Act I: Lovers, Enemies
Scena I

Fumo e nebbia.
Erano sempre lì, a filo del suolo, sospesi come fantasmi alla ricerca di un aggrappo alla vita, o di un anima da tormentare.
Nebbia e fantasmi..che paragone stupido.
Aprì lentamente gli occhi, assonnato, mentre le sue orecchie venivano invase dal fastidioso ripetersi del segnale della sveglia, puntata, come ogni santo giorno, alle sette.
Un'altra mattina, un'altra giornata.
Giornata vuota.
Si voltò di scatto, prendendo saldamente l'oggetto e scaraventandolo a terra, imponendogli così il silenzio, poi si rivoltò, declamando così la sua scarsa voglia di mettere piede fuori dal letto.
"Stupida sveglia.." mormorò, col viso semicoperto.
Sospirò.
Ormai il danno era stato fatto.
Aprì gli occhi color porpora, osservando la stanza buia che fino a poco prima accoglieva i suoi sogni enigmatici ed ora teneva prigioniera un'anima legata al suo destino.
"Stupida, stupida sveglia...." ripeté.
Si mise seduto sul letto, buttando in avanti le lenzuola grigie, mentre un ciuffo di capelli si posizionava tra i suoi occhi, ribelle.
Ribelle come lui.
Se lo sistemò quasi magicamente, pettinandosi con le dita della mano, poi allungò le braccia e schioccò il collo, cercando di attivare i muscoli intirizziti per il troppo sonno.
"Stupida..."
Sbadigliò, spostando le sue gambe da quel comodo materasso al pavimento freddo della grande villa cittadina.
Non aveva visto ancora la luce del nuovo sole che già sentiva i nervi affiorargli alla pelle per la monotona giornata grigia che lo aveva appena salutato.
Facendo peso sui palmi della mano si alzò in piedi, muovendo i primi di tanti passi che avrebbe fatto quel giorno.
Lentamente si indirizzò alla porta-finestra, sollevando la serrando e venendo accecato dalla fastidiosa luce biancastra che dominava il cielo giapponese.
"Stupido cielo." borbottò.
Uscì dal balcone, per maledire quel giorno e chiunque lo stesse vivendo normalmente.
Dannando chiunque fosse stato un briciolo più felice di lui.
Dall'alto della sua villa, aldilà delle colline, riusciva a vedere, confuse nella nebbia, le automobili dei mattinieri ammassate sull'autostrada principale, quella che, nel gior di tre quarti d'ora, ti portava alla capitale.
La capitale...
Voltò le spalle alla natura, tornando dentro casa, poi, infilati gli scarponi, uscì dalla stanza, assente.
Tanto la strada la conosceva a memoria.
Passo dopo passo, l'idea di prendere i piedi ed andar via da quella prigione si delineava nella sua mente. Fare le valigie...e scappare, allontanarsi da quella che era la sua casa, ma che lui non aveva mai sentito veramente come tale...Lasciare Yokohama una volta per tutte, per tornare dalla sua VERA famiglia, e non continuare a vivere con un uomo che a malapena lo degnava di uno sguardo o un saluto.
Saluto che preferiva perdere per sempre, pur di tornare alla sua vecchia vita.
Vita da blader, da giramondo...Una vita da persona...Normale.
Ecco, lui voleva essere semplicemente normale.
Ma non poteva esserlo, oh no.
Lui era famoso, lui era ricco, lui era potente...lui era tutto.
Era tutto per chi, confornto a lui, non aveva nulla.
Ma a lui non era consentito avere nulla.
Lui DOVEVA essere così perché LUI lo voleva.
Lui, la persona che odiava di più al mondo.
Lui, che lo aveva trasformato in ciò che ora si ritrovava ad essere.
"Signorino Hiwatari?"
La voce del vecchio maggiordomo lo riportò bruscamente alla realtà. mentre si rendeva conto di essere arrivato nella sala da pranzo.
"Buongiorno..." fece, sbadigliando con nonchalance.
"Buongiorno - rispose quello, con un profondo inchino - Cosa ci fa in piedi a quest'ora?"
"Sono in piedi perché quello vuole che vada al collegio."
"Non si rivolga così a suo padre... - disse, sollevando un sopracciglio in segno di disapprovazione - In fondo lo fa per il suo bene..."
