Netsu
Prologo
Sentiva caldo.
La pioggia gli inebriava i sensi, sentiva come un vuoto nella sua testa.
Pioveva.
Il vento tirava, freddo.
Eppure sentiva il suo corpo avvampare.
I palmi delle sue mani, rivolti verso il cielo, si riempivano
rapidamente di acqua piovana, che scivolava dalle sue dita, e si univa
alla terra.
Sopra di lui, un altro corpo.
Il colmo.
Da una parte lo proteggeva dalla pioggia.
Dall'altra, la sua mano chiusa in un pugno, alta sopra la sua testa, non faceva presagire nulla di buono.
Stava per sferrare il colpo di grazia, se lo sentiva.
Il suo cuore era in fibrillazione, talmente saturo di emozioni che si confondevano tra loro che si sentiva scoppiare.
Paura, odio, tristezza, inettitudine.
Pena.
Per se stesso, e per chi gli stava di fronte.
Incrociò il suo sguardo, e deglutì.
Era la fine?
Tutto il suo entusiasmo stava scivolando da lui, come le gocce di pioggia dalle sue mani, come il sangue dalle ferite.
Non avrebbe ottenuto nessun risultato concreto?
Tre anni di ricerche buttate al vento?
Voltò il viso verso suo fratello.
Non riusciva a sentire bene, ma credeva che lo stesse chiamando, disperato.
Non poteva raggiungerlo, quelle sbarre glielo impedivano.
Quelle sbarre che aveva creato lui, per proteggerlo.
Non avrebbe mai più riavuto il suo corpo?
Sensi di colpa.
Mosse un poco le labbra.
"Scusa, Al."
Sorrise.
Non sarebbe servito a niente chiedergli scusa.
Ma ormai lo aveva fatto.
Stancamente, rimise il collo in posizione originaria.
E incrociò ancora quegli occhi.
"E' stato...divertente..." gli sussurrò, un sorriso di scherno sul volto.
Se doveva ucciderlo, che lo facesse in quell'istante.
Chiuse gli occhi, respirando a pieni polmoni quell'aria dal sapore di terra.
Qualcosa scivolò sulla sua guancia, ma non era certo che fosse una lacrima.
Non aveva la forza di piangere.
Un respiro.
Due respiri.
Il rumore della pioggia si confondeva alle grida di supplica di Alphonse.
Tre respiri.
"Niisan! NIISAN!"
Quattro.
Sentì il leggero spostamento dell'aria vicino alla sua guancia,
il rumore di qualcosa che si scontrava con violenza contro il terreno
umido.
Una goccia di acqua sporca schizzò sulla sua guancia.
A fatica, aprì un occhio.
Non capiva.
"Vattene."
Stava guardando un punto vuoto nel terreno.
Probabilmente in quel momento entrambi si stavano facendo la stessa domanda.
Perché?
"..Ch..."
"Non costringermi a cambiare idea. Vattene."
Fece forza sul pugno, portando indietro la schiena e poggiando per un
attimo il sedere sulle ginocchia di Edward, poi si mise in piedi.
Lo fissò di sbieco un'ultima volta, scattando su un albero, come
un gatto, e andando via abbandonandolo a terra, abbandonandolo in quel
luogo.
Vivo.
La pioggia riprese a cadere sul suo corpo.
Rimase per un attimo in quella posizione, senza percepire il fastidioso picchiettare della pioggia sul suo viso.
Era ancora caldo.
L'immagine di quell'uomo sopra di lui aleggiava ancora nella sua mente.
Mille domande si susseguivano rapidamente, ognuna alla ricerca di una risposta...introvabile.
Perché non lo aveva ucciso?
Perché lo aveva lasciato andare?
Cosa lo aveva bloccato?
Perché, perché...
Si ricordò di non essere solo nel momento in cui la voce di Alphonse penetrò con violenza nelle sue orecchie.
"Niisan! Stai bene?"
Lentamente si sollevò, appesantito dai vestiti bagnati, indebolito dalle ferite.
Lo guardò, dolcemente.
"Alphonse..."
Fece qualche passo, e quando arrivò di fronte a suo fratello, batté le mani.
Una luce blu.
