Fragment #1
Ricordo ancora le notti passare nel grande capannone, io e lui da soli, a controllare le carte, a verificare l'integrità di ogni materiale, a fare l'amore quando tutti erano andati via da un pezzo, lasciandoci lavorare, perché eravamo le punte di diamante della squadra, e tutti ne andavano fieri.
“Credi che questo sia corretto?”
Sentivo lo scricchiolare della matita sul progetto – fogli sparsi in ogni
dove, pezzi di lamiera segnati da un numero e accatastati ad un angolo del capannone.
“Fai vedere...”
Lavoravamo a quel progetto da così tanto tempo che ormai avevo perso
il conto dei mesi passati lì sopra a correggere formule e a saldare e
trasportare pezzi di metallo.
La cosa buffa – forse divertente, e da un certo punto di vista oserei
anche dire fortunata coincidenza – è che eravamo soli.
Ogni giorno, quando tutti tornavano dalle rispettive famiglie, dentro quell'edificio
improvvisato rimanevamo solo io e Alfons, a verificare che tutto andasse secondo
tabella.
A covare i sentimenti.
Le giunture dell'automail cigolarono, il mio dito che scorreva veloce tra lettere
e numeri quasi incomprensibili. Poggiai poi il mento sulla spalla di Al, sospirando.
“Credo ci voglia meno carburante. Non so, ho l'impressione che rischi
di esplodere, quel macinino.”
La sua risata cristallina si infranse contro le pareti, mentre l'eco rimase
nell'aria per qualche secondo. Mentre mi rimettevo in piedi lui si voltò,
scuotendo la testa.
“Non credo che a Haushofer sarebbe contento, sai?”
“Lo credo anche io...”
Mi chinai di nuovo su di lui, avvolgendolo con le braccia.
A Monaco il clima non era mai stato particolarmente caldo, specie a marzo, specie
alle undici della sera.
“Sei stanco, Edward?”
Strusciai una guancia contro la sua, in cerca di calore. Amavo sentire la sua
voce, era come mandare giù un goccio di cioccolata calda, la sua dolcezza
scendeva fino al cuore e poi si irradiava nel resto del corpo, avvolgendoti.
Lui era così.
Dolce come la cioccolata – anche se la sua pelle era bianca come la neve
e i suoi occhi azzurri come il ghiaccio.
Mugugnai, in diniego.
“Un pochino soltanto...”
“Vuoi andare a casa? È tardi ormai...”
“No, ce la faccio, Al, davvero... - mi strinsi di più, sorridendo
– voglio solo restare così ancora un po'...”
Sentii uno sbuffo divertito provenire dalle sue labbra, mentre la mano si poggiava
sulla mia testa, ad accarezzarmi i capelli.
“Va bene... - sorrise, dandomi un bacio sulle labbra – Hai freddo?”
“Un po'...”
Non rispose più. Mise la schiena ritta, spostando indietro la sedia e
mettendosi in piedi di fronte a me.
Dannati dieci centimetri extra.
Mi avvolse con le sue braccia, cominciando a tempestarmi il collo di baci. Muovendosi
piano, cambiammo posizione, e mi spinse sul tavolo, lasciandomi appoggiare.
Tunk, matite che cadevano a terra.
“A-Al...”
C'era solo un immenso silenzio, interrotto da quegli schiocchi di miele che
rimbombavano, sbattendo contro le pareti.
“Ti sto scaldando...” fece, interrompendosi e guardandomi negli
occhi.
Alfons aveva qualcosa di magico nelle sue mani. Tutta la bontà e la calma
che albergavano nel suo corpo ti colpivano con tutta la loro forza non appena
ti sfiorava, e tu ti sentivi come fuori dal mondo.
Perché no, non esisteva niente meglio di lui, in questo luogo.
I baci caldi salirono al viso, e poi alla bocca, mentre le sue mani viaggiavano
lungo le mie braccia, i miei fianchi.
Era una fortuna essere lì, essere da soli.
Quando tutti si erano accorti che nel lavoro rendevamo bene insieme, avevano
deciso di darci carta bianca su tutto quanto – metodi, orari, compagni
di squadra.
Ma noi stavamo bene in due.
Soprattutto in momenti come quelli, quando la stanchezza diventava più
forte dell'amore per il lavoro, ma non per quello che provavamo reciprocamente.
Era il nostro piccolo segreto, protetto dal lavoro che ci dava da mangiare.
Strinsi le braccia intorto alla sua vita, portandomelo vicino, sentendo il peso
del suo corpo.
