-Seconda parte.
Il vuoto cosmico.
O qualcosa di simile.
Quando quella sera arrivai a casa, le parole, le chiamate, le
richieste, i racconti di Al, tutto mi scivolò addosso, senza
neanche preoccuparsi di entrare nelle mie orecchie e farsi elaborare da
un cervello che ormai proiettava, davanti ai miei occhi, sempre lo
stesso film.
"Vado in doccia." bisbigliai, senza dire ciao, o sono tornato.
Salii le scale con così tanta pesantezza che i miei passi
rimbombavano per l'andito, finché non entrai in bagno e
chiusi la porta alle mie spalle.
Guardai la vasca. Così… bianca, pulita.
E mi guardai, i pantaloni ancora sporchi, un leggero alone bianco
lì, sul basso ventre.
Dunque non era stato solo un sogno.
Avanzai barcollando fino al lavandino, aprendo con esasperata lentezza
il rubinetto e ascoltando lo scroscio dell'acqua che si infrangeva
violenta sul lavello.
A cosa stavo pensando...?
Ah, sì.
Rinfrescai il viso, chiudendo il rubinetto del lavabo per aprire quello
della vasca.
Mugugnai di dolore, mentre le mie dita acchiappavano i lembi del
maglione scuro e lo sfilavano via dal mio corpo, e sbottonavano la
camicia, che scivolò, lenta, lungo le mie braccia, cadendo a
terra.
Quando poggiai le mani sul bottone dei pantaloni marroni, deglutii.
Avevo paura di vedere quale era stato il risultato di... di... Non
riuscivo neanche a dargli un nome.
Guardando al soffitto, piano, troppo piano, li calai, lasciando che si
afflosciassero sul pavimento freddo. E poi, le mie dita si infilarono
tra l'elastico dei boxer e la pelle ardente, indecise sul da farsi.
Non sapevo neanche perché fossi così timoroso.
Forse vedere avrebbe confermato tutto quanto, mentre invece ero ancora
in tempo per annullare tutto, e credere soltanto che quell'albero, quei
capelli biondi, quella mano, quel dannatissimo pomeriggio
ambientale...in realtà esistessero solo nella mia fantasia.
E mentre l'intimo scivolava lungo le mie gambe, sentivo l'umido che si
spostava, fastidioso, invadente, quasi non volesse staccarsi dal mio
corpo. Quasi dicesse guarda
che ci sono, sono qua, presente, e non ti libererai di me
così facilmente.
Già.
Come se avessi bisogno di sentirmelo dire, poi.
Mi passai una mano lungo il sesso sporco, sentendo quel liquido
imbrattare le mie dita, chiedendomi se tutto ciò fosse
giusto, se fosse stato solo un momento, se...
Se cosa?
Era stata colpa mia, in fondo. Invece che mandarlo via prima che
potesse succede quel che poi è successo, mi ero stato zitto
e lo avevo lasciato fare.
Ma, Dio, che altro dovevo fare?! Non me la sentivo di spingerlo via,
non me la sentivo di dirgli basta, non...
Non volevo vederlo andare via.
Si, cazzo, avevo avuto paura.
Ma se l'avessi respinto, se gli avessi detto no...Mi avrebbe odiato,
Cristo, mi avrebbe odiato. Lo so.
E io non volevo vedere l'odio nei suoi occhi, non per me.
Non così presto.
"Che schifo..." mormorai, più rivolto a me stesso che a
quella roba che aveva riempito la mia mano. E finalmente, immersi il
mio corpo nel piacevole tepore di una vasca piena d'acqua bollente.
Dapprima chiusi gli occhi, alla ricerca di un po' di conforto in quel
buon calore, così diverso da quello che prima si era
impossessato del mio viso, del mio corpo. Era calore fraterno, che mi
abbracciava, mi avvolgeva e...
Fraterno...
Al.
Dio.
Presi la spugna in mano, imbevendola di sapone e cominciando a passarlo
lentamente sulle braccia...
Come avrei potuto
riguardarlo in faccia?
... sul petto...
Non avrei potuto reggere
il suo sguardo, non avrei potuto rivolgergli la parola.
... e poi tra le gambe. Prima piano, e via via sempre più in
fretta.
