Netsu
Capitolo 3.
Tuonò.
Quella stessa sera era riusciti a giungere in un piccolo villaggio, circondato al sud dal bosco, e al nord da un'alta montagna.
Non avevano scambiato una parola, dopo quella mattina. Per quanto
Alphonse avesse cercato di fargli dire cosa fosse successo in sua
assenza, Edward continuava a tenere la bocca chiusa, un'espressione sul
viso che poteva essere interpretata in mille modi diversi.
Gli sarebbe davvero piaciuto sapere quale era quella giusta.
Una volta che aveva cominciato a piovere, non aveva più smesso:
quel tempo, l'atmosfera tetra, li aveva accompagnati lungo tutto il
tragitto, reso ancora più pesante dalla voglia di tacere
dell'alchimista.
Quando avevano raggiunto il limitare del bosco, e in lontananza avevano
potuto ammirare le luci della cittadina accendersi ad una ad una,
osò aprire bocca.
"Fermiamoci qua, stanotte."
E così era stato.
Erano entrati nel primo ostello incontrato per strada e, presa una stanza, vi si erano rintanati.
In fondo, erano stati fortunati ad arrivarci prima del calare delle
tenebre, o sarebbero stati costretti a passare la notte in un luogo
ancora più macabro della casa che avevano abbandonato quella
stessa mattina.
Fuori continuava a piovere.
Edward aveva adagiato la sua giacca rossa sulla sedia, lasciando che
l'umido scivolasse, bagnando il pavimento. Poi si era ranicchiato nel
letto, in posizione fetale.
"Dovevo farlo..." mormorò, sfiorandosi le labbra.
Sentiva ancora il suo calore.
Se prima era confuso, ora non riusciva a trovare una parola per
auto-definirsi. Pensava che la capacità di stupirlo di quel
ragazzo fosse arrivata al limite, ma si era reso conto di essersi
sbagliato di grosso.
Parecchio di grosso.
Nel giro di due giorni erano successe troppe cose, quante ancora ne sarebbe arrivate?
Quanto avrebbe retto?
Sapeva che in quel momento l'ultima cosa da fare era farsi prendere dal
panico. Doveva essere lucido, doveva riflettere. Se lui si stava
comportanto in quel modo, c'era qualcosa sotto per certo.
Quel °dovevo farlo°...Doveva farlo per cosa? Glielo aveva
ordinato qualcuno? Aveva deciso di distruggerlo psicologicamente, prima
di ucciderlo?
No, perché se era così ci stava riuscendo davvero bene.
Non capiva neanche perché, poi.
Aveva sempre pensato di odiare quell'homunculus.
Odiare, che parola grossa.
Una delle cose che gli aveva insegnato sua madre, quando era ancora
viva, era di non giudicare le persone senza conoscerle a fondo. E lui
quanto poteva dire di conoscere Envy?
Meno di zero, forse.
L'unico motivo per cui provava ostilità verso di lui era per
ricambiare l'unico sentimento che l'omuncolo fosse stato in grado di
offrirgli.
Disprezzo, odio, rancore.
Ma ora che aveva assunto un atteggiamento tanto fraintendibile come quello, cosa doveva fare?
Cosa doveva provare?
Non riusciva a mandar via quel calore che gli si imprimeva ovunque ogni
volta che pensava a come aveva vissuto le sue ultime ore.
Avrebbe solo voluto non pensarci. Avrebbe voluto arginare quei
pensieri, relegarli in un angolino della memoria e tornare ad essere il
solito Edward.
Ma non ci riusciva.
E tutto questo perché?
Perché il suo peggior nemico prima gli aveva risparmiato la
vita, poi lo aveva baciato. Mandandolo completamente nel pallone.
Per di più, stava facendo preoccupare inutilmente, e per la
seconda volta nel giro di due ore, suo fratello. E non lo sopportava,
ma non riusciva a fare diversamente.
Si rigirò, osservando la sua schiena metallica.
"Al...?" mormorò.
Doveva dirglielo?
Sentì il cigoliò dell'armatura, che si girò verso di lui.
"Si, Niisan?"
"...No, niente."
Non ce la faceva.
E non sapeva perché, ma era meglio tenergli nascosto tutto, almeno per ora.
Si mise seduto, lasciando ciondolare un poco le gambe.
"Vado a chiamare il colonnello..."
"D'accordo..." rispose lui, senza muoversi di un millimetro.
Detto ciò, si mise in piedi, uscendo silenziosamente dalla
stanza e lasciando suo fratello da solo, a meditare sul suo
comportamento. Quasi come se fosse ubriaco, si resse al muro per non
cadere, scendendo con calma le scale. Non capiva se fosse solo la sua
impressione, ma in quel luogo c'era davvero un silenzio surreale.
Si avvicinò alla reception, chiedendo a una simpatica ragazza
dove fosse possibile trovare un telefono, e lei le indicò un
corridoio. Vada e svolti a sinistra, c'é una cabina riservata ai
clienti, disse.
E così fece, ringraziandola con un debole inchino.
Quando si chiuse la porta alle spalle, infilò dentro la cabina
due monete d'argento e, tenendo con una mano la cornetta, con l'altra
compose il numero di telefono, sperando che quella sera il colonnello
non avesse voglia di fare ironia sulla sua altezza.
Quando sentì qualcuno rispondere alla sua chiamata, dall'altra parte del filo, sospirò.
"Colonnello..."
"Acciaio? Ma dove accidenti sei finito?"