Poi vide tutto nero, e l'ultima cosa registrata dalla sua mente fu il
contatto con freddo metallo che ostentava il suo peccato più
grande.
Ticchettava sui vetri rotti.
Il vento aveva preso a soffiare, forte.
Il respiro pesante di un vecchio giunto all'ultimo dei suoi giorni.
Quando aprì gli occhi, si rese conto di non essere più all'aperto.
Sentì il cigolio del metallo, e strinse gli occhi.
Sentiva dolore dappertutto.
Portò la mano di carne al viso, sentendo un pezzo di stoffa sulla sua fronte.
Non capiva.
"A...Al...?"
Al che suo fratello arrivò, correndo e cadendo sulle ginocchia.
"Niisan, come stai?" chiese, preoccupato.
"Che...cosa è...?"
Tentò di mettere a fuoco la grande figura di fronte a lui, sforzandosi di riportare alla mente gli ultimi avvenimenti.
"Sei svenuto...ho cercato di pulirti le ferite...mi hai fatto prendere uno spavento, niisan..."
Aveva la voce rotta.
Se avesse potuto, avrebbe pianto, ne era certo.
Si sforzò di sorridere.
"Non preoccuparti Al...non è niente, sto..."
"Hai la febbre..."
"E' solo...un colpo di freddo...passerà..."
Puntellò i gomiti sul pavimento, tentando di mettersi seduto, ma
la grande mano di Alphonse si poggiò sul suo petto, obbligandolo
a mantenere la posizione.
"Stai giù..."
"Ma..Al..."
"Sei malato...stai giù..."
Lo guardò un istante e sospirando, decise di arrendersi alle richieste del suo fratellino, tornando a sdraiarsi.
"Hai bisogno di qualcosa?"
Mosse la testa in segno di diniego, allungando la mano e afferrando il braccio di metallo.
"Stai con me...non andare via..."
Piegò la testa di lato e fece scivolare la garza a terra, sostituendola con la mano fredda di Al.
Osservò il suo volto distendersi, mentre il suo palmo sui
adagiava sulla sua fronte, e il suo corpo si muoveva piano per
avvicinarsi a lui.
"Non vado via..."
Poggiò l'altra mano sul fianco, carezzandolo con delicatezza.
Quasi come se avesse avuto paura di romperlo.
Poteva percepire la sua mal celata tensione come se fosse palpabile.
Aveva vacillato.
Stava per arrendersi, dopo tutta la fatica fatta per arrivare fin li.
Era certo che in quel momento combatteva con se stesso.
Scommetteva che in quel momento si stesse danto dello stupido, del codardo.
Un topolino che correva per scampare alle fauci di un gatto.
Si stava caricando di un fardello il cui peso aumentava col passare dei giorni.
Sempre di più, sempre di più...
E non riusciva a fare a meno di sentirsi responsabile.
Nonostante fosse cosciente del fatto che non era colpa sua, se si trovava in quella situazione...
Gli dispiaceva vedere il suo fratellone conciato in quel modo.
Metteva sempre lui davanti a se stesso.
Non aveva mai detto: voglio riavere il mio braccio e la mia gamba.
Aveva sempre anteposto il suo corpo.
Alphonse viene prima di ogni altra cosa.
Alphonse ha pagato per i miei errori.
Era certo che quel pensiero lo assillava continuamente, da quel giorno.
Lanciò lo sguardo fuori dalla finestra, osservando la pioggia che continuava a cadere.
Era un giorno freddo e piovoso come quello.
Mugugnò un poco, sperando che le cose si rimettessero presto a posto.
"...Al..."
Chinò il faccione di lato, guardando suo fratello negli occhi.
Erano così stanchi...
"Si?"
"...Perdonami..."
Come sospettato.
La mano che posava sulla fronte cominciò ad accarezzargli i capelli, quasi istintivamente.
Sentiva il bisogno di proteggerlo, sembrava...
No, ERA come quando erano piccoli.
"Niisan..."
"Se...mi avesse ucciso...tu..."
Strinse il pugno d'acciaio quasi convulsamente, come se volesse percepire un male che non sentiva da troppo tempo.
"Non saresti... - continuò - più potuto...tornare come prima..."
"Niisan, smettila..."
"Sono un...fallimento..."
