Himitsu

Prologo

Vi era un intenso odore di dolce, nell’aria. Anche per chi amava quella fragranza, alle sette del mattino poteva provocare un senso di disgusto e nausea, specie se avevi passato la notte prima a rimettere l’anima per via di un pesce avariato.
La sveglia suonò, insistente, implorando al suo proprietario di uscire dal torpore e alzarsi, e questi, controvoglia, cercò di obbedire, sentendosi obbligato per lo meno a salutare suo nonno per mangiare la sua colazione.
Anche se la cosa proprio non gli andava.
“Odio il…lunedì…” borbottò, sbadigliando e coprendosi una mano, mentre con l’altra spegneva l’oggetto, permettendo alla stanza di tornare al riposo.
Buttò le coperte di lato, scendendo dal letto e cominciando a cercare la sua roba, che portò con se al bagno, poi dopo essersi cambiato, trascinò i suoi passi verso la cucina, dove il suo allevatore, un uomo sulla soglia dei settanta, lavorava accuratamente ai fornelli.
“….’Giorno nonno…” fece, con scarso entusiasmo.
Il vecchio si voltò, con la paletta in mano, e la agitò nell’aria, sorridendo al nipote.
“Ciao Takao! Dormito bene?”
“…Secondo te…?” rispose, rivolgendogli a sua volta una domanda.
“No, eh?”
“No.”
“Quell’orata era proprio guasta…”
“Vabbeh, nonno, non fa niente, meglio io che te…” sorrise.
L’uomo, Ryu Kinomiya, aveva una particolare malattia allo stomaco, che lo metteva in pericolo di vita ogni qualvolta mandasse giù qualcosa di poco opportuno al suo organismo.
“Sempre il solito…Non rimani a casa?”
“Macché…sennò poi non posso far casino…” sogghignò.
Kinomiya Takao, figlio della sua creatura, morta all’età di 37 anni, era un ragazzo piuttosto sveglio, anche troppo per i gusti di chi lo frequentava. E soprattutto per i suoi professori.
Suo padre lo aveva lasciato in affidamento al vecchio Ryu, troppo indaffarato nelle sue faccende di lavoro per tenere a bada il proprio bambino. E così il piccolo Takao era cresciuto con idee abbastanza deviate sulla famiglia, e sull’affetto, del quale aveva potuto quasi tastare con mano solo quello del nonno, che non lo aveva abbandonato un istante da quando stavano assieme.
Purtroppo il suo carattere non gli permetteva di avere tanti amici, e stava sempre solo, a far casino con qualche teppistello che trovava nelle classi vicine, scatenando le ire dei professori e del direttore, che ormai ne aveva le scatole piene del suo comportamento “incivile e turbolento”.
“Macché un corno…hai bisogno di riposo..e di una visita dal medico, altroché…”
“Ma no…Non preoccuparti…” disse, regalandogli finalmente il primo sorriso della giornata. Ryu fece spallucce, chiedendosi perché mai un ragazzo come Takao avrebbe dovuto dar ascolto ad un vecchino come lui.
Posò la colazione sul tavolo, vedendo la faccia del nipote che si contraeva in una leggera smorfia.
“G-Grazie…”
“…Sei sicuro di star bene?” ritentò.
“Ma si….Nonno, scusa, ma oggi credo dovrò rifiutare la colazione..”
“Ma dai, non preoccuparti…Ti preparo il panino per pranzo, tu vai a cambiarti…”
“Va bene…”
“E LEGATI QUEI DANNATI CAPELLI!”
Il ragazzo sventolò la mano, mentre si alzava dal tavolo e tornava nuovamente in bagno.
Si mise davanti allo specchio, prendendo una ciocca dei suoi lunghi capelli tra le mani.
Legarli?! Mai e poi mai!
Non poteva, gli ricordava la sua infanzia.
