe capito.
O forse avrebbe capito troppo.
E intanto soffocavo, sotto le coperte a volte troppo calde, a volte
troppo inutili a riscaldarmi. E dire che quella mattina mi ero
svegliato con tutta l'intenzione di andarci, a scuola.
Fallimento.
Misero fallimento.
Al venne nella mia stanza, portandomi della zuppa di verdure calda e
sistemandomi con pazienza la garza, che continuava a muoversi, a
cadermi sugli occhi, a scivolare a terra ogni volta che un colpo di
tosse troppo forte mi faceva muovere.
Era persino peggio del primo giorno.
Le tonsille parevano talmente gonfie da ostruire il passaggio
dell'aria, sentivo il catarro graffiare e infettare, portando alla mia
bocca quel fastidioso sapore di sangue che non sentivo da tempo, ormai.
Quand'era stata l'ultima volta che ero stato così male ..?
Se avessi avuto la possibilità di vedere la scena da un
punto qualsiasi della stanza, sarebbe stato piuttosto divertente. Al
reggeva il cucchiaio pieno di quella sostanza verde, portandolo
cautamente alla mia bocca, evitando di soffocarmi con le sue stesse
mani. E io che, ad ogni ingoio, facevo una smorfia schifata, e una di
dolore.
Difficile assaporare qualcosa in maniera decente, in quelle condizioni.
Quando poi finii di mangiare, e Al se ne andò, il mio
cervello smise per un attimo di pensare, e si limitò ad
ascoltare le voci che animavano la casa, in cucina.
Al sarebbe uscito con Julia e Michael, come ogni venerdì.
"Torno per le sei e
mezza!", come ogni venerdì.
Sarebbe andato al parco al centro della città, come ogni
venerdì, avrebbe preso un cono fragola e cioccolato, come
ogni venerdì, e poi sarebbe tornato a casa, si sarebbe
seduto a tavola, e armeggiando con la forchetta, avrebbe raccontato
dell'ennesima rissa tra Jack l'ubriacone e il propretario della
drogheria sulla 12esima.
Come ogni venerdì.
"Stai attento,
Alphonse..."
Le solite raccomandazioni del venerdì.
E oggi che era venerdì, più tardi papà
avrebbe chiamato dallo Yorkshire per avvisarla che non sarebbe tornato
prima di lunedì, e lei avrebbe gridato qualcosa
come "Non
c'é bisogno di inventare scuse per restare con la tua
puttana.", e poi giù a farmaci.
Come ogni venerdì.
...Abbastanza monotono.
La porta si chiuse in un lontano rumore, mentre l'orologio batteva le
quattro.
I miei occhi si persero a guardare il soffitto, mentre la cucina si
riempiva di rumore di piatti sbattuti con poca grazia sul lavello, e di
qualche colpo di tosse, ogni tanto.
Il calore rendeva le palpebre pesanti, ma non volevo dormire, non
potevo dormire.
Se William fosse arrivato, non avrei voluto farmi trovare in queste
condizioni. Avrei voluto che mi vedesse allegro, in piedi, guarito.
Non ridotto alla stregua di uno straccio.
"Edward, sei sveglio?"
...Mh?
"Nh..."
"Esco a fare spesa. Ti compro le medicine. Tu non ti muovere da qua,
ok?"
Come se fosse facile.
"Nh... Ok..."
La vidi avvicinarsi e darmi un bacio tra i capelli, tentando di
comportarsi come la madre che doveva essere, e che invece vedevo solo a
sprazzi qua e là. Poi chiuse la porta alle sue spalle,
frugando dentro un orribile vaso cinese formato mignon per scovare le
chiavi nascoste sotto le lettere di papà.
E quando la serratura scattò, lasciando che la porta di
ingresso, la sentii sussultare.
"Ah, ciao! - sentii a distanza - Tu sei il compagno di Edward, vero?"
Voci confuse.
Non cedere, Ed, non cedere.
"Arrivi giusto in tempo...Sto uscendo un momento, potresti badare a lui
mentre sono via?"
Non cedere.
Ancora voci confuse.
"Si, stanotte è peggiorato...Spero che in farmacia qualcuno
sappia consigliarmi per bene...Non starò via molto, grazie!"
E poi, la porta che si chiudeva.
Mamma era andata?
No, sentivo ancora dei passi.
"M....Mamma...?"
La porta si aprì, piano, il cigolare dei cardini penetrava
nelle mie orecchie come una trivella, andando ad alimentare il mal di
testa crescente. I passi si fecero sempre più distinti,
più chiari, e quando la sua figura si erse davanti a me, per
un momento il respiro, assieme alla voce, morì in gola.
"Ciao Ed..."
Si avvicinò, piano, lo sguardo grave sul viso. Aprii la
bocca, ma non ne venne fuori nulla. Non avevo le forze.
Mi poggiò la mano sulla spalla, lasciandola scorrere lungo
il braccio, poggio a peso morto sopra le coperte bianche.