Il braccio che stava sul fianco si mosse di scatto, portando il corpo del biondo più vicino a lui.
"Basta!" fece, alzando la voce.
"...Al..."
"Smettila di pensare certe cose, sono solo stupidaggini! Tu non sei un
fallimento...Tutto il tempo passato non è stato
perso...smettila...per favore..."
Singhiozzò, poggiando la guancia sulla gamba metallica.
"Scusa Al...scusa..."
Smise di saltare da un albero all'altro quasi per caso.
Non si era reso conto di dove stesse andando, preso ad elaborare una valida ragione per quello che aveva appena fatto.
Che merda gli era frullato per la testa?!
Aveva avuto tra le mani l'occasione della sua vita, avrebbe potuto
finalmente sentire quell'insulso essere stramazzare tra le sue dita...
E invece?
Lo aveva fatto scappare.
Di sua spontanea volontà, per giunta!
"Vattene."
Ma da dove era venuto fuori?!
Avrebbe dovuto staccarsi un arto per questo.
Poggiò un piede a terra, riprendendo poi a camminare lentamente.
Era finito in città, che idiota.
...Avrebbe potuto approfittarne per uccidere qualcuno...
Ogni cellula tremava di rabbia, e mentre continuava a darsi mentalmente
dell'idiota, entrò in un locale, cambiando la sua forma onde
evitare ulteriori complicazioni.
Andò a sedersi nell'angolo più buio che potesse esserci
dentro quella stanza, ordinò un alcolico e, puntellando i gomiti
sul tavolino, cominciò a guardare fuori dalla finestra.
Si odiava profondamente, in quel momento.
Molto più di quanto odiasse il piccoletto d'acciaio.
E ce ne voleva.
Nonostante se lo stesse chiedendo da ormai una buona mezz'ora, non era ancora riuscito ad ottenere risposta.
Perché?
Possibile che in quel momento i neuroni gli fossero andati in corto circuito?
Proprio in quel momento?!
No...
Affondò le mani tra i capelli, cercando di trovare un modo di
autoconvincersi che era stata una scelta del tutto consapevole.
Sì.
Non gli era piaciuto il modo in cui si era svolta l'intera faccenda.
Non lo aveva ferito abbastanza.
Doveva soffrire, prima di morire.
Se lo meritava.
Quindi lo aveva lasciato andare via, sperando di avergli messo
abbastanza paura da temere il giorno in cui si sarebbero rivisti di
nuovo.
...
Ma chi voleva prendere in giro...
La pura e semplice realtà era che...
Aveva agito d'impulso.
Lo aveva fatto e basta.
Senza un motivo.
Si guardò la mano, con un'espressione disgustata, mentre una
graziosa cameriera poggiava il bicchiere ordinato sul tavolo, e tornava
dietro al bancone.
Afferrò l'oggetto, portandolo alla bocca, e sorseggiò la
bevanda, sentendo l'alcool stuzzicargli le papille gustative.
...Era quella sensazione che provava quando mandava giù litri e litri di alcolici.
La testa che si svuotava dai pensieri, il corpo che non rispondeva alla sua volontà.
Il bicchiere gli scoppiò di mano non appena buttò giù l'ultima goccia.
...Cosa gli stava succedendo?
"Signore, tutto a posto?"
Si voltò.
Era parecchio irritato, non sarebbe riuscito a trattenersi.
La stessa ragazza di prima si era appena avvicinata al tavolo, con uno sguardo spaventato.
Buttò una rapida occhiata al locale, vedendo desolazione.
Poi con un ghigno sarcastico sorrise alla giovane.
"Non si preoccupi per me..."
Un sibilo, e il rumore di carne lacerata.
"E' tutto..."
Plic.
Plic.
"...a posto."
Thump.
Sorrise, soddisfatto, mentre il suo braccio tornava normale e ai suoi piedi si formava una pozza di sangue.
"E' tutto a posto..."
Si alzò dalla sedia, lasciando qualche monetina sul tavolo.
Non era un incivile, dopotutto.
Passò davanti al bancone, qualche metro più in la,
salutando con un gesto della mano il barista, e quando la porta si
chiuse alle sue spalle, un'altra persona si accingeva a tornare in quel
luogo tanto odiato che chiamava casa.