"Il mio? No...lo fa per il bene della SUA immagine, della SUA azienda e dei SUOI interessi!"
"...Capisco il suo rancore nei confronti del signor Hiwatari, ma...lui è cambiato..."
"Cambiato un corno..."
"Ad ogni modo.. - disse, sviando l'argomento - Cosa ci fa in cucina?"
"Ancora? - sbuffò - Devo andare a lezione."
"Ma...signorino, oggi è sabato!"
"...Sa-ba-to?"
"Si..." disse, indicando il calendario affisso alla parete della sala da cucina. Kai, incredulo, corse nel punto indicatogli dal vecchio, fermandosi e parando le mani davanti a se, osservando la pagina quadrettata.
12 Ottobre, sabato.
"Porca tr..." imprecò, battendo il piede a terra, irabondo.
Non solo si era alzato col piede sinistro, ora persino i giorni della settimana gli andavano contro. E tutto era iniziato con quella dannatissima sveglia.
"Signorino, torni a riposare, verrò io a svegliarla più tardi, se vuole..."
"No, grazie lo stesso Otoshi. Tanto non penso tornerò a dormire."
"Come vuole... - disse, inchinandosi - desidera la colazione?"
"No, ora no, torno in camera...Devo distruggere una certa cosa..."
"D'accordo...ma non faccia tanto fracasso, o suo padre si sveglierà..."
"Per quanto mi riguarda potrebbe benissimo non aprire gli occhi né ora, né mai. A dopo."
Il giovane bicolore diede le spalle al vecchio, abbandonandolo al suo disappunto, poi ripercorse la strada, stavolta con più attività.
Spalancò la porta, chinandosi sull'oggetto con la velocità di un falco, poi avanzò verso la porta finestra, spalancandola e sollevando in aria la mano, pronto a scagliare l'oggetto nel vuoto.
Ma si fermò, come se qualcuno gli avesse improvvisamente levato le batterie.
Non poteva liberarsi di quell'oggetto, era troppo importante per potersene liberare.
Lasciò che il braccio tornasse alla sua naturale posizione, mentre abbassava lo sguardo, traformatosi in qualcosa di diverso.
Malinconia.
Quella insulsa sveglia, che lo destava dal sonno ogni santa mattina da ormai un anno, era la cosa più importante della sua vita, l'unico collegamento con la sua vita reale.
L'unico collegamento con la sua squadra...
Odiava ammettere l'evidenza.
Odiava profondamente ammettere il fatto che gli mancava, stare con loro.
Con uno di loro in particolar modo.
Osservò la sveglia, sorridendo.
Era una di quelle personalizzabili, analogiche, che nel quadrante avevano una immagine a tua scelta.
C'era una foto di gruppo, nella sua.
Ricordava quel pomeriggio di Agosto come se fosse ieri.
Era pronto a salire in limousine, dove l'autista lo osservava con ostinata impazienza, quando alle sue spalle aveva udito la voce di Rei e Max che lo chiamavano, fermandolo. Gli avevano consegnato diversi pacchetti, tra cui appunto la sveglia, mentre Rei gli spiegava perché Takao non era con loro.
Non avrebbe sopportato l'idea di vederlo partire, forse per sempre.
Aveva cercato di cammuffare la tristezza con un finto sorriso, ripetendo, ma soprattutto ripetendosi che la lontananza non sarebbe stato un problema, che si sarebbero pututi vedere quando meglio credevano.
Anche se era totalmente cosciente del contrario.
Ancora era dispiaciuto per non averlo salutato, quel giorno.
Aveva un vuoto al cuore, che non era riuscito a colmare.
Si chiese cosa sarebbe accaduto, cosa starebbe facendo in quello stesso istante se quella dannatissima macchina non fosse piombata in casa Kinomiya in quel giorno di fuoco marchiato ormai come maledetto.
Sarebbe felice...sarebbe stato al settimo cielo, se suo padre non avesse avuto la brillante idea di penetrare ancora una volta nella sua vita privata, invadendo il suo spazio, incatenando la sua libertà come quando, con sadicismo, si viene ad imprigionare un passerotto in una gabbia stretta, un animale che ha sempre conosciuto la libertà e che ora, di colpo, se la vedeva strappata dalle mani.
Con l'unica differnza che lui non aveva mai goduto appieno la libertà.