Cancellati, eliminati,
vattene, non esistere più.
Non sei mai esistito,
non è mai accaduto niente, è solo la mia mente
che vede cose che non ci sono.
Mi morsi il labbro, mentre la spugna scivolava sempre più in
fretta, liberandomi da quella orribile sensazione di appiccicoso.
E poi, mi scivolò via dalle mani, e la morsa allo stomaco si
fece sempre più stretta.
"Dio... Dio... "
Le gambe si piegarono quasi automaticamente, raggiungendo il petto che
vibrava per ogni battito del cuore, e io le abbracciai, stringendole
vicino a me, sentendo le lacrime che scendevano da sole lungo le
guance, confondendosi con le altre infinite gocce odoranti di frutta
rossa.
"Mamma?"
"Si, che c'é, Edward?"
"Non... non mi sento molto bene, non mi va di mangiare... vado a
letto..."
Mi sentii gli occhi di Trisha sulla nuca, ero troppo immerso nella
vergogna per poter anche solo incrociare quel verde acqua stanco, ma
sicuramente puro dei suoi occhi.
"Mh, cosa ti senti?"
Sentii i suoi passi morbidi farsi sempre più vicini, e il
suo tocco soffice, anche se sfinito dalla magrezza, si posò
sulla mia fronte.
"Non sembri caldo..."
"Ho... Mal di testa... un po' di nausea... Forse ho preso freddo..."
Il che non sarebbe completamente una bugia, visto e considerato...
l'umido.
"Mh...Non vuoi neanche del the?"
"No. Non me la sento... "
Sentii il suo sospiro, leggero, poi posò una mano sui
capelli sciolti, ancora leggermente umidi, e li scompigliò
un poco.
"Ok... Se hai bisogno, chiama."
"Va bene..."
A passo cadenzato, andai là dove il mondo veniva arginato,
ed esistevamo solo io e la mia solitudine. Le tapparelle erano
semichiuse, lasciando che da quel piccolo spiraglio entrasse soltanto
una falce di luce arancio, lampioni che si accendevano lentamente per
illuminare le vie di Londra.
Mi lasciai cadere a peso morto sul letto, sentendo un leggero calore
provenire dalle coperte, ed attorno ad esse strinsi le mie mani,
debolmente. Mi misi a pancia in su, avvicinando le ginocchia e
cingendole in un abbraccio, mentre il peso mi portava a dare le spalle
alla porta, e ad affondare metà testa nel cuscino.
Avevo assoluto bisogno di mettere ordine nella mia testa. Dovevo dar un
nesso logico a tutte quelle azioni che si erano susseguite velocemente,
apparentemente senza motivo.
...Pensavo a tutto ciò dal momento in cui la sua mano
abbandonò il mio basso ventre, eppure tuttora, quel nesso
logico, non sono riuscito a trovarlo.
Era come cercare un ago in un pagliaio, era come...come che cosa?
Era la sensazione più strana, più orribile che
avessi mai provato in tutta la mia vita.
Strinsi le braccia al petto, sospirando.
Se domani l'avessi rivisto...Se lo avessi di nuovo incontrato...Cosa
avrei dovuto fare? Cosa avrei dovuto dirgli?
Più ci pensavo, e più la sua voce diventava
chiara nella mia mente, e i tocchi parevano quasi tornare reali. Quella
morsa allo stomaco, che a tratti si rilassava, come se non fosse
successo mai niente, tornava a farsi viva non appena un flash
sfrecciava nel mio cervello, e nitide si ripetevano le immagini di quel
momento.
Non lo odiavo. No.
Avevo avuto così pochi contatti con le persone, che
sentimenti come l'amore, o l'odio, o la repulsione per qualcuno per me
erano soltanto grosse incognite, qualcosa che non sarei mai stato in
grado di capire semplicemente perché non le avevo vissute.
Fino a pochi giorni prima, per me c'erano solo Alphonse, mamma e
papà.
E poi, il cambio di scuola, e lui che mi portava in giro, mi faceva
vedere ogni angolo dell'istituto, mi portava in giardino, mi...
Mi stava vicino, a modo suo.
