Ed ecco a voi, direttamente dal pc della povera-Nacchan-costretta-a-casa-ancora-per-poco-causa-mal-di-schiena,
una nuova fic a capitolo made in puccioland! Perché mi mancavano da morire sti
due tesori, e quindi insomma, dovevo pur scrivere qualcos'altro ç_ç! Non ha
molte pretese come fic, invero. E' un exursus della vita di Edward e Alphonse,
ad iniziare dalla nascita di quest'ultimo - ok, sei mesi prima XD. Niente gambe
o braccia inesistenti, e una A/U stupida e dolciosa, o almeno spero lo diventerà/rimarrà.
Grazie alla mia amata
donna per il titolo - se avessi messo un titolo mio in mezzo ci sarebbero
probabilmente stati leccalecca e marmellata di ciliegie XD! E grazie alla Mocchina
per il nick dedicato ad Al fermento lattico vivo - ok, questo è spoiler.
Ordunque, vi abbandono a questa cosa assurda - corta perché è un prologhino ç_ç E vi rimando alla mia pagina personale perché magari qualcuno si è perso qualcosa che non voleva perdersi, così può leggere - e commentare, che io amo quando mi commentate, ecco.ç_ç *sindrome di Edo XD* See you next time, bye bye!!<3
Pieces of Sunshine
Prologo: Il giorno della disgrazia [più varie ed eventuali]
Quando la mamma mi mise al corrente della nascita di un
fagotto caldo e tondo dal nome un poco antico – perché è questo quel che ho
sempre pensato del nome di mio fratello – la prima cosa che mi ritrovai a pensare
fu…
… che sarebbe stata davvero una grande rottura di scatole.
Insomma, se lei e papà sembravano davvero felici dell’evento, a me sembrava
solo un intralcio alla mia fino a quel momento tranquilla vita di campagna con
Winry.
Avevo tre anni, amici sparsi in tutta la zona, e tutto lo spazio del mondo,
e tutte le attenzioni ad ogni momento della giornata. Per quanto poco potessi
sapere della vita di un bambino con dietro un marmocchietto, mi bastava vedere
i miei amici e sentire le loro lamentele – “A due anni io sapevo già allacciarmi
le scarpe, e mi soffiavo il naso senza l’aiuto di mamma! E lui invece sta sempre
a piangere e mi fa venire sempre il mal di testa!” ripeteva spesso Josh quando
ci sedevamo sotto il grande albero. – per capire che dal suo arrivo, la mia
vita sarebbe stata inesorabilmente in discesa.
Insomma! Nel migliore dei casi non avrei avuto più dei giocattoli solo per me.
O se li avessi avuti sarebbero stati rotti, ecco. La sorellina di Ana staccava
la testa alle sue bambole. Il danno minimo era prendere delle forbici e tagliarle
i capelli. Ma non aveva più un giocattolo intero.
I miei giocattoli sono la mia vita!
E poi la mamma avrebbe avuto occhi solo per lui, e papà anche, e gli zii Rockbell
anche. E papà mi avrebbe ripetuto sempre “Sei il più grande, fai da bravo!”.
Praticamente, vita rovinata.
E dire che ho solo tre anni e mezzo.
Quando la mamma mi aveva parlato la prima volta di Alphonse
– che razza di nome è poi, mica è bello come Edward! – ricordo che faceva davvero
un gran caldo. Se non ricordo male era agosto inoltrato, una di quelle giornate
da passare all’aria aperta con un bicchiere di limonata in mano e il sedere
sull’altalena fatta da papà solo per me.
Ricordo distintamente la voce della mamma rimbombarmi nelle orecchie.
“Avrai un fratellino… fratellino… ino… ino… no… no…”
“NOOOOO!!”
È come quando papà costruiva castelli con le carte da gioco e io ci soffiavo
sopra. Era tutto crollato.
Non avevo mai pensato ad avere un fratello, prima di quel giorno, e dal momento
in cui l’idea si piazzò nel mio piccolo ma già intelligentissimo cervello, non
vi era nessuna immagine gradevole.
Quel… coso, sarebbe stato sicuramente un mutante! Avrebbe avuto la pelle verde
e gli occhi fuori dalle orbite! E non due occhi ma tre, quattro… Cinquemila
milioni! E dieci braccia! Avrebbe tentato di soffocarmi nel sonno col sonaglio
che mamma aveva già comprato!
Che vita breve, la mia. Soffro, ecco!
Mamma aveva previsto che non avrei accettato subito questa cosa. Era un trauma!