Da piccolo, nessuna libertà di essere bambino.
Da adolescente, nessun diritto di divertirsi.
E da adulto..
Da adulto, nessuna libertà di amare.
Perché se tutti lo conoscevano per la sua fama di "iceberg", freddo e risoluto, solo una persona lo conosceva per quello che era davvero.
Solo una persona sapeva di che pasta era fatto, di quanto amore e bontà fosse capace di dare.
E di certo quella persona non era suo padre.
Tanto meno sua madre, che aveva avuto la brillante idea di scappare con un ragazzino quando lui non era ancora capace di comprendere il vero senso di quella sua vita segnata fin dalla più tenera età.
Una vita segnata dal dolore, dalla frustazione.
Un'ostacolo che aveva superato, almeno provvisoriamente, a 14 anni.
L'anno dell'incontro.
L'anno dell'intreccio.
L'anno del destino.
E l'anno della sua ribellione alla prigionia e alla rigida moralità della sua famiglia.
Scappato di casa, diventato un teppistello con tanto di banda al seguito, a cui fare da Buddha.
Un teppistello qualunque, ma pur sempre libero.
Libero di dar sfogo alla sua rabbia repressa.
Dando violenza alla violenza.
Fino a quel fatidico giorno, l'ennesima svolta della sua vita.
Occhi profondi, penetranti...suadenti, caldi...inebrianti...escandescenti...
Aveva perso la testa per lui nel momento stesso in cui LUI gli aveva rivolto la parola.
Ed era stato in quel momento che aveva visto il mondo sotto una nuova luce.
La speranza di conoscere una nuova vita.
Da una semplice parola era cominciato a nascere un nuovo legame, in una ragnatela di emozioni che siu faceva via via più fitta.
Prima come rivali.
Poi come amici.
Infine come amanti.
Fino a quando suo padre non lo aveva ritrovato. E lo aveva costretto a riprendere la classica vita da aristocratico.
Vita in cui si sentiva stretto.
Era stata una crudeltà, quella di Susumu Hiwatari.
Acchiappare ancora una volta quel piccolo e dannato uccello, sbatterlo in gabbia, lasciando che il suo sole perisse, stroncato dal dolore.
Susumu sapeva della loro relazione, sapeva...E sapeva che avrebbe goduto nel vedere suo figllio strappato all'unica fonte fd'affetto mai veramente ricevuto.
L'affetto di una famiglia.
Ecco perché non sopportava l'idea di convivere con quell'uomo nonostante ne fosse costretto, èerché gli aveva negato e privato dell'unica cosa bella della sua vita.
Strinse la sveglia in un pugno, digrignando i denti dalla rabbia.
Rivoleva i suoi ultimi quattro anni di vita...rivoleva la felicità...
e l'avrebbe ottenuta ad ogni costo.
Fece scivolare la sveglia nella tasca della sua vestaglia di raso, poi, poggiandosi alla ringhiera, si sporse per osservare meglio il traffico cittadino.
Le automobili, da quella distanza, parevano molto più dei lombrichi multicolor alla ricerca di un angolino di pace, piuttosto che dei veicoli intricati nell'ora di punta, immersi nel caos di fumo, nebbia e rumore di clacson.
Yokohama nord era troppo caotica, per i suoi gusti. Si, certo, anche la capitale lo era, ma li conosceva un caos più vitale...
Il suo caos..il suo tornado...
Il suo vociare sempre allegro, la sua mania di strafare, il suo tremare davanti al suo sguardo gelido...il suo sottomettersi alle sue mani...
Sospirò, decidendo che per essere solo le sette e mezza aveva già pensato un po' troppo al passato.
Lasciò il freddo metallo, voltando le spalle alla città e rientrando nella sua camera, ammirando di quanto caos potesse essere capace in una 'piccola' stanza come la sua.
Poggiata la sveglia sul comodino, sfilò la vestaglia, gettandola nel letto, poi prese i suoi anfibi, una canotta e i jeans, ed uscì dalla camera da letto, dirigendosi in abgno, dove, chiusa la porta, cominciò a spogliarsi.
E arrossì lievemente quando, tolti i pantaloni, si rese conto che i boxer gli stavano andando decisamente stretti.