Allontanò di scatto la cornetta dall'orecchio, preservando il suo udito.
"Sono a Krisen*, colonnello."
"Che ci fai la?!"
"Sono di passaggio...Avevo intenzione di arrivare a Central entro domani, ma credo che non riuscirò a..."
"Io sto ancora aspettando il tuo rapporto, Acciaio, non ho tempo da perdere come te!"
Tempo da perdere?
"...Se vuole aspettare bene, altrimenti mi spiace ma quel rapporto non lo vedrà.."
"Vuoi forse farti sospendere?"
Trattieniti Edward...
"Faccia un po' come vuole...Non ho tempo da perdere a discutere col vento..."
"Entro domani voglio quel rapporto, o puoi dire addio ai fondi per le tue ricerche."
Sbuffò, arrendendosi. Non aveva tempo, tantomeno la voglia di
stressarsi stando al telefono con una persona ottusa come il colonnello
Mustang.
"Se qualche homunculus non verrà nel cuore della notte a
tagliarmi la gola, proverò a farle avere il suo rapporto per
domani, contento? E adesso scusi, devo andare..."
"Homun...Acciaio? Aspetta, cosa è..."
"La richiamerò se ci dovessero essere problemi, arrisentirci."
"Acciaio?? Edw..."
Riagganciò, sbuffando.
Attese che il macchinario desse il resto avanzato dalla telefonata poi
con un debole calcio aprì la porta, tornando in camera sua.
Stupido colonnello. Lui e i suoi rapporti del cazzo. Come osava
pretendere qualcosa quando lui stesso era un nullafacente della peggior
categoria?
Fece qualche scalino, poi si abbandonò sulle sue ginocchia, fissando il pavimento.
Era stanco.
Si sentiva confuso, nervoso, irritato e chissà quante altre cose tutte assieme.
Era distrutto.
Quando prese a singhiozzare, si diede dello stupido. Agiva come un
adulto, si atteggiava come un adulto, ma era ancora un bambino.
Che non capiva.
Voleva solo qualcuno che gli spiegasse cosa stava succedendo.
Alphonse aprì la porta, attirato da quel suono così
familiare, giusto uno spiraglio per vedere suo fratello lì,
sugli scalini, che piangeva come un forsennato, come un bambino quando
parde il suo giocattolo preferito.
Quanto gli faceva male vedere suo fratello così e non sapere il perché.
Uscì, tentando di fare il minor rumore possibile e inchinandosi affianco a lui, cingendogli la vita e stringendolo a se.
"Niisan..." mormorò, cullandolo un poco.
Gli si aggrappò insintivamente.
In quei momenti apprezzava davvero la presenza di qualcuno come Al.
Si era appostato sopra un albero, lasciando che le gambe penzolassero nell'aria.
Era sparito per 24 ore, nessuno lo aveva cercato, quindi nessuno aveva bisogno di lui.
E perdere tempo in paese, ad osservare il frutto del suo operato, era
l'unica cosa che gli rimaneva da fare, almeno per quel momento.
Non sapeva il reale motivo, ma era strasicuro che qualcuno lo stesse pedinando.
Per quanto potesse importargliene, poi...
Cos'è, quella donna aveva bisogno di farsi mandare a cercare per
dirgli quanto lui dovesse esserle debitore per essere giunto fin
là? Oppure doveva fargli la ramanzina?
Cattivo Envy, non si fa.
Ma per carità.
...Pensandoci però, forse una bella strigliata se la meritava
proprio. Ormai aveva capito che più tempo sarebbe trascorso,
peggio sarebbero andate le cose. Qualcuno prima o poi avrebbe ceduto,
mostrandosi per quello che era.
Un debole.
Per te non deve esistere sentimento, tu hai il tuo rancore che ti fa andare avanti. E basta.
Aveva vissuto per centinaia di anni tenendo bene a mente quella frase,
vagando di città in città, facendosi comandare pur di
raggiungere il suo scopo, sentendosene dire di tutti i colori.
A volte rimuginando il fatto di essere ancora vivo.
Sempre che di vita si trattasse.
Nonostante stesse in quei panni da 400 anni o giù di lì, ancora non aveva ben capito quale era la sua condizione.
Era nato, e questa era una cosa su cui nessuno doveva dubitare, pena la morte.
Non era un umano, ma non poteva essere neanche considerato un animale.
E odiava essere definito un essere artificiale.
Eppure, viveva. Eccome se viveva.
E a tutto ciò si stava agitando nel suo petto quella sensazione terribile, che si era accresciuta dopo quel bacio.
Doveva farlo...
Certo che se si fosse trovato in un'altra situazione,a quest'ora si
starebbe sganando dalle risate, alla faccia del piccoletto. Ma
già il fatto che non lo stesse facendo denotava qualcosa che non
andava.
E non c'era niente da fare.
Si era autoconvinto del fatto che quel gesto non avrebbe significato
nulla, ma quando si era trovato nella situazione, le cose non avevano
preso la piega che sperava.
Almeno nella sua testa.
Era come se avesse avuto due coscienze contrastanti che si menavano,
una per tenere alta la sua convinzione, uno per farla cedere.
Alla fine, la seconda aveva avuto la meglio.
Ed ora si ritrovava lì, ad osservare da un'albero i movimenti di
quell'esserino, a chiedersi se stesse bene, se stesse soffrendo, se si
stesse facendo tante domande quante se ne stava facendo lui.
Lentamente accarezzò il ramo sul quale si era seduto, sospirando.