Un trauma infantile, di quelli che non ne esci più, e poi devi andare in televisione
a farti strizzare il cervello per fare ascolti! E insomma, siccome ci vogliono
tanti soldi per andare in televisione, e noi non siamo ricchi – perché altrimenti
la mamma mi avrebbe sicuramente comprato quel razzo che ho visto ieri all’ipermarket
– mi ha preso sulle gambe quando il suo pancione era ancora un pancino, e mi
ha detto qualcosa del tipo:
“Anche se Al avrà dieci braccia e cinquemila milioni di occhi, tu sarai sempre
il suo fratellino. E la mamma e il papà ameranno sia te che lui in ugual misura.”
“Anche se non ho cinquemila milioni di occhi?”
“Anche se non hai cinquemila milioni di occhi.”
Poi mi ha dato un leccalecca, io l’ho preso e la discussione è finita lì.
Ma vedere la mamma che diventava più tonda mi faceva paura. A volte di notte
sognavo che si allargava all’infinito, e non ci stava in tutta la casa, e allora
io e papà uscivamo fuori e dall’ombelico della mamma cominciavano ad uscire
un sacco di piccoli Alphonse verdi e pieni di occhi e braccia, e allora papà
urlava e io mi aggrappavo e e e…
Ok, devo riprendere fiato, ho i polmoni ancora piccoli, io!
Insomma, era grossa così. Ma così tanto eh! E avevo paura, a volte. Cioè non
paura della mamma. La mamma è bella e dolce, e mi da sempre i leccalecca quando
faccio da bravo.
Avevo paura della sua pancia. Magari Alphonse sparava raggi laser dagli occhi.
E avrebbe potuto bucare la pancia della mamma! E insomma, non credo che qualcuno
possa ricucire la pancia della mamma! Non voglio rimanere orfano così presto!
Cresceva ogni giorno di più. Prima era un melone, poi un’anguria. Una di quelle
grosse. Ricordo che mamma comprava sempre vestiti larghi larghi – li chiamava
pre-maman, o qualcosa del genere – perché così metteva al caldo Alphonse e stava
più comodo dentro il suo pancione, e lo copriva e lo proteggeva.
… Chissà se anche con me aveva fatto lo stesso.
Un giorno, quando la pancia della mamma era così grande che doveva stare a letto
– e papà cucinava e tutto era sempre insipido – nevicava, e io stavo seduto
di fronte al camino. Ero triste perché Alphonse stava per nascere, o almeno
così la mamma diceva sempre, e io pensavo sempre di più che mi avrebbe portato
via qualcosa. Non so, forse i leccalecca. O l’affetto di mamma e papà.
Insomma, avrebbero spinto Alphonse nell’altalena. Lui sarebbe sempre salito
per primo. E avrebbe preso tutti i miei giochi, perché papà “piange sempre miseria”,
dice la mamma ogni tanto.
E tutti avrebbero avuto occhi solo per lui, perché sarebbe stato strano vedere
un bambino con la pelle verde e tanti occhi. E io ero troppo normale per loro.
Mi dondolavo sulla sedia pensando a queste e cose ben peggiori – tipo che la
mamma avrebbe fatto tanti dolci per Alphonse e a me avrebbe dato solo pane raffermo
– quando la mano di papà mi si posò sulla spalla, calda e pesante.
“Che c’è?”
“La mamma vuole che vai da lei.”
“E perché?”
“Vuole farti… sentire una cosa.”
“Mh, ok…”
Chissà cosa voleva farmi sentire. Qualche canzone? Qualche dolce della zia Sarah?
Aprii la porta e lei era nel letto, un po’ pallidina, in effetti. Era sotto
le coperte bianche e mi sorrideva, bella come sempre. Mosse la mano e mi disse
di sedermi sul letto, accanto a lei e io, da bravo figlio, ubbidii.
Chissà che non mi avesse premiato.
La mano della mamma era tanto morbida, un po’ sudata, secondo me stava poco
bene, perché era bianca quasi come il lenzuolo. Aprì il mio pugno e poi mi disse
di poggiare la mano sulla panciona.
“Ma mamma, mi mangerà!”
“C’è la mia pancia che ti protegge stupidino!”
“Ma ma ma è maligno, lo so!! Bucherà la pancia coi suoi occhi laser e mi mozzerà
una mano, un braccio, una gamba!”
“Edo, su!”
Mi acchiappò la guancia e la tirò, e capii che dovevo smettere di dire stupidaggini.
Però avevo paura davvero di mettere la mano sul pancione. Non so perché.