Quando era un bambino di appena tre anni, e sua madre era ancora viva, si ricordava che stavano seduti assieme, sui gradini del grande giardino, e parlavano tanto, assieme.
Un giorno chiese a sua madre perché lei teneva sempre i capelli lunghi, legati in una coda.
La donna gli rispose che suo padre non voleva che lei tenesse i capelli sciolti, anche se non aveva mai scoperto il perché…però disse anche che lei amava da morire i suoi capelli lunghi e quando stava da sola li teneva sciolti, così come quando poteva, in assenza di Ryu.
Da quando sua madre era morta, lui non si era più fatto toccare i suoi capelli.
Erano l’unica cosa che lo teneva legato a sua madre. Lei amava i capelli sciolti, lui li avrebbe tenuti sciolti per lei…
Prese un pettine di legno, cominciando a passare i denti tra le ciocche cobalto, sistemandoli per bene dopo la nottataccia semi insonne.
Si lavò accuratamente la faccia, levando via così ogni segno di stanchezza e torpore dovuto al dormire, poi si stiracchiò per bene, uscendo ancora dalla stanza e tornando in cucina, dove il vecchio sistemava il pranzo nello zaino.
“Pronto?”
“Pronto…”
Chiuse per bene la cintura, poi passò il pranzo a Takao, che intanto si stava mettendo il giubbotto.
Si affacciò un attimo alla finestra, notando il cielo coperto.
“Perfetto, davvero perfetto!”
“Hai l’ombrello?”
“Penso di si, non preoccuparti..” gli sorrise.
Prese in mano la sua borsa, portandosela in spalla, e si avvicinò al vecchio.
“Allora io vado…”
“Fai attenzione…e se stai male chiama, manderò il signor Yuki a prenderti…”
”Ho già detto di non preoccuparti, nonno, sto bene! Ci vediamo, ciao!”
E senza dar possibilità di ribattere, il giovane Kinomiya spalancò la porta, uscendo in giardino e poi nella strada, che lo avrebbe portato a scuola.
Corse un po’ lungo la salita, per liberarsene subito, poi acchiappò il primo tram di passaggio, facendosi trasportare per qualche metro.
Guardò l’orologio, che segnava già le otto e venti.
Anche quella mattina sarebbe arrivato in ritardo, ma poco importava.
Tanto il professore di Economia Politica era ancora in convalescenza dopo un brutto incidente, e non sarebbe tornato prima di altre due settimane.
Non avrebbe dovuto avere problemi, se non fosse arrivato qualche supplente o lo stesso direttore.
Non aveva voglia di litigare con nessuno, quel giorno.
Forse sarebbe stata la prima volta in tutta la sua vita in cui un malessere avrebbe sopraffatto la sua voglia di fare casino!
Ridacchiò tra se e se, mentre la portiera si apriva e dava via libera a Takao, che riprese la sua camminata lungo il marciapiede.
Che meraviglia, due ore di puro cazzeggio…E dire che il professore di Economia Politica era uno dei pochi che apprezzava e che non faceva mai dannare…
Più che uno dei pochi…L’UNICO.
A occhi socchiusi, giunse finalmente al cancello della scuola, che si chiuse non appena ebbe varcato quella piccola soglia, poi lentamente, prese a camminare verso la sua aula, salendo le scale, e arrivando al corridoio del secondo piano dove si trovava la sua classe.
….C’era uno strano silenzio.
Di solito le porte erano aperte, nelle ore di buca.
Allora perché….
Poggiò una mano sulla maniglia, entrando svogliato e fissando i suoi compagni.
“Che diamine è questo silenzio?!”
“Suppongo che lei sia il signor Kinomiya, o sbaglio?”
Sobbalzò, voltandosi di scatto e rimanendo a bocca aperta.
“…Chi accidenti sei tu?”