Probabilmente, se non fosse stato per il suo orgoglio o per la sua
natura, a quest'ora avrebbe potuto assaporare il gusto delle sue stesse
lacrime, riverso su una panchina a mo' di barbone.
Perché negli ultimi tempi era diventato decisamente volubile, e instabile.
Non sapeva ne quando, ne perché, ma aveva perso parte del suo
carattere, da quando aveva incontrato l'Ochibisan per la prima volta.
Chissà, forse aveva odiato con tale intensità da aver
esaurito tutte le forze e non avere più voglia di continuare a
combattere, se così si poteva dire, per qualcosa che ormai era
caduto in prescrizione.
Quattrocento anni erano davvero troppi, e lui era stanco di portarsi dietro la rabbia per l'abbandono da parte di quel bastardo.
E di riversarla su Edward Elric.
Forse se ne era reso conto troppo tardi, ma loro due avevano davvero tanto in comune.
A cominciare dall'odio verso quell'insulso essere chiamato Hoheheim.
Che aveva rovinato, a chi in un modo a chi nell'altro, la vita ad
entrambi. Che aveva abbandonato entrambi nonostante fossero suoi figli.
Che Edward si limitava ad odiare, mentre lui non se ne accontentava.
E sapeva che da qualche parte era vivo, e che prima o poi avrebbe avuto la sua vendetta.
Quindi non era il caso di scaricare la rabbia su suo figlio.
Si guardò attorno, sospirando,e si ritrovò a chiedersi quando aveva cominciato a realizzare tutto ciò.
Stava diventando come gli umani che tanto detestava?
Si perse un attimo a guardare la strada, la gente che camminava...una
coppietta che rideva felice...pochi metri più avanti, un bambino
caduto dalla bicicletta che piangeva, tenendosi il ginocchio appena
sbucciato.
Poi una voce giunse alle sue orecchie, metallica, ma carica di preoccupazione.
"Niisan!"
Riportò il suo sguardo alla finestra, scrutando dentro la camera.
Un'armatura dai movimenti piuttosto impacciati irrupe nella stanza, con
in braccio quello che, a confronto con la sua stazza, sembrava un
fagottino rosso.
Silenziosamente, il suo corpo brillò, cambiando forma e
diventando un insulsa farfalla che, svolazzando nel cielo, andò
a posarsi sul davanzale della finestra, agitando infastidito dall'acqua
le zampette.
Fissò dentro la stanza e, se avesse potuto, avrebbe sospirato sonoramente.
Alphonse aveva appena poggiato Edward sul letto che si era, ancora una
volta, messo in una posizione dale da non lasciar vedere neanche
l'ombra del suo viso.
Ma a giudicare dai singhiozzi, poteva immaginare il dolore sul suo volto senza molta fatica.
..Sinceramente non pensava di esser riuscito a sconvolgerlo così facilmente.
Un fortunato colpo di vento fece aprire una delle ante della finestra,
creando un passaggio piccolo, ma non impossibile da attraversare per un
esserino come lui in quel momento, e cogliendo la palla al balzo, si
introdusse nella stanza, svolazzando quel tanto che bastava a farlo
avvicinare al giovane alchimista.
Si posò sul comodino lì affianco, e decise di rimanerci finché le acque non si fossero calmate.
Da ogni fronte.
Camminava in mezzo alla gente comune, senza badare più di tanto a chi gli andava addosso per colpa della sua non curanza.
Tra un °idiota° e un °Guarda un po' dove metti i piedi°
urlati più al vento che altro, Greed continuava a chiedersi dove
quel dannato mostro fosse andato a nascondersi.
Aveva perso tutto il pomeriggio a cercarlo, ma sembrava quasi essersi dissipato nell'aria.
Oltrettutto, non c'era traccia neanche dei fratelli Elric. E
sicuramente era una bella impresa far sparire nel nulla una...cosa
grande come un'armatura.
Ma probabilmente, se avesse trovato i due, prima o poi anche Envy sarebbe sbucato fuori. In fondo era questione di ore.
Oltrettutto ormai si stava facendo notte: non avrebbe avuto nessuna
possibilità di trovarli in giro, non con un tempo come quello.
Quindi decise di passare il tempo come meglio gli conquiferava: un bel
pub in centro pieno di belle ragazze di cui circondarsi, qualche
alcolico per mandare giù la °stanchezza del lavoro° che
gli gravava sulle spalle e spassarsela un po' alla sua maniera.
Dopo di che, alla mattina presto, si sarebbe rimesso alla ricerca del suo amato °fratello° e dei piccoli Elric.
Che alla fine, non avrebbe trovato con molta difficoltà.
Sapeva dove stavano andando, fortunatamente, bastava solo giocare le cose a proprio favore.
Non era solo Envy che aveva qualcosa da fare, voleva divertirsi un po' anche lui, in fondo.
Era inginocchiato davanti al letto, accarezzando la testa di suo
fratello che, dopo lo sfogo di poco prima, pareva essere caduto tra le
braccia consolatorie di Morfeo.
Nonostante sapesse che era stata una buona occasione per essere messo
al corrente di quanto accaduto quel pomeriggio, Alphonse non era
riuscito a fare alcuna domanda davanti a un Edward così
disperato da sembrare un bambino perduto.
Probabilmente aveva pianto talmente tanto che le forze lo avevano
abbandonato, lasciando spazio a un po' di meritato, e quasi sicuramente
ininterrotto, riposo.