“Mmh...”
Riuscivo solo a mugugnare, un po' come un gatto – odio il paragone, ma
è quello che rende meglio purtroppo – che veniva coccolato, colpito
nel suo punto debole.
Inerme e a sua totale disposizione.
“Va meglio?” bisbigliò, carezzandomi la testa.
Annuii, alzando il viso e catturando la sua bocca. Amavo sentirlo, era lui che
si muoveva in me, con me, era lui che mi dava tutto l'amore del mondo con piccoli,
semplici gesti.
Non potevo desiderare altro.
Non potevo avere di meglio.
Scese a baciarmi il collo, ancora una volta, mentre le mani andavano sotto la
maglia, roventi a contatto con la mia pelle fresca - e si muovevano piano, lungo
la pancia, fino al petto, e riscendevano, accaldandomi. Era l'unico tepore che
desideravo davvero.
Sospirai, mentre la sua bocca scendeva – e le sue mani salivano, portando
con loro la stoffa inutile che mi ricopriva il petto per dar spazio alla morbidezza
candida delle sue labbra.
Lui era immensamente caldo. Non so perché, ma ce l'aveva nel sangue.
Mentre scendeva a baciare con insistenza il petto – là dove a ogni
schiocco era un ansimare crescente –, le sue mani scorrevano rapide lungo
le braccia, premuroso di tenere costante quel calore che voleva offrirmi.
Sentivo il profumo dei suoi capelli – un odore neutro, buono, che non
disturbava.
Scendeva dolce verso il basso ventre, lasciando tracce del suo passaggio. Quasi
faceva il solletico, a pensarci bene. Ma era così perfetto in quel che
faceva, così perfetto nel modo di muoversi – e la bocca, e le mani,
e la lingua che danzavano su di me, ritmiche, suadenti.
Era delicato, di quella delicatezza che non sa donarti che tua madre quando
sei ancora in fasce. Quella delicatezza data dalla paura di rompere l'oggetto
del desiderio, dal terrore di ferire, di fare male.
Quella delicatezza protettiva, che ti da sicurezza, certezza, affetto, tutto.
Tutto, davvero.
Scese ancora, fino alla cintola. Afferrò la fibbia con le dita, lasciando
che la pelle nera ne scivolasse fuori piano, per poi lasciarla cadere sui fianchi,
mentre lo stesso lavoro veniva fatto col bottone e l'asola dei pantaloni.
“Ti amo, Edward...” sussurrò, mentre con le mani si infilava
dentro i pantaloni, a farli scivolare giù – era la libertà
che invocava il mio corpo, era l'attesa che finalmente veniva soddisfatta.
La mia testa si portò indietro, rispondendo con un sussurro sommesso
e rotto dai sospiri, mentre sentivo il rumore delle sue ginocchia contro la
ceramica del pavimento.
E poi, pam. Violenta come un calcio nei denti.
Ma mille volte più piacevole.
Era un'onda di calore che sfarvallava veloce dal ventre al resto del colpo –
rapida, implacabile, possente, carica.
Sentivo le sue labbra bollenti avvolgermi in tutta la loro gentilezza, muoversi
piano mentre le mani andavano a raggiungere la bocca – a seguirne il movimento,
su e giù in modo ritmico.
Amavo il suo riuscire ad essere così anche in... certi momenti. Non era
mai volgare, né preso dal mero istinto animale.
Rimaneva sempre se stesso, senza perdere la testa, o diventare una belva assetata
di orgasmi.
“A-Alfons...”
Sentivo lo schioccare frenetico dei suoi baci, la lingua sfiorare appena la
pelle calda e umida, mentre di nuovo mi riaccoglieva in sé, saggiando
il mio sapore. E io non potevo fare altro che portare la testa all'indietro
e stringermi alle sue spalle, perdendo lo sguardo prima tra i suoi capelli biondi,
poi nella vastità di quello spazio limitato.
Sentivo battere il cuore in gola, oltre che da altre parti.
“Alfons...” ripetei ancora, incatenato alle sue coccole –
a quel giocare con la lingua, a quel solleticare la carne bollente, a quei sospiri
che interrompevano il tutto, per poi dedicarsi ancora a me con il doppio dell'intensità.
Il vuoto nell'edificio si riempì dei miei gemiti, che andavano aumentando
sempre più, assieme al ritmo di Alfons, costante, ininterrotto.
Era un eco debole, che rimbombava, rimbalzando contro le pareti, contro le lamiere
dei razzi, contro noi stessi.
