[ 04:00 . 4AM ] Improved luck or victory over a specific set of deterring circumstances.
Gambles against the wall

“Che carte di...” Ripeté alla quinta volta, mentre gli occhi schizzavano un po’ sul tavolo, un po’ sulla sua mano.
“Alfons, se dici così non sei tanto furbo sai?”
“Shh!”
Giocavano da ore, seduti attorno al tavolo quadrato, uno per ogni lato.
Quel sabato sera, Edward e Alfons avevano invitato a casa Christoph e Georg per una bella cena post lavoro, giusto per stare insieme e scambiare quattro chiacchiere su qualunque cosa che non fossero razzi, fisica o affini.
Avevano mangiato di gusto ogni pietanza, apprezzando il lavoro del giovane Alfons, e poi via, a giocare a poker, come tutte le volte in cui trovavano un buco di tempo.
“Check…” sibilò, roteando gli occhi al cielo per poi osservare Edward, concentrato sulle carte in mano.
Era da più di tre ore che reggevano sulla mano cinque carte da gioco, che andavano giù di full, scale reali, tris e poker.
E lui cominciava ad avvertire una strana sensazione – e no, non era sonno. Tamburellò con le dita sul tavolo, mentre il gioco andava evolvendosi e lui continuava quasi atono a dire check, check, check.
Insomma, poco gli importava se sul tavolo c’erano quattrocento marchi, erano soldi di cui poteva benissimo fare a meno – non come altre necessità decisamente primarie come andare in bagno, lavarsi, mangiare o fare l’amore con il proprio ragazzo.
… Ops.
Oh beh, in fondo era un uomo – se diciotto anni potevano valere tale affermazione. Era ben chiaro il fatto di dover espletare certi bisogni nel migliore dei modi.
… E non giocando continuamente una stupida, doppia coppia perché non aveva altre carte buone in mano.
All’ennesimo check della mattinata – e dire che erano già le quattro, possibile che Dio lo odiasse così tanto? – decise che era ora di smettere di prendersi in giro, di dire auf wiedersehen ai marchi e di fare qualcosa di meno noioso e più sollecitante, se non voleva finire a letto nel giro di dieci minuti.
“… Basta, non ce la faccio più, fold.”, disse buttando le carte al centro del tavolo e alzandosi.
“Alfons?”
Edward lo fissò, mentre lui spingeva indietro la sedia e si metteva in piedi, stiracchiandosi.
“Vado un momento al bagno, ho bisogno di lavarmi la faccia!”
Gli scompigliò i capelli, sorridendo, mentre usciva dalla stanza agitando la mano in aria.
Edward seguì con gli occhi la sua schiena finché non scomparve dietro la porta, poi si risistemò, pensando che in fondo l’ora tarda non era ben sopportata da nessuno dei due, e anzi era forse un miracolo che entrambi fossero ancora svegli e mediamente arzilli - nonostante le lancette dell’orologio avessero sforato da qualche minuto le quattro.
Qualche giro di carte più avanti, in una serie di check che non sembravano voler finire, Georg sorrise impunemente, gli occhi che brillavano dietro quei pezzi colorati tinti di rosso.
“Ah-ah! – ghignò soddisfatto, mentre le dita della mano libera si poggiavano su tutte le sue carte, che buttò giù nel tavolo – scala!”
“Georg, tu non imparerai mai vero, a capire quando la gente bluffa, vero?” fece Christoph, scuotendo la testa, mentre un sorriso smagliante si faceva largo tra il suo viso magro e luminoso.
“Ma… ow. – si lamentò, mentre davanti ai suoi occhi si piazzava un colore impeccabile. – Ma tu continuavi a passare la mano, io pensavo che…”
Intanto, Edward buttava un’occhiata alla porta, senza ancora vederci nessuno fare capolino.
“Pensi male. Lo sai che io sono un mago del bluff, no? – ammiccò quasi, certo di avere la vittoria in pugno – E tu Ed? Cosa avevi?”
“Eh? Ah! – dispose le carte sul tavolo in tutta fretta, mostrando con la voce scarsa attenzione – io ho una scala reale.”
Ignorò totalmente lo sguardo impietrito dei suoi colleghi, sconvolti dalla seconda – terza, quarta, quinta? – vittoria consecutiva del più piccolo del gruppo.
E dire che neanche giocava da molto tempo!
“… Chi è che non capiva, Christoph?” sbottò Georg, dandogli un colpo di mano sulla spalla – niente di leggero, considerando la mole dell’uomo. Per tutta risposta, l’altro si limitò a tirare fuori la lingua, cantilenando un gne gne gne seccato.