Alzò lo sguardo verso l'orologio, che segnava le otto e venti, e
tirò un sospiro artificiale, rimettendosi sulle sue gambe.
Adagio, si portò di fronte alla finestra, il pavimento bagnato
per colpa dell'acqua entrata col temporale.
"Ma quando si è aperta la finestra?" mormorò tra se e se,
andando a recuperare uno straccio dal bagno e tornando indietro per
pulire. Le sue ginocchia cigolarono sotto il peso del busto, mentre la
sua mano faceva avanti e indietro per quella parte di pavimento bagnata
dall'acqua piovana.
Quando lo straccio fu saturo di liquido si rimise in piedi e si porse
sulla finestra, controllando che nessuno stesse passando di la,
strizzandolo per bene. Mentre i pugni stringevano e arrotolavano quel
pezzo di stoffa, notò che fuori il cielo era diventato color
caffé: aveva appena smesso di piovere, anche se pareva solo una
tregua momentanea, e i lampioni si stavano pian piano accendendo lungo
la via principale, lasciando che la luce arancio andasse a confondersi
e disperdersi nell'atmosfera.
In lontananza, soltanto il gracchiare di qualche corvo che cercava
riparo approfittando della pausa di lacrime, e per strada i soliti
ritardatari che correvano a casa per cena, con sottobraccio un ombrello
o una cartella fradicia.
Chiuse con cura la finestra, voltando il viso verso Edward, poi si
avvicinò alla sedia, prese in mano la giacca rossa e la
risistemò con cura.
Un modo come un altro per occupare il tempo, pensò.
Quando per la seconda volta tornò ad osservare l'orologio da muro, notò qualcosa.
Sbatteva le ali, quasi ciondolando. Era piccola, nera, con qualche macchia viola qua e la.
Aveva appena passato il quadrante dell'orologio, ed era andata dritta dritta a posarsi sulla testata del letto, scuotendosi.
Per un attimo gli era venuto in mente un gattino che scuoteva il pelo per liberarsi dall'acqua.
Che paragone.
"Anche tu sei stata sorpresa dalla pioggia, eh?" fece, col tono di chi pareva sorridere.
La farfalla parve per un attimo interdetta: smise di agitarsi, aprendo
lentamente le ali, e così rimase finché Alphonse non
distolse lo sguardo, la sua attenzione attirata dal battere le nocche
sulla porta di qualcuno.
"Si, arrivo!" fece, andando ad aprire la porta.
Si ritrovò davanti una ragazza, capelli rame raccolti in una
lunga coda alta laterale, legata da un nastro bianco, e un vassoio con
la cena in mano.
"Servizio in camera!" fece, sorridendo. Al aprì un poco di più la porta, inchinandosi.
"Grazie..."
Allungò le mani, mettendole sotto il vassoio e attirandolo a se,
mentre la giovane, continuando a sorridere, fece un profondo inchino,
tornò al carrello coi vassoi della cena, e proseguì il
suo percorso.
Con un colpo di fianco, chiuse la porta, per poi chiuderla a chiave.
Dubitava che qualcuno sarebbe venuto a cercarli, e sicuramente nessuno,
per quella sera, si sarebbe mosso da lì. Con passo lento,
andò a poggiare il vassoio sul tavolino, osservando con
interesse il calore che sprigionava.
Calore che da lì a poco sarebbe svanito come niente: non se la
sentiva di svegliare Ed, non voleva vederlo ancora in quelle
condizioni. Non per quel giorno.
Così, sospirando ancora, decise che forse era meglio che anche
la sua giornata terminasse lì: andò a tirare le tende poi
si sdraiò sul letto, entrando nel suo mondo personale.
Odiava passare le notti da solo, ma col tempo aveva imparato a
estraniarsi da quel corpo di metallo e a sognare, come un normale
essere umano.
Spero di sognare qualcosa di bello, quella notte. Qualcosa di bello per lui e per suo fratello.
Che potesse realizzarsi presto.
Un gong solitario pervase l'aria quando le lancette dell'orologio della
vecchia chiesa raggiunsero il grande dodici in numeri romani,
allineandosi perfettamente una sopra l'altra.
Poi il silenzio.
Il paese era caduto nel sonno più profondo, cullato dal leggero
battere delle goccie sui vetri appannati delle case dove dimoravano.
Probabilmente, o almeno questo era ciò che tutti speravano,
l'indomani mattina il sole avrebbe ripreso a scaldare la terra come
d'abitudine, portando giovamento anche all'umore.
Un'auto passò davanti all'hotel dove i fratelli Elric
alloggiavano, illuminando, seppur debolmente, la strada davanti ad essa
e un poco dell'ambiente circostante, mentre una voce infastidita di
donna mandava al diavolo qualcuno che non ebbe neanche il tempo di
scusarsi per chissà quale danno avesse provocato.
Due colpi si susseguirono rapidi: prima lo sportello, e in seguito la
porta dell'hotel vennero brutalmente chiusi da quella persona che, Envy
si ritrovò a pensare, doveva avere proprio i coglioni girati.
Mentre il rimbombo del colpo lentamente andava scemando, finalmente
dopo ore aveva ripreso le sue vere sembianze, a suo rischio e pericolo.
Prima di farlo, aveva minuziosamente controllato che Alphonse Elric, un
intralcio più che altro per lui, fosse effettivamente in uno
stato che per comodità definiva di riposo.
Perché quello, a sua stessa detta, non riposava, non dormiva, non faceva assolutamente niente.
Dopo di che, aveva fatto la stessa cosa con il fratello maggiore.