Cattivo, cattivo Kai, penso. Aveva abbandonato tutti i suoi pensieri meno che l'ultimo...che poi era anche il primo, e tutti quelli successivi.
Pensare al suo corpo bronzeo e fragile sotto il suo, perlaceo e possente, lo faceva andare ancora in estasi. E forse non era una bella cosa, illudersi ancora.
In fondo, le cose potevano benissimo essere cambiate, anche se per lui non era così.
Ma poco importava. Per ora, gli bastava averlo nei suoi pensieri, nei suoi sogni..in ogni dove, con la speranza che anche per quel giapponesino fosse ancora così.
Si levò l'ultimo indumento, permettendosi un po' di pavoneggiamento e qualche apprezzamento sulle sue dimensioni (==°°° n.d.me), poi entrò nel box doccia, optando per un getto d'acqua gelida.
Rabbrividì, a contatto con quel liquido freddo, e rabbrividì ancor di più quando le piccole gocce d'acqua presero a rotlare lentamente suol suo basso ventre.
Cercò di allontanare il più rapidamente possibile quella visione paradisiaca dalla sua mente, mentre allungava le mani sulla bottiglia di bagnoschiuma e sulla spugna azzurra, che imbevette d'acqua. Subito cominciò il lavoro di pulizia, massaggiandosi le spalle, il collo e le braccia, mentre socchiudeva gli occhi, immerso nel relax.
"Mh..."
Mentre la mano che stringeva la spugna continuava il suo lavoro, quella libera, inconsciamente, cominciò a massaggiargli il eptto, i fianchi, fino a toccare l'intoccabile.
"Mi ucciderò così..." bisbigliò a se stesso, mentre le sue dita cominciavano a sfiorare molto lentamente la sua intimità.
Sapeva bene come torturarsi, e sapeva altrettanto bene come lui lo avrebbe torturato in quell'occasione...
La spugna scivolò lentamente sulla piattaforma umida, mentre Kai si adagiava sulla parete fredda, lasciandosi andare completamente ai desideri della sua volontà.
L'acqua gelida scivolava lungo il suo corpo, mentre le sue mani sembravano essere completamente impazzite, mentre esploravano senza indugio ogni piccola parte del suo corpo.
Cominciò ad accarezzare con crescente vigore la sua lunghezza, mentr eil viso stava rivolto verso l'alto, permettendo all'acqua di entrare nella sua bocca per poi scivolare pian piano lungo il collo, il petto...
"Ti amo."
Perse il controlllo del suo bacino, che cominciò a muoversi convulsamente, seguendo i movimenti della sua mano finché con un gridolio eccitato venne, gocciolando il apvimento.
Si lasciò andare sul pavimento, continuando ad ansimare, poi poggiò la testa sulla ginocchia, sorridendo.
Farlo da soli non rendeva come quando si era in due, pensò.
Lasciò che l'acqua scivolasse ancora per qualche minuto lungo le sue spalle, poi, riprendendo la spugna, si sollevò da terra, riprendendo a lavarsi ed eliminando, seppur a malincuore, le tracce della sua..voglia d'amore.
Per quanto fosse cresciuto senza l'affetto familiare, per quanto ci fosse abituato, ora come nonm mai desiderava avere al suo fianco la persona a cui aveva donato la sua persona.
La doccia gli rubò un'abbondante decina di minuti, dopo di che, asciugatosi per bene, prese in mano i suoi vestiti e li fece aderire alla sua figura, poi, con un enorme sospiro, poggiò la mano sulla maniglia ed uscì dalla stanza.
Percorse molto lentamente il corridoio, mentre, con le orecchie tese, sentiva il ticchettare della sveglia da muro, segno dell'inesorabile scorrere del tempo.
Tempo perso...
Riscese le scale, chiedendosi perché fosse ancora rinchiuso tra quelle mura.
Viveva in una reggia, ma ad un prezzo troppo alto, che ormai non poteva più pagare.
Rise, sarcastico, poi entrò in cucina.
"Otoshi, ho fame." disse, con tono autorevole, mentre svogliato prendeva una sedia per poggiarci con poca delicatezza il suo fondoschiena. Il maggiordomo raggiunse rapidamente il giovane, con un'espressione preoccupata.
Non era per niente un buon segno, quel tono di voce...
"Cosa desidera, signorino Hiw..."