Ma quelle mani che toccavano, quella lingua che mi sfiorava...quella
voce che implorava il mio nome...
Io non riuscivo a capire. No, davvero.
Non aveva senso.
Non aveva senso quanto i miei pensieri.
Perché prima mi chiedevo perché lo avesse fatto,
poi cercavo un motivo per odiarlo, e dopo ancora tentavo di
giustificarlo.
Non era normale, no.
Era solo tutta dannata, orribile, schifosa confusione.
"Sei un tipo strano tu!"
"Tu dici?"
"Si, ma mi piaci! Quindi
va bene!"
Gli piacevo in quel senso già dal primo giorno?
Non riuscivo a pensare a niente di cattivo da abbinare alla sua persona.
Mi era sembrata una persona così...squisita, dolce.
Era stato un amico solo per...solo per...
"Fratellone?"
... Per cosa?
Girai la testa, tenendo immobile il resto del corpo, e dopo neanche due
secondi tornai alla posizione d'origine.
"... Vai via, Al."
La porta si socchiuse, con tocco leggero.
Ma lui non se n'era andato, no. Sentivo la sua presenza bella e viva,
dietro di me.
Un passo, due passi, tre passi, un ginocchio sul letto, il materasso
che si piegava leggermente all'indietro.
"No."
Sentii il suo tocco gentile sulla spalla, e rabbrividii.
Non so perché. Davvero.
Sollevai il braccio, colpendolo e allontanandolo, sentendo il materasso
rimbalzare.
Io non volevo, davvero.
"Al, vattene."
Pensai che se si fosse avvicinato troppo, sarebbe riuscito a leggermi
dentro, avrebbe visto quello che era successo, avrebbe frainteso,
avrebbe...
Avrebbe capito tutto.
"No, non me ne vado."
Non feci più una mossa. Lo sentii distendersi, a fatica, in
quel piccolo spazio che separava il mio corpo dal vuoto totale. Lo
colmò lui, con la sua presenza, col suo corpo che emanava
tepore, col suo respiro che, soffice, trapassava la mia camicia, e si
stendeva sulle mie spalle.
"Al..."
"No."
... Quand'è che era cresciuto? Non me ne ero accorto. Per me
Al era sempre stato qualcuno da tenere sotto la mia ala protettiva,
qualcuno da proteggere, da coccolare, da accudire. E invece...
Che spettacolo.
Non mi ero reso ancora conto che la differenza tra noi due sfiorava
appena l'anno. Per me, lui era rimasto sempre un bambino. E invece
ora...
Ora ero io il piccolo, fra noi due. Ero io quello che aveva bisogno di
attenzioni che tuttavia non desideravo. Non volevo che vedesse qualcosa
di cui neanche io conoscevo bene la natura.
Il suo braccio sovrastò i miei fianchi, stringendoli a se,
stringendosi a me. Sentivo il suo battito calmo, soffice tra i tessuti
che separavano le nostre pelli, sentivo il suo sguardo farsi sempre
più intenso sulla mia nuca.
"Non me ne vado."
Sentivo un nodo alla gola ingrossarsi sempre più. Sentivo il
dolore andare su e giù per lo stomaco, bruciando ogni cosa
che toccava, una volta, due volte, cento volte.
Sospiro pesante, sospiro di chi non riesce a far distinzione tra il
giusto e il sbagliato.
"Che cosa c'é?"
E arrivò il mio turno di negare ogni risposta alle sue
domande. Non doveva sapere, Al. Non prima che io mi fossi schiarito le
idee. L'unica risposta che potei dargli fu un cenno di diniego con la
testa, niente di più.
"Edward, parla..."
Edward? Dio, era proprio cresciuto. O forse era un modo per farmi
desistere e farmi cinguettare?
Oh no, Al, non potevi farlo, non eri così malvagio da sapere
come fare.
Zitto zitto, come un cadavere dentro una bara.
"Non... non è... nulla..."
"Non ci credo."
E facevi bene, Al, facevi bene a non credermi. Ma come potevo dirtelo?
Come spiegarti? Non potevo renderti partecipe della cosa, non volevo.
"Non è..."
Niente.