Posandosi al lato del letto poi, aveva recuperato la sua forma
abitudinaria, lunghi capelli smeraldo che scivolavano leggeri sulle sue
spalle, sfiorandogli la schiena.
Nel loro disordine, illuminati dal pallore della notte, rendevano quella creatura, se possibile, ancora più affascinante.
E ora si trovava là, a pochi centimetri da quello che lui amava
tanto chiamare O'chibi-san. Poteva finalmente sentire con le sue narici
il suo odore.
Poteva stargli vicino, per una volta, non come nemico ma...come una semplice presenza.
Probabilmente Edward non si sarebbe mai accorto della sua presenza in
quel posto, non lo avrebbe mai scoperto, ma poco importava.
Quasi automaticamente, senza neanche starci a pensare più di
tanto, sollevò la mano dal materasso, portandola alla testa
dell'alchimista.
Prima di allora, quei capelli li aveva solo e sempre strattonati,
strappati, macchiati di sangue, di fango. Aveva visto in quel colore
così luminoso qualcosa che lui non sarebbe mai diventato. Invece
in quel momento lui stesso si sorprese a considerarli morbidi,
piacevoli...Belli.
Profumavano lievemente, probabilmente li aveva lavati con una doccia
poche ore prima. Odoravano di agrumi, un piacevole odore di limone e
arancio.
Li accarezzò diverse volte, sorridendo. In qualche modo,
stupidamente, sperava che avvertisse la sua presenza e che si calmasse
un po'.
Non gli piaceva l'idea di averlo inquietato così tanto. In
fondo, lui lo aveva solo fatto per capire qualcosa di più su se
stesso.
Mai avrebbe immaginato di capire qualcosa di più anche di quello che, in teoria, era il suo peggior nemico.
Sospirò.
Forse aveva fatto una grande cazzata, a rimanere lì. L'unica
cosa che voleva era stargli vicino almeno un po' prima di tornare ad
essere il solito pupazzetto nelle mani di una burattinaia da quattro
soldi. Se in quel momento Edward avesse aperto gli occhi, con tutte le
probabilità lo avrebbe spinto, gli avrebbe sputato addosso tutto
il veleno che aveva accumulato, e gli avrebbe gridato qualcosa di molto
simile a "Vai via, e non farti più vedere".
Se lo sarebbe meritato in fondo, no?
Tuttavia, la cosa pareva non essere rilevante. Lui era là, e
voleva starci finché il tempo, e i due ragazzi, glielo avessero
permesso.
Socchiudendo gli occhi, fletté il busto di lato, chinandosi
verso il suo collo. Il suo olfatto venne invaso ancora di più da
quell'odore, così intenso da inebriargli tutti i sensi.
Stranamente si sentiva un groppo al cuore. Gli era così vicino...
Eppure così lontano.
La sua mano libera, mentre l'altra era occupata a giocare con quei fili d'oro, si posò sull'auto-mail.
Parecchie volte si era chiesto cosa spingesse l'uomo a compiere un
sacrificio estremo come quello. A grandi linee conosceva la storia di
quel ragazzino, così piccolo, ma così coraggioso da dare
il suo braccio in cambio dell'anima di suo fratello, in quello che gli
umani chiamavano pedaggio di scambio equivalente.
Lui credeva che fosse tutto un mucchio di idiozie, che nessuno traeva
beneficio da un sacrificio. Se succedeva, era pura casualità,
niente di più. Per il resto, ci si limitava a vedere il frutto
dell'impegno sgretolarsi tra le proprie mani.
Più o meno quello che era successo a lui.
Con le dita, sfiorò la protesi, sentendo pian piano i
polpastrelli gelarsi. In un certo senso, si riteneva fortunato ad avere
tutti i suoi arti: portare addosso una cosa simile non solo nel
braccio, ma anche nella gamba, doveva sicuramente costargli fatica.
Si ritrovò a sorridere pensando che forse la sua...bassezza era data proprio da quegli aggeggi infernali.
L'indice scese lentamente verso la giuntura, che imitava il gomito,
scivolando tra le placche dell'avanbraccio artificiale insensibile al
tatto.
Avrebbe potuto sfiorarlo quanto voleva.
Non gli importava che fosse d'acciaio: era il suo braccio, e se poteva
toccarlo, tanto gli bastava. Era comunque una parte di quell'essere
che...
Smise di pensare.
Non poteva ammettere a se stesso quello che stava per formularsi nella sua mente, non era stilato nei suoi diritti.
La sua mano continuò a scorrere, finché le sue pallide
dita non andarono ad intrecciarsi con quelle gelide, grige e lucide di
Edward.
In fondo era stato fortunato: non si sarebbe svegliato, se avesse fatto attenzione.
Ma sapeva che non poteva stare in quella posizione ancora a lungo, o
tutta la sua buona volontà di lasciar riposare tranquillo il
piccoletto avrebbe potuto anche andare a farsi benedire, una volta per
tutte.
Se ne rese conto quando il suo viso si trovava a pochi centimetri dalla
sua pelle olivastra. Così liscia, così invitante...
Osservò scrupolosamente ogni centimetro di quella parte di
corpo, pensando a come sarebbe stato bello poterla anche solo sfiorare
con le labbra. In fondo, se non fosse stata per la presenza di Alphonse
in quella stanza, un pensierino sullo svegliare Acciaio lo avrebbe
fatto davvero volentieri.
Ma doveva contenersi, se lo era imposto sin da quando aveva deciso di fare quello che stava facendo.