"Otoshi, si arrangerà da solo."
I due si voltarono verso la porta principale, dal quale spuntò una figura alta e robusta, composta e calma nonostante fossero solo le otto e qualche minuto.
"Toh, è arrivato il capo." sbottò Kai, voltando il viso dall'altra parte.
"Ti ho sentito, Kai..."
"E sai quanto me ne sbatte..." disse, secco.
"Signorino..éè" bisbigliò adagio il vecchio.
"Non rivolgerti a me con quel tono, non sono un tuo amico!"
"E cosa saresti, di grazia?"
"Tuo padre!"
"A me non rappresenti nulla, Susumu. Per quanto mi riguarda io non ho mai avuto un padre."
L'uomo non ribatté, limitandosi a sbuffare, poi prese posto a capotavola, di fronte al ragazzo, che continuava ad osservare interessato un punto vuoto nella parete.
"Stupido moccioso."
"Ho preso da te..."
"...Senti, Kai, io sto veramente cominciando ad averne le staffe piene di questa situazione...Quando smetterai di comportarti come un bambinetto?"
"Quando sparirai per sempre dalla mia vita."
"Non ti darò certo questa soddisfazione..."
"Lo so, purtroppo."
Cominciava ad innervosirsi. Per quanto poco avesse detto, aveva rivolto a quell'uomo più parole di quante ne meritasse.
"Si può sapere perché ce l'hai tanto con me?"
Decise di non rispondere. Aveva sprecato abbastanza fiato. E comunque conosceva già la risposta.
"Kai, diamine..."
La sua voce gli ronzava nelle orecchie, insopportabile, imperterrita.
Ma perché non lo lasciava in pace, una volta tanto?!
"E' stato un errore..."
"Nh?"
Si voltò osservando scrupolosamente il volto di colui che si spacciava per un suo genitore. Ora il suo sguardo non era più dedito al figlio, ma alla grande portafinestra che dava sulla montagna.
"E' stato un errore riprenderti...è stato un errore..concepirti..." fece, aspro.
"SIGNOR HIWATARI!"
Un rumore secco fece voltare nuovamente l'uomo verso Kai, che ora stava in piedi, un pugno sul tavolo ormai scheggiato e l'altro che gli tremava davanti al naso."
"E COSI' SAREI IO L'ERRORE! SE TU E KIRA ERAVATE DUE TESTE DI CAZZO LA COLPA NON E' MIA! NON SONO STATO IO A CHIEDERVI DI FARMI NASCERE, NON SONO STATO IO AD ESSERE TORNATO QUI DI MIA SPONTANEA VOLONTA', NON SONO STATO IO AD ESSERMENE VOLUTO ANDARE DALLA MIA VERA FAMIGLIA! TU, TU MI HAI CONCEPITO, E TU MI HAI ROVINATO L'ESISTENZA! IO STAVO BENE DOV'ERO! NON TI HO IMPLORATO DI RIPORTARMI A CASA! NON MI HAI DATO IL TEMPO DI DIRE O FARE NIENTE! E ADESSO SAI CHE TI DICO? CHE ME NE SBATTO DI TE, DELL'AZIENZA E DI TUTTO IL RESTO, IO ME NE VADO!"
Levò la mano dal tavolo, gocciolando leggermente sangue, poi uscì dalla stanza, aprendo la porta con uno scatto d'ira, e corse nella sua stanza dove, senza osar tentennamento, prese uno zaino e ci ficcò dentro più roba possibile. Si fiondò sulla porta d'ingresso, sentendo la voce di Susumu che lo chiamava.
"KAI!"
"LASCIAMI IL CULO IN PACE!" urlò, fermandosi e voltandosi, osservando il padre raggiungerlo.
"DOVE CREDI DI ANDARE?!" sbraitò, sollevando una mano.
"TORNO DA TAKAO!"
"TE LO PROIBISCO CATEGORIC..."
Kai, preso dalla rabbia, gli mollò un sonoro ceffone, poi lo fissò con sguardo dardeggiante.
"IO torno da Takao, chiaro? - fece, sottovoce e senza accettare repliche - E tu non puoi farci niente. Rotolati nei tuoi soldi, io torno alla mia vita."
Voltò le spalle all'uomo, che continuava incredulo a massaggiarsi la guancia, poi agitando la mano, chiamò il taxi che stava passando di là.