Siamo qui, ci vedete? Ci amate per quel che facciamo ai vostri razzi, ma ci
odiereste sapendo cosa accade dentro queste mura quando voi non siete qua. Ci
odiereste e ci uccidereste.
Ma insieme a lui, tutto il resto non importava.
Mi piegai in avanti, chiamandolo per nome a ripetizione – come se il suo
nome tentasse di scappare dalle mie labbra, come se non pronunciarlo fosse stata
un'eresia.
Strinsi forte le mie mani attorno alla sua camicia candida – prendeva
un colore strano, un color crema appena accennato grazie alla luce dell'abat-jour
sulla scrivania, disturbato dal pallore lunare che entrava dalle alte finestre
-, sentendo il basso ventre riempito di una tensione fortissima.
E quando lui cercò con voglia maggiore la mia carne, quella tensione
si sciolse, liberandone il corpo – assieme alla mia voce che lasciava
scappare un ultimo, lunghissimo gemito.
E poi, fu un accasciarsi stanco contro di lui, il cuore galoppante e i polmoni
che si riempivano freneticamente di ossigeno, alla ricerca di tregua mentre
ancora tutto pulsava forte.
Alfons mi tenne le spalle, mettendosi sui piedi e accarezzandomi la testa calda.
“Il resto – mormorò, accostando le labbra sporche all'orecchio
– te lo do a casa, mh?” e mi rassettò, dolce e premuroso.
Poi mi strinse a sé, lasciando che la schiena si flettesse lateralmente,
cullandomi e canticchiando.
“Ehi...”
“Sì?”
Sollevai lo sguardo, incrociando le sue iridi azzurre – la luna le rendeva
quasi grige, faceva uno strano effetto guardarlo negli occhi quando la mezzanotte
era passata da un pezzo.
Il mio viso si portò vicino al suo quasi automaticamente, catturando
le labbra rosate.
“Ti amo...”
Sorrise.
Per me era difficile esternare i miei sentimenti, e lui lo sapeva. Aveva sempre
reazioni simili quanto dicevo di amarlo, forse perché era una cosa talmente
inaspettata che no, non c'era verso, l'imbarazzo vinceva sempre sulle parole,
e lui non riusciva mai a ricambiare.
Buffo, di solito ero io quello che non riusciva a mettere due parole in croce.
Il suo corpo aderì al mio, mentre la risata dolce accarezzava la pelle,
e con forza mi prese sotto le ginocchia – quasi obbligandomi ad aggrapparsi
al suo collo.
“E ora a casa, su, che è tardi.”
“Ma il lavoro...”
“Domani continueremo, non scappa niente da qui...”
“Niente?” risi io, senza esplicitare i miei pensieri.
“Niente.” ricambiò lui, intuendo il palese.
Essere preso in braccio da lui mi faceva sentire un bambino. E no, di solito
non amo queste cose.
Ma con lui era tutto diverso. In qualunque cosa facesse, o dicesse.
La sensazione di protezione – e tutto quell'emanare dolcezza, e calore
– era più forte del fastidio di essere trattato come un poppante.
Poggiarmi sulla sua spalla, mentre con fatica chiudeva il magazzino, e inebriarmi
del suo profumo mi faceva sentire a casa.
Quella casa che ormai non sentivo più di avere.
In quel mondo identico al mio, ma totalmente sconosciuto per molteplici versi,
Alfons era la mia casa.
Era il calore di un fuoco e la morbidezza di una trapunta.
Era il tepore di una famiglia che mi mancava da troppo tempo.
Era la sicurezza di poter andare in capo al mondo e contro ogni cosa –
fosse una legge, o una religione, persino la morale – e tornare indietro
e trovarlo lì, ad aspettarti.
Strusciai la guancia contro la sua spalla, socchiudendo gli occhi.
“Ti amo...” ripetei sottovoce, mentre la stanchezza si impossessava
delle mie palpebre.
Mi diede un bacio sulla nuca, ricambiando.
Era davvero bello sentirsi dire ti amo.
“Ed, dormi mentre torniamo a casa, ok?”
Annuii, in un gesto che invece voleva essere di diniego. Ma evidentemente Morfeo
era più forte della mia forza di volontà, almeno in quel momento.
L'ultimo pensiero, prima di lasciarmi andare al sonno, fu sperare di stare con
Alfons anche durante il riposo, di vederlo sorridere illuminato dalla luce del
sole.
Di vederlo, abbracciarlo e baciarlo lì, davanti agli occhi del mondo.