Ma in fondo, cosa gli sarebbe costato?
Sarebbe stato solo un tocco leggero, un contatto quasi inesistente...
Voleva sentire il suo sapore.
Sarebbe stata una questione di secondi, e poi si sarebbe limitato solo ad accarezzargli i capelli. E nulla più, promesso.
Le sue dita si strinsero attorno al palmo d'acciaio, riscaldandolo un
poco col suo debole tepore, mentre le sue labbra, fini e rosee,
incontravano quella pelle tanto bramata. Mosse un poco la testa,
lasciando che la sua bocca percepisse il suo sapore, dando al suo
cervello il tempo di imprimerselo per bene, di memorizzarlo per non
dimenticarlo mai più.
Dischiuse le labbra, stringendole poi sulla carne, senza stringere, senza far male.
Voleva solo che fosse suo, almeno quei pochi istanti.
All'improvviso, il suo cuore mancò un battito.
Poco lontano dal suo viso, infatti, dita d'acciaio si erano strette attorno alle sue.
Sollevò lentamente il viso, non voleva che avesse un risveglio
brusco. Mentre sentiva la mano stringersi ancora più teneramente
forte alla sua, l'aria si riempì di un lieve rumore, la testa
dell'alchimista che si muoveva nel cuscino, tra i suoi stessi capelli.
Un lieve mugugno, occhi che si aprivano un poco, lucidi, dorati. Che incrociavano l'ametista dei suoi, di occhi.
Non smise di accarezzargli i capelli, gli scostò anzi un ciuffo
dal viso, mentre tentava di sostenere il suo sguardo, di vedere oltre
quelle iridi color dell'oro colato.
Non pareva spaventato, ma piuttosto in uno stato di dormiveglia. Doveva proprio essere stremato...
Nel silenzio della stanza, udì una parola che mai avrebbe
pensato potesse essere detto con tanta...tenerezza. Il suo nome.
Lo aveva pronunciato così flebilmente che pareva un
sussurrò, così piano che per un istante pensò di
esserselo immaginato.
Ma lo aveva detto, ne era certo.
L'unica cosa che riuscì a dire per ricambiare il suo sforzo fu
un ciao sussurrato con un sorriso. Non uno dei suoi soliti ghigni di
scherno, ma un qualcosa mosso da una sensazione profonda, qualcosa che
gli era sgorgato da quel cuore che credeva incapace di provare
sentimento.
Edward portò fuori da sotto le lenzuola il braccio, allungandolo
lentamente e poggiando il palmo della mano sul viso dell'homunculus,
carezzando la sua guancia lentamente.
Nonostante fosse convinto che fosse ancora più nel mondo dei
sogni che in quello reale, si sentì in qualche modo appagato da
quel gesto.
Ne era felice.
Ma non doveva approfittare della situazione, avrebbe provocato solo dolore a entrambi.
In fondo, la mattina dopo per lui, questo sarebbe stato solo un sogno.
...Ma non poteva resistere dal fare una cosa.
Dalle tende filtrava la tenera luce arancio dei lampioni, che
coloravano il viso del giovane alchimista, permettendo all'homunculus
di ammirarlo in tutta la sua piccola bellezza. Con quel colore, anche i
capelli, immobili sul cuscino, brillavano di una luce che li faceva
sembrare vivi.
"Envy..." mormorò, le labbra umide che lo chiamavano, aprendosi e chiudendosi lentamente.
Gli accarezzò la fronte, sorridendo, e lentamente si
avvicinò al volto dell'alchimista, percependo il calore del suo
corpo, del suo respiro sulla sua bocca.
Finché non si incontrarono, ancora una volta, più dolcemente.
Senza quel preavviso che lo aveva portato a piangere per una giornata intera.
La lingua di Envy scivolò con tacito assenso dentro la bocca di
Edward, assaggiandone e memorizzandone ogni singola sfumatura.
Era un sapore indefinibile, qualcosa di così...sublime, da non poter essere definito.
In quel momento era lieto di essere parte del sogno di quel piccoletto,
soprattutto sapendo che la cosa poteva rendere felice entrambi, in un
certo qual modo.
La mano di Ed andò a nascondersi sotto la cascata di capelli
smeraldo dell'homunculus, tentando di assaporare in quello stato di
trans tutto quel che poteva.
Per paura che svegliandosi, tutto sarebbe scomparso.
Quando il contatto si interruppe, Envy gli diede un ultimo, casto bacio
a fior di labbra, come sugellamento di un patto silenzioso, segreto.
Allungandosi un poco, gli diede un bacio sulla fronte, mormorando:
"Torna a dormire...hai bisogno di riposo..."
Lui mugugnò, scrutandolo un'ultima volta, prima di voltarsi
verso di lui, senza mollare la sua mano. Chiuse gli occhi, e in un
sospirò disse:
"Non andare via..."
La strinse forte.
"Rimarrò qua..." gli rispose, facendo scorrere la mano lungo la
nuca del biondo. Ed si limitò a sorridere un poco,
ranicchiandosi e sbadigliando.
Per poi ricadere in un sonno profondo.
Sarebbe rimasto si, ma ancora per poco.
Quell'ennesimo contatto era stato la spinta per andare fuori dai suoi
binari. Ora aveva un altro percorso da affrontare, e sarebbe stato
difficile da affrontare.
Ma in fondo, pensò, per il suo O'chibi-san ne sarebbe valsa la pena.