“Non darmi del tu, non sono un tuo amico….Ad ogni modo, piacere, io sono Kai Hiwatari, e da ora in poi sarò il tuo supplente di Economia, per cui vedi di farci l’abitudine…”
Si osservarono un attimo entrambi.
Takao, alto, ma non quando lui, capelli lunghi, occhi di un castano che evocava il calore e la gioia della vita, anche se non era proprio così per lui.
Hiwatari Kai, occhi di un porpora scuro, ma brillante, pelle rosea e un sorriso strafottente sulla bocca.
Non gli avrebbe dato più di 23 anni.
“Che ci fa un pivello ad insegnare?”
“Il pivello si è laureato con il massimo dei voti, per cui se non ti spiace, gradirei che ti ACCOMODASSI, grazie.”
Lo guardò di traverso, sentendo che con quell’essere riluttante non sarebbe mai andato d’accordo poi, visto il suo mal di stomaco, lanciò la borsa sul suo banco e con fare poco aggraziato, si sedette sulla sedia.
Si passò una mano tra i capelli, sentendosi un groppo alla gola.
Chiuse gli occhi.
“Non pensarci Takao…Non pensarci…”
Dalla posizione in cui stava la sua testa, osservò passo per passo il novellino, accurandosi di non perdere nessun movimento mentre poggiava il suo fondoschiena nella sedia ed aprire il registro.
“Per cui…Kinomiya…” bisbigliò tra se e se, annotando il ritardo sul registro di classe.
“Professore….” Sentì dire dai banchi alla sua destra.
“Si?”
“Ecco… - disse colei che lo aveva interpellato, una ragazza dagli occhi azzurri e i capelli biondi – Posso sapere quanti anni ha?”
Al che arrossì leggermente.
“Io…ho 23 anni…”
Wow, ci aveva azzeccato.
“Da dove viene?”
“Sono giapponese, ma sono cresciuto in Russia…dove sono stato fino a due anni fa…”
“In Russia? Che meraviglia!”
“Già…”
“Mariko, posso sapere che te ne frega?” fece Takao, inacidito.
“…Di grazia, non ti devo conto di nulla, per cui non rompere!” rispose lei, arrossendo.
“Bah…”
“Non litigate…” disse Kai, buttando un occhio allo studente con cui aveva avuto già il primo piccolo diverbio. Lui voltò la testa verso la finestra, e non lo guardò più.
“Ed…è fidanzato?”
“Ma…Mari, lo metti in imbarazzo!” la rimproverò una ragazza dai capelli castani, lunghi fino alle spalle.
“Oh..Hiromi-senpai, chiedo solo informazioni!”
“Eheh…lasciala stare, Tachibana…a me va bene così! È importante un po’ di dialogo per conoscersi…ad ogni modo, no, non lo sono…”
“Che bell…ehm…volevo dire…strano!”
“Cioè?” chiese, incuriosito.
“E’ un così bel ragazzo…”
“Ehehe, lo so…me lo dicono in molti…”
LO SO?! Ma…Questo era montato perso…Dove era la sua bellezza!?
“E…qual’è il suo genere di ragazza?”
“Eh-Ehm… - a questa domanda avvampò di colpo – Questo è un segreto….”
“Un indiz….”
Improvvisamente, un rumore distrasse tutti quanti.
I due ragazzi del primo banco si erano alzati di colpo, sentendo qualcosa cadergli addosso.
E di fatto, uno zaino era caduto rovinosamente a terra, mentre Takao stava disteso sul banco, immobile.
“Che succede?!” fece il professore, alzandosi di colpo.
“Kinomiya?! Kinomiya!” fece il suo compagno di banco, scuotendolo.
Tachibana si avvicinò al compagno e lo osservò, dopo di che, impallidendo disse:
“Professore…è svenuto!”

Prima o poi qualcosa sconvolge la nostra vita quotidiana,
Che lo vogliamo o no.
Da qui in poi, nascerà il nostro segreto.
Che nessuno potrà mai scoprire…