Susumu osservò l'automobile gialla allontanarsi, imboccando l'arteria principale poi, maledicendolo e maledicendosi, sbatté la porta e tornò alla sua colazione.
"Signor Hiwatari..."
"Portami la colazione..."
"Non doveva rivolgersi in quel modo a suo f..."
"Otoshi, la colazione."
"..Subito..."

Osservò il paesaggio caotico, sbuffando, poi mise una mano sulla spalla dell'autista, indicandogli un parcheggio miracolosamente libero dal caos.
"Tenga il resto" fece, levando una banconota da 10000 yen e consegnandole all'uomo, che rimase a bocca aperta, mentre fissava il ragazzo scendere dall'auto e sistemarsi lo zaino in spalla.

Il campanello suonò, insistente, mentre l'uomo anziano correva alla prota per controllare chi fosse l'inaspettato ospite. Osservò con occhio inquisitore dallo spioncino, poi indietreggiò, tornando nella sala.
"Signor Hiwatari!"
"Che c'é?"
"Alla porta..."
"Otoshi...?"
"Alla porta..." fece, indicando l'ingresso con mano tremante.
"Otoshi, parli o no?" chiese, scocciato. Ma dato che Otoshi non riusciva a spiccicar parola, Susumu si sollevò dal tavolo, recandosi alla porta d'ingresso ed aprendola senza curarsi di vedere chi lo avrebbe salutato con un sorriso troppo felice sul volto.
"Ciao, Susumu..."
"...papà?"

Kai prese a cammianre lungo il marciapiede sovrafollato, cercando di fare attenzione a non urtare i passanti, presi dalla frenesia, dalla maniacità con cui prendevano il lavoro. Sollevò il braccio a mezz'aria, osservando le lancette che ticchettavano a ritmo regolare.
La stazione distava ancora mezz'ora a piedi da lì, e il treno per Tokyo partiva ogni tre ore a partire dalle otto, per cui aveva circa tre ore di libertà, prima di rpendere l'adorato mezzo e dire addio per semrpe alla cara Yokohama.
E poi avrebbe visto lui, di nuovo.
Si chiese se la scintilla sarebbe scoccata di nuovo, se un solo sguardo sarebbe bastato a riaccendoere quella passione sopita per tanto, troppo tempo...
E se nel frattempo lui avesse trovato quanlcun'altro con cui condividere il suo amore...?
Sorrise.
Sarebbe stato ancora più interessante...Avrebbe fatto di tutto per riprendere ciò che era suo di diritto.
Perché Takao apparteneva a lui.
E lui a Takao.
Se lo erano ripromessi, sotto il ciliegio millenario che avevano scoperto assieme due anni prima.
Lì sotto avevano sugellato la loro promessa d'amore. Lì sotto...aveva potuto affermare con certezza per la prima volta che la sua anima, la sua carne...appartenevano a lui.
Fece qualche altro passo, poisi fermò davanti ad un negozio di dolciumi.
Era da maleducati presentarsi in casa altrui a mani vuote.
Si frugò le tasche dei jeans, poi entrò nel piccolo negozio.

"Cosa ci fai qui...?" chiese l'uomo, mentre Soichiro metteva piede nella grande villa, dando una vigorosa pacca sulla schiena al figlio.
"Sono venuto a trovare il mio figliolo...mi è forse vietato?" disse, con finta innocenza.
"Tu non piombi mai in casa altrui senza un secondo fine, pa'..."
"Ma che dici, Susumu...sono soltanto venuto a vedere come stava la mia famiglia..."
"Papà..." fece con sguardo scettico.
"E va bene, dov'é Kai?"
"...Cosa vuoi da mio figlio?"
"Devo...chidergli un favore... - fece, sorridendo - Allora, dov'é?"
"Non ti interessa."
"Oh si, che mi interessa..."
"Kai non vuole vederti."
"Dov'é?" chiese senza far caso alle sue parole.
"Non..."
Si ammutolì di colpo quando il vecchio, dalla tasca del suo cappotto, levò una calibro 32 e sparò un colpo alla gamba di Otoshi, che si rotolò a terra urlando.
"OTOSHI! - urlò, voltandosi verso il servo - MA TI E' ANDATO DI VOLTA IL CERVELLO!?"