Un uccellino venne gentilmente a beccare sul vetro, quasi ad
implorargli di aprire gli occhi e di andare ad ammirare la bella
giornata che si preparava a nascere.
Quasi sentendosi molestato, e sotto una cascata di capelli biondi che
buffamente gli coprivano il viso, Edward sbottò qualcosa di
molto somigliante a "Tenente, ancora cinque minuti...", voltando il
viso altrove.
Inconsciamente mosse la sua mano d'acciaio, come a voler stringere
quella di qualcun'altro, e quando sentì che l'unica cosa a cui
poteva ambire era lo spostamento di un po' di aria, lentamente
aprì un occhio, ritornando alla posizione di pochi istanti prima.
Improvvisamente, sentì che qualcosa, lì vicino a lui, mancava. Ma non riusciva bene a individuare cosa.
Col volto di chi aveva dormito troppo, ma che da tale dormita non aveva
tratto altro che giovamento, si mise a sedere sul letto, grattandosi la
testa e sbadigliando sonoramente.
"Mh...che ore sono...Al...Al?"
La porta, lasciata leggermente socchiusa, in quel momento si
aprì, lasciando entrare un Alphonse più brillante del
solito, dovuto forse alla tiepida luce che filtrava dalle finestre, con
in mano una tazza fumante di caffellatte.
"Ti ho portato la colazione, Niisan!" fece, con tono allegro.
Aveva notato il viso molto più rilassato del fratello rispetto al giorno prima, e non poteva che esserne felice.
Combattendo con una ciocca di capelli che era andata a posarsi
insistentemente davanti ai suoi occhi, Edward sorrise, allungando le
mani verso la tazza e percependone il tepore con la mano sinistra.
"Grazie, Al" disse con gentilezza, annusando poi l'odore emanato dalla bevanda.
Quello era uno dei soliti trucchi di Al per costringerlo a bere un po'
di latte, ma giacché apprezzava il caffé, trovava che il
sapore di quel liquido color noce non fosse poi così malaccio.
Con calma estenuante portò alla bocca la tazza, poggiandone il
bordo sulle labbra e lasciando che la bevanda gliele inumidisse,
assorbendo un po' di quel sapore che non aveva nulla né
dell'amaro del caffé, né del troppo dolce del latte.
Un equilibrio perfetto.
Rimase così un attimo, aprendo di più gli occhi.
Si stava sfornzando di ricordare qualcosa che neanche lui sapeva, forse un sogno.
Ci teneva davvero tanto a ricordarselo, perché di quello,
l'unica cosa che gli era rimasta era un piacevole tepore nel cuore,
come quello che il caffellatte stava dando alle sue mani.
Sospirando mentalmente, decise al momento di arrendersi. Probabilmente,
qualunque cosa fosse, se la sarebbe ricordata nel corso della giornata,
e andava bene così: l'importante era ricordarselo per tempo, ma
senza fretta.
Cominciò a mandare giù la bevanda velocemente, senza
lasciarne una goccia nel giro di pochi minuti, poi, ringraziando ancora
Al e ridandogli la tazza, mise piede sul pavimento, stiracchiandosi un
po'.
"Oggi come stai?" chiese Al, un poco intimorito dalla sua stessa domanda.
"Benissimo, Al! - rispose lui con tono allegro, mentre inarcava la schiena all'indietro - Ci voleva proprio una bella dormita!"
Alphonse rise, compiaciuto.
"Bene! Allora...vado a restituire la tazza!"
"D'accordo, io intanto mi do una lavata e ti raggiungo!" fece, mentre
si dirigeva al bagno. Appena la porta della stanza si chiuse,
aprì il rubinetto, lasciando che acqua calda e fredda si
unissero, per permettergli di lavarsi senza traumi mattutini.
Lanciò un'occhiata allo specchio e, mentre guardava la sua
immagine, posò il pollice sinistro sul labbro inferiore,
lasciandolo scorrere per tutta la sua lunghezza.
Non si seppe spiegare il motivo, ma le sue guance si colorirono di un
bel color pesca, e più quel dito sfiorava le sue labbra,
più il colore si faceva intenso.
Era diventato paonazzo nel giro di dieci secondi, esagerando.
Scosse la testa, imbarazzato per cause ignote, poi portò le mani
sotto il rubinetto, lasciando che si riempissero di acqua che,
prontalmentem, andò a schiaffarsi sul suo viso, dandogli la
sveglia decisiva.
Un po' di sapone qua e la, ed era pronto a riprendere il viaggio.
Mentre prendeva il giaccone rosso e lo indossava, si rese conto di
quanta poca voglia avesse di rivedere il colonnello Mustang. Pochi
giorni prima, lo aveva per così dire spedito a Dublith
perché una chimera imbizzarrita, secondo le svariate
segnalazioni, stava compiendo razzie di cibo nel piccoli negozi del
centro.
Alla fine, era solo un grande cane un po' malandato che aveva bisogno
soltanto di mangiare e di avere un po' di attenzioni, le solite
stronzate che la gente si inventa perché si sente trascurata dal
proprio governo.
Già si immaginava le grosse risate che si sarebbe fatto.
Acciaio l'addomesticatore di belve selvaggie!, avrebbe esclamato con tutta probabilità.
Peccato che quella povera bestia fosse stata portata in uno studio veterinario per essere soppressa.
Sollevò le spalle, lasciando che la giacca si adattasse alle sue
forme, e poi, controllato di aver preso tutto, uscì dalla
camera, lasciando le chiavi nella serratura.