Solo il nodo che si scioglieva, l'aria che usciva tra singhiozzi
spasmodici, calde lacrime che smettevano di spingere contro i miei
occhi, scivolando dalle mie guance, macchiando il cuscino, ammirando lo
spettacolo che si prostrava al momento.
Quanto ero ridicolo,
Dio?
Quanto dovevo sembrare debole agli occhi di mio fratello,
perché lui smettesse di domandare la verità e si
limitasse semplicemente a cullarmi e a dirmi senza sosta che tutto
andava bene?
Quanto stanco dovevo essere per addormentarmi tra le braccia
dell'ultima persona che volevo mi vedesse in questo stato?
Passo, passo, passo, fitte allo stomaco, passo, stop.
Ero ancora in tempo per tornare a casa.
Prendi i piedi e prendi
il tram per tornare da dove sei venuto. Ficcati sotto le coperte e
stacci finché non senti la muffa crescerti addosso.
No. Non dovevo.
Non era nemmeno certo che lui fosse a scuola, magari era stato male,
magari era partito per le Indie, magari, magari...
Entrai.
Tutti gli occhi mi si puntarono contro. Non ero in ritardo, ma
solitamente arrivavo prima di tutti, mi sedevo, mi facevo un po' gli
affari miei, e intanto pensavo a cosa fare al pomeriggio, se passarlo
con Al oppure uscire da solo e andare a studiare al parco.
Stavolta invece, si era venuta a verificare una situazione totalmente
opposta.
Ma non ci diedi tanto peso e, sussurrano un "Buongiorno" appena
udibile, andai a sedermi al solito posto. Lasciando che l'orologio
prendesse a ticchettare, come di norma, il più lentamente
possibile.
Cosa che, quel giorno non mi dispiaceva affatto.
Non era una bella situazione, quella che si andava profilando quella
mattina. Tre ore di matematica, due di letteratura inglese, e un
fastidioso prudito alla gola che non mi lasciava vivere meno agitato di
quanto non fossi in realtà.
La pausa.
La pausa incombeva su di me come la lama di una ghigliottina sul
peccatore.
Si, sentivo la paura strisciarmi nello stomaco, scorrere nel sangue, la
sentivo tangibile nell'aria.
Sarei corso via non appena la campana sarebbe suonata. Sarei corso al
bagno del secondo piano, e mi ci sarei chiuso finché
l'intervallo non fosse finito. Che ci voleva, in fondo, a scappare da
qualcuno?
Che ci voleva ad allontanare il pericolo giusto per quindici minuti?
Niente, no?
... Magari.
Quel trillo incessante perforò le mie orecchie con violenza,
ma mi aiutò per lo meno a reagire prontalmente. Buttata la
roba dentro la cartella, scattai in piedi e corsi via dall'aula,
sentendomi sulla schiena 13 paia di occhi che osservavano, immaginando
nella mia testa ciò che loro effettivamente stavano pensando
in quel momento.
Oggi Elric è
strano.
Così strano da spaventarmi io stesso, a dire la
verità.
Era una rampa di scale, formata da quaranta gradini concreti e altri
mille immaginari. Era una stupida porta in legno pregiato che voleva
giocare al cane e al gatto con me. Ma io ebbi comunque la fortuna di
essere più veloce, e di acchiappare quella sua coda che era
la maniglia, di tirare con forza ed entrare dietro quell'antro deserto.
Mi poggiai alla porta, ansimante.
Probabilmente qualcuno mi aveva guardato come un folle, altri avevano
certamente gridato "E' l'intervallo, non si può stare
nell'edificio!".
Ma non li avevo sentiti. E adesso che ero solo, non mi interessava
nulla. Solo stare là, in silenzio, per quindici fottutissimi
minuti. Scivolai piano lungo l'asse color ebano, entrando a contatto
col pavimento e avvicinando a me le ginocchia.
Sarebbe bastato tutto ciò? Sarebbe davvero bastato ad
arginare il problema?
No. No, sarebbe servito soltanto a tenermi lontano dai problemi per
almeno altre ventiquattro ore, dopo di che il ragno sarebbe arrivato, e
avrebbe banchettato con una stupida mosca che, invece di mantenere la
calma e trovare un modo per fuggire alla sua morsa, si ingarbugliava
ancora di più nei fili della sua tela.