"Probabile, figlio mio, probabile...non ci penso due volte ad ammazzarvi...e adesso, puoi essere così gentile da dirmi dove si trova il mio nipotino?"
"Stronzo...Kai se n'é andato un'ora fa."
"E' andato via?" disse, sorpreso.
"Sta andando da Kinomiya..." disse, mentre cercava di fermare l'emorragia alla gamba del povero maggiordomo.
"Da Kinomiya? Oh che piacevole sorpresa..."
"...cosa diavolo hai in mente..."
"Mh..una cosa molto interessante..." fece, accarezzando la sua pistola,poi la infilò in tasca, prendendo il cellulare.

"Si...ho capito...credo dia verlo già adocchiato...come dice?...A casa? Mh..ok...cercherò di essere convincente...ehehe..."
Interruppe la comunicazione, sogghignando, poi riprese a camminare, mentre, davanti a lui, il suo obiettivo avanzava nella usa direzione.

"Bene, tra poco l'erede sarà a casa..."
"Non riuscirai a convincerlo...lui odia te così come odia me..."
"Mh...non so, qualcosa mi dice che verrà lo stesso..."

Infilò la mano dentro la busta, frugandovi dentro e tirandone fuori qualche bustina di caramelle. Sorrise, pensando al volto del compagno alla vista di tutta quella bontà.
Effettivamente anche lui avrebbe ceduto a tutto quel ben di dio, se non fosse stato per il suo naturale autocontrollo. Riportò il braccio sotto la busta, continuando a camminare per qualche metro, prima di esser costretto a farmarsi.
"Mi scusi..."
"Kai, Kai....stai più attento..."
Il ragazzo spalancò gli occhi, udendo quella voce. fece qualche passo indietro, allontanandosi il tanto giusto per sollevare lo sguardo e poggiarlo sul viso dell'altro, rabbrividendo impercettibilmente.
"..Borkov?"
"Ciao Kai, è un po' che non ci si vede..." fece quello, con un sorriso orribilmente spiazzante.
Kai lo guardò negli occhi, ancora incredulo. Eppure credeva di essersene liberato per sempre, dopo quel torneo...
"Cosa ci fai..cosa ci fai a Yokohama?" chiese, dando un minimo di contegno alla sua voce.
"Cosa ci faccio..?"
Tese la mano sul viso del giovane, sistemandogli lentamente una ciocca di capelli dietro l'orecchio, e quegli indietreggiò, schifato.
"Non toccarmi e rispondi." disse, seccato.
"Sono qui per far visita al tuo papino..."
"Non è mio p..."
"...e a te, Kai..."
"Cosa...?"
"Sai, io e il tuo nonnino abbiam un'allettante proposta da farti..."
"Non mi interessa..."
"Kai, Kai...se fai così peggiorerai soltanto le cose...e tu non vuoi che le cose peggiorino..vero?"
"Cosa..cosa vuoi dire?"
"Tu vieni con me...torniamo dal tuo papà.."
"IO NON TORNO A CASA!" fece, alzando la voce.
"Shh....sei pazzo? - disse, ironizzando - Vuoi attirare la curiosità della gente?"
"Non me ne sbatte un cazzo della gente! Cosa di..."
"Vuoi rivedere Kinomiya?" disse, a bruciapelo.
"...Come?"
Cosa significava quella domanda?"
"Se vieni con me..lo rivedrai presto..."
"..Cosa ti fa pensare..che io decida di seguirti?"
"Mh...Tuo padre?"
"Non me ne frega un cazzo di lui."
"Neanche se ti dicessi che sta per morire?"
"Cosa!?"
"Se vieni con me, non gli succederà nulla..."
Tese nuovamente la mano a Kai, che stavolta la osservò, titubante.
Non riusciva a capire...cosa c'entravano Takao e Susumu...perché lo stava..riccattando?
Insomma..non gliene importava niente di suo padre, ma era anche vero che non aveva mai seriamente desiderato la sua morte.
E poi..
Kinomiya...
C'era qualcosa sotto...Ma cosa...
Ad ogni modo non poteva mettere a rempentaglio la cosa che amava di più.
"D'accordo..." sussurrò, e mentre allungava la mano per stringere quella di Borkov, sentì come un pizzico al ventre, dopodiché non vide più nulla.