Il battibecco terminò ancora prima di cominciare, interrotto dallo stridere della sedia di Edward – lo sguardo puntato sempre verso la stessa parte.
“Scusatemi un attimo.” disse solo, uscendo tutta fretta dalla stanza.
Ignorò le chiacchiere che presero il via non appena mise piede fuori dalla stanza, ed entrò nel buio della casa, tendendo le orecchie alla ricerca di un qualunque rumore.
“… Alfons?” chiamò, guardandosi attorno, la mano poggiata al muro per non cadere.
Ma non ottenne risposta.
Si incamminò verso il bagno, stando attento ad evitare porte e scale contro la faccia, mentre i suoi occhi cominciavano appena ad abituarsi al buio – probabilmente aiutati dalla forte luce che proveniva dal salone.
Strinse gli occhi, alla ricerca di una qualche figura che potesse anche vagamente somigliare al suo compagno, ma quando aprì la porta della toilette, rimase deluso dall’assenza di tutto ciò.
Sospirò, indispettito, mentre il suo cervello lavorava per capire dove diamine potesse essere finito.
“Alfons?” ripeté di nuovo, a voce più alta, azzardando un passo oltre il corridoio. E quando svoltò l’angolo – nell’andito che portava alla loro stanza da letto – si sentì improvvisamente preso per le spalle e messo al muro, e una mano gli bloccò la bocca prima che potesse chiedere aiuto, urlare, o solo dire qualcosa.
“Sono io.” Lo rassicurò la voce calda del suo amante all’orecchio, la mano che scivolava via e si appoggiava sulla spalla.
“Scemo. Mi hai fatto spaventare.”
Tenevano entrambi la voce bassa, quasi inconsciamente, come a non voler disturbare quella quiete decorata dal vociare dei loro colleghi – ostacolata dalle porte poggiate.
“Ti stavo aspettando…”
Non gli diede tempo di replicare. Edward sentì le labbra calde di Alfons sulle sue, la punta della lingua che accarezzava la carne rosea, chiedendo di entrare.
Dischiuse le labbra, sentendo una sensazione di tenera tensione avvilupparsi nel suo stomaco e risalire fino alla gola, scendere fino al basso ventre, con Alfons che premeva dolcemente sul suo corpo.
Quando si staccarono, il più piccolo annaspò, leccandosi le labbra per assaporare appieno il sapore del suo amante.
“Al…” sospirò, guardando verso la porta.
“Sì, lo so… - comprese, poggiando la testa sulla sua spalla – ma ti voglio tanto, Edward…”
Circondò le sue alte spalle con le braccia, sapendo benissimo che anche lui avrebbe sicuramente apprezzato un po’ di intimità. Sobbalzò leggermente, sentendo la punta della lingua di Alfons accarezzargli la pelle chiara del collo con estrema delicatezza.
“Al...”
Le sue labbra, protese verso quel candore così invitante, scivolavano rimbalzine sul collo, sulla spalla sana, e risalivano ancora, raggiungendo le labbra roventi. I corpi, perfettamente aderenti, si muovevano lenti alla ricerca di un contatto più profondo – nonostante la mente ricordasse raziocinante di non osare troppo.
Non era un bel periodo per la Germania. E per quanto potessero contare sull’amicizia dei loro amici pochi metri più in là, sapevano benissimo che fidarsi era bene, ma non fidarsi era un’ottima soluzione per salvarsi la pelle.
Le loro mani si muovevano, sincrone, alla ricerca della pelle calda dei loro petti – Edward che accarezzava gli addominali appena scolpiti, Alfons che andava a giocare coi suoi capezzoli, beandosi dei sospiri affannosi di lui. E fu presto un aprirsi di camicie, un baciare continuo il corpo dell’altro – chi sulla fronte, senza smettere di accarezzare i capelli color del grano, la schiena diafana tipica del nord, chi sul petto, facendosi strada, marchiando qua e là con i denti, con la lingua, con ogni cosa possibile.
“Edward…”
Lo sibilò, dolce tra i denti, risalendo per incontrare le sue iridi umide d’eccitazione.
Era quanto di più bello potesse desiderare.
“Al… Al…”
Adorava sentire pronunciare il suo nome da quelle labbra che fino a poco tempo prima soltanto sognava fossero sue, ed era totalmente inebriato dal suo essere – era quasi una droga, una scoperta, e lui si sentiva come un bambino, estasiato, felice, dipendente, innamorato.
L’altro lo baciò, mentre lasciava che le mani scendessero lungo il basso ventre, impaziente di sentire il suo calore contro di lui, stanco di sentirsi costretto dagli abiti che andavano facendosi più stretti.