Scollegando il cervello da quei pensieri, per un momento pensai,
nonostante sapessi che quel bagno era peggio di un deserto, che forse
stare seduto davanti a una porta non era il massimo della
comodità, né per me, né per qualche
ipotetica persona che avesse deciso di venire qua.
Così, sospirando, mi sollevai, e optai per una comoda,
splendida, a tratti sporca tazza del cesso.
Quanti minuti erano già passati da quando ero entrato
lì?
Due, tre minuti?
A me parevano già ore.
Dio, quanto potevano durare quindici minuti per una persona presa dal
terrore? Quanti per qualcuno che in quel momento avrebbe voluto essere
in qualsiasi luogo tranne che lì?
Quante persone in quindici minuti potevano decidere che il bagno al
secondo piano, quasi sempre inutilizzato, poteva tornare utile una
volta tanto?
Lo scattare di una serratura, il chiudersi di una porta.
Ecco, il tempo aveva smesso di scorrere. Perfetto.
Deglutii a vuoto più e più volte, pensando
intensamente che no, non poteva essere certo lui.
Passi lenti, incerti, riempirono l'aria.
Il pavimento d'improvviso si era fatto decisamente interessante. Ma
c'era qualcosa che disturbava quell'armonia che si era formata tra le
pianelle bianche, il battiscopa color ciliegio e quel poco azzurro dei
muri che da quella posizione si poteva vedere.
Punte di un paio di scarpe scure che si fermarono davanti a me.
"Edward..."
Punte di scarpe che si girarono verso di me.
"Ed..."
Non è possibile, non è possibile, non
è possibile.
"Vai... via..."
"Edward, ascoltami, io..."
Vidi la sua ombra allungarsi su di me, percepii sempre più
vicino il calore della sua mano. Lo sentii sfiorarmi la spalla.
"NON MI TOCCARE!"
Un fremito.
No, davvero, William, io
non ti odio, no. Ma non riesco. Non adesso. Per favore stammi lontano.
Stammi. Lontano.
"Non mi... toccare."
"Ed, per favore, ascoltami."
"No."
"Edward..."
"... Io... cosa dovrei..."
"... Le mie scuse."
... Scuse?
"Scuse?"
Silenzio.
"Non so cosa mi sia preso ieri. Te lo garantisco. Non volevo farlo.
Non... Io non lo so. Tu eri lì, io ero lì... E
basta, è successo. Per me... Dio, per me è stata
una cosa automatica. Non ci ho pensato. Non mi sono fatto neanche tanti
problemi, dopo. Mi fa schifo dirlo, ma davvero. Non voglio mentirti."
... Automatica?
"Non... non succederà più."
No, William, sapevi benissimo che quelle parole erano pura
falsità.
Ma io ancora non lo sapevo, a quel tempo.
"Non... succederà più. Si..."
Le mie gambe si mossero da sole, prendendo il peso del mio corpo
lentamente e portandomi a pochi centimetri dal suo viso, teso, spaurito
e chissà quant'altro.
Quanta verità
c'era nei tuoi occhi quel giorno, William?
Lo spinsi fuori dal bagno, vedendolo sbattere contro il muro.
"TU non ti sei fatto problemi, William! TU te ne sei fregato, Cristo!
Hai semplicemente fatto quello che volevi! - Un'altra spinta. - Tu non
immagini neanche come sia stato male ieri! Ero uno straccio, William, UNO STRACCIO.
Non credo di essere mai stato peggio - Un'altra - neanche quando ho
visto mia madre che si impasticcava! - Cosa gliene poteva importare? -
Pensavo ci tenessi a me! - Stupido, stupido Edward - Pensavo fossi
importante per te! - Un'altro colpo - Pensavo che mi fossi AMICO... Io non
capivo più niente! Non sapevo neanche cosa pensare... Io...
Io avevo... "
E le mie mani si aggrapparono alla sua camicia bianca, al golfino
marrone con l'emblema della scuola, le mie dita si strinsero ai tessuti
dei suoi vestiti, mentre mi trascinavo a terra, e con me portavo lui.
Quando avevo cominciato a singhiozzare?