"Stai di nuovo male?"
Un brivido. Leggero cenno con la testa.
"Scusami, è colpa mia. Avrei dovuto lasciarti rimanere a
letto, ieri."
Feci uno stanco cenno di diniego con la testa. Non era colpa sua, no.
Dopo forse.
Coi polpastrelli, leggero, prende la garza, immergendola dentro la
bacinella, e lasciandola lì, a galleggiare. Lento,
inarcò la schiena, poggiando le sue labbra sulla mia fronte.
"Sei così caldo..."
Deglutii a vuoto. Quella voce che andava incrinandosi, non mi
convinceva. E mi convinse sempre meno, fin quando il cuore
saltò uno, due battiti.
E la confusione tornò a bussare alla porta.
Fuoco. Niente di più simile. Fuoco.
Come la febbre che lentamente mi consumava. Come la legna che arde al
camino d'inverno. Come il sole d'agosto ai Tropici, che batte caldo.
Fuoco.
Le sue labbra erano così morbide, e così calde,
che non capii più nulla. La sua lingua, che gentile mi
accarezzava la bocca, lasciava una scia umida che sapeva di menta.
E bruciava, Dio come bruciava.
"Ed..." sussurrò, il respiro che solleticava la pelle.
Perché?
Ti avevo creduto...
"Non... non
succederà più."
E la tua bocca rimbalzò sulla mia con pacata leggerezza,
più volte, mentre la lingua tentava di entrare, in silenzio,
senza permesso.
Ma no, ero ancora abbastanza cosciente da riuscire a tenerla chiusa.
Prese tra i suoi denti la carne, torturandola con lentezza. E un
brivido cominciò a percorrere la mia schiena, in alto e in
basso, in alto e in basso, su e giù, sbattendo nel cervello
e ricolando a picco.
Poi, finalmente, lasciò la presa, con un piccolo schiocco.
La sua mano scivolò tra i capelli, mentre l'altra entrava
sotto le coperte, toccando il petto ansante, esplorandolo, toccandolo,
stimolando e tornando ad accarezzare il collo.
"Scusa..." mi ripeteva, con la stessa voce di quella volta, con lo
stesso tono carico di quel qualcosa che non riuscivo a capire.
Lì, sull'orecchio, respirava e mordeva e leccava, e mordeva
e respirava.
Il mio respiro, grave di per se, si fece se possibile ancora
più pesante.
"Stai tremando..."
Questa era
colpa tua, William.
Eri tu che mi facevi tremare, quel giorno.
E quel lobo che non smettevi di torturare, alla fine lo abbandonasti
per il collo, bianco cadavere per la malattia, umido della tua saliva.
Erano piccoli baci sul petto, sulle spalle che lentamente denudavi,
spostando con impazienza la maglia del pigiama.
Era un respiro che diventava gemito, dapprima appena udibilie, e poi
sempre...
Sempre più forte.
"W...Will..."
Ci provai a fermarlo, ma ero davvero troppo debole, e forse la mia mano
poggiata sulla spalla non fece che alimentare quel fuoco che non si
sarebbe più spento.
Non di nuovo, per
favore...
"N-no...William..."
Ma lui non sentiva, non udiva, non seguiva nulla, se non quell'istinto
primordiale che ogni tanto bussava alla sua testa, come se la spina
venisse staccata, e la logica si perdesse in un turbine di sensazioni
indefinite.
Io in quel momento non c'ero. Lui neanche. C'era solo il suo corpo, le
sue mani calde che esploravano ogni centimetro della mia pelle, e c'era
il mio corpo debole, distrutto, scosso da brividi di varia natura.
Paura, freddo e caldo, eccitazione.
Non pensare, Edward.
Non. Pensare.>
Sentii i suoi polpastrelli caldi infilarsi sotto le mie vesti, e andare
a sfiorare con calma i pettorali, soffermandosi dove la pelle era
più sensibile, dove provocava scosse di tensione che dal
cuore, andavano a concentrarsi sempre più in basso.
Odiavo non avere controllo del mio corpo.
Un gemito scappò dalle mie labbra, e lui si voltò
a guardarmi, sorridendo, mentre le dita della mano libera giocava con
una ciocca di capelli.
"Shh..." fu solo capace di mormorare, mentre di nuovo baciava la mia
fronte.
Che contrasto assurdo.
"Vedrai...tra poco starai meglio..."
Non capivo, non volevo capire, era solo un incubo.
Si, era solo la febbre, non era la realtà, non era la
verità.
...Cristo, si
che lo era. Ed era così tangibile da fare quasi
schifo.
Senza preavviso, la sua mano scivolò fuori dalla maglia del
pigiama, e lui si rimise in posizione eretta, guardandomi. E io
spaurito, senza capire, sibilai qualcosa, ma quel qualcosa
morì sulle mie labbra prima che un suono potesse
fuoriuscire, quando lui si inchinò davanti al letto,
sorridendo, toccandomi la spalla umida delle sue carezze, gentile.