Facendo ad uno ad uno gli scalini, sentì la voce di Al
confondersi con il brusio dei clienti che facevano colazione mentre
parlava con l'addetta alla reception.
E dal suo tono, parevano esserci guai in vista.
"Al, eccomi, cosa..."
"Niisan! - fece, avvicinandosi - Non possiamo andare a Central!"
Sobbalzò, mentre il suo viso si contraeva in un'espressione shockata.
"Cosa cosa?!"
"Ecco... - intervenne la donna - è da stamattina che i mezzi
pubblici paiano essere in sciopero per non si sa quale motivo...Eppure
nessuno aveva avvisato, non se ne sapeva niente." concluse, incrociando
le braccia.
Ed si schiaffò una mano sulla fronte.
Contava di arrivare a Central nel pomeriggio senza dover faticare, e invece le cose erano due: o aspettava, o andava a piedi.
In ogni caso, avrebbe perso un giorno prezioso.
"Oddio..."
"Niisan, che facciamo?"
"..Dovrò chiamare quell'idiota e dirgli che non..."
Interruppe il suo discorso quando vide un viandante entrare nel locale,
trascinandosi al bancone e ordinando un succo alla pesca.
"La gente ha sempre poca voglia di lavorare, e i poveri viaggiatori
sono costretti a rimanere bloccati qua più del necessario!"
cominciò a dire, agitando una mano, mentre accanto a lui, altri
uomini annuivano. Prese in mano la sua bevanda, poi continuò.
"Per fortuna il mio carretto non mi abbandona mai, se devo affidarmi ai servizi statali, potrei dire addio al mio lavoro!"
Un coro di "Giusto!" e "Ha perfettamente ragione!" riempì
l'aria, mentre quell'uomo si grattava la testa, sorridendo nervosamente.
Era vestito in modo davvero strano: in testa portava, in equilibrio
precario, un grande turbante bianco, gli occhi erano coperti da dei
spessissimi occhiali da sole, che avvolgevano tutta quella zona del
viso. Addosso, un pantalone e una giacca nera, il petto scoperto, e uno
scialle del colore di ciò che aveva in testa.
Edward guardò Alphonse, scettico.
"Quando arriverò a Central City, andrò a fare una bella
strigliata ai piani alti, questo è poco ma sicuro! Quei
poveracci fanno la fame, e lavorano con uno stipendio da mendicanti!"
"Ha detto Central?!"
L'uomo si voltò, sorridendo. A pochi centimetri dal suo naso, un Edward Elric a cui era baleata un'idea malsana in testa.
"Si, Central! Perché giovanotto, qualche problema?"
Batté le mani, in segno di richiesta chinò il capo e disse:
"Siamo degli alchimisti, abbiamo bisogno di arrivare a Central in
giornata! Sono disposto a pagarle qualunque cifra, ma la prego, ci
porti con se!"
L'uomo ridacchiò, dando una pacca sulla spalla del giovane.
"E cosa potresti darmi tu, ragazzino? Non preoccuparti di pagarmi, se
ti sono di aiuto lo faccio davvero volentieri! Ma... - indicò la
grande armatura dietro di se - Dovrai rinunciare al tuo compagno di
viaggio, è troppo grosso per il mio carro!"
Ed sollevò un sopracciglio.
Lasciare lì Alphonse? Si voltò, cercando lo sguardo del fratello.
"Niisan, vai pure da solo! Io ti raggiungo domani con i mezzi pubblici!"
Poggiò la mano di metallo, accuratamente coperta coi guanti, sulla sua grande spalla, con un'espressione dispiaciuta.
"Al, sei sicuro?"
"Certo! Così non dovrai preoccuparti di sorbire domani qualunque
cosa il colonnello abbia da dire!" esclamò, in maniera scherzosa.
Ed sospirò, realizzando che effettivamente prima si levava il problema, meglio sarebbe stato per tutti.
"Ok...Grazie Al. - si voltò verso l'uomo - Quando ha intenzione di partire?"
"Anche adesso, figliolo, anche adesso!"
"Perfetto! Allora...Ti chiamo quando arrivo a Central, ok? Tu vedi di svagarti un po'!"
"D'accordo, niisan!"
Ed sorrise, poi pagò alla donna un'altra notte in hotel per suo
fratello e, seguito dall'uomo, uscì dalla hall, notando subito
il carretto costeggiato sulla via, trainato da due cavalli che
dormivano in piedi.
"E'...quello?"
L'uomo annuì, fiero.
...Era davvero piccolo.
"Per fortuna non sei molto grande, altrimenti non avrei potuto aiutarti!" fece, ridendosela alla grande.
Contrariato dall'affermazione, ma troppo educato per prendersela con un
estraneo, si limitò a mandare giù la rabbia che aveva
fermentato in cinque secondi e prese posto affianco a dei grandi sacchi
di grano, posti ordinatamente nel vano.
"Stai attento, niisan! E non stressare il colonnello!"
"Se osa dire solo A, lo strozzerò, non preoccuparti!"
Sollevò la grande mano nera, agitandola in segno di saluto.
"Lo affido a lei, signore!" disse, inchinandosi.
L'uomo rise ancora.
"Non preoccuparti, giovanotto, è in buonissime mani!"
Mani d'acciaio, oltretutto.
Col sorriso sulle labbra, diede un colpo di frusta alle due bestie che,
svegliatesi, cominciarono a muovere i primi passi verso la capitale con
il sole già alto nel cielo, a guardarli dall'alto.