"Io avevo... paura..."
"Edward..."
Si inginocchiò, stringendomi a se, mentre il mio pianto si
faceva spasmodico, irregolare, mentre le mie mani continuavano a
chiudersi sulla stoffa bianca.
"Avevo paura che... se... se non... fossi rimasto... - un colpo di
tosse fra le lacrime - mi avresti odiato... Che per me non ci sarebbe
più stato posto... Che... ti saresti stufato..."
Sentii le sue soffici labbra posarsi sulla mia fronte tiepida, e la sua
mano scorrere lungo la mia schiena.
"Scusa, Edward... Scusa..."
Monocorde, in quel momento. Nei gesti e nelle parole.
E per i restanti attimi, fino al suono della campanella, non
osò muoversi di un centimetro, nonostante le scosse del mio
petto, e pugni che davo al suo, deboli, disperati.
Nonostante il prurito alla gola che si stava facendo sempre
più fastidioso, e diedi due forti colpi di tosse prima che
la campanella suonasse, decretando la fine di quei dannatissimi, temuti
quindici minuti.
Dopo di che, silenzio. Per due, tre secondi, non di più.
"Tutto ok?"
Ancora due colpi. No, decisamente no.
"S-si..."
Mi accarezzò i capelli, dolce, premuroso, e finalmente presi
il coraggio per guardarlo in faccia. Prima, mentre urlavo, non ci ero
riuscito. Lui non fece altro che abbozzare un sorriso dispiaciuto,
pentito, così puro da sembrare finto.
"Non hai un bel colore..."
"Mi stai... prendendo in giro, William?"
Lasciai andare la camicia, poggiando le mani sulle sue spalle e
tentando di rimettermi in piedi. Ma mi costò davvero tanta
fatica. Andai avanti di qualche passo, lasciando che anche lui si
mettesse in piedi e mi stesse dietro. I miei passi erano
così incerti, così... da ubriaco, che quasi non
mi accorsi di pendere all'indietro.
"No, Edward, tu non stai bene..."
"Ho solo... fastidio alla gola, tutto qua. Davv..." ero. Non conclusi
la frase, preso alla sprovvista dai colpi di tosse che si facevano
sempre più violenti, sollecitati da quel fastidio alla gola
che ora stava tramutandosi in vero e proprio dolore. Le braccia forti
di William mi presero in braccio e io, senza voglia di ribellarmi, mi
aggrappai al suo collo, poggiando la testa sulla spalla.
Dalla posizione in cui ero finito guardai la porta del bagno aprirsi,
lasciando entrare uno spiraglio di luce.
Quel bagno era stato abbandonato dal mondo.
William chiuse la porta con un colpo d'anca poi, tenendo salda la
presa, si diresse verso le scale, rispondendo a tutte le domande di
studenti e bidelli che probabilmente si chiedevano cosa ci facessi in
braccio a lui.
Le scese piano, gradino per gradino, con una cadenza così
regolare da provocarmi un leggero torpore. Cominciavo a vedere confuso.
Sentivo i suoi passi sempre più lontani, così
come le voci dei compagni che tornavano alle aule, gridando per gli
anditi.
"Ehi, ti stai facendo pesante..." mi disse all'orecchio, potevo sentire
un tono di divertimento nella sua voce.
Non ebbi più forza di quella necessaria a mugugnare qualcosa
di indefinito.
Le ultime cose che ricordo di quella mattina furono le parole dei miei
compagni ripetersi fino alla nausea ("Elric sta male?", "Cos'ha
Elric?", "Moore cosa è successo?"), le poche
parole scambiate tra William e il professor Douglas che, per quanto
poco lucido ero, mi pareva decisamente preoccupato, e una mano che
passava tenera fra i capelli.
Quando poi William si richiuse la porta della mia classe alle spalle,
dopo aver avuto l'autorizzazione di portarmi a casa, e dopo essersi fatto dare
l'indirizzo, si, voci, suoni e colori si fecero un'unica
cosa, la realtà si fece sempre più lontana e io,
dato l'ultimo colpo di tosse, accettai di seguire la voce che mi
chiamava, pronta ad attendermi davanti ai cancelli di Morfeo.
-fine seconda parte-