"Tra poco starai meglio."
E la sua mano si aggrappò alle coperte, sollevandole, e vi
andò sotto, lasciandosele cadere sulla schiena.
Panico.
Il mio braccio cominciò a muoversi sulle coperte, alla
disperata ricerca della sua testa. Cosa...
"W... William... no..."
Un bacio sulla pancia, la lingua che giocava con l'ombelico,
inumidendolo, e i denti che, senza stringere, acchiappavano lembi di
pelle da lì, e sempre più giù. Piano.
Piano...
Sentii i tessuti scivolare lungo le mie gambe, trascinati dalle sue
mani con calma, senza fretta.
Senza fretta.
Un sigulto scappò dalla mia bocca, un suono acuto che non
sortì alcun effetto, mentre il mio viso si inumidiva, un po'
per il sudore, un po' per la febbre, un po' per le lacrime.
La mano scivolò leggera sul basso ventre, dolce, perfida,
impaziente. La pelle tesa fu tempestata di teneri baci, usata come
foglio su cui lasciare tracce che sarebbero state indelebili. Le mie
gambe si muovevano da sole.
Scappa, Ed, scappa!
Troppo debole, troppo sconvolto. Tramortito da questo e quell'altro
sentimento.
Quando avvertii la sua mano sopra di me, sopra la mia involontaria
eccitazione, sentii una piccola parte di me morire, e strinsi gli
occhi, terrorizzato, mentre i denti affondavano nelle mie labbra, a
trattenere i gemiti.
E di nuovo quel su e giù martoriante, distruttivo, stavolta
diverso, senza indumenti a fare da barriera, senza la protezione
inutile di boxer, o pantaloni. E il mio petto cominciò a
sobbalzare convulsamente, senza quasi far entrare aria nei polmoni,
talmente i respiri erano veloci. Mentre una mano mi accarezzava
il'interno coscia, l'altra molestava la pelle pulsante, massaggiandola
con il pollice, distendendola, graffiandola con le unghie.
"Nh..."
Morsi più forte, sangue che inumidiva le labbra.
"Edward... - un suono reso ovattato dalle coperte - Non trattenerti,
Edward..."
Il labbro scivolò dalla presa nel momento in cui qualcosa di
umido avvolse il tutto, con rapidità tale che quasi non me
ne resi conto. E lì non ressi più, e un gemito
scappò via dalla gola, risalendo fino alle labbra,
liberandosi nell'aria.
Il contatto si interruppe - "Bravo, Ed..." - per poi riprendere. E la
punta della lingua titillava quella del mio membro, bagnandolo,
lasciando che saliva colasse lungo tutta la lunghezza.
Lo sentivo, lo sentivo, era disgustoso quasi quanto la mia voce ansante.
"Aah...B-basta..."
E tra un lamento e un gemito, mi parve di sentire un rumore esterno, ma
così lontano, così soffice, che non ci diedi
peso.
La sua mano si muoveva sempre più veloce, mentre la bocca
baciava e succhiava con forza crescente, mozzandomi il fiato,
strappando via il coraggio di aprire gli occhi anche solo per un
istante.
Tra una leccata e una succhiata, sentivo il suo fiato caldo su di me,
quasi al mio stesso ritmo, gemiti forti che riempivano l'aria.
E mi accorsi che la sua mano, quella prima libera, non poggiava
più su di me.
Cominciò a pulsare, doloroso. Cominciai a sentire un vuoto
allo stomaco, che si accartocciava su se stesso, e il caldo che mi
avvolgeva in una morsa asfissiante, la testa che girava. E un leggero
formicolio sul viso, poi sul petto, e poi sul resto del corpo, come se
qualcuno stesse osservando e giudicando, disgustato.
E con un gemito forte, stringendo gli occhi, quasi urlando, mi liberai
di tutta la tensione che avevo in corpo, venendo nella sua bocca,
sentendomi sommerso dalla paura, dalla vergogna, da quel liquido bianco.
E fu cosa di poche decine di secondi. La sua lingua ripulì
là dove io avevo sporcato, il mio corpo sembrò
essere diventato insensibile a qualsiasi cosa, e anche lui gemette,
forte, e dopo uno, due minuti, forse, risbucò da sotto le
coperte.
Gli occhi ancora chiusi. Stretti stretti, come quando eravamo piccoli
io e Al, e la mamma entrava silenziosamente per vedere se dormivamo.
Ma non dormivamo.
Come quando papà gridava contro di lei, nel cuore nella
notte, e io non volevo sentire.
Il formicolio sparì.
E dopo aver sentito la sua mano sfiorarmi la testa, la porta si
aprì, si richiuse.
"Oh, ciao Alphonse!"
E il cuore si fermò ancora.
E da lì in poi capii che tutto era perduto.
Nessuna via di scampo.
Nessuna promessa che avesse tenuto.
Solo buio, dolore, e mani e bocche avide.
Nulla di più.
-Fine Terza Parte.