Alfons sorrise, e un gemito roco gli scappò dalle labbra mentre Edward armeggiava coi suoi indumenti. Il tempo di riprendersi e lo emulò, ed entrambi si ritrovarono in pochi secondi con l’intimo alle ginocchia.
I due corpi si congiunsero – la saliva che faceva da collante a quelle labbra saporite di cui nessuno dei due sapeva ormai più fare a meno – mentre le loro mani andavano ad unire le loro erezioni appena umide, sfregandole tra di loro, aiutate da un bacino che si muoveva ormai per conto proprio.
La voce ansante di Edward ciondolava tra il roco e l’urlo trattenuto, impedito nel liberare la sua voce dalla presenza di Christoph e Georg dall’altra parte della casa. Alfons aveva invece imparato ad ostentare discrezione in ogni momento, e si limitava al respiro pesante sul collo dell’amante – reso ancora più sensibile dalle lappate continue alla sua pelle candida.
“Edward… - ansimò all’orecchio, mentre le loro mani si muovevano su e giù, rapide, impazienti, simultanee – Edward, sei così bello, Edward…”
Era un tepore ustionante, quello che dal loro ventre si irradiava a tutto il corpo. Era piacere desiderato da ore – ostacolato involontariamente dal loro stesso desiderio di avere compagnia -, era l’assaggio di ciò che avrebbero consumato più tardi, sotto le coperte – a proteggersi dal gelo di Monaco.
Le loro lingue si incontrarono di nuovo, e le mani presero a seguire lo stesso ritmo, scivolando velocemente sulle aste erette, pulsanti, alla ricerca di soddisfazione.
Gli incisivi affondarono nel labbro di Edward, che tentava di trattenersi a stento dal liberare la voce, ferma lì alla gola, implorante di uscire fuori. Strinse con un braccio le spalle di Al, aderendo ancora di più al suo corpo, muovendo il bacino freneticamente cosicché la sua soddisfazione giungesse rapida.
“Al… Al… Dio, ti prego Al…”, implorò, mentre il compagno lo stringeva a lui, accelerando il ritmo, lasciandosi scappare un gemito, il rimbombo della loro voce contro le pareti di quell’andito stretto.
Il tedesco sentì Edward tremare sotto i loro movimenti, la sua mano artificiale stringersi convulsamente sulla sua spalla – la sua fronte premeva forte contro il suo petto, e si chinò a baciargli la nuca dorata, riprendendo controllo della sua voce.
E poi, pochi secondi, e il fiato si bloccò in gola, mentre le loro mani si riempivano del loro piacere, e i muscoli si rilassavano, lasciando viva solo la pulsione dei loro membri appena soddisfatti.
Edward si lasciò scivolare sul petto ancora agitato di Alfons, cercando un po’ di autocontrollo.
“Stai… bene?” chiese l’amante tra gli ansiti che si facevano via via sempre più radi.
Ricevette in risposta un viso alzato, un incontro di labbra, un cenno di assenso con la testa.
“Sì, Al…” sorrise, mentre l’altro andava a stringergli la mano.
“Vieni, andiamo in bagno…”
“Ah ah… - rise Ed, stringendo il braccio di Alfons, evitando accuratamente di sporcarlo – mi tremano ancora le gambe…”
A passi lenti entrarono nella toilette, e Alfons si premurò di pulire accuratamente sia lui che il suo compagno – Non sarebbe stato carino sbucare fuori con la faccia sconvolta dall’orgasmo e i pantaloni, le mani, qualunque cosa sporca di… di.
Edward abbozzò un sorriso – più simile a un sogghigno, in verità. Le iridi di Alfons si sollevarono a guardare le sue dorate, con sguardo interrogativo.
“Che c’è?” ridacchiò.
“Sai quei quattrocento marchi?”
“… sì?”
Allungò la mano per farsela pulire, e il ghigno si accentuò, borioso.
“Sono nostri!”
“Sei un genio!” esultò Al, tirandogli una guancia – come se fosse un bambino da premiare per la sua bravura, e tutto il resto.
“Fortuna del principiante!” concluse lui subito, agitando la mano libera e ridendo. Alfons si rimise in piedi, buttando la carta nel water e tirando la catena – eliminiamo le prove, prima che siano guai.
“E adesso andiamo dai – aggiunse Edward, voltandosi verso la porta. – Altrimenti penseranno male, e allora si che avremo dei problemi!”
Concluse la frase sorridendo, e Alfons non poté fare a meno di pensare a quanto lui fosse bello, e la sua presenza fosse seriamente la manna dal cielo.
Allungò la mano, prendendo quella pallida del tedesco, e insieme uscirono dalla stanza, ritornando da dove erano venuti.
… Avrebbero avuto ancora tante partite da giocare, dentro e fuori dal letto.