Insomma, sono solo un bambino di tre anni e qualche sole, mica un uomo navigato!
… non so cosa voglia dire, ma lo dice sempre papà.
Che è un uomo navigato, dico.
Alla fine, mamma prese il polso in quel modo gentile che solo lei sa fare, e
mi disse di non aver paura perché Al – Al? – mi voleva bene, e non mi avrebbe
fatto mai del male.
… Al?!
Shockato da questa gran confidenza tra mamma e il piccolo mostro, non mi resi
conto che la mia mano si era allegramente splattata sulla sua pelle, e me ne
accorsi solo quando avvertii un leggero colpo, come se…
“Sentito? Ha dato un calcio!” esclamò mamma contenta.
E a vederla sorridere, sorrisi anche io. Perché beh sì, un po’ mi vergogno a
dirlo, però era stato… bello. E cioè è strano sentire qualcosa che si muove
dentro… la pancia…
Forse Alphonse è un fermento lattico vivo.
Insomma, alla pubblicità dicono sempre che i fermenti vanno nello stomaco e
ti fanno bene.
… Forse Alphonse era un fermento lattico vivo verde con tanti occhi e tante
braccia.
Però insomma, avrebbe fatto bene alla mamma…
… No?
Accarezzavo la pancia della mamma continuamente, cercando di sentire altri segni
di vita dal fermento ruba leccalecca, quando lei batté una mano sulla mia spalla
e chiese se potevo andare a chiamare papà.
Ricordo solo che da quel momento la casa si riempì di urla, e per un momento
pensavo che mamma stesse per andare a incontrare i nonni in cielo.
Cioè, papà diceva sempre che i nonni erano in cielo con altre persone famose,
e che prima o poi ci saremo andati tutti quanti e non ricordo quali altre cose.
Mamma gridava e papà pure. Ma la mamma gridava di dolore, e papà invece gridava
“Spingi!”
… Ma perché mamma doveva spingere? Insomma, era a letto e stava male, e Alphonse
era troppo grande dentro la sua pancia, e mamma non sarebbe mai riuscita a spingere
niente! Se proprio voleva, poteva chiedere a me di spingere quel che doveva
spingere!
E poi gridava così forte! Papà era stupido se non capiva che la mamma non voleva
spingere…
Non so quanto tempo fosse passato. Però quando la mamma smise di urlare, il
mio cartone preferito era già finito da un pezzo, perché l’orologio faceva don
don don don don e quindi erano le cinque.
E per un po’ c’era silenzio, e poi e poi qualcuno cominciò a piangere.
Però non era la mamma. Era un pianto di qualcosa di piccolo piccolo!
Io ero fuori ad aspettare che qualcuno mi dicesse qualcosa, perché papà mi aveva
detto di stare fuori ad aspettare, e io da lì non mi ero mosso, anche se ero
spaventato perché mamma gridava tanto e lui invece diceva di spingere non so
cosa.
La porta si aprì, e papà mosse la mano per farmi entrare.
La mamma sorrideva, e sembrava davvero stanca. Tra le mani aveva una copertina
bianca, che avvolgeva qualcosa, e qua e là c’erano macchie rosse sulle lenzuola
– qualcuno aveva giocato con la mia marmellata di ciliegie, eh?
“Vieni Edo, vieni presto, guarda chi c’è!”
E i miei piedi andavano da soli, e si avvicinavano al letto, e il cuore cominciò
a battere fortissimo. Perché la pancia della mamma ora sembrava più piccola.
Cioè era sempre grossa. Ma era meno tonda, sembrava quasi un melone.
Di nuovo.
Quando fui vicino alla mamma lei avvicinò le sue braccia e mi disse di guardare
dentro la coperta.
E lì non parlai più.
Non era verde, non aveva tanti occhi e neanche tante braccia. E non poteva sparare
raggi laser perché teneva le palpebre sempre abbassate.
Insomma, Alphonse non era un mutante, né niente di simile.
Era tondo, con le braccine un po’ grasse, e il pugnetto che si apriva e si chiudeva,
ed era sporco di marmellata – che forse era andata a male, perché non sapeva
proprio di ciliegie, ecco.
Però era bianco.
… Forse era davvero un fermento lattico vivo.
E latte uguale guai.
Insomma, era l’ultimo giorno di febbraio e fuori c’era freddo, e nevicava.
E l’ultimo giorno da figlio unico
era finito prima ancora di cominciare.
Addio giocattoli, addio leccalecca, addio coccole.
Edward Elric non sarà mai